Transanimali

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Mentre un paio d’anni fa mi baloccavo con la prospettiva del transumanesimo, sono ora tornato alla questione umano-animale: altro che trovarsi al di là dell’umano, siamo in realtà ben piantati ancora nell’al di qua dell’animale! Ma forse, a ben vedere, non mi sono mai mosso, se è vero che il nucleo profondo della domanda circa la natura umana – il che cosa siamo e il perché siamo qui e che cosa ci stiamo a fare – sta proprio in quel transitare (ed oscillare) da un luogo all’altro della costellazione dei significati e delle categorie. Cioè: ci si domanda chi o che cosa si è, solo quando l’ente domandante si distacca dal suo essere l’ente-che-è per traslare verso un ente-specchio, un doppio, un altro-da-sé che lo rappresenti.
Da quel che sappiamo (ma anche questa è una presunzione, nel duplice senso del pre-sumere e dell’essere presuntuoso), l’unico ente che si fa questo tipo di domanda è l’essere umano. Un ente che, evidentemente, non trova pace nell’essere l’ente-che-è, e che tende ad immaginare se stesso (immaginazione è qui parola e facoltà-chiave) come un ente in perenne divenire, e dunque un ente molteplice e cangiante, che punta a tramutare l’odiosa necessità naturale (il suo essere soltanto quel che è) in una proteiforme e continua plasmabilità (ciò che qualcuno ha definito in termini di libertà e perfettibilità).
Un ente ha un senso (una direzione, un verso) o un significato (un rinvio ad altro), solo quando vive questa condizione di duplicazione, riflessione, alienazione – ovvero eccentricità, per usare il concetto  di cui si serve Helmuth Plessner, che vede la specificità umana proprio nell’autocoscienza, cioè nella capacità di uscire dal proprio centro biologico e di osservarsi così dall’esterno. Siamo dunque animali che non si sentono tali, umani che non si accontentano di essere tali, enti in transizione verso altro; enti traslati, eccentrici, differiti e differenti, transitori; transanimali, ma anche transumani – né bestie né dèi, come diceva Aristotele.
Ma mentre mi arrovellavo su questi temi, in compagnia del buon Baruch, che già aveva contribuito non poco ad un necessitante bagno di umiltà, ecco che piomba dal cielo filosofico americano, direttamente da Miami, un libro che spariglia di nuovo le carte.

Mark Rowlands, autore di The Philosopher and the Wolf: Lessons from the Wild on Love, Death and Happiness, ora tradotto anche in italiano, racconta della sua decennale esperienza con Brenin, il lupo che finirà per considerare come un vero e proprio fratello. Non c’è nulla di strano nel relazionarsi ad un “animale”, lo facciamo tutti e di continuo, senonché chi lo fa in questo caso è un filosofo, e l’animale prescelto è un lupo, dunque uno degli archetipi e dei simboli fondamentali della nostra costituzione antropologica (per lo meno di quella occidentale) – mentre il rapporto che li lega è davvero speciale, direi quasi orizzontale e “alla pari”. Ma soprattutto è costellato, al di là della consuetudine decennale e della passione, da una profonda riflessione sulle questioni con cui da almeno quattro anni mi vado baloccando.
La relazione con un animale è un po’ come guardarsi allo specchio, e infatti fin dalle prime pagine Rowlands dichiara che nel parlare di questo tipo di esperienze una delle domande di fondo resta pur sempre quella relativa alla “natura umana”, al che cosa siamo. Ciò che presumiamo ci renda “unici”. L’elenco delle risposte finora date dai filosofi, ma anche dal senso comune, è più o meno noto e risaputo:
-la capacità di creare cultura allontanandoci (e proteggendoci) dalla natura
-la capacità di distinguere il bene dal male
-la ragione
-l’uso del linguaggio
-il libero arbitrio
-la capacità di amare
-la consapevolezza della morte
Al termine del consueto elenco, Rowlands tira una bella riga rossa e suggerisce la sua risposta:

“Io non accredito nessuna di queste tesi come la testimonianza di un profondo abisso tra noi e le altre creature. Loro fanno alcune cose che noi pensiamo non siano in grado di fare. E noi non siamo in grado di fare alcune cose che pensiamo di poter fare. Per il resto, be’, è soprattutto una questione di livello piuttosto che di genere. La nostra unicità sta invece, e semplicemente, nel fatto che noi ci raccontiamo tali storie e, soprattutto, possiamo davvero indurre noi stessi a crederci. Se volessi definire gli esseri umani con una frase, direi: gli uomini sono quegli animali che credono alle storie che raccontano su se stessi. In altri termini, gli esseri umani sono animali creduloni”.

Esseri immaginari, come ben sapeva Spinoza, che non vivono in sé ma nel simulacro traslato di sé, e che oltretutto fingono di continuo.
Rowlands tratteggia qua e là, mentre narra di Brenin, una vera e propria fenomenologia antropologica che parte proprio dal presupposto ontologico – transitivo ed eccentrico – che ho brevemente schizzato sopra. Non si tratta di uno studio sistematico (il testo ha un carattere dichiaratamente divulgativo), ma questo non solo non ne inficia l’impianto teorico, ma direi anzi che la narrazione appassionata, sincera e a tratti spietata, il livello autobiografico e l’anatomia di un rapporto così speculare, l’intrecciarsi e l’alternarsi del piano emozionale con quello più distaccato della riflessione, tutto ciò ne amplifica la portata e lo rende un libro prezioso con momenti esaltanti e, insieme, di vitale esultanza. In maniera a suo modo paradossale, visto che Rowlands inclina filosoficamente al pessimismo (altro nome per indicare le cose come stanno, e non come ci illudiamo che siano o vorremmo che fossero) – oppure, se si preferisce, al nudo e crudo vero di leopardiana memoria. Senza veli né ipocrisia.

Ma veniamo ai punti teorici principali della riflessione che si snoda lungo il testo, e su cui intendo tornare più estesamente (qui sono solo accennati, in modo per lo più ellittico e allusivo):

a) il fattore-scimmia: intelligenza meccanica e machiavellica, capacità di manipolare non solo gli oggetti ma soprattutto i propri simili, arte dell’inganno e della dissimulazione – come tratti costitutivi e imprescindibili della nostra “umanità”;

b) un’esemplare trattazione del problema del male, come produzione sistematica dell’impotenza: gli umani sono quegli animali in grado di indebolire le cose in modo da poterle usare e, nel far questo, progettano la possibilità stessa del male;

c) una ri-lettura poco lusinghiera del contratto sociale, concepito come piano di esclusione dei “non equivalenti” dalle dinamiche di potere e come apologia dell’apparenza. Qui Rowlands, partendo dal concetto rawlsiano di “posizione originaria”, avanza alcune proposte interessanti, secondo cui il contratto deve poter estensivamente valere per soggetti deboli ed animali;

d) alcune note paraepicuree sulla morte da intendersi come puro limite della vita;

e) connessa a queste ultime, una finale esplorazione del nodo della temporalità umana e della sua fondamentale eccentricità (con alcune interessanti considerazioni critiche su felicità, desiderio, progettualità), che si ricollega ai temi che ho esposto in apertura.

***

Che cosa siamo, in fin dei conti?
Fondamentalmente animali, o per meglio dire scimmioni (od anche scimmiette) con un cervello un po’ più grosso, una socialità molto sviluppata, e una grande capacità di avviluppare il pianeta, fare del male, ingannare gli altri e noi stessi, e vivere in ultima analisi in una condizione di perenne differimento: sperare, desiderare, tendere verso ciò che non siamo. Frecce temporali incendiarie, come con azzeccata metafora ci descrive Rowlands.
Tutto qui.

(naturalmente, continua…)

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16 Risposte to “Transanimali”

  1. luther Says:

    Siamo gli unici animali ad avere una forte propensione a fare del male…anzi siamo bestie. Mentre gli altri animali hanno conservato l’istinto alla conservazione della specie noi abbiamo perso anche quello.
    Basta guardare come vengono trattati gli stranieri nel nostro paese, peggio ancora qui al sud. Maltrattamenti e violenze continue…razzismo…puro razzismo…e nessuno ne parla. Tanto non votano…sono carne da macello. Forse questo commento puo’ sembrare fuori luogo, inutile…qui si sta parlando d’altro. Ma al diavolo le parole…le analisi…i filosofi…gli intellettuali…qui ci sono nostri simili che soffrono…che non hanno soldi per mangiare…che sono costretti a non uscire da casa per paura d’essere aggrediti…E poi si va in chiesa…si va in pellegrinaggio da Padre Pio…dalle Madonne piangenti… toccano le immagini coi fazzoletti…se lo passano sul corpo…’fanculo i padre Pii e le madonne…carita’… per i pripri simili. Bestie…siamo bestie…non animali.

  2. md Says:

    no luther, non è affatto fuori luogo il tuo commento, anzi condivido in pieno il tuo sentire e la tua indignazione

    ed è anche del tutto in linea con quel che pensa Rowlands (e che anch’io penso) sulla produzione dell’impotenza, come strategia umana dell’esercizio del male: occorre sempre una vittima, un debole, o meglio un indebolito, un “inferiorizzato” (mi si passi il termine) affinché l’aguzzino possa far bene il suo lavoro. E come la storia e la quotidianità ci insegnano, il carnefice è l’uomo-qualunque, il vicino di casa, anzi esso è di casa, sta tra noi, è in noi.

    Qualche settimana fa ho deciso di denunciare (per ora solo politicamente) un tizio che con la divisa da guardia ecologica andava a chiedere i documenti ai ragazzini minacciandoli di portarli alla caserma dei carabinieri solo perché avevano sparato qualche petardo in piazza (era la sera di Halloween). Oltretutto si tratta di un personaggio che ricopre una carica politica a livello locale. Il male (il razzismo, la violenza) cominciano così, banalmente, con i piccoli abusi e i piccoli gesti della vita quotidiana.
    Ma tutti dobbiamo vigilare, affinché non si moltiplichino.
    Prima che la marea ci sommerga (se già non lo ha fatto).

  3. ariemma Says:

    Ho trovato questo libro stupendo. A breve ne parlerò anche nel mio blog. Bello questo intervento.

  4. milena Says:

    Tutti gli uomini raccontano delle storie … e tutti gli uomini credono alle storie?
    La logica conseguenza sarebbe quella di non credere nemmeno alla storia che ci sta raccontando Rowlands. Così dimostreremmo di aver imparato la lezione.
    Però … ecco un’altra storia:
    “Dio mi manda dei minuti” nei quali “se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità”.
    Immagino che qualcuno la riconosca, è una celebre frase di Dostoevskij, “figlio del secolo, figlio della miscredenza e del dubbio”, come lui stesso si descrive.
    Indipendente dal fatto che chiami in causa Cristo (ma al suo posto potremmo mettere qualsiasi altra storia, religione o ideologia), Dostoevskij come ogni uomo preferirebbe credere ai miti, alle favole e alle storie, che guardare in faccia la nuda verità. Perché la nuda verità, come la nuda vita, fa orrore, e tutti noi preferiamo vestirla.
    Io non ci trovo nulla di strano. Anzi, io dico che dovremmo vestirla con la bellezza e la poesia. Di più, dovremmo credere un po’ di più alla poesia e alla bellezza … perché “la bellezza fa paura al potere, la bellezza toglie terreno all’inferno (come diceva l’altra sera Saviano).

    Con tutto il rispetto per il lupo Brenin – insieme al quale Rowlands ha avuto una bella storia e dopo averci scritto un libro ce l’ha raccontata pure lui (direttamente da Miami) – tutto sommato Spero che nessuno di noi, preso singolarmente, sia un lupo fatto e finito.
    Anche perchè più che dei singoli lupi, ciò che davvero temo sono i branchi, e che siano branchi di uomini, o di lupi, non cambieranno di certo il succo della Storia, quella con la “S” maiuscola. Tutti gli uomini raccontano delle storie, come ci sono anche tante interpretazioni della Storia, quella con la “S” maiuscola.
    Ma se potessi scegliere fra tutte le storie che mi hanno raccontato, oggi preferirei le previsioni, neppure troppo allegre di Severino. Anche se non sono sicura di poter esser qui a vedere come andrà a finire

  5. md Says:

    grazie ariemma!

    @milena: il problema non è tanto quello che ci costruiamo delle storie e che crediamo nelle storie che ci costruiamo (questo, come anche tu dici, è abbastanza normale), ma che su queste storie edifichiamo teorie (e poi anche regimi e imperi) che sterminano tutte le altre storie

    concordo in pieno sul vestire le cose di bellezza e poesia, anche perché sarebbe l’unico modo per “risparmiarle” e per abbassare il nostro (non quello di un miliardo di persone circa) livello di bulimia

  6. milena Says:

    @md: sì, il problema è quello … che ogni storia vuole “vincere” sull’altra, e viceversa, così da distruggersi a vicenda. E in mezzo ci sono gli innocenti che ne rimangono stritolati.
    Però, la bellezza, forse non sappiamo più cosa sia – e questo è un altro problemino, oltre all’egoismo e alla bulimia

  7. milena Says:

    Non volevo stravolgere il senso di questo libro, che non ho letto, e può darsi che se lo leggessi mi piacerebbe, e forse lo leggerò. Però … (è da qualche tempo che inizio molte frasi con “però”, indizio di scetticismo, certo, ma non ancora di cinismo) … però, dicevo, questa faccenda delle “credenze” che sarebbero tutte finzioni non è nuova e anche molte filosofie new age, ma non solo, la cavalcano da decenni.
    Se poi le conclusioni di Rowlands sono quelle che dici, ovvero che sulle credenze gli uomini costruiscono teorie che creano regimi ed imperi e si fanno la guerra, eccetera, diciamo che a grandi linee ho trovato le stesse deduzioni anche in Severino, e non è il solo.
    Però (e rieccolo!), da Severino ho appena imparato una cosa molto interessante (interessante per me, ovvio, che non ci avevo mai pensato, mentre per alcuni potrebbe essere semplicemente banale): e cioè che di una stessa cosa, di una stessa azione apparentemente uguale, ciò che fa la differenza e che quindi rende l’azione diversa, è lo scopo per cui la si compie. Ad esempio, l’azione di un medico che cura un malato allo scopo di salvargli la vita, sarà diversa dall’azione di un medico che cura un malato allo scopo di guadagnare denaro. Ovviamente Severino intendeva dimostrare tutt’altra cosa, ma seguendo la stessa logica verrebbe da dire che non è possibile mettere sullo stesso piano una credenza di un certo tipo e la sua opposta, soprattutto se gli scopi per cui si ha fede in una determinata credenza (a monte dell’azione che la determina) sono diversi.
    D’altronde noi uomini (seppur di poca fede), siamo destinati ad aver a che fare con le credenze, e non è che ce ne possiamo disfare come si smette un vestito. Ed “essere destinati” potrebbe significare che il nostro percorso è iscritto storicamente in questa logica, e che siamo destinati a percorrere questa strada fino in fondo. (“Fino in fondo”? brutte queste parole, Bloch si esprimerebbe diversamente …)
    Il lupo di Rowlands, di cui non ho letto il libro, lo ripeto, per me ha un significato archetipo che sicuramente non ha nulla a che vedere con un lupo in carne ed ossa, che potrebbe essere interessante conoscere, ma probabilmente non mi capiterà mai, e al massimo riuscirò ad aver relazioni con animali domestici come gatti o cani.
    Quello che non ho capito, però, è come conciliare l’elogio del lupo selvaggio e sincero, con la nostra necessità di essere uomini sociali. Ecco, mi sembra un po’ difficile salvare la capra e i cavoli.
    E questa è bella! Abbiamo presente la storia della capra e dei cavoli, vero? Ogni una delle cose deve essere traghettata al di là del fiume facendo attenzione a non lasciarla in compagnia di quella che la può divorare. La capra che potrebbe mangiarsi il cavolo, il lupo che potrebbe sbranarsi la capra … Quel che non si dice (però) è che il lupo potrebbe divorarsi il traghettatore!

  8. md Says:

    due cose lapidarie milena:
    -Rowlands non dice che “tutte le vacche sono nere” – e anzi fa una ben netta distinzione tra “bene” e “male”; così come il fatto che l’arte, la bellezza, ecc. si fondino su una “ragione machiavellica” piuttosto egoistica ed utilitaristica non ne inficia affatto il valore (e, aggiungo io, l’evocazione di altre strade possibili da battere, altre storie ed altre credenze, se proprio si vuole);
    -sulle due strade, quella del lupo (a basso livello di socievolezza) e quella della scimmia Rowlands non ha dubbi, avrebbe preferito la prima, ma, come si suol dire, “cosa fatta capo ha”. Ciò non toglie che, secondo lui, da qualche parte, magari sepolta e soffocata, nella nostra costituzione antropologica batta un’anima di lupo di cui sarebbe bene ricordarsi…

  9. milena Says:

    Ah, meno male … E grazie di avermi illuminato, così mi risparmio di leggermi il libro. Però … quando usi la parola “lapidario” fai paura. Si resta in bilico fra la possibilità di incidere parole su una cosa già morta e sepolta, e l’eventualità che la vuoi seppellire e morta lì, mentre io magari vorrei aggiungere qualcosa. Sì, lo so, bisognerebbe sintetizzare fino all’osso in modo da ottimizzare il tempo, soprattutto nelle comunicazioni in rete … così si dice … però uno dei miei animali interiore qualche volta si ribella e si diverte ad essere discorsivo anziché sintetico … e lo devo lasciar fare … è più forte di me …
    E giusto per inaugurare una possibile alternativa al lupo di Rowlands – come anche i bambini dell’asilo imparano molto presto nel gioco “Quale animale sei (o vuoi) essere?” – la varietà degli animali in cui riconoscersi potrebbe essere più vasta. Farfalle, serpenti, ippopotami, bradipi, aquile, elefanti, oche, rospi, coccodrilli, tartarughe e via dicendo. Io, per esempio, per la maggior parte del tempo mi sento capra. Ma esistono persone che riescono ad identificarsi con il profilo delle montagne, col paesaggio, come diceva più in ossa che in carne l’altra sera Zanzotto. Comunque il riconoscere in sé l’uno o l’altro animale, è una teoria umana come un’altra. Però con gli “altri” animali abbiamo in comune l’animalità stessa, e forse la nostra animalità è la somma delle animalità che, in un certo senso, ci hanno preceduto. Dalle prime forme unicellulari ai primati …
    Quando praticavo (molto seriamente) lo yoga, ero tornata indietro fino al coccodrillo, e non era soltanto immaginazione. Poi ho smesso perché non volevo andare oltre.
    Au revoir.

  10. md Says:

    Il problema, Milena, è che non siamo in grado di recedere granché dalla nostra “presunzione” e allora antropomorfizziamo gli animali per farli rientrare nel nostro quadro esplicativo. Tutto cominciò nel giardino agli inizi dei tempi, quando furono loro imposti i nomi dal primo uomo…
    Oggi l’animalità è o addomesticata o disneyzzata o mitizzata o yoghizzata (nel duplice senso dell’orso e della disciplina) o filosoficizzata…
    Perché l’alterità ci fa davvero paura.

  11. milena Says:

    Sì, capisco. Una cosa è “antropoformizzare” gli animali, altra cosa è conoscerli per quello che sono, unitamente al rispetto dovuto a qualsiasi “altro”. Anche se non è facile conoscere ciò che è “altro”. Ma anche tra gli animali ogni uno è altro per l’altro.
    Però (forse) l’uomo consapevole di questa paura istintiva per ciò che è “altro”, proprio per questo può avere la possibilità di superarla.

    (Però … qui si sta facendo un dialogo a due! e quand’è che tornano gli “altri”? mi mancano … prometto che sarò più buona, lascerò la precedenza agli altri e me ne starò un po’ zitta ad ascoltare … ma per favore … FATEVI VIVI! )

  12. anna Says:

    @ md: ogni tanto sorprendo i gatti con cui vivo, mentre mi osservano. Mi piacerebbe capire cosa pensano. In settimana sono scoppiata a ridere ripensando a questo post. Ho immaginato la reazione di un scimmione ed una scimmietta a quanto hai scritto “che cosa siamo, in fin dei conti? Fondamentalmente animali, o per meglio dire scimmioni (o anche scimmiette)”. – Ma quali scimmie!? io questi qui non li reggo più! – neanch’io! – si credono degli dei e continuano a scopiazzare a destra e a manca – costruiscono uccelli assordanti per volare, strani pesci per nuotare, alveari per dormire, gallerie sotterranee, orecchie speciali per sentire i terremoti, occhi speciali per guardare le stelle… – emettono tanti suoni ma non si capiscono! – hai ragione! hanno proiettato tutte le loro capacità fuori di loro e ora non sanno più chi sono! non sanno ascoltare la musica dei fiori o delle foglie che si schiudono, il volo di un pettirosso o il cuore di un leprottino impaurito – ma se non riescono neppure a capire cosa prova o cosa pensa uno di loro, anche se si guardano in faccia o se sono seduti uno accanto all’altro! – poveracci!! – ma quali poveracci! sono impazziti! stanno distruggendo tutto! al prossimo diluvio non lasciamoci intenerire! non deve salire neppure una coppia di esemplari! – ma sai che ho sentito dire che qualcuno ha avuto il coraggio di scrivere che …

  13. Luciano Says:

    Salve a tutti.

    Che post succulento questo qui. Alla fine si ritorna sempre alla questione se siamo o no diversi dagli animali. Ma no che non lo siamo…io l’ho sostenuto mille volte, siamo dei Primati, cugini, per così dire, di Scimpanzé e Bonobo. E ognuna delle specie che popolano questo pianeta ha le proprie caratteristiche che ne evidenziano la peculiarità animale. Noi abbiamo il linguaggio, la capacità di usare l’analogia per creare simboli che ci hanno permesso di generare concetti astratti. L’errore che compiono in molti è quello di voler vedere nelle altre specie caratteristiche che ci sono proprie. Come ad esempio inorridire per il leone che impietosamente uccide la gazzella per mangiare e non pensare che noi facciamo lo stesso con polli, mucche, conigli, etc, etc. Anche con i vegetali con buona pace dei vedetariani/vegani. Il leone non è impietoso con la gazzella, come l’uomo non è pietoso con ciò che mangia. Si dice che noi siamo l’unica specie dedita al male…ma noi non sappiamo se anche in altre specie esistano animali che rispondano ai nostri criteri per definire la malvagità. Qualcuno all’inizio ha parlato dell’accoglienza. Il problema è molto più complesso di quel che può sembrare a prima vista. L’uomo, per sua natura, ha la capacità di astrarre e di creare da un fatto determinato dall’esperienza un concetto che può essere esteso ad altri ambiti.Voi direte che cosa c’entra? C’entra per il fatto che l’uomo come molti animali (credo quasi tutti, ma non sono un etologo) possiede il concetto di territorio e della difesa delle risorse atte alla propria esistenza. Si può dire di no, ma io credo che il concetto stesso di proprietà derivi da quello (nel senso che ne costituisce la radice, evoluta e adattata nel tempo fino ad arrivare al concetto che noi conosciamo). Ora provate a ragionare con parametri umani a quel che significa ciò che succede quando un nuovo individuo si presenta nel territorio di un altro animale o gruppo di animali. Non c’è condivisione, non c’è accoglienza. Noi siamo animali come le altre specie ma pensiamo di essere diversi perché indossiamo i vestiti, andiamo agli aperitivi etc. etc.

    A presto.

  14. md Says:

    Sai bene Luciano che concordo solo su una parte delle tue considerazioni, e cioè quelle che ci avvicinano all’animalità (certo che siamo animali!), ma non sull’altra, quella che ci preclude la possibilità di forzare alcuni limiti della nostra base biologica (certo non tutti), non solo teoricamente ma anche praticamente.
    E di fatti, tanto per fare un esempio minuscolo, non è possibile (almeno per ora) evitare di alimentarsi di altri esseri viventi, ma si può scegliere se farlo un po’ più razionalmente, essendo abbastanza inutile nutrirsi di animali che a loro volta si nutrono di vegetali…
    Il fatto poi che la “proprietà” derivi da elementi territoriali (cosa indubbia), con la connessa questione dell’estraneità, non vuol certo dire che le costruzioni sociali e politiche debbano necessariamente rispettare quel dato originario e che non possano invece riplasmare abitudini e modi di accedere alle risorse.

  15. Luciano Says:

    Salve.
    Certo che no. Però io mi limitavo a dire che questa dicotomia animale/uomo come buono/cattivo in realtà non necessariamente sussiste. Poi tutto evolve, ma secondo me per governare l’evoluzione bisogna capire quale sia il punto di partenza. Solo così si arriverà al corretto punto di arrivo. Poi se ci pensi bene, riguardo al forzare i nostri limiti biologici, noi lo facciamo da sempre e questo è proprio dovuto alla nostra capacità di creare un concetto che quando non rimane soltanto astratto ha delle indubbie ricadute sul nostro comportamento. Anche se alla fine spesso quando ci sembra di essercene affrancati i nostri limiti tornano sotto mentite spoglie. Guarda ad esempio la disputa tra nomos e physis, cioé tra diritto sociale e diritto (lasciamelo passare) naturale costituito dalla legge del più forte. Si dice che la nascita del diritto abbia appunto sconfitto la legge naturale perché il più debole può veder vinte le sue ragioni, ma se guardi bene chi fa valere queste ragioni? Lo stato. E lo stato non è forse il più forte?

    A presto.

  16. Trilogia del lato oscuro – 2. Il male « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] con la quale concluderò, viene da Mark Rowlands, autore de Il lupo e il filosofo, libro di cui ho già parlato. Ma partiamo dalla prima, che riprende le fila del post d’esordio di questa oscura […]

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