L’invettiva di Socrate

Socrate! (Attaaaaack!)
Io accuso

l’intera comunità degli adulti
di avere corrotto sistematicamente l’infanzia e la fanciullezza. Di averne deturpato il volto, il senso, la bellezza. Di averne distrutto la poesia, la meraviglia, la novità.

Accuso i genitori e le famiglie
di aver permesso che i loro figli nascessero in una società marcia, sudicia e profondamente immorale. Li accuso di aver messo al mondo i loro figli per lo più a casaccio. Li accuso di non averli amati a sufficienza, di averli lasciati in balìa del mondo, di non aver saputo resistere all’istinto riproduttivo.

Accuso gli imprenditori, i pubblicitari, il sistema economico
di avere mercificato le anime, le menti e i corpi fin nella culla. Di avere insozzato i bambini con il loro denaro, il loro desiderio di accumulo, la loro sporcizia consumistica. Di avere avvelenato l’aria, la terra, l’acqua, gli ambienti e i mondi delle future generazioni, dichiarando loro una vera e propria guerra preventiva.

Accuso l’intero sistema

di avere adultizzato e sessualizzato i ragazzi (mentre giovanilizzava i vecchi), di averli indotti a crescere troppo presto così da consumare di più, di averli fatti diventare dei tubi desideranti e digerenti, di averli svuotati di ogni senso e significato, di averli indotti fin da subito a scimmiottare, a riprodurre e a moltiplicare il peggio di se stesso.

Accuso la televisione
di essere stata la cassa di risonanza principale di tutta questa merda. Di avere diffuso e promosso la pornografia generalizzata, di avere omologato tutto e tutti, di avere banalizzato la vita, la gioia, il dolore, la morte. Di avere distrutto il principio di realtà, amplificato i peggiori istinti, costruito recinti deculturalizzati per polli d’allevamento.

Accuso i giornalisti
di avere architettato una campagna criminalizzatrice contro gli adolescenti. Di averne costruito l’immagine unica di bulli, teppaglia, marmaglia, greggi e gregari, automi senza pensiero e senza spina dorsale, così da dare compimento al lavoro del sistema autorealizzando una pseudoverità.

Accuso la scuola, gli insegnanti, gli educatori
di avere gettato la spugna, di non aver fatto opposizione, di essere stati impotenti e inadeguati. Di avere lasciato che si dissolvesse l’ultima briciola della loro autorevolezza.

Accuso la classe politica
di essere inerte, incapace, inetta, corrotta, dannosa, capace solo di perpetuare se stessa e il proprio schifoso sistema di potere.

Accuso questo governo
di essere uno degli attori principali del processo in corso.
Lo accuso per avermi accusato di essere il corruttore della gioventù, per avere sistematicamente falsificato la realtà e coperto le vere responsabilità.

Accuso anche me stesso
per avere rinunciato, per essermi fatto prendere dal vortice del disincanto e della disillusione, per avere bevuto l’amaro calice del veleno preferendo alla battaglia una dignitosa e pacifica ritirata, sacrificando il noi e la giustizia sull’altare dell’io e della libertà.

Sarei tentato, infine, di accusare
gli stessi bambini, i ragazzi, gli adolescenti e i giovani
per non avere sufficiente fegato e coraggio, né sufficienti mezzi, che permettano loro di mandare tutti affanculo e di far saltare per aria il lurido sistema che li ha corrotti e rovinati per sempre.

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22 Risposte to “L’invettiva di Socrate”

  1. Aldo Says:

    @Md
    Hai presente l’epoca storica, intorno al V° secolo d.c., quando l’impero romano venne travolto dai barbari, e tutto sprofondò nell’inciviltà generalizzata?
    Hai presente le guerre di religione nell’Europa del XVII° secolo?
    Hai presente la presa del potere da parte di Hitler nella Germania degl’anni trenta ?
    Bene, consoliamoci con il fatto che noi non eravamo presenti …
    Lo spirito dei tempi attuali, figlio di un degrado culturale generalizzato e della perdita di senso di ogni valore non può non farci riflettere sui limiti “obiettivi” della nostra specie, che da Caino in poi manifesta una evidente propensione al “cupio dissolvi”. Forse, a babbo morto, la Terra potrà finalmente respirare.

  2. alberto Says:

    Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile…
    Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto. Aspetto.

  3. milena Says:

    Qualche anno fa mio padre mi diceva con orgoglio “noi abbiamo fatto il mondo”. Qualche giorno dopo mio figlio mi diceva “guarda come avete conciato il mondo!”

    … però, gli adulti di oggi sono i bambini di ieri. Quando va bene, vale a dire quando i bambini di ieri sono cresciuti e non sono, invece, rimasti bambini. In ogni modo, anche gli adulti di oggi stanno vedendo i loro sogni distrutti. E Spero tanto che lo stiano vedendo.
    E comunque non sono tanto sicura che le accuse siano molto utili, anche se talvolta sono necessarie. Perché più che delle accuse, mi piacerebbe sentire delle proposte. Ma anche mi piacerebbe essere capace di fare delle proposte. Ossia, seppure nel mio piccolo, fare davvero qualcosa, anche se qualsiasi cosa si faccia si corre sempre il rischio di sbagliare. La paralisi però è come il deserto, molto simile alla morte.
    Lamentarsi su ciò che abbiamo perso è come piangere sul latte versato. Non serve. Bisogna ricominciare da quello che abbiamo, da quello che è, e che non è diverso

  4. md Says:

    @Aldo: sì, ho presente (per lo meno con l’immaginazione), anche se temo che la percezione di “mala tempora” sia una costante della storia da parte dei contemporanei di ogni epoca – concordo con la propensione al “cupio dissolvi”

    @alberto: bel pezzo!

    @milena: è proprio questo il problema, non ci sono proposte, o meglio: le fa solo chi dovrebbe tacere, mentre chi sarebbe meglio le facesse non è in grado di farlo.

    Ad ogni modo spetta a Socrate di replicare…

  5. Kinnie51 Says:

    Ci vorrebbe qualcuno che , come Socrate, ci aiutasse a fare emergere il buono, il giusto e il saggio che è in noi.

  6. alberto Says:

    chiaramente il pezzo, i pezzi, non sono miei, era un modo per indicare la lunga scia di predecessori, socrate zola pasolini, nella lotta per la salute e liberta della mente e del corpo umani.

  7. md Says:

    sì alberto, quando avevo scritto il mio “pezzo” pensavo anch’io a Pasolini, forse più a lui che a Socrate…

  8. anna Says:

    Sì, md, credo sia giusto accusare tutti “noi”. Venerdì sera ho ascoltato Giovanni Allevi, ospite ad una trasmissione radiofonica. Ero affascinata dalla sua musica e dalle sue parole “trasformare la vita in musica e viceversa”, “la musica è una strega che bussa nella mia testa e mi detta le note per pianoforte e orchestra sinfonica”, “la scatola del’intelletto che vuole ingabbiare la realtà”. Continuava a ripetere “che bello!” e “grazie!”, un bambino entusiasta. Una delle persone invitate dallo stesso Allevi, Raffaele Morelli, ha detto “il talento cura, talento è vivere la vita nel tuo solco”. Ascoltando alcuni brani del concerto di Verona, immaginavo quell’orchestra sinfonica composta da 86 musicisti che suonano insieme meravigliosamente vivendo la vita ciascuno nel proprio solco. Realizzano se stessi in mezzo agli altri. Una persona costretta a suonare il triangolo anzichè il violino o il pianoforte deve sentirsi frustrata, insoddisfatta, vive nella tristezza, nella depressione o esterna rabbia verso pianisti, violinisti e tutti coloro che sembrano più felici, o disprezzo verso coloro che suonano strumenti che a loro sembrano meno “nobili”. Tornando al tuo post, non sono d’accordo con quanto hai scritto, questo “lurido sistema” non “li ha corrotti e rovinati per sempre”. Una frase citata da Allevi “bisogna passare attraverso il buio per rinascere”. Non ci manderanno “affanculo”. Ho letto appena letto il tuo post su “il filosofo e il lupo”. Non so chi sono, perchè sono nata e cosa caspita sono qui a fare, però guardando i bambini mi sembra che ci dicano “l’essere umano continua a nascere e per crescere ha bisogno degli altri, del noi”, vedo molti genitori lottare, cambiare, crescere insieme ai loro figli. Le nuove generazioni creeranno nuove musiche, includeranno anche note di banjo, di sassofono e pian piano anche altri strumenti, e suoneranno sinfonie stupende. Saranno migliori di noi, anche grazie a noi, ai nostri errori, alla nostra voglia di cambiare noi stessi in mezzo agli altri, di lottare perchè quei bambini vivano bene, ognuno nel proprio solco, e non sentano perciò il bisogno di fare del male agli altri ma di collaborare per il bene di tutti.

  9. md Says:

    @anna: naturalmente la speranza è un dovere etico, ed è una delle tante “storie” che ci raccontiamo…

  10. Luciano Says:

    Salve.
    Credo che Anna habbia colto nel segno ma aggiungerei qualcosa. Noi siamo sempre qui a inveire senza però pensare che spetta a noi migliorarci. E’ vero, c’è stata una serie di abominii, ma è anche vero che c’è stato il primo trapianto di cuore del Prof. Barnard e io c’ero, siamo andati sulla Luna e io c’ero, hanno scoperto il bosone vettore (perdonate il campanilismo di studi visto che ci ha fruttato il Nobel per la Fisica) e io c’ero, hanno sequenziato il genoma umano e io c’ero, ho visto un popolo che non amo riunirsi dopo 50 anni e io c’ero e ho provato la loro stessa gioia perché amo il mio. E hanno anche fatto tante cose malvagie, P.zza Fontana, Ustica, le guerre, etc., etc., e io c’ero pure allora. Nella nostra vita siamo testimoni di desolazione e gloria. Condivido in pieno la conclusione di Anna.

  11. Luciano Says:

    Scusate il refuso…abbia e non habbia

  12. milena Says:

    Concordo con quello che dice Luciano e Anna. Avevo detto le stesse cose, più o meno, anche se il mio modo di scrivere è forse più contorto. E penso anche che sia difficile sperare nel futuro se non si è consci di quello che si è ricevuto, che non può essere solo male.
    Rileggo sovente il capitolo (dal “Muro di pietra” di Severino) “La ‘libertà’ dei popoli” di cui riporto alcune frasi che mi sembrano una sintesi straordinaria.
    “Senza il più umile e umbratile degli essenti sarebbe impossibile la stessa totalità di essi. E per tanto la totalità degli essenti sarebbe impossibile senza la più umile o la più grande – o la più atroce – delle decisioni o delle azioni; e non sarebbe nemmeno possibile l’intero farsi innanzi degli eterni della terra. La più irrilevante delle decisione umane è insostituibile, e ha un peso infinito. Ma l’ “uomo” è infinitamente di più della dimensione dell’errare, dove un individuo pensa, decide, agisce, soffre.”

    Credo di non poter né voler condurre alcuno dei miei pensieri al di fuori di questa visione.

  13. md Says:

    @milena:
    sì certo, grandioso, ma sconta la sua ineliminabile paradossalità: anche la shoah è un farsi innanzi degli eterni…
    un eterno, con tanti altri, di cui avrei volentieri fatto a meno e nel quale, tranne il fatto che è accaduto, non riesco a rinvenire alcuna necessità.

    Ma certo, è accaduto, così come sono accadute tutte le cose positive ricordateci da Luciano.

  14. milena Says:

    Non c’era nemmeno necessità che accadessero tutte le cose buone ricordateci da Luciano, e molte altre che non sappiamo o non ricordiamo. Ma non solo della storia dei popoli, ma di ogni persona che esiste sulla terra. E ogni animale, albero, nuvola ed elemento.
    Ricordi quando eri caduto dalla bicicletta senza alcuna necessità? E quell’uomo distrutto dalla chemio che ho conosciuto ieri all’ospedale, pensi che riesca a capire la necessità di quello che gli sta accadendo? Che necessità ha di esistere il dolore? E che necessità hanno non solo dei popoli, ma degli amici di litigare?
    Dolore e gioia, amore e odio, intelligenza e stupidità, non potrebbero essere due lati del medesimo processo?

    Forse la necessità non è umanamente comprensibile, non si può capire con la ragione – anche se Severino ci prova, ma io non riesco a seguirlo così lontano – se non forse nel senso che è impossibile che ciò che appare sia diverso da ciò che va via via apparendo. Così quando ci arrabbiamo apparirà la rabbia, quando ci amiamo apparirà l’amore, e quando cadremo dalla bicicletta forse andremo al pronto soccorso o forse basterà un cerotto.
    Io non sono Severino. Io non sono niente, vale a dire se non altro io sono qualcosa, e forse non so molto più di questo, che non è grandioso ma è fondamentale (modalità dello sguardo?).
    La shoah … l’unica cosa che si può fare è cercare di fare in modo che non si ripeta, perché certo non è indifferente agire o non agire. Anche se non è detto che il nostro agire produrrà l’effetto sperato. Come nelle più piccole (o stupide) azioni o decisioni che prendiamo.
    Ma forse anche l’idea stessa che una nostra azione possa cambiare qualcosa è di per sé un tratto della Follia, direbbe Severino, che però è necessaria perché appaia la Non-Follia.
    Anche adesso che sto per premere “invio”, mi sto chiedendo quanto sia utile o buono farlo, o se non è uno sbaglio, perché potrebbe provocare qualcosa al di là delle mie intenzioni. Ma come posso saperlo?
    Come posso sapere il significato che chi leggerà darà alle parole che io ho scritto?

  15. md Says:

    @milena:
    semplicemente non abbiamo sufficienti strumenti per comprendere appieno la sfera della “necessità” che pure la nostra ragione evoca. E non li ha nemmeno Severino. Potrebbe averli solo Dio, un Dio personale fatto a nostra immagine e somiglianza, se solo esistesse. Ma poiché esiste solo la sostanza, che altro non è che uno dei modi o nomi filati dalla nostra mente per raccogliere in un unico concetto tutte le cose, non trovo via d’uscita: o noi attribuiamo senso e valore (o non-senso e disvalore) alle cose o semplicemente esse non ne hanno, tranne quel loro muto essere ed esser parte della sostanza, che ripete all’infinito una sola cosa: sono, sono, sono, sono…

  16. anna Says:

    md : ero quasi nel mondo dei sogni, quando mi è venuta in mente l’ultima frase di questo tuo commento. E’ bellissima!! Ho pensato “domani mattina prima di andare al lavoro…” e invece, eccomi qui! non riuscivo più a dormire. Ne approfitto per trascrivere un’altra poesia (oggi ho comprato qualche libro di poesie e ora…) “proprio come in una giornata nuvolosa e cupa, quando le nuvole sono tutt’uno con l’orizzonte, i nostri sensi pensanti immaginano il sole e dicono “siam senza sole” oppure “non c’è sole”; e invece sbagliano perchè quel giorno è proprio l’essenziale emanazione di quel non veduto sole, le parole stesse a loro medesime mentono, chè l’idea dell’assenza proviene dalla presenza: è attraverso il bene che immaginiamo il male. Parla a noi di luce che parla di luce assente, di dio assente, che diviene demone presente, dio ancora assente in forza dell’esistenza. L’allontanata causa, in quanto allontanata, provoca (in quanto causa) l’effetto da lei negato. Fernando Pessoa.

  17. milena Says:

    Anche a me ha fatto questo effetto, anna. Ha continuato a ripetersi nella mia testa come un mantra, con tutti gli altri pensieri che si mettevano di lato e attorno ad ascoltarlo, e da farmi desiderare di rinchiudermi in bozzolo, sospesa. Perché sì, tutti questi “sono, sono, sono, sono” non sono del tutto muti e a volerlo ascoltare il rumore è assordante.
    Il mondo è reale, non è nostro sogno o il sogno di un Dio. E le cose reali parlano, forse linguaggi sconosciuti che non sempre riusciamo a capire, ma parlano, gridano sussurrano cantano, come in questa notte tamburellante di pioggia invernale. E anche in una delle notti più silenziose lontane dalla civiltà, nel silenzio si sente riecheggiare “sono, sono, sono, sono”.Forse negli spazi infiniti, il silenzio, ma qui la terra non tace. Parla il mare, i fiumi, il vento, le fronde degli alberi, il fuoco, i sassi; e ogni animale ognuno alla sua voce. Ma fra tutti gli animali, sono i poveri, gli offesi, gli oppressi, gli umiliati, quelli che hanno meno voce. Dall’ultimo post ho appena letto la parola con-dividere, e subito ho pensato che, per esempio, una cosa è con-dividere i pensieri, altra cosa è con-dividere il pane, ossia dividerlo con tutti.

    Tornando all’altro ieri, mi sono sentita come Forrest Gamp, quando, dopo aver corso per anni da un punto all’altro del continente, all’improvviso si è fermato dicendo “Sono un po’ stanchino”, ed è tornato a casa camminando. E letteralmente non riuscivo più a scrivere.
    Ora si va attenuando. Torno a galla e mi accorgo che scrivere dovrebbe essere l’ultima, fra tutte le cose che devo fare. Ma in qualche ritaglio di tempo, può darsi. (Anche perché tutti quei pensieri che se ne sono stati buoni fino adesso, si stanno risvegliando e s’impongono di nuovo alla mia attenzione. E ditemi se questa non è una vera e propria dittatura del pensiero, se riuscissi a farli stare zitti avrei fatto la mia rivoluzione.)
    Poco fa appena scritte le ultime parole prima della parentesi, il computer ha fatto un sibilo e si è spento. C’è voluto un po’ per capire che era soltanto una spina non ficcata bene a fondo. Però questo mi ha ricordato che è giunta l’ora di mandare l’ente computer in riparazione, prima che scada l’assicurazione, a fine anno.
    E ci manca poco. Anche se dopo Severino sarebbe un po’ difficile sostenere che qualcosa inizi e poi finisca; e benchè siano consuetudini, come i compleanni e gli anniversari, non mi riesce di onorarli in modo diverso da tutto quanto il resto. Ma è uno sbaglio, perché nella vita quotidiana le scadenze sono precise. E “Anche la sofferenza ha la sua data di scadenza” – come diceva Francesca Lenti nella poesia “Illuminazione davanti al banco dei surgelati”.
    Non so se nel frattempo riuscirò a procurarmi un computer in sostituzione. Perciò comincio a salutarvi, anche se può darsi ci sia ancora qualcosa nel sacco. Fra ieri e oggi mi sembra che un po’ ovunque si vuotino i sacchi, non vi pare? E quale momento migliore per vuotare il sacco, se non a fine anno? L’idea sarebbe di ripartir col sacco più leggero, fare spazio per le nuove cose. Anche se le cose più preziose non le potremo abbandonare, o lasciare indietro, ma dovremo portarcele appresso anche se sono pesanti

  18. anna Says:

    @ milena: sì, condividere il pane e anche alleggerire se stessi rendendo più semplice il nostro modo di vivere. Credo che ogni giorno offra qualche occasione di cambiamento e non soltanto la fine dell’anno. @ vivo in una piccola mansarda, sento molto bene il suono della pioggia. La scorsa notte ho vissuto un momento particolare: improvvisamente ha smesso di piovere, in camera è caduto il silenzio, il sonno stava prendendo il sopravvento sui pensieri. Ho avvertito un grande senso di pace, di abbandono, come quando perdo i sensi a causa di dolori acuti. Ho pensato alla morte. Non ne ho più paura. Da bambina amavo lasciarmi cullare dall’acqua. Mi sentivo tutt’uno con il mare. In passato, facendo meditazione, ho vissuto esperienze simili. Non so se di noi resteranno solo atomi, atomi ‘pensanti’ più evoluti, grazie all’esperienza vissuta con noi, che si uniranno ad altri atomi ‘pensanti’ che continuano a ripetere: siamo, siamo, siamo, siamo… o anche emanazioni energetiche di quegli atomi. Forse siamo anche noi dei piccoli soli, delle piccole stelle: nasciamo, creiamo energia e poi ci spegniamo. E quel che rimane serve a creare altre stelle. Siamo polvere di stelle. Stavo pensando all’ “unità originaria”, al big bang

  19. anna Says:

    @milena: scusa la parentesi autobiografica, nata dalle tue parole “in questa notte tamburellante di pioggia”. Sai, da una parte c’è lo stupore di fronte alla vita, animale, vegetale, minerale, e di esserne parte, e dall’altra il pianto di fronte alla sofferenza, alle “piccole stelle” che muoiono di fame mentre altre si spengono nell’obesità o nel lusso stomachevole. Ho letto di fretta il post di md sulla dittatura delle immagini. Credo che accanto alle bellissime foto di bambini sorridenti, stampate sul calendario dell’Unicef, sarebbe bene tenere, davanti ai nostri occhi, quelle di bambini denutriti, feriti da mine antiuomo o violentati, per sentire la loro voce e non dimenticare che tutti i giorni possiamo cambiare e fare qualcosa di concreto, anche se sono solo gocce nel mare, come ha scritto md.

  20. anna Says:

    “e all’esserne parte”

  21. milena Says:

    Ieri md. mi ha ricordato la differenza essenziale fra “poter essere” e “dover essere”.
    Così se per esempio avevo scritto in un precedente commento “scrivere dovrebbe essere l’ultima, fra tutte le cose che ‘devo’ fare”, oggi (se fosse in mio potere farlo) cambierei la frase con “scrivere dovrebbe essere l’ultima, fra tutte le cose che ‘posso’ fare”.
    Non mi interessa molto cambiare la frase di ieri, ma di certo è importante che oggi io scriva e pensi “posso” anziché “devo”.
    E’ ovvio che il dovere si iscrive nella necessità e nella mancanza di libertà, dove tutto è già determinato e non vi è possibilità alcuna di cambiamento.
    E naturalmente si è anche soggetti a questa determinazione. Nella nostra stessa vita quotidiana sperimentiamo, per esempio, che dobbiamo procurarci il cibo se vogliamo continuare a vivere. Ma per avere il cibo dobbiamo procuraci danaro, e per procuraci danaro siamo costretti anche a fare lavori che non ci piacciono, o che persino odiamo, o che sono decisamente in contrasto con le nostre più profonde convinzioni, così che certo non possiamo nemmeno lontanamente raggiungere “la potenzialità dell’essere che ci compete”, tant’è che dire “vita da cani” sarebbe farci un complimento. Ma adesso sono troppo in….ata per continuare …
    Che infatti devo andare a fare la spesa, devo fare da mangiare, devo stendere i panni, devo raccogliere la polvere che si accumula negli angoli. E non è polvere di stelle, proprio per niente. E’ polvere e basta

  22. milena Says:

    Forse scrivere è l’unico modo che mi consente di essere e sentirmi libera. Ed è un po’ poco … un po’ poco.
    Ieri in piazza San Giovanni a Roma si è riunito il popolo del web per protestare, per far sentire la sua voce, e per esserci in carne ed ossa, non soltanto attraverso le parole che si “possono” versare nella rete. Avrei voluto essere là anch’io, ma ci sono altre cose che “devo” fare. Me ne stavo quasi dimenticando. Poi ho acceso radio popolare ho ascoltato alcune frasi “Uscire dal pozzo è possibile, non è utopico”…
    E poi Dario Fo ha detto “Noi non ci tiriamo indietro, continuiamo a sperare”, e “il momento verrà anche per noi, il momento della festa, delle rose, dei fiori”.
    Il momento della festa, delle rose, dei fiori ….

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