Ciclohasard!

Mi hanno sempre colpito il concetto di caso (e quello collaterale anche se non coincidente di contingenza), così come la categoria logica di necessità (piuttosto freddina e austera) e quella un po’ irrazionale, ma tanto utilizzata dagli umani, di destino. Sia in ambito storico che nelle nostre piccole e poco importanti vicende quotidiane, ne facciamo abbondante uso. Il nostro esserci, in quanto esser nati, è molto contingente (l’estro  momentaneo o la sbronza di una sera, più l’incontro del tutto casuale di materia organica), ma una volta che siamo al mondo ci sentiamo legati dalla necessità (dobbiamo nutrirci, respirare e prima o poi morire). Tra l’inizio e la fine, poi, arzigogoliamo e ricamiamo ed immaginiamo non poco su quell’arco vitale, cui cerchiamo di dare un senso, una direzione, farfugliando talvolta la parola “destino”.
Io credo tanto poco al destino quanto a babbo natale – se per destino si intende una sorta di pre-scrittura della trama, un disegno anche solo abbozzato. Certo, le condizioni date ci faranno andare in una direzione piuttosto che in un’altra, ma poi c’è sempre quell’elemento contingente e casuale (il lucreziano clinàmen) ad intervenire e a scompaginare i piani: l’incontro con una persona, con un evento – od anche con un macigno che ci cade sulla testa…

Il cappello serviva ad introdurre una specie di riflessione generale su questi temi, che parte dall’analisi particolare del mio quarto incidente (non devastante) in bicicletta, e che intende usarlo, insieme ai tre precedenti, come ausilio esemplificativo. Non so dove condurrà, ma mi affascina sapere che anche tale minuscolo fatto occorsomi, sottosta alle categorie di cui sopra, e nonostante si tratti  di una cosetta da nulla  (visto che ne sto scrivendo qui e ora). Tanto più che è accaduta contemporaneamente ad altri miliardi di fatti (altra cosa sorprendente), una pressoché illimitata serie che va dalla caduta di una briciola alla chiusura di una fabbrica alla morte per fame di un certo numero di persone, fino all’esplosione dovuta a una supernova in qualche remoto angolo dell’universo. Dal punto di vista di quelle categorie (così come dell’essere) tutti quei fatti, ci piaccia o no, si equivalgono.

Primo incidente: ero ragazzo, e come tanti ragazzi piuttosto distratto e maldestro. Andai a sbattere contro un’automobile in sosta, solo perché stavo guardando da tutt’altra parte. Ricordo ancora lo sciak fortissimo e sonoro della botta, il rintronare della testa insieme alla sorpresa e allo sconcerto per essere scaraventato a terra dopo avere picchiato la fronte.

Secondo incidente: ero studente alle superiori, andavo a scuola e un tizio aprì la portiera dell’auto senza guardare. Io finii lungo disteso sull’asfalto e l’automobile che veniva nell’altro senso di marcia inchiodò a pochi centimetri dalla mia testa.

Terzo incidente: non molti anni fa, in una giornata grigia e piovigginosa, me ne andavo in bicicletta con l’ombrello incautamente appoggiato al manubrio. Quello finiva tra i raggi e faceva finire me con la faccia e la fronte aderenti all’asfalto e, subito dopo, al pronto soccorso. Ricordo di aver firmato per farmi dimettere, visto che mi avrebbero voluto trattenere almeno per una notte.

Quarto incidente: ieri, andando al lavoro, si è staccata la ruota anteriore e, di nuovo, finisco con il mento e la bocca a saggiare la rocciosa durezza dell’asfalto. Non troppo agitata attesa al pronto soccorso, e per fortuna nulla di rotto. Solo la parte inferiore del viso ridotta a maschera tumefatta, e un incisivo lievemente scheggiato.

Ho riportato le cronache degli incidenti perché ci vedo all’opera alcune delle categorie di cui sopra, con un ordine, una mescolanza ed una combinazione che non smettono di sorprendermi.
Cominciamo dal livello piuttosto evidente della causalità: nel primo caso, il principale responsabile sono io con la mia distrazione. Che io ricordi, non mi pare ci fosse un fatto laterale che avrebbe potuto condizionarmi (una punizione, un amico che mi chiamava da una finestra, o simili). Ho fatto tutto da solo. Nel secondo caso è evidente che la responsabilità causale maggiore ce l’ha il tizio che ha aperto la portiera – d’altra parte non possiamo sapere se a sua volta non ci fosse nel suo gesto distratto qualche retrocausa o retropensiero.
Il caso, però, comincia qui a giocare le sue carte: arriva l’altra automobile (pericolo), io cado proprio nella sua direzione (doppio pericolo), ma il conducente frena in tempo (salvezza). Tutto stava per convergere verso la catastrofe (mia, non certo universale), ma poi una serie di contingenze (che potevano accadere come non accadere) l’hanno deviata all’ultimo momento: il conducente era vigile, aveva dormito bene, la visibilità era buona, i freni funzionavano bene, il meccanico gli aveva fatto una buona revisione poco tempo prima, io ero caduto quel decimo di secondo prima atto ad evitare l’impatto, ecc. ecc. – insomma, ci si può sbizzarrire nell’esplorazione e supposizione di combinazioni e probabilità.
Terzo incidente: si torna al caso numero uno. Causa del mio male sono ancora io, con un’aggravante: non c’è cosa più imbecille dell’agganciare un oggetto lungo e penzolante al manubrio di una bicicletta in movimento. Anche senza conoscere le leggi della fisica, bastano l’intuito o l’esperienza per capire che la probabilità che quell’oggetto finisca tra i raggi della ruota bloccandola di colpo e scaraventando a terra in modo secco ed imprevedibile il ciclista, è piuttosto alta. Certo, anche qui il caso e la contingenza hanno giocato il loro ruolo: ma una volta che l’ombrello si è infilato tra i raggi, le leggi fisiche hanno proceduto con ferrea necessità fino all’epilogo. Il caso, poi, ha voluto che non passassero altri mezzi in quel momento e che la parte colpita del mio cranio reggesse bene all’urto, o viceversa che l’urto fosse insufficientemente violento per incrinare il mio osso parietale. Ci sarebbe potuta essere una emorragia interna – e di fatti i medici avrebbero voluto trattenermi per maggior sicurezza – ma io ho preferito sfidare… la sorte? (ecco un altro elemento, non molto chiaro, di cui ci serviamo per parlare del corso delle nostre vite).
Ultimo incidente: qui la responsabilità sembra un po’ più “oggettiva” e il caso ci ha potuto marciare alla grande. Qualcuno sa dirmi quante probabilità c’erano che si sganciasse la ruota di una bicicletta in corsa? Però, anche in questo caso, la commistione di elementi e di contingenze risulta difficile da sbrogliare: potrei essere stato incurante della manutenzione della bicicletta, o aver fatto una manovra avventata, o avere sottovalutato i segnali che mi venivano dalla frenatura difettosa… nel qual caso, il caso c’entrerebbe poco, e tornerebbe ad esserci una responsabilità causale soggettiva.
Dopo di che, nell’architettura dell’evento e nelle sue conseguenze, il caso torna a danzare in maniera prepotente: avrei potuto rompermi, nell’ordine, la mandibola, qualche dente o la stessa arcata dentaria e forse anche il setto nasale, persino l’osso del collo – ma non è avvenuto. E’ stato un caso che non sia avvenuto? Sì certo, poiché poteva essere (era una concretissima possibilità, non a caso indagata dai radiografi del pronto soccorso), ma non è stato. Pura contingenza.
Così come è stato un caso che accadesse la caduta anzi che no, visto che subito prima mi ero fermato a controllare la ruota e, solo nel ripartire, quella si è perfidamente staccata: se mi fossi fermato a controllare meglio non sarei nemmeno qui a scriverne. D’altro canto, poiché ero in leggero ritardo, avrei potuto prendere il sottopasso delle automobili (talvolta lo faccio) anziché quello ciclopedonale, e allora la dinamica dell’incidente sarebbe quasi sicuramente stata diversa e più dolorosa. Ma non lo potremo mai sapere. Il non-accaduto della contingenza, quella linea tratteggiata che si biforca immaginariamente di continuo negli accadimenti della nostra vita, ha il tratto dell’assoluta irrevocabilità. O meglio, cecità ed inconoscibilità. Se si vuole, una sua forma di necessità, esattamente come l’accaduto una volta che è accaduto.

Conclusione?
Non saprei bene che lezione teorica trarre da tutto ciò. Quella pratica mi direbbe forse di fare più attenzione alla mia quotidiana attività ciclistica – ma so a priori che tutte le cautele, le previsioni e le prevenzioni che dovessi mettere in conto o in atto, non mi proteggerebbero mai in toto dall’avvento del caso e della contingenza. Il distacco della ruota era una delle mie paure ed ossessioni ricorrenti, ed è avvenuto davvero. Anche se quel che pavento di più è di finire schiacciato sotto le due tonnellate e mezzo di un suv (prepotente per necessità) – ma ciò non è avvenuto. Non ancora, per lo meno. Per non correre rischi dovrei sigillarmi in casa, ma potrebbe sempre cadermi il tetto in testa. Insomma si finirebbe in una ridicola quanto inconcludente spirale dell’assurdo.
Ma uscendo dalla banalità e dalla contingenza, mi verrebbe da concludere così: ci appare casuale e contingente ciò che non siamo in grado di prevedere e di conoscere (è una delle spiegazioni classiche), soprattutto perché la nostra mente funziona in modo causale e secondo modalità temporali determinate (prioritariamente sequenziali). Ciò che poco prima ci appariva improbabile o solo possibile, una volta avvenuto diventa necessario, irrevocabile. Se avessimo un altro punto di vista (quello di Dio o della totalità, ad esempio, e dunque dell’eternità e della atemporalità), è piuttosto probabile che il caso e la contingenza sparirebbero dalla nostra mente, per far posto alla sola necessità. Saremmo così dei deterministi perfetti.

Ma siamo per lo più esseri temporali e parecchio limitati. E, nonostante tutto, ci aggrappiamo al caso e alla contingenza come ad ancore di salvezza. Non potremmo mai accettare un mondo e una catena fattuale interamente necessitati ad essere così e non altrimenti. Oltreché funzionare in tal modo la nostra mente, funzionano così anche le nostre determinazioni psichiche ed esistenziali: la necessità (che pure sarebbe comoda) ci fa molto più orrore della contingenza!
La parola francese hasard (da cui l’italiano azzardo e l’inglese hazard, ma che in origine è l’arabo az-zahr), designa molto bene la situazione di incertezza e di rischio cui siamo perennemente esposti: l’imprevedibile intrico di casi fortuiti e contingenze, il capriccio delle combinazioni, quel che talvolta definiamo come sorte o fortuna – ebbene, temo si tratti di un nostro ineliminabile tratto costitutivo e, forse, persino un po’ necessario.

(foto di ro_buk)

Annunci

Tag: , , , , , , , , , , , ,

28 Risposte to “Ciclohasard!”

  1. b3R3t Says:

    Mi viene in mente – con le dovute proporzioni – “Slow Man” di J. M. Coetzee (Torino: Einaudi 2006, traduz. Maria Baiocchi).

    Comunque è successo anche a me (3a persona impersonale=mala sorte?) in gioventù un episodio identico al tuo primo incidente.

    Mi piace il tuo blog.

  2. milena Says:

    Bella questa foto di ro_buk sulla “diritta via” …
    Però, md, dopo tutti questi incidenti non si può più dire che non sei un “miracolato”, o che la prima volta che hai battuto la testa non ti abbia segnato (!). Dai retta a me, le volte successive sono solo repliche, una specie di eterno ritorno del filosofo sulle consuete vie …
    Anch’io da bambina ho battuto la testa, sai, perciò ti capisco.
    Correvo forsennata in un torrido meriggio di un bel dì di luglio col sole a picco, avanti e indietro su un lunghissimo balcone di una vecchia casa di ringhiera, diviso in tocchi da spranghe di ferro ad altezza di fronte di bambina (la mia), che mi divertivo a schivare come su un percorso ad ostacoli alzando e abbassando la testolina, finché uno di quegli ostacoli mi ha preso in pieno e pum sono stramazzata al suolo, un bozzo sulla fronte per quindici giorni, e via.
    Non si è ancora ripetuto, non così eclatante da ricordarlo, ma non è detto che non si ripeta. Dopotutto però credo che battere la testa qualche volta, se non fa troppo male, non può che far bene.
    Il dolore, diceva il mio insegnante di yoga, è un buon maestro. Sì, può darsi, gli rispondevo, giusto se non uccide

  3. md Says:

    grazie b3R3t!
    ho letto parecchio di Coetzee, tra cui anche Slow man, e in effetti ero indeciso se aprire con una citazione da quel libro, ma il post era già piuttosto lungo… hai fatto bene a ricordarlo

    @milena: già! altro che “alata testa d’angelo”…

  4. md Says:

    “Il colpo arriva da destra, un colpo secco, improvviso e doloroso, come una scossa elettrica, e lo sbalza di peso dalla bicicletta…”

    è l’inizio, davvero potente, del romanzo di Coetzee – quel colpo inaspettato del “destino”, lì in agguato da qualche parte, che è in grado di farti deragliare…

  5. Aldo Says:

    @Md
    “Ma siamo per lo più esseri temporali e parecchio limitati. E, nonostante tutto, ci aggrappiamo al caso e alla contingenza come ad ancore di salvezza. Non potremmo mai accettare un mondo e una catena fattuale interamente necessitati ad essere così e non altrimenti.”
    Concordo. Aggiungo:
    Mettendo tra parentesi le visioni convenzionali del reale, direi, in generale, che le “cose” non accadono per caso. I fenomeni si producono in conseguenza di condizioni iniziali (precedenti al fatto) che li pre-determinano. Tutto è necessitato ovvero “destinato” ad essere quello che è, secondo le leggi “necessarie” della fisica, della biologia e del “mentale”. Tutto è “natura” (compreso l’uomo) e, quindi, tutto è soggetto ai processi evolutivi che si indirizzano ineluttabilmente su percorsi pre-determinati “geneticamente”.
    Non esiste la libertà ovvero l’essere-incondizionato (visione utopica antropocentrica), ma solo un “dover-essere”, un “essere-agiti” senza moralità alcuna.
    Viaggiare in bicicletta è uno stato di cose che presenta inconvenienti pre-vedibili, basta fare mente locale.

  6. md Says:

    @Aldo: molto spinozista!

  7. Aldo Says:

    @Md
    La natura è un fatto, uno stato-di-cose con le sue leggi, non necessitate da un soggetto (dio/uomo), ma proprie dell’oggetto medesimo (causa sui).
    Per il resto è doveroso il silenzio, visto i limiti del logos (umano, troppo umano).

  8. alberto Says:

    che sia caso caso o necessita un bel casco male non fa.

  9. md Says:

    @alberto: ci ho pensato, ma nella fattispecie quello da ciclista non sarebbe servito, ci sarebbe voluto quello integrale, visto che ho battuto il mento e la bocca…
    tuttavia questa volta mi sa che me lo procuro davvero

    @Aldo: poco fa pensavo che dopotutto siamo parte di qualcosa che ci include, anche se pensiamo di poterlo a nostra volta includere nella mente, ma così incappiamo inevitabilmente in una regressio ad infinitum.
    Spinoza pensava di aver risolto l’inghippo considerando la mente un attributo della sostanza… chissà, magari aveva ragione

  10. luther Says:

    MD
    Un consiglio… cerca di camminare a piedi…se non altro perche’ l’Italia e la nazione meno sicura per andare in bicicletta. L’Olanda e’ quella piu’ sicura…ma il caso ha voluto che tu nascessi in Italia…Il destino e’ un’invenzione umana…lo utilizziamo per dare una risposta a tutto quello che ci accade. Le cose non sono prevedibili…semplicemente accadono…insomma hai voluto la bicicletta? Adesso pedala.

  11. Fabio S. Says:

    Mi associo ai complimenti per il blog.

    Cio’ premesso, sul caso concreto direi che la teoria giuridica ha elaborato la c.d. “eziologia” del danno o teoria della causalità adeguata (una cosa in tanto e’ frutto dell’azione di un’altra se e nella misura in cui ne sia diretta ed IMMEDIATA conseguenza).

    Cosi’ se investo il ciclista e quello muore, rispondo di omicidio. Ma se lo investo, quello cade e, durante il tragitto che lo porta all’ospedale subisce un nuovo incidente che lo uccide, io rispondero’ solo del primo evento e non del secondo.

    Il secondo incidente, infatti, e’ tale da interrompere la c.d. eziologia. Dal secondo incidente si innesca, cioe’, una nuova teoria causale.

    Cio’ per cercare di dare ordine alle cose ed alla responsabilità (civile e penale).

    Filosoficamente, invece, non e’ affatto vero che le cose avvengono per una sorta di determinismo.

    Per me:

    Le cose avvengono casualmente e senza ragione perche’ la vita e’ solo follia. Per questo la chiamiamo divina.

    Buone cose
    Fabio Salierno

  12. anna Says:

    @ md: per “fortuna” non è nulla di grave!! Ho letto “pensavo che dopotutto siamo parte di qualcosa che ci include, anche se pensiamo di poterlo a nostra volta includere nella mente… Spinoza pensava di aver risolto l’inghippo considerando la mente un attributo della sostanza… chissà magari aveva ragione”: “bellissimo”!! direbbe Allevi (almeno credo). Da ragazzina, in seguito ad un incidente in motorino, (un automobilista mi tagliò la strada) scrissi qualche riga “sono un’onda, amo la luce, le notti limpide, il vento, no! la roccia, no! Ritorna nell’infinito mare da cui provieni” P.S.: finalmente al sabato riesco ad alzarmi ad un’ora decente.

  13. md Says:

    @luther: hai perfettamente ragione, cercherò di raddoppiare le mie camminate!

    @Fabio S.: concordo sul fare ordine a livello di causalità e responsabilità (se non altro perché altrimenti la società imploderebbe); non sono un esperto di diritto, ma comprendo bene quel di cui tu parli, cui andrebbe aggiunto anche l’elemento del grado di responsabilità: se io provoco un incidente volontariamente, per colpa o incuria o del tutto accidentalmente i livelli di responsabilità cambiano, anche se dal punto di vista causale sono sempre io l’origine immediata del fatto – ciò che però mi fa dire che la causalità non ci dice molto sulla responsabilità, dato che a questo livello interviene l’elemento dell’intenzione, della volontà, ecc., che non è così pacifico da determinare.

    Per quanto concerne il determinismo, non sono invece d’accordo: trovo che tutte le cose siano ampiamente (se non totalmente) determinate, proprio nella misura in cui sono e sono correlate ad altre cose. Certo, esistono delle sfere concentriche di determinabilità: io posso decidere stamattina di scrivere o di passeggiare, così come posso votare per un governo o per un altro o decidere di mettere al mondo un figlio. Si tratta poi di determinare (di nuovo!) quanto queste azioni siano davvero libere o a loro volta condizionate dai geni, dall’ambiente, dall’azione cerebrale, dall’umore, ecc.
    Ribadisco però che sarebbe per noi soffocante saperci imbrigliati in un mondo totalmente predeterminato (il film Gattaca, di cui ho già parlato, così come il romanzo “Mondo nuovo” di Huxley sono da questo punto di vista documenti eccellenti) – ecco perché ci piace pensare che l’eterno e meccanico movimento degli atomi sia di tanto in tanto deviato e declinato dal suo corso naturale.
    Ma rimane un campo del pensiero molto, molto illusorio e aleatorio.

    Infine, registro che un certo Cournot tentò di spiegare il caso in termini di causalità: nel “Saggio sui fondamenti della conoscenza” (1851) “definì un evento casuale come la coincidenza di due o più catene causali indipendenti: il carattere fortuito di certi eventi deriva dal fatto che le loro cause antecedenti sono indipendenti, mentre i loro effetti vengono bruscamente e inaspettatamente a mescolarsi”.
    Seguono: Peirce che avrebbe dimostrato che caso e necessità sono concetti privi di senso e intercambiabili; e il biologo Monod che connette il caso alla necessità in campo evoluzionistico.

  14. milena Says:

    Ho appena realizzato che devi esserti fatto piuttosto male. Mi dispiace tanto e ti auguro una rapida guarigione, e spero non si ripeta più, che mi sembra possa bastare. Anche tu però, stai un po’ più attento. Sembra che (quando ti permetti di cadere senza alcuna necessità) non ti rendi conto di quanto vali …

  15. md Says:

    @grazie milena, me la son vista brutta ma ora sto decisamente meglio – sono già nella fase aneddotico-ridanciana dell’ “adesso ti racconto di quella volta che mi si staccò la ruota della bicicletta e rischiai di disfarmi la faccia”, anche se devo ancora ridere a bocca rigorosamente chiusa.
    Ma come vedi, da un (piccolo) male abbiamo tratto il (piccolo) bene di questa interessante discussione. Dopo di che, naturalmente, avrei preferito aprirla solo con l’immaginazione…
    Comunque starò più attento!

  16. anna Says:

    dimenticavo! buona guarigione!

  17. Vincenzo Cucinotta Says:

    Mah, è pressocchè impossibile, una volta sposato il principio di causalità, definirci liberi appare un azzardo, se non franbcamente una contraddizione logica. Dopodichè, la possibilità di scelta ci si presenta in tutta evidenza: evidentemente è una pura fallace apparenza, ma che importa in fondo? Possiamo goderci la nostra apparente libertà e farla allegramente convivere con un modo rigorosamente determinato.

  18. Vincenzo Cucinotta Says:

    Scusate gli errori…

  19. Fabio S. Says:

    A proposito di responsabilità, ‘ illuminante la sentenza emessa in Galles che Repubblica, molto inappropriatamente, definisce “sentenza schock”.

    Per esserci responsabilità occorre avere coscienza dell’atto che si pone in essere.

    E’ uno dei principi fondamentali dell’imputabilità.

    I fatti sono noti. Il marito uccise la moglie in un momento nel quale era privo di coscienza dell’atto che stava compiendo. Il suo corpo ha cioe’ agito al di là del controllo psichico.

    Cio’ detto, torno sul nesso eziologico.

    Si e’ a lungo discusso sui limiti della causalità. Nell’esempio che facevo prima, non c’e’ dubbio che il ciclista non sarebbe morto se non avesse avuto il primo incidente.

    Infatti, a causa del primo incidente viene caricato sull’ambulanza dove subisce un secondo sinistro e, quindi, muore.

    Ma il secondo incidente interrompe il nesso causale. Da qui inizia una nuova serie causale.

    E veniamo, ad esempio, al caso Cucchi.

    Cucchi e’ morto a causa delle percosse subite in carcere o a causa dell’omissione delle cure?

    L’omessa cura e’ tale da interrompere il nesso eziologico? Oppure egli sarebbe morto lo stesso? Oppure ancora e’ morto per cause naturali legate alla sua mancata alimentazione che egli aveva liberamente deciso?

    E’ chiaro infatti che diversa sarà la responsabilità degli attori in base al legame che sarà dimostrato esistere tra il loro comportamento attivo od omissivo e l’evento morte del povero Cucchi.

  20. md Says:

    @Fabio S.
    Filosofeggio un po’ a latere delle tue pertinenti e interessanti osservazioni giuridiche:
    -non conosco il caso del Galles che hai citato, e non c’è dubbio che l’imputabilità sia connessa al livello di coscienza, ma… è proprio un bel tratto di storia dell’Occidente quello della definizione di che cosa sia “coscienza”. So bene che il diritto ha bisogno di confini certi, ma proprio su questo tema c’è una lunga serie di incertezze. Si parte con i tragici greci che (cosa per noi inconcepibile) consideravano pressoché non imputabile colui che uccideva per “passione”, per aver perso il controllo, ecc. e si arriva alla difficoltà odierna di stabilire a che età sia imputabile qualcuno, quando cioè può essergli attribuita piena coscienza delle sue azioni: 12? 14? 16? 18? – ed è semplicemente ridicolo che un numero lo possa stabilire;

    -per quanto concerne il caso Cucchi, quanto tu dici a proposito della ripartizione delle responsabilità (e dunque delle eventuali pene) in relazione alla partecipazione causale è senz’altro pertinente, ma tanto per uscire dalla sfera giuridica, mi verrebbe anche da tirare in ballo quella “etica”, e allora le cose (che già non son semplici) tornano ad intricarsi ancor di più. Perché se ipoteticamente il povero Stefano non fosse morto, la responsabilità penale dei vari attori (attivi od omissivi) immagino sarebbe stata diversa o minore, ma da un punto di vista etico no, dato che (un po’ kantianamente) posso sempre ritenere che la giustezza o meno di un’azione non dipenda solo dalle sue conseguenze ma anche dalle intenzioni di chi la compie.

  21. milena Says:

    Mi sembra che il discorso etico abbia poco a che vedere con la sfera giuridica, fondata su leggi storicamente determinate, per cui il reato e chi l’ha compiuto vengono giudicati dalle leggi in vigore nel momento in cui è avvenuto il fatto.
    Inoltre mi sembra che la legge non può giudicare dalle intenzioni, quanto sulle conseguenze dell’agire. Poni il caso di un medico che abbia intenzione di curare un malato per salvargli la vita. E poni invece il caso di un medico che abbia intenzione di curare un malato per guadagnare denaro. Se il malato in entrambi i casi rimane in vita, vivranno tutti felici e contenti, almeno per un po’. Mentre, se in entrambi i casi il malato muore, la legge giudicherà le procedure che i due medici hanno agito per tentare di salvargli la vita, e non le loro intenzioni, che per la legge potranno tutt’al più apparire come aggravanti o attenuanti solo nel caso in cui hanno prodotto modifiche o alterazioni nella cura.
    Il discorso etico invece entra (a volte prepotentemente, a volte debolmente) in questione nel momento in cui una legge viene creata. Ma, come si dice, cosa fatta capo ha …

  22. md Says:

    @milena: un giudice può non considerare la sfera etica, ma un filosofo o un umano qualunque non può prescinderne; tra l’altro non sono d’accordo sulla differenza che poni tra diritto ed etica: da un punto di vista della determinazione storica non c’è nulla di più storicamente determinato dell’etica, per lo meno tanto quanto le leggi (del resto ethos è costume e costume è quanto di più relativo ci sia).
    E’ vero che Kant ricerca un fondamento extrastorico attraverso la regola astratta e razionale del dover-essere, ma non so quanto ciò sia servito a risolvere alcuni dilemmi nei quali ancora ci dibattiamo.
    Tant’è che sull’esempio che fai del medico (un po’ alla dottor House) posso concordare non solo da un punto di vista giuridico, ma anche etico.
    Sul fatto che poi la legge non contempli l’intenzione ma solo la conseguenza dell’agire ti opporrei le varie modalità con cui viene giudicato un omicidio: preterintenzionale, colposo, volontario, premeditato…

  23. Fabio S. Says:

    Si può dire che la “bicicletta” ci ha condotto sul sentiero di una discussione molto interessante.

    Ad esempio: sul limite che il diritto incontra nella sfera etica. Il caso di Eluana Englaro, ad esempio e’ illuminante sotto questo profilo.

    Fino a che punto lo Stato ha diritto di interferenza nella vita del singolo e sulla sua autodeterminazione?

    La Cassazione ha stabilito il diritto alla sospensione dell’alimentazione qualora ricorrano entrambi i seguenti presupposti:

    a) determinazione presa quando si era coscienti ed in grado di decidere consapevolmente;

    b) malattia irreversibile.

    Sul presupposto, dunque, che in questa condizioni la vita sia “disponibile” al singolo.

    Ma allora la domanda filosofica diventa: quando c’e’ vita e quando si parla di morte.

    In generale si concorda che la morte cerebrale equivale a morte del soggetto.

    Eppure c’e’ chi vuole fare una legge che imponga l’alimentazione e l’idratazione ad oltranza…

    Nonostante ed anche contro la volontà del singolo.

  24. Aldo Says:

    @Md
    Come stai? Spero che tu possa sorridere e quindi esercitare l’ironia! Buon ritorno al lavoro! Riflettevo su quanto dicevi: “Spinoza pensava di aver risolto l’inghippo considerando la mente un attributo della sostanza… chissà …”.
    Perchè non cimentarsi, nei prossimi giorni, con il tema della “Mente”, che, a me sembra, rivesta un ruolo fondamentale nella storia del pensiero filosofico?
    Proviamo a falsificare la questione (Popper): esiste di fatto la Mente come entità a sè stante oppure è solo un insieme di attività psichiche/cerebrali, finalizzate alla conservazione degli enti biologici che ne sono dotati?
    L’errore di Cartesio può essere definitivamente emendato ?
    A presto.

  25. Fabio S. Says:

    giusto per agganciarmi a quel che dice Aldo:

    quando dico “la mia mano” la mano di chi esattamente intendo?

  26. milena Says:

    @md: Sì, è vero, ho sbagliato. Che però l’etica, come le leggi, sia storicamente determinata era fuori questione.
    E nei processi non vengono prese in considerazione soltanto le intenzioni, che comunque vanno dimostrate, ma persino le caratteristiche psicologiche dedotte dall’analisi grafologica (come per esempio ho appena sentito sul caso Sollecito & Co.; e vai a capire come possono avere “valore di prova” simili panzane, e dove vada a finire la garanzia di prove inconfutabili, eccetera).
    Inoltre, non solo un giudice non può non considerare la sfera etica, ma per di più ogni giudice, pur nel rispetto delle leggi, è portatore di una sua propria più o meno accentuata sfumatura etica, oltre che di una diversa interpretazione di una stessa legge. Tanto che è lecito sospettare (e di fatto succede) che lo stesso reato/imputato giudicato da giudici diversi darà luogo a differenti sentenze.
    Perciò, se prima mi sono confusa, è perché forse volevo dire che la giustizia ha poco a che fare con la giustizia, nel senso di ciò che la stessa giustizia sostiene sia giusto, ovvero che tutti gli uomini sono (o dovrebbero) essere uguali di fronte alla legge.
    D’altronde anche se le leggi fossero astratte, gli uomini, compreso i giudici, non lo sono. Perché tutti sbagliano.
    Ovviamente ogni processo è un caso particolare, ma istintivamente mi fa più orrore la possibilità che un uomo venga condannato da innocente, piuttosto che un uomo possa venire assolto anche se colpevole. Perché se da una parte c’è la responsabilità personale di aver compiuto il male, dall’altra c’è la responsabilità del male che diventa pubblica. E alla fine si può ottenere più male nel cercare di fare giustizia che nel lasciare le cose come stanno. Ma anche la giustizia sta come sta, e quindi non se ne viene mai a capo …

  27. md Says:

    @Aldo: sto bene, grazie, e sono tornato a sorridere (anche se c’è poco da ridere…) senza dover nascondere la bocca con la mano;
    la questione che poni, e più in generale l’argomento della mente, è al centro dei miei interessi, anche se vorrei trovare il tempo di studiare e pensare di più; sto leggendo a tal proposito il libro di Antonio Damasio “Alla ricerca di Spinoza”, anche se, giusto su Cartesio, dovrò anche andare a leggermi il precedente “L’errore di Cartesio”.
    E sto preparando un post proprio su quelle che sarebbero, secondo un biologo evoluzionista americano, le peculiarità della mente umana.
    Comunque penso che Cartesio sia sì emendabile, anche se non lo è ancora stato a sufficienza.

  28. Aldo Says:

    @Md
    Resto in attesa del post, anche se quello di oggi (sulle immagini) ha agganci significativi con quel tema.
    Infatti il mondo delle idee rigurda proprio le immagini che il nostro cervello memorizza. E’ il vedere (idein) che ci consente di immaginare. Direi tutto molto lineare e per nulla iperuranico. Di Damasio io ho letto solo “L’errore di Cartesio” e mi è parso con-vincente.
    Penso che con le neuroscienze si potrà superare definitivamente Cartesio, il dualismo platonico, l’imperativo categorico di Kant e lo spirito Assoluto di Hegel ed uscire a “riveder le stelle”, riunificando spinozianamente mente e cervello, moralità e utilità. Sono le condizioni materiali della vita (biologica) ha dettare l’agenda del pensiero, come ci insegnava il buon Marx, e poi Darwin e Nietzsche … Al filosofo non resta che rispondere alla domanda fondamentale: perchè l’essere e non il nulla?
    Ma questa è un altra storia … tutta riconducibile alle ricerche delle scienze fisiche. Non ci resta che attendere.
    A presto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: