Aforisma 23

L’aumento di socialità è aumento di intelligenza. E viceversa.
Ma non necessariamente di felicità.

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17 Risposte to “Aforisma 23”

  1. milena Says:

    Dissento da questo aforisma. Secondo me la socialità potrebbe aumentare l’intelligenza come potrebbe aumentare la stupidità. Né più né meno, vista che una delle specificità umane che produce apprendimento è fondata sulla capacità di imitazione. Si potrebbe dire che alcune elite a contatto con l’intelligenza vengono favorite dall’intelligenza; mentre quando la stupidità viene diffusa capillarmente (per esempio dalla televisione) la stupidità verrà (quasi) universalmente promossa ai massimi gradi. Che è ciò che massicciamente succede

  2. md Says:

    Tu Milena opponi intelligenza a stupidità, mentre per me sono due lati del medesimo processo, quello del “general intellect” (che non a caso ho segnalato tra le tag), cioè della produzione sociale per antonomasia, che ha proprio bisogno di reti, diffusione capillare, imitazione, ecc. Da questo punto di vista non ho una visione “soggettivistica” dell’intelligenza: cioè non credo che esista qualcosa come la “mia” o la “tua” intelligenza, esistono semmai competenze cognitive diverse che dipendono dall’esercizio che se ne fa e dai singoli contesti.
    Naturalmente avrei dovuto premettere tutto ciò, ma in un aforisma è impossibile farlo.
    Dunque, non è granché riuscito.
    Quel che a me premeva era connettere socialità ed intelligenza in quanto presupponentisi a vicenda: cioè l’una non ci sarebbe senza l’altra (così come senza entrambe non ci sarebbe nemmeno la stupidità).
    La felicità, però, è qualcosa di molto più sfuggente, e dunque difficilmente riconducibile alla dinamica sociale – e anzi, talvolta penso che sia pura illusione.

  3. md Says:

    Quindi l’aforisma potrebbe essere così riscritto:
    “L’aumento di intelligenza sociale non è necessariamente aumento della felicità”.
    Con una variante un po’ ellittica:
    “Più umanità non è più felicità”.
    Ma questo comporterebbe di specificare che cosa si intende per “umanità”, o per “felicità”. Non ne usciremmo più, credo.

  4. luther Says:

    Concordo con Milena…certe “socializzazioni” tipo bar sport finiscono per rincoglionire ancora di piu’.
    Ho un amico marocchino, laureato in ingegneria… parla arabo, francese, inglese, italiano e spagnolo. Fa il muratore. Mi spiego’ che ha sempre cercato di socializzare con i suoi colleghi…ebbe un attimo di esitazione e poi mi disse:” Ma come faccio a socializzare con gente che si soffia il naso con le mani e sa parlare solo di calcio e di donne?…Come faccio a socializzare con gente che mi chiama “o’biond” (biondo) oppure “o’ ner”.”
    Dalle mie parti si usa dire: chi capisce patisce!
    Saluti

  5. luther Says:

    @MD
    noto che molti stupidi socializzano con facilita’… e apparentemente sembrano anche felici. Di converso tante persone intelligenti sono “asociali”… la stupidita’ e’ infinita mentre l’intelligenza ha comunque dei limiti…Vabbuo’ mi sono perso…insomma….ho detto tutto!!!

  6. md Says:

    @luther: l’intelligenza di cui parlo è sociale per sua natura – se anche qualcuno avesse un QI di 200 (ammesso e non concesso che l’intelligenza sia misurabile) non se ne farebbe nulla se non lo esercitasse “socializzandolo”, cioè misurandosi con l’intelligenza collettiva diffusa (veicolata oralmente o su supporti che si tramandano).
    Se poi questo genio si isolasse non sapremmo e non ce ne faremmo nulla noi, della sua intelligenza; qualora ne venissimo a conoscenza a posteriori, essa rientrerebbe nel flusso collettivo, sarebbe daccapo socializzata.

    La misura della stupidità resta pur sempre l’intelligenza.

    Quanto alla felicità, essa, appunto, essenzialmente appare. Ma non si sa bene cosa sia (anche se ciò che appare, in quanto è qualcosa, è… ma lasciamo perdere Severino e compagnia cantante…)

  7. milena Says:

    @md: lo sai che per la maggior parte del tempo sono stupida come una capra … però comprendo che le interrelazioni hanno favorito l’aumento d’intelligenza del genere umano. Ma dal punto di vista dell’uomo comune, ma forse anche del filosofo, non si può dire che l’intelligenza è uguale alla stupidità, dal momento che i rispettivi comportamenti che ne derivano producono effetti differenti. Così, anche se si potrebbe dire che infelicità e felicità sono due lati del medesimo processo, sarebbe assurdo dire che un uomo infelice stia bene quanto un uomo felice.
    Perché, se il problema è proprio questo, ossia se il problema è che l’uomo è infelice, io non fatico a dire che il motivo dell’infelicità sta nella stupidità (sociale) dell’uomo. Perché se il processo intelligenza/stupidità risultasse a favore della felicità, l’uomo avrebbe raggiunto ciò che desidera. Ma poiché non mi risulta che l’uomo sia felice, ciò significa che nel processo intelligenza/stupidità “vince” la stupidità. E l’uomo perde. “Vince” la socialità, sì, ma l’uomo perde.

  8. milena Says:

    Qualche sera fa ascoltavo la Rossanda che diceva che non le piace più venire in Italia, perché quando ci viene la prima cosa di cui si accorge è che “la gente è cattiva“. “Per forza è cattiva”, continuava, “è cattiva perché è infelice”.
    Questa mattina invece mi son giunte di sfuggita dalla radio alcune affermazioni di Saramago. Parlava di “intelligenza”, e diceva che la “bontà” è superiore all’intelligenza, o più esattamente, che è una forma di intelligenza superiore. Naturalmente bisogna intendersi sul significato di “bonta”. Io non so come la intende Saramago – non ho approfondito – ma talvolta basta una parola per innescare un processo di riflessione. Secondo me il genere di “bontà” a cui sono disposta a credere, è quel genere di bontà che non ti impone di compiere buone azioni per paura o superstizione (vedi regola n. 31 di Spinoza ) ma al contrario, che ti impone di compiere azioni per combattere paura e superstizione.
    Ciò che temo soprattutto è la paura che paralizza, l’omologazione, la miseria, il non riuscire più a tener su la testa, arrabbiarsi e tenersi la rabbia dentro che ti tortura, accettare qualsiasi cosa perché così fan tutti, non essere più capaci di dire No.
    E’ importante dire No! quando serve. Il primo nucleo d’identità di un essere umano, nel bambino accade proprio quando si accorge di poter dire No. Perché è lì che si accorge di esserci, di poter scegliere. Dire Sì alla vita, significa poter anche dire No!
    Adesso (però) … non è che dovete proprio esercitarvi su di me (eh, eh) … (che sono buona come una capra)

  9. milena Says:

    @ Luther: sono d’accordo quando dici che la stupidità è infinita. Ed è vero, ormai la stupidità è globale. Ma non perdiamoci d’animo, perché le cose “devono” cambiare. Severino direbbe “è necessario”

  10. md Says:

    milena! riferirò questa faccenda della “stupidità” alle mie due amiche capre, cui tutte le settimane do una manciata di foglie di cachi (le adorano!), non so se gradiranno… ora però il mio problema è che l’albero di caco sta perdendo tutte le foglie…

    a proposito del genere di bontà cui ti riferisci, forse non è molto dissimile da quello a cui pensava Lessing, quando parlava di azioni che fossero in grado di togliere la necessità delle buone azioni

  11. luther Says:

    @milena
    dici:” Le cose “devono” cambiare…e’ necessario che cambino”. E’ un auspicio…ma all’orizzonte vedo, per ora, solo buio…buio fitto. Chi produrra’ questa rivoluzione copernicana?…e come?
    Quanto tempo ci vorra’?
    Md
    anch’io penso che la felicita’ sia un’illusione…anzi ti diro di piu’: chi e’ felice e’ stupido!

  12. milena Says:

    Md, sai quando si dice che qualcuno è un’aquila e s’intende proprio l’opposto, ecco, parlando della stupidità della capra mi sono fatta un complimento da sola (in qualche modo mi devo arrangiare). Comunque se non ci son più foglie di caco, alle tue amiche capre potresti portare gli avanzi delle verdure, credo che ne siano ghiotte.

    Non so cosa diceva Lessing, ma la “bontà” a cui penso sarebbe quella di non permettere alla “cattiveria” di aver la meglio. E per non permetterlo qualche volta si è costretti ad opporsi ed essere anche cattivi, invece che “buonisti” all’acqua di rose

  13. milena Says:

    Luther, davvero facevi a me quelle domande, o erano soltanto domande retoriche? In ogni caso, va bene, perché così posso dire di non essere né Mister Muscolo né la Fata Morgana. Dicevo che le cose “devono” cambiare”, un po’ perché lo Spero, come tutti, ma anche perché le cose cambiano sempre, anche se non è detto che cambino in meglio.
    Severino però è tutta un’altra storia. Non so quanti anni hai, se studi filosofia o se te ne interessi come me, da principiante, o per diletto. Ma la prima cosa che dice Severino durante le sue lezioni è che gli studenti di filosofia non devono essere tenuti all’oscuro di come stanno le cose. E qui mi fermo (anche se sarebbe abituale per me continuare nello stile “non cogito, ergo digito”).
    Mentre sulla “felicità”, farei distinzione fra felicità sociale che posso percepire sempre più ostacolata e offesa, e felicità individuale verso la quale invece sento di avere un dovere personale che non posso delegare in toto, perché secondo me la felicità ha bisogno di essere educata. E anche se vivo in un mondo che percepisco sempre più infelice e non sono stata educata alla felicità, credo che ad un certo punto ogni uno di noi è responsabile della sua propria educazione. Considera inoltre che se giorno dopo giorno aumentassero le persone alla ricerca attiva della propria felicità, questo avrebbe delle ripercussioni anche sulla felicità generale.
    Perciò devo dirti che, fra alti e bassi (e sprofondi) qualche volta non solo non riesco ad impedirmi di essere felice, ma cerco di fare di tutto per esserlo. Forse perché sono un po’ stupida, ma anche perché mi accontento. D’altronde avvilirsi non fa stare meglio e non aiuta. Bisogna abituare gli occhi a vedere anche al buio. E in ogni caso ognuno di noi non può che fare che del proprio meglio. O del proprio peggio … dipende cosa si vuole fare …

  14. milena Says:

    Per quanto (purtroppo) non creda ad un “disegno” del perfezionamento umano, ho trovato questo brano molto incoraggiante. E lo riporto di seguito. Spero che qualcuno lo legga, o ri-legga, attentamente.

    “… quanto più nobili e migliori voi sarete, tanto più dolorose saranno le esperienze che vi attendono. Ma non lasciatevi sopraffare da questo dolore: vincetelo con le vostre azioni. Ricordatevi che esso è calcolato e previsto nel vasto disegno del perfezionamento umano.
    Perdersi in lamenti sopra la corruzione degli uomini, senza muovere un dito per combatterla, è da effeminati. Castigare e schernire amaramente, senza indicare agli uomini il modo per migliorarsi, non è atto da amico. Agire, agire! Ecco il fine per cui esistiamo. Con qual ragione potremmo adirarci, perché gli altri non sono così perfetti come noi, se noi stessi di ben poco fossimo migliori di loro? E non è forse questo nostra maggiore perfezione un monito che ci dice che siamo chiamati a lavorare per il perfezionamento degli altri? Esultiamo alla vista del campo sterminato che siamo chiamati a lavorare! Esultiamo di sentirci forti e avere un compito che è infinito!”
    (Fichte, Sulla missione del dotto, pag. 125, ed. Einaudi 2005)

    Indicazioni: leggere può fare bene agli occhi.
    Posologia: assumere quando si è un po’ arrabbiati, avviliti, depressi, o prima di ascoltare il telegiornale …. da una a dieci volte al giorno.
    Effetti collaterali e controindicazioni: nessuna.

  15. milena Says:

    (Idem come sopra.)
    “Io sono un illuminista pessimista. Sono, se si vuole, un illuminista che ha imparato la lezione di Hobbes, di de Maistre, di Macchiavelli e di Marx. Mi pare, del resto, che l’atteggiamento pessimistico si addica di più che non quello ottimistico all’uomo di ragione. L’ottimismo comporta pur sempre una certa dose d’infatuazione, e l’uomo di ragione non dovrebbe essere infatuato. E siano ottimisti coloro che credono sì essere la storia un dramma, ma lo considerano un dramma a lieto fine. Gli ottimisti sono gli altri, quelli come Gabriel Perì, che morendo gloriosamente lasciò scritto: “Preparerò tra poco dei domani che cantano”. I domani sono venuti, ma i canti non li abbiamo ascoltati. E quando mi volgo attorno, non odo canti, ma ruggiti.
    Questa professione di pessimismo non vorrei che fosse intesa come un gesto di rinuncia. E’ un atto di salutare astinenza dopo tante orge di ottimismo, un ponderato rifiuto di partecipare al banchetto dei retori sempre in festa. E’ un atto di sazietà più che di disgusto. E poi il pessimismo non raffrena l’operosità, anzi la rende più tesa e diritta allo scopo.
    Tra l’ottimista che ha per massima: “Non muoverti, vedrai che tutto si accomoda” e il pessimista replicante: “Fa’ d’ogni modo quel che devi, anche se le cose andranno di male in peggio”, preferisco il secondo. (…)
    Non dico che gli ottimisti siano sempre fatui, ma i fatui sono sempre ottimisti.
    Non mi riesce più di separare nella mia mente la cieca fiducia nella provvidenza storica o teologica dalla verità di chi crede di essere al centro del mondo e che ogni cosa avvenga a suo cenno. Apprezzo e rispetto invece colui che agisce bene senza chiedere alcuna garanzia che il mondo migliori e senza attendere non dico premi ma neppure conferme. Solo il buon pessimista si trova in condizione di agire con la mente sgombra, con la volontà ferma, con sentimento di umiltà e piena devozione al proprio compito.” (Norberto Bobbio, in Politica e cultura)

    Indicazioni: leggere può fare bene agli occhi.
    Posologia: assumere quando si è un po’ arrabbiati, avviliti, depressi, o prima di ascoltare il telegiornale …. da una a dieci volte al giorno.
    Effetti collaterali e controindicazioni: nessuna.

  16. milena Says:

    @md: ho notato che hai riportato in cima al blog la frase di Gabriel Péri, “Preparerò tra poco dei domani che cantano”. Io non sapevo nemmeno chi fosse Gabriel Pèri, e anche dopo una breve ricerca non ne so molto di più. Ovviamente la mia attenzione si era soffermata più su quel “quando mi volgo attorno, non odo canti, ma ruggiti”, anche se non voglio perdere la speranza che possano esistere “dei domani che cantano”. Ma siccome non voglio limitarmi ad immaginare il motivo per cui hai deciso di mettere in cima al blog proprio quella frase, ti chiedo di esprimerti a tal proposito, se non ti dispiace

  17. md Says:

    @milena:
    anch’io non sapevo chi fosse Péri, ho trovato qualcosa nell’edizione francese di wikipedia.
    Non c’è una ragione particolare per cui ho riportato quel verso, semplicemente mi piaceva, anche se magari decontestualizzato suona in maniera diversa. Ma lì dov’è è, appunto, fuori contesto.
    Grazie per le interessanti citazioni.

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