La dittatura delle immagini

Che cos’è un’immagine? Questa la domanda a bruciapelo che mi venne fatta dal mio futuro mentore filosofico (che pure oggi fatico a definire “maestro”) durante il nostro primo incontro. Me la fece ridendo, e io non capii se stesse scherzando e balbettai irritato una qualche risposta a caso. Seppi poi che dietro quella domanda c’erano in realtà le sue letture dell’epoca, peraltro irrorate di whisky & birra in abbondanza, di alcuni dialoghi di Platone.
Naturalmente tutto parte da quella chirurgica separazione della realtà tra mondo delle idee e mondo sensibile, che sarebbe stata una delle dannazioni della cultura occidentale. Se la realtà è costituita da gradi di approssimazione al vero, dove il segno meno sta dalla parte delle cose e il segno più dalla parte dei concetti – ciò che è più astratto è in realtà il più concreto, ciò che è apparentemente più impalpabile è invece il più reale – quale sarà lo statuto delle immagini?
Dopo avere stabilito nel libro VI della Repubblica la gerarchia della conoscenza, secondo cui le immagini (eikasìa) e la facoltà immaginativa stanno al livello più basso, Platone torna nel libro X sull’argomento, parlando dell’imitazione come attività essenziale dell’arte. Gli esempi di cui si serve riguardano in particolare la pittura e la poesia, le quali vengono accusate qui non tanto o non solo di essere produttrici di realtà di terzo grado (essendo gli oggetti artistici copie di copie), ma soprattutto di risvegliare ed alimentare un certo elemento dell’anima che, così rinvigorito, rovinerebbe l’elemento razionale (605, b). Poco più avanti questo perturbamento dell’anima viene così chiarito:

“Simili effetti produce in noi l’imitazione poetica anche rispetto ai piaceri amorosi, alla collera e a tutti gli appetiti dolorosi e piacevoli dell’anima nostra, quelli che, come diciamo, accompagnano ogni nostra azione. Li fomenta e li nutre, mentre bisognerebbe disseccarli. Affida loro il governo delle nostre persone, mentre dovrebbero essi venire governati affinché potessimo diventare migliori e più felici anziché peggiori e più disgraziati” (606, d).

Insomma, la vera preoccupazione di Platone sembra qui essere di ordine psicologico, etico, esistenziale: le (troppe) immagini fanno male perché eccitano la nostra parte irrazionale, quella delle emozioni, delle passioni e dei desideri, e provocano disordine nel nostro equilibrio, e dunque anche nell’equilibrio politico e sociale (non dimentichiamo che è questo il filo conduttore della Repubblica).
Dopotutto si può anche pensare che il fondatore più organico della “scienza del vero” e il perfido inoculatore del “virus idealistico” fosse in realtà piuttosto ossessionato dal mondo delle immagini, visto che ne parla in continuazione: dall’allegoria della caverna (che ha anticipato il principio del cinema) all’uso fluviale dell’immaginario mitologico, dal conio di celebri metafore ai frequenti riferimenti ad artisti e poeti, sembra che le maledette copie di copie stiano sempre in agguato nell’opera platonica. Se solo l’idea è davvero reale, e le cose sono reali a metà perché ne sono copie sbiadite, come mai quelle ombre sbiaditissime che denominiamo immagini sono in realtà il meccanismo più potente della nostra mente?
La domanda sarebbe rimasta lì a campeggiare per aria per almeno duemila anni, fino a che Spinoza non la riaffronta di petto rispondendo come sappiamo, e come da qualche tempo sto cercando di argomentare su questo blog.

***

Fatta questa lunga premessa teorica, non possiamo esimerci dall’osservare che il tempo presente, epoca kat’exochèn delle immagini in tutte le salse, e figlio della cultura visivo-antropologica di cui siamo eredi (anche grazie alla visione eidetica platonica), riesce a far rimbalzare tale potenza in ogni angolo terracqueo e mentale grazie alla straordinaria potenza tecnologico-mediale dispiegata. Si tratta dunque di una potenza all’ennesima potenza. Mi domando allora se per caso non siamo definitivamente succubi delle immagini e se questo non abbia finito per pregiudicare la nostra capacità di giudizio, il raziocinare e l’argomentare in modo ordinato, stabilendo gerarchie e connessioni sensate tra i fatti e le idee, utilizzando in maniera appropriata i principi di realtà e di causalità – ben al di là del limite di pericolo paventato da Platone.
Proverò a questo punto ad esemplificare, tralasciando per il momento l’aspetto più abnorme e invasivo delle immagini, quello cioè della spettacolarizzazione fine a se stessa, per provare a farne emergere il lato più “razionale” e finalistico, l’uso volto ad uno scopo più o meno dichiarato. Che dovrebbe dunque far leva sui “sensi” per promuovere il “ragionamento”, ristabilendo se non una priorità dell’elemento razionale, per lo meno un maggior equilibrio. L’ipotesi di partenza è la seguente: l’esibizione immaginifica ha senz’altro uno scopo, che forse non potrebbe essere raggiunto solo con la parola, l’astrazione, l’argomentazione. Gli esempi che seguono sono sparsi, senza ordine e connessione alcuna.

1. L’anarchico e antimilitarista Ernst Friedrich scandalizzò il mondo con le sue fotografie sui campi della prima guerra mondiale, allo scopo di dichiarare guerra alla guerra. Il suo è un infinito urlo munchiano che risuona tra le scene macabre ritratte. C’era il celebre precedente dei Disastri della guerra di Goya, e forse si potrebbe disquisire se la rappresentazione mediata dell’acquaforte sia meno diretta ed efficace di quella più brutale della fotografia. D’altra parte un secolo separa i due autori tra di loro, e due secoli di “orrore visivo” il pubblico dell’epoca di Goya da quello di oggi.
Certo, se si pensa alla seconda guerra mondiale si potrà anche concludere che a nulla è servita la propaganda militante di Friedrich, e che lo scopo non è stato raggiunto nemmeno lontanamente – ma una goccia, seppure così corrosiva, non può nulla di fronte al conflagrare delle megamacchine umane.

2. Salto di palo in frasca. Pienamente esplicitato lo scopo della Procura di Napoli a proposito del video del killer camorrista ripreso lo scorso maggio al quartiere Sanità mentre svolgeva in tutta tranquillità il suo “lavoro”: il filmato shock (come si usa dire in questi casi) diffuso sulla rete e in TV era davvero agghiacciante, ma pare abbia raggiunto lo scopo, visto che il killer è stato catturato. Non sappiamo se sarebbe stato arrestato ugualmente prima o poi, ma soprattutto è impossibile determinare se quel filmato non abbia finito per creare ancora più danni nelle teste di chi lo ha visionato. Non abbiamo in tal senso un bugiardino da consultare che ci faccia l’elenco delle controindicazioni (ma questo vale anche per le migliaia di ore di TV-spazzatura, di pubblicità e di youtube visionati dagli ancor giovani nativi digitali).

3. Del resto l’uso onnipervasivo delle immagini di cronaca (nera o di guerra) è diventato il tratto caratteristico della nostra epoca, ben prima della diffusione massiva della rete, con quel crollo ripetuto (e dunque accaduto) infinite volte delle torri gemelle (anche se forse l’immagine più reiterata è quella dell’aereo che si schianta nel grattacielo), e la speculare esecuzione jihadista dei prigionieri occidentali, con teste mozzate e quant’altro.
(In Italia c’è forse una data originaria simbolica di questa china mediatica: vi ricordate del povero Alfredo Rampi caduto nel pozzo e dell’infinita diretta televisiva che ne seguì l’agonia? Era il giugno del 1981, quasi tre decenni or sono!).

4. Termino schizofrenicamente (che è poi tipico del convulso e compulsivo fluire delle immagini) con le fotografie terribili del corpo spezzato e deformato di Stefano Cucchi, ucciso in galera a forza di botte, immagini che ho veduto rapidamente una sola volta, ritraendo subito lo sguardo (chi vuole le cerchi, io non intendo più farlo). Davvero l’esposizione di quel corpo macilento induce insieme orrore e pietà – e il mio pensiero è corso ai corpi deformati di Egon Schiele. Che mi fa anche dire che la comunicazione orizzontale tra le immagini è più immediata, diretta e veloce di quella che corre tra i pensieri. Non il pensiero è la facoltà più fulminea, come pensava Lessing, ma l’immaginazione!

La domanda che sorge dopo questa disordinata esemplificazione potrebbe essere formulata così: perché c’è proprio bisogno di patire visivamente l’orrore per indignarsi? E, riformulata, così: non è che in questo modo, con un passaggio quasi solo emozionale dei messaggi prodotti dalle immagini, si tende a far fuori proprio il livello razionale (e dunque eventualmente risolutivo)?
Anche se la vera domanda è: perché esiste l’orrore?

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48 Risposte to “La dittatura delle immagini”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Vorrei obiettare sul far coincidere pensiero e razionalità, che mi pare stia un po’ alla base della domanda che poni nel post.
    Partirei da Platone. Nel mio libro, avanzo un’ipotesi che credo originale: lo sviluppo della filosofia greca a cui tanto dobbiamo, rispondeva ad un’esigenza prioritaria, quella dello sviluppo dello stesso linguaggio.
    La vera preoccupazione di Platone a me pare sia di ordine semantico-lessicale, nel senso che è pressocchè impossibile distinguere nella sua filosofia le idee dalle parole. Quando quindi egli si appella a un mondo delle idee, difatti rivendica un’abilità delle parole, e cioè del linguaggio a riprodurre la realtà. Portando il suo ragionare alle estreme conseguenze, è in qualche misura costretto a concludere che una cosa detta è più vera di una reale, con conseguenze che sappiamo enormi su tutto il pensiero occidentale. MD non me ne voglia, ma questo stesso blog non potrebbe neanche esistere senza Platone, giacchè è evidente che la gran parte delle questioni filosofiche sono in definitiva questioni linguistiche, anche se bisognò attendere il ventesimo secolo perchè ciò apparisse chiaro.
    La razionalità è una categoria difficilmente definibile. Credo che si intenda in definitiva un pensiero che corrisponda a delle regole logiche. D’altra parte, le regole logiche infine non sono che regole del linguaggio, non dissimili dalle regole sintattiche. Quindi, il cerchio si chiude: la razionalità è la coerenza nel linguaggio, e quindi il punto fondamentale sta tutto nell’accettazione dlele regole lessicali, così da poter attribuire alle cose dette il privilegio di essere vere, anzi direi perfino il monopolio della verità. Nel mio libro, difatti, io distinguo nettamente la verità dalla realtà, perchè sono convinto che la verità è una categoria applicabile soltanto alla sfera linguistica.

    Sulla questione poi delle immagini nel mondo in cui viviamo, ci sarebbe tanto da dire: forse, in un successivo intervento…

  2. Luciano Says:

    Salve.

    Credo che la spiegazione sia da ricercare in due fattori:
    1) Il senso della vista è la nostra modalità percettiva principale e su di essa (o intorno se preferisci) si è sviluppata in modo massiccio la nostra capacità espressiva di rappresentazione e informazione.

    2) L’esistenza nelle nostre strutture cerebrali (non siamo i soli ma in noi appaiono assolutamente peculiari) dei cosiddetti neuroni specchio che ci permettono di “metterci nei panni degli altri” e quindi sentire,seppur in modo indiretto, quello che proveremmo noi nel avere detrminate esperienze.

    Per inciso quello che mi preme rilevare a proposito della filosofia greca è che l’importanza della stessa è non già il fatto di essere stata introdotta dai Greci appunto ma il fatto che essi la posero per la prima volta in forma scritta. L’importanza della scrittura nello sviluppo della mente umana è fondamentale, perché con l’ausilio della teoria in forma scritta ha fatto si che potesse essere non solo discussa ma soprattutto conservata. Di fatto rappresenta, anche se non solo in questo caso, l’evoluzione che ci ha permesso il passaggio dauna cultura esclusivamente orale ad una chirografica, ovvero alla possibilità per tutti (anche se sappiamo che lo fu solo in via teorica) di accedere alla cultura.

    A presto

  3. milena Says:

    Le immagini dell’orrore (variamente commentate) ci raggiungono mentre magari stiamo comodamente seduti nelle nostre poltrone. Se riuscissimo a tralasciare i commenti dei giornalisti e prendere le sole immagini mute, credo che, anche da sole, queste immagini griderebbero l’orrore della violenza.
    Ognuno di noi poi le interpreterebbe a suo modo, con gli strumenti di cui dispone per interpretare il mondo. Per qualcuno griderebbero vendetta, per altri giustizia, per altri ancora pietà o compassione. O forse un po’ di tutte queste cose insieme.
    Comunque ogni immagine, anche nel caso non si possa negare che sia vera, può mostrare solo qualche frammento, qualche aspetto della realtà. Come dire che di un corpo, mettiamo il caso di un cubo che ci stia di fronte, ne possiamo scorgere tre lati, e mai tutti i sei lati contemporaneamente. Così è la verità

  4. md Says:

    Riporto due citazioni riportate da Cristina a questo stesso post, ma nella pagina di facebook (lo dico piano perché detesto abbastanza quel soffocante social network, ma i contenuti del mio blog compaiono e vengono commentati anche di là):

    “L’occhio domina il nostro mondo, sfociando nella frenesia delle immagini che, stratificate, perdono il loro senso: alla maggior parte della gente le immagini orrorifiche appaiono appunto vuote, finte, come le immagini di film cruenti. “(>>Baudrillard).
    “Dare ascolto ai sensi più lenti e profondi, che danno vera percezione dell’alterità, potrebbe essere una risposta” (>>Herder, “Plastica”).

  5. luther Says:

    “Stiamo educando i nostri bambini alla violenza attraverso la televisione e gli altri mezzi di comunicazione… Purtroppo abbiamo bisogno della censura” (Karl Popper)
    Luna cosa cosi’ detta da un liberale…fa pensare. Devo dire che non la trovo nemmeno tanto stravagante

  6. luther Says:

    Cosa ne pensate?

  7. md Says:

    @luther: sì, è un po’ imbarazzante per un liberale parlare di censura (veramente anche per me), ma approvo in pieno alcuni genitori amici miei che impediscono ai loro figli di guardare la televisione.
    Anche se trovo che sia meglio condividere più che vietare – ma pare sia diventato utopico. La “paideia” sembra cosa d’altri tempi.
    La censura di solito non produce grandi risultati, ma in questo caso forse si tratta di prevenzione, un vaccino da aggiungere a quelli che si fanno all’ASL.

    @milena: trovo interessanti le tue osservazioni sulla frammentarietà, forse è proprio uno dei nodi da risolvere – io credo che solo il lavoro razionale possa impedire che tutto si frantumi e perda di senso.
    Non sarà un ritorno alla realtà tutta razionale (e d’un pezzo), ma certo saranno mappe e tracce entro le quali muoversi.

    @Vincenzo: non ho capito dove, nel mio discorso, trovi la coincidenza di pensiero e razionalità. Se per “pensiero” si intende il complesso dell’attività mentale, va da sé che il livello logico è solo uno dei suoi aspetti. Ma ho dei dubbi anche sul far coincidere razionalità e forma logica o verità linguistica.
    Quando agisco in vista di uno scopo che cosa fa di preciso la mia mente?
    Ma qui il mio problema era di capire com’è che una fonte così importante e imprescindibile della conoscenza, quale l’immaginazione, rischia di diventare il suo principale ostacolo.

  8. milena Says:

    … le citazioni, la prima da Baudrillard, “L’occhio domina il nostro mondo … le immagini orrorifiche appaiono … vuote, finte, come immagini di film cruenti”.

    Mi sembra ovvio che (generalmente) l’occhio continui a vedere ciò che è abituato a vedere: a vedere film, appunto, e film cruenti.
    Ma, qualcuno fa film cruenti perché qualcuno ama vedere la violenza, o amiamo vedere film violenti perché siamo stati abituati (educati) a vederli?
    In ogni modo, secondo Baudrillard (e dev’essere vero, anche se nel mio precedente commento avevo espresso quello che “io” vedo) ne siamo assuefatti, abbiamo sviluppato una specie di immunità alla visione di immagini orrorifiche, quelle vere, e i nostri occhi non sono esercitati a riconoscere la violenza quella vera. Abbiamo la scorza dura. Oppure preferiamo rimuovere il fatto che certe immagini siano vere, perché ammetterlo ci provocherebbe dolore, senso di colpa e d’impotenza, perché di fronte a queste realtà che appaiono, lo spettatore non può fare altro che guardare. Se ci riesce e se non è cieco. E poi?
    A che scopo “vedere” se tanto io sono qui, seduto comodo nella mia poltrona, e le immagini, anche se fossero “vere” e veramente prova di violenza inaudita e invedibile, sono là, lontane, e non mi toccano da vicino? e non sono parte della mia vita?
    Sembrerebbe un meccanismo di auto-difesa dall’orrore. Un processo d’estraneamento. E non siamo tutti estranei, dopotutto? O non è quello che siamo diventati? Estranei l’uno all’altro?
    Di più: vedere il malessere altrui potrebbe renderci felici del poco benessere che ancora abbiamo. Che è come dire “la tua infelicità mi rende felice (che difatti io me ne sto qui comodamente seduto in poltrona, o digito su facebook, o guardo il Grande Fratello, eccetera)”.
    E qui entra in gioco la seconda citazione, di Herder. “Dare ascolto ai sensi più lenti e profondi, che danno vera percezione dell’alterità, potrebbe essere una risposta.”
    Ma qui si fa dura …

    Voglio solo aggiungere che se, per esempio, prendessimo le foto di Stefano Cucchi, e non ci limitassimo soltanto a guardarle per quello che sono, come macchie rosa nere e rosse, ma guardassimo anche dietro e attorno, e al contesto che le hanno provocate …
    … “se”, dicevo, infatti … “se”… ma Storia non si fa con i “se” …
    … eppure non sono così pessimista da pensare che non si sia potuto vedere (attorno) tutto il sistema carcerario giustizialista violento brutale e malato …
    … e, non so voi, ma io non riesco a non pensare di esserne “anch’io” responsabile …

  9. milena Says:

    Ops! la parola “orrorifiche” che dovrebbe comparire in cima è stata corretta in automatico dal programma windows (che a quanto pare non riconosce la parola) con la parola “onorifiche”. Mi piacerebbe che Md la correggesse, ma sarebbe chiedere troppo.
    Perciò quando trovate scritto “onorifiche” (parola che non mi sembra di aver mai scritto in vita mia) leggete “orrorifiche”.
    Certo è che il programma andrebbe aggiornato! … i soliti errori di sistema …

  10. Aldo Says:

    @Md
    Avevo risposto al precedente post, ma ero finito nel limbo ..
    Resto in attesa del post sulla Mente, anche se quello di oggi (sulle immagini) ha agganci significativi con quel tema.
    Infatti il mondo delle idee rigurda proprio le immagini che il nostro cervello memorizza. E’ il vedere (idein) che ci consente di immaginare. Direi che è tutto molto lineare e per nulla iperuranico. Di Antonio Damasio io ho letto solo “L’errore di Cartesio” e mi è parso con-vincente: non esiste la Mente, ma solo processi cerebrali complessi .. mentre , nelle scelte, spesso, non siamo guidati dalla logica ma dalle emozioni.
    Penso che con le neuroscienze si potrà superare definitivamente il dualismo platonico-cartesiano, l’imperativo categorico di Kant e lo spirito Assoluto di Hegel ed uscire a “riveder le stelle”, riunificando spinozianamente mente e cervello, moralità e utilità. Sono le condizioni materiali della vita (biologica) ha dettare l’agenda del pensiero (genealogia del pensiero), come ci insegnava il buon Marx, e poi la “selezione” di Darwin e la morte delle religioni di Nietzsche … Al filosofo non resta che rispondere alla domanda fondamentale: perchè l’essere e non il nulla? Nel micro-mondo, a volte, le particelle “compaiono” inaspettatamente dal nulla …
    Ma questa è un altra storia … tutta riconducibile alle ricerche delle scienze in ogni campo. Non ci resta che attendere.
    A presto.

  11. md Says:

    @milena: fatto! (anche se le correzioni ai commenti generano talvolta contraddizioni logico-temporali con quelli successivi, ma la cosa ha il suo lato divertente e giocoso)

    @Aldo: in effetti è più pertinente qui.
    Sto riponendo anch’io molta fiducia nelle neuroscienze, purché siano dialoganti (com’è il caso di Damasio). Altrettanto, naturalmente, si richiede alla casta filosofica…

  12. Fabio S. Says:

    L’immagine e’ il mezzo che il Potere adopera per raccontare se stesso nel suo farsi Storia.

    Una fila di cristiani impiccati e penzolanti lungo la via Appia. Quale immagine piu’ efficace per celebrare il Potere dell’Imperatore romano Deus atque Divus?

    La bandiera sovietica sventola su Berlino.

    Chi vede la foto immediatamente capisce l’epilogo della Seconda Guerra Mondiale. Quale destino s’e’ compiuto e quale sara’ l’avvenire delle generazioni che verranno.

    Mussolini e la Petacci a testa all’ingiu’ a piazza Loreto.

    E’ la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova Storia.

    Insomma: l’immagine evoca in un unico atto un mondo, un’ideologia, un’intera enciclopedia, un fiume di sentimenti, passione e morte.

    L’immagine parla all’ES. La scrittura all’IO. L’immagine colpisce direttamente nella parte emozionale.

    Per questo l’immagine e’ utilizzata per gestire gli uomini.

  13. Vincenzo Cucinotta Says:

    In realtà, era un’osservazione, in parte derivante da una certa fretta nella lettura del post, che riguardava Platone e la sua pretesa di sminuire ciò che non è parola, tacciandolo di essere irrazionale.
    Per parte mia, penso che il pensiero è soltanto una parte dell’attività mentale, quella che appunto si esprime in parole, mentre l’attività mentale è ben più ampia. Nel neonato, è tutto ciò che precede l’acquisizione del linguaggio, quando l’ipotesi che ci sia pensiero è esclusa, nell’adulto la meditazione non comporta pensiero.
    Io non credo davvero che l’orrido debba necessariamente giungerci attraverso le immagini: anzi, con Milena, penso che anche quelle non ci parlano più in maniera così perentoria e violenta.
    Non credo neanche che le immagini abbiano questo potere di condizionamento, che parlino all’ES. Credo piuttosto che tutto parli a noi a vari livelli di coscienza, e ciò vale indipendentemente dal mezzo.
    Ciò che veramente mi pare peculiare delle immagini è il loro carattere del tutto esplicito. Cosa c’è da scoprire, da interpretare in un’immagine? E’ lì tutto davanti ai nostri occhi, basta guardare, scrutare.
    Al contrario, la parola è una traduzione, ha una sua insita ambiguità, e soltanto attraverso la nostra immaginazione può evocare l’immagine che costituisce l’esperienza sensoriale che comunemente sperimentiamo.

  14. md Says:

    @Vincenzo, non sono d’accordo su quanto dici a proposito del carattere così esplicito delle immagini. Non tanto per quanto pensava Platone, a proposito del loro mettersi di traverso sulla strada della conoscenza; però non credo sia nemmeno più accettabile l’indicazione aristotelica che fa dell’immaginazione la facoltà che ci rende presenti alla mente le cose sensibili. Certo che l’immagine è anche il “fantasma” dell’oggetto nella nostra mente, e che senza di essa non saremmo in grado di sintetizzare o di costruire alcunché e di procedere nella conoscenza. Ma, come ci ricorda Bacone, l’immaginazione produce “matrimoni e divorzi illegali” tra le cose.
    Cioé: immaginare non è solo conoscere o riprodurre oggetti, altrimenti la produzione artistica sarebbe mera imitazione (copia di copia, come pensa Platone), cosa che non è.
    Non a caso il dibattito filosofico contemporaneo ha molto puntato l’attenzione sulla categoria di “immaginario”, in termini di produzione e di creazione simbolica. E qui ritorniamo al mito e al problema di partenza: sappiamo ormai che una separazione netta tra pensiero logico, sfera razionale da una parte e sfera immaginativa ed emozionale dall’altra non è più proponibile. La nostra mente è un processo unitario e complesso, ancora in gran parte da esplorare. Ma come non farci sommergere dalle immagini che produciamo e dalle passioni che esse inducono?

  15. milena Says:

    che bello, md, hai fatto “scomparire” l’errore, ed è “comparsa” la parola vera … Bello, bello, perché gli errori (anche grammaticali) li detesto (soprattutto i miei) …

  16. milena Says:

    Scusa, Vincenzo, ma ho l’impressione che tu mi abbia citato in modo improprio, perché tutt’al più potrebbe essere stato Baudrillard a sostenere che le immagini “non ci parlano più in maniera così perentoria e violenta”, come scrivi.
    Per quanto riguarda me, invece, ovvero il mio modo di vedere, di vedere le immagini e di leggere le immagini, spero davvero di riuscire a vedere la violenza quando c’è violenza, o bellezza quando c’è bellezza. Dipende da quali immagini mi si mostrano, quali immagini appaiono. Ti devo dire che, anzi, da qualche tempo ho sviluppato una certa avversione al vedere, tanto mi fa male “vedere” – vedere i telegionali e la televisione, per esempio, tanto che per lo più preferisco limitarmi ad ascoltare. E quando qualche volta mi capita di gettare l’occhio … come ieri sera, quando ho visto, per sbaglio, la faccia del ministro Alfano e sono stata preda di molto reali conati di vomito, come se non bastassero le castronerie che dice … e con quelli come lui il verbo “dire” davvero si spreca. Così cambio canale, ma non c’è quasi mai niente di bello da vedere o da ascoltare

  17. milena Says:

    Quando parliamo della realtà frammentata … di fatto possiamo percepire (vedere, odorare, toccare, eccetera) solo parti, frammenti. E non credo sia possibile per il “mortale” conoscere il “tutto”. Questo però non significa che la verità, che “è” il tutto, non esista, ma che ne possiamo conoscere soltanto le parti che appaiono. E’ come se fosse un puzzle per completare il quale non potremo mai (e ripeto mai) avere a disposizione tutte le tessere contemporaneamente. E allora? Qual è il problema? Non possiamo con una buona probabilità di approssimazione avvicinarci al quadro completo? (o dovremmo invece “attendere” che arrivi Godot?)
    Del resto, anche se rimanessero zone d’ombra, spazi inesplorabili e sconosciuti, ciò che possiamo fare, è fare una scelta – su ciò che non appare ancora o non è lampante – che è insieme un rischio da assumersi e un azzardo, e non vedo come una scelta non debba/possa essere anche una scelta politica

  18. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Sì, ora è chiaro, non siamo d’accordo. Fabio e tu sostenete quindi che l’immagine ha una capacità di suscitare passioni maggiore della parola, e ne fate il tratto distintivo tra i due veicoli di comunicazione. Per me non è così. Farò un esempio. Poniamo che io abbia attrazione per una donna, e che ella un giorno mi telefona e mi fa capire di essere interessata a me, non importa quanto esplicitamente. Non credete che questo possa suscitare in me una vera epropria tempesta ormonale? Che io non possa fare a ,meno di pensare solo a lei, magari dinon dormirci la notte successiva, in attesa di un appuntamento che spero galante? E’ bastata la parola per scatenare la passione, nient’altro che parole.
    Il tratto distintivo tra immagini e parole sta al contrario per me proprio nella esplicitazione insita nelle immagini, ed assente nelle parole. Ciò non vuol però dire che l’immaginazione stia nel ricostruire immagini esistenti, questo non mi pare di averlo detto, ma, senza immaginazione, non si potrebbe neanche leggere un romanzo, ma seguire in TV una fiction si può, o almeno la si esercita molto meno. Un mondo di immagini pertanto si presta molto più e molto meglio ad essere omologato: l’immagine fissa uno standard rispetto a cui smarcarsi diventa molto più complicato.

  19. milena Says:

    Il tuo esempio è molto chiaro. Tu dici “poniamo che io abbia attrazione per una donna”, vale a dire che tu hai già visto quella donna, e la tua attrazione è scaturita dall’averla già vista, appunto, indipendentemente dalle parole che lei poi ha pronunciato e che ti hanno confermato la possibilità di un incontro galante, che ti ha provocato una scarica ormonale.
    Poniamo invece il caso che tu non abbia mai visto quella donna, e che una telefonata casuale con lei ti abbia provocato comunque una scarica ormonale. Ma quando poi la incontri e la vedi non è detto che ti piacerà altrettanto, perché sarà il tuo corpo a dirti se ti piace o meno, eccetera.
    In realtà io credo che il corpo non menta, che sia più sincero della mente e di tutte le costruzioni che ci facciamo. Così come quando io vedo il ministro Alfano, è il mio corpo a parlarmi del disgusto che provo, molto più concretamente delle sue parole. Anche se ovviamente anche i significati delle parole sono molto importanti

  20. md Says:

    @Vincenzo, non ho detto che “l’immagine ha una capacità di suscitare passioni maggiore della parola”, proprio non l’ho detto!
    E’ certo però che l’esempio che fai non è molto calzante, dato che la parola che la donna ti dice al telefono: 1) è anche se non soprattutto voce, e questo determinerà reazioni molto diverse a seconda della modalità espressiva, più che della parola in sé; 2) dubito che la sola parola, senza per lo meno l’ausilio dell’immaginazione, sia in grado di scatenare alcunché dal punto di vista passionale.

  21. md Says:

    Esattamente come nella lettura di un romanzo, la sola parola non basterebbe a suscitare emozioni senza l’ausilio della facoltà immaginativa – ed ecco perché la medesima storia e le medesime parole suscitano reazioni molto diverse nei lettori.

  22. milena Says:

    @md: ma le parole non sono anch’esse immagini?
    La differenza potrebbe essere che un’immagine è un condensato di parole, “un’intera enciclopedia, ecc.”, come ha detto Fabio S., molto più indecifrabile di un discorso anche complesso. Indecifrabile, però, finché non si è imparato a leggerle

  23. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Milena
    Tutto vero ciò che dici, ma permettimi di isolare il momento in cui la scarica ormonale ha luogo. Certo che esiste una storia pregressa che provoca l’attrazione, ma questa da sola non provocava tale effetto. E’ stata l’aggiunta della parola “detta” come giustamente tiene a specificare MD, a provocare questo effetto. Poi, potrebbe anche non esserci nulla, finire tutto con la scarica ormonale: questo non è rilevante, a me interessava soltanto sottolineare come la parola può scatenare passioni, a partire certo da una storia pregressa, non certo da una tabula rasa.

  24. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Mi pare quindi che concordiamo, e avevo mal interpretato quel che scrivevi. Sei d’accordo con me che l’immaginazione viene molto più esercitata quando lo stimolo viene veicolato verbalmente. Non ho mai negato che il messaggio telefonico dell’esempio si nutre di immaginazione, anzi mi fa piacere che concordi su questo aspetto.
    La capacità evocativa della parola è enorme, come quando qualcuno ci ingiuria, generando un sentimento misto tra umiliazione e rabbia. Non è quindi detto che un’immagine ci susciti reazioni maggiori.
    Quindi, non c’è un problema specifico di guardarci dalle immagini, c’è il problema del controllo delle nostre passioni, o no?

  25. md Says:

    eppure, milena – ce lo insegna la poesia, specie quella più rarefatta – talvolta una sola parola è in grado di scatenare l’immaginazione e aprire scenari impensati;
    il rapporto tra parola e immagine è certo molto stretto (che non vuol dire che ci sia una corrispondenza speculare, altrimenti avremmo risolto ogni nostro problema): forse ciò che le accomuna di più è proprio questa incredibile capacità evocativa insieme al loro modo di funzionare per concatenazioni complesse: semiosi infinita in entrambi i casi, un po’ come le ciliegie…

  26. md Says:

    sì Vincenzo, mi pare che ci siamo infine intesi, anche se…
    beh, lo lascio a future riflessioni…

  27. milena Says:

    @Vincenzo: mi rendo conto di aver un po’ scompaginato le carte. E sicuramente la parola può scatenare passioni, ma non saprei dire se più o meno delle immagini, perché, visto che per come le leggo io, parole e immagini sono entrambe leggibili attraverso modalità e sensi in parte diversi, in parte uguali. Forse ognuno di noi ha sviluppato modi diversi di leggere il mondo, e per qualcuno è più predominante il senso dell’udito che della vista, o viceversa. Ma non sottovaluterei neppure il gusto il tatto e l’odorato. Naturalmente poi razionalizziamo, e ciò che non è del tutto chiaro, o è mancante, lo integriamo con l’immaginazione, vale a dire con quello che già sappiamo, o con quello che desideriamo.
    In realtà rispondendo a te e al tuo esempio, io inseguivo il filo dei miei pensieri che giravano ancora attorno alla citazione di Herder, “Dare ascolto ai sensi più lenti e profondi, che danno vera percezione dell’alterità, potrebbe essere una risposta.”
    Ed è proprio ascoltando il corpo che qualche volta troviamo la risposta più concreta. Quando non è più solo un pensiero, un’idea, un desiderio intellettuale, eccetera, ma si è già trasformata ed è una necessità ineludibile che senti in ogni cellula del tuo corpo. E a quel punto vedere un’immagine o ascoltare le parole o leggere la didascalia, non fa più molta differenza. Ci sono immagini che sconvolgono. Ecco tutto.
    Ma io non parlerei di “controllo delle passioni”, o, per lo meno, dipende da quali passioni. Perché se esistono delle passioni, un motivo ci dev’essere. Io credo che le passioni più che controllate vanno capite e semmai guidate dalla ragione. Perchè il controllo potrebbe essere una forzatura altrettanto violenta di una passione. E alla fine la passione si rivolterebbe contro lo stesso che la vuole soffocare.
    Insomma, se vedo un’immagine che mi sconvolge, che mi turba nel profondo, preferisco capire perché mi fa questo effetto, piuttosto che controllare l’effetto che mi provoca, il sintomo. Anzi, io dico che se un’immagine mi sconvolge, tanto meglio, perché ho più probabilità di capirla che se invece mi lasciasse indifferente.
    Se invece per “controllo delle passioni” intendi dire che bisogna imparare a non essere agiti dalle immagini, sono con te

  28. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Milena
    Sì, certo: controllare non vuol certo dire inibire 🙂

  29. Luciano Says:

    Salve.
    L’esempio di MD ha un assunto implicito che lui non considera ma che Milena mette pienamente in luce. La scarica ormonale arriva perché la persona che ci dice di essere interessata ci piace. Se una donna che non ci piace dice la stessa cosa non c’è la stessa scarica ormonale (forse addirittura sarebbe di segno opposto). La parola attiva canali emozionali diversi non c’è dubbio. Allora facciamo un altro esempio: arriva una telefonata e ti dicono che il tuo migliore amico è morto. Ovviamente provi dolore. Adesso invece il tuo amico muore davanti ai tuoi occhi. Pensi davvero che la parola in questo caso possa suscitare emozioni più forti che quando lo hai visto morire? Suppongo di no. Walter Ong diceva che la vista ci fornisce i contorni delle cose mentre l’udito può svelarne la struttura interna. E in effetti è vero. Certo è che la sola vista non basta, come evidenziano i neuroscienziati, anche se, in ogni caso, la vista rimane la nostra modalità percettiva principale.

    A presto.

  30. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Luciano
    Facciamo un terzo caso: che ti consegnino un filmato con l’attimo in cui il tuo amico muore. Secondo me, l’emozione, sempre fortissima ovviamente, non è superiore a quando lo si apprende per telefono. Ciò che colpisce quindi in misura superiore non è tanto vederlo (potresti anche udire il rantolo da una stanza attigua), ma la contemporaneità: tu sei presente al momento in cui la tragedia ha luogo.
    Ciò che invece contraddistingue la parola, è la dose maggiore di immaginazione impegnata: devi ricostruire l’immagine del tuo amico, e magari riesci anche ad immaginarlo morto.

  31. milena Says:

    Sì, Luciano, la vista sarà anche la nostra modalità percettiva principale, ma nello stesso tempo è molto fallace. Spesso noi vediamo quello che ci aspettiamo di vedere, che siamo abituati o convinti di vedere, non quello che c’è realmente. E’ come se proiettassimo le immagini che già esistono nella nostra mente, all’esterno, sul mondo reale, e in tal modo il reale viene mascherato, velato, nascosto dalle nostre idee, convinzioni pregresse. Ovvero vediamo quello che ci immaginiamo che sia, non quello che esiste realmente

  32. Luciano Says:

    Salve.
    @Vincenzo
    Non credo sia vero quel che dici o almeno non del tutto. Voglio dire che ovviamente nel caso che citi tu puoi immaginare mille modi legati a quei dati uditivi mentre con la vista tutto è svelato nella sua unicità. Ciò non toglie che se ci pensi bene l’immaginazione (vocabolo quanto mia indicato) formula appunto delle immagini nella tua mente. Voglio dire che alla fine tutto ciò che rappresenti nella tua mente deriva dalle tue esperienze percettive. E la più potente tra queste è appunto quella visiva. La questione è evolutiva, non culturale o emozionale. La vista ti serve per vedere il cibo per selezionarlo etc, etc. L’immagine ha una maggior persistenza mnemonica. Se ti parlo di un tuo amico che non vedi da tempo la tua memoria ti riporta la sua immagine per prima cosa non la sua voce o il suo odore.

    @Milena
    Le nostre attività sensoriali sono integrate non divise a compartimenti stagni. Comunque è probabile che se tu leggendo un libro immagini la scena si attiveranno le stesse aree che se tu stessi vedendoi quella stessa scena. E’ il concetto che sta dietro ai neuroni specchio. Quello di cui tu parli è un aspetto molto particolare che va al di là del semplice meccanismo sensoriale, relativo più ad una funzionalità elaborativa che percettiva pura.

    A presto

  33. luther Says:

    Il potere delle immagini permette di immedesimarci per pochi attimi, talvolta ci lascia scossi per un po’…penso per esempio alle foto del povero Stefano Cucchi o alla foto, apparsa sul blog Nazione Indiana , del bimbo assassinato a Gaza dall’esercito Israeliano. Esse sono la testimonianza del dolore… restano impresse nella mente… ma sono temporanee.
    Ho trovato interessante un saggio di Giovanni Sartori, …la tesi e’ che le nuove tecnologie hanno prodotto una “mutazione genetica” per cui l’homo videns e’ subentrato alll’homo sapiens…
    Il problema di fondo e’ un altro. Si puo’ con le immagini generare sapere…conoscenza…progresso? La lettura ci fa apprendere attraverso l’astrazione…il pensiero… la Tv ci fa vedere tutto ma non fa capire niente…Le immagini , come asserisce Milena, spesso sono fallaci e vengono strumentalizzate…
    Saluti

  34. milena Says:

    @Luciano: infatti avevo buttato giù una frase prima di uscir di casa, e mentre guidavo già stavo pensando che non può essere che entri in funzione un senso solo, ma che invece sono tutti attivi (più o meno attivi) contemporaneamente. E che anche l’attività intellettuale, interpretativa, è già attiva nel momento stesso del percepire. Tant’è che posti di fronte ad uno stesso oggetto, o accadimento, persone diverse vedono cose differenti. Per questo non credo si possa parlare di attività percettiva pura. E quando mai?
    Tra l’altro mi sono ricordata che le scienze hanno ormai superato la suddivisione dei sensi nei cinque classici, ma che ne individuano per lo meno nove, dovuti anche all’intersezione, sovrapposizione dei vari sensi. Ma non saprei dirti dove l’ho letto, ma mi sembra lo dicesse md. in un post precedente.
    Poi farei una distinzione fra interpretazione immediata, che non credo si possa negare, ed elaborazione successiva, nel corso dei giorni e degli anni a venire.

    Il problema che solleva luther mi sembra interessante. Perché di fronte allo schermo televisivo, chi più chi meno ognuno di noi è portato a deporre le armi e a subire ciò che viene trasmesso in modo passivo, a meno che abbia di già elaborato un proprio sistema di convinzioni per leggerne i contenuti in modo critico.
    E i bambini sono le menti più malleabili, assorbono i contenuti come spugne. Ma anche gli adulti che non sono stati educati alla critica non se la passano meglio

  35. md Says:

    @milena: sì, che i sensi sarebbero ben più di 5 (non ricordo però il numero ipotizzato, anche perché forse non c’era accordo tra gli esperti, e poi magari non ha nemmeno importanza) lo avevo letto tempo fa su una rivista scientifica. Ricordo che mi aveva colpito l’identificazione di quel senso secondo cui riesci ad avvertire la presenza di una persona in uno spazio chiuso senza percepirla attraverso nessuno dei sensi tradizionali…

  36. luther Says:

    @milena
    poi finisce che qualcuno “scende in campo”…e per il bene della nazione…
    ma questa e’ un’ altra storia.
    Di adulti educati alla critica ne conosco pochi…Tu?

    Credo che le “vittime” di questo follia siano i minori…soprattutto i bambini piccoli. Per ore sono costretti ad “assorbire” immagini destinate agli adulti.
    Quale rimedio? …Vabbuo’… qua e’ cosa vostra…i Prof. siete voi.

  37. milena Says:

    Le parole di Luther mi hanno fatto accorgere di essere andata fuori tema. Così ho riletto il post, e benché alcune parti mi risultino ancora incomprensibili, non credo di aver risposto alla domanda più semplice, “perché c’è bisogno di patire visivamente l’orrore per indignarsi?”, o quella apparentemente più semplice ma che è solo più corta, “perché esiste l’orrore?”.
    Alla prima rispondo che se non venissimo a conoscenza di quello che accade nel mondo, potremmo giusto indignarci di quello che accade nel nostro piccolo mondo, casa, condominio, strada, ambiente di lavoro, scuola, ospedali, eccetera.
    Perciò, se in parte sono favorevole al fatto di poter essere informata degli accadimenti universali – anche se ho dei dubbi sulle scelte di chi decide quali debbano essere gli accadimenti di cui le masse devono essere informate, e sulla “misura” e moltiplicazione di questo genere di informazione – in parte, ed è la parte più importante, sono preoccupata del fatto che siccome siamo tutti presi, occupati ed indignati da quello che succede nel mondo (lontano), ci interessiamo e ci indigniamo molto meno di quello che succede qui vicino, qui dove potremmo fare realmente qualcosa.
    Questo vuol dire che magari ci indigniamo, sì, per Stefano Chucchi che è stato pestato a morte, ma non ci indigniamo abbastanza quando i nostri bambini vengono presi a botte dalla televisione

  38. milena Says:

    Mi ero dimenticata di considerare quel “visivamente”.
    Al di là delle notizie e dei contenuti, credo che le immagini abbiano un capacità di suggestione maggiore delle parole. E poiché l’immagine è rapida, e a un’immagine ne segue un’altra e un’altra ancora, non abbiamo il tempo per elaborarla e rifletterci, così che generalmente si “digerisce” il tutto “bevendoci” le parole e le spiegazioni del commentatore.
    Oggi stavo pensando che il senso di nausea che provo quando “vedo” la televisione, non è per la faccia del ministro Alfano (anche se è davvero brutto e non ci piove anche al di là delle castronerie che dice), ma è perché la televisione a lungo andare “de-sensibilizza”.
    E con questo non voglio dire soltanto che ci fa diventare insensibili, ma che atrofizza i nostri sensi in modo molto concreto.
    Non è possibile passare ore e ore a guardare la televisione senza che questo abbia effetti non solo sulla nostra mente, ma proprio sul nostro corpo, anche perché sappiamo bene che sono una cosa sola.
    E la mia nausea è reale. E se questo succede a me, e a noi che siamo adulti, figuriamoci cosa accade ad un bambino.
    Ma forse non riusciamo neppure ad immaginarlo

  39. md Says:

    Probabilmente per sostenere l’orrore abbiamo bisogno di rappresentarlo, e dunque allontanarlo da noi. Che è esattamente quel che succede con le arti visive (in particolare), che vorrebbero dar forma (e forse senso) a qualcosa che altrimenti non l’avrebbe e che resterebbe del tutto muto e alieno – paralizzante, così come viene rappresentato dalla figura di Medusa (se ne era parlato qui).
    Col che l’immagine (o meglio, questo genere e uso delle immagini) assumerebbe una duplice funzione rassicurante: dare forma all’informe, inserendolo entro un ordine simbolico definito; allontanare da noi l’amaro calice, rendendolo visibile (ed esteticamente godibile, ahimé) comodamente seduti in veste di spettatori.

    Credo che la discussione che si è generata a partire dal mio post sia stata molto interessante e niente affatto fuori tema; anche se la mia preoccupazione principale, che Milena ha richiamato nei suoi ultimi commenti, era quella di sottolineare come l’ingorgo delle immagini possa rappresentare oggi un problema anziché un ausilio alla comprensione del mondo. Proprio perché evocative, allusive e sfuggenti; oltre che eccitanti al massimo grado le passioni (non a caso Platone “immaginò” di porre la sede dell’immaginazione nel fegato, organo tra l’altro “lucido, capace di ricevere e mostrare le immagini rispecchiandole”).
    Così eccitanti, però, da generare o l’overdose o, per reazione, il deserto emotivo. Anestetizzando al contempo la ragione (o quel che con tale termine intendiamo ancora, nonostante tutto).
    Non abbiamo poi indagato l’aspetto più oscuro della cosa, e cioè il piacere insito nella contemplazione dell’orrore: ma qui bisognerebbe scomodare tutta la concezione greca del tragico fino ad arrivare a Freud e oltre. Ma le cose si farebbero molto, molto complicate.

  40. milena Says:

    Va bene, md, grazie per le precisazioni. Ma io stavo andando un po’ più oltre, sulla scia della domanda niente affatto teorica che ha fatto Luther, ovvero “Quale rimedio?
    Perché io e Luther non stiamo parlando di immagini in generale, e per niente di arti visive. Perché il vero problema è la televisione.
    Ho un ricordo molto preciso di quando la televisione entrò nella mia casa, avevo quattro o cinque anni. E se penso a come era la vita allora, e come è cambiata in quaranta, cinquant’anni, io credo che una grossa fetta di responsabilità su questo determinato cambiamento è dovuto proprio all’uso massiccio della televisione. Ha cambiato le nostre vite, il nostro modo di essere, la vita sociale.
    La televisione è stata il mezzo di intrattenimento principale, nel senso che ci ha davvero trattenuti, chiusi ognuno nelle proprie case. Tutti a vedere le stesse cose, è vero, ma sempre più estranei l’uno all’altro.
    Comunque adesso devo uscire, ci sentiamo più tardi. E spero non sia troppo tardi

  41. luther Says:

    @ Milena
    hai proprio ragione… le tue parole mi hanno fatto ricordare una canzone di Pino Daniele… una strofa in particolare:
    “…voglio vedè’ ‘a televisione
    ca ce distrugge ‘a dinto e ‘a fora…”
    (…voglio vedere la televisione
    che ci distrugge dentro e fuori…)
    credo d’essere piu’ giovane di te…ma non tanto per non ricordare la Tv in B/N e “la TV dei ragazzi”che iniziava alle 17,30.
    Che strano…per anni, attraverso la Tv, abbiamo guardato il mondo in B/N…adesso che tutto e’ a “colori” ho la sensazione di stare peggio…
    @Md
    non incavolarti se ogni tanto divago…lo so che per questi commenti c’e’ un’altra stanza…qui bisogna essere “seri”…altrimenti si perde il filo del discorso…e che cavolo e’ un blog filosofico!

  42. md Says:

    @luther e milena: è vero che sono partito da Platone, ma gli esempi che ho fatto sull’uso delle immagini riguardano anche la televisione.
    Che cosa fare? Semplicemente spegnerla e inibirla per gran parte della giornata ai bambini.
    Che però rischiano di cadere dalla padella alla brace: osservo quotidianamente in biblioteca i ragazzi di fronte al web, in particolare a quell’enorme calderone che è youtube, e mi vien da dire che l’educazione all’uso e alla fruizione delle immagini è un lavoro tutto da rifare dalle fondamenta.
    Con un’aggravante rispetto alla TV: che lì almeno è chiaro che c’è un modo sostanzialmente passivo di usarla, nel web invece c’è l’illusione del protagonismo e dell’interattività.

  43. milena Says:

    Certo, spegnerla è la risposta più semplice ed immediata che si può dare. Ma come anche tu dici, non risolverà il problema.
    E anche se qualcuno riuscisse a risolvere il proprio problema personale, il problema sociale rimarrebbe identico a prima.
    Perchè non è che la gente smette per incanto di usare le televisioni in modo indiscriminato, o che puoi impedire che i bambini vedano i programmi destinati agli adulti se gli adulti stessi in ogni casa non ci stanno attenti. Perciò l’unica via sarebbe di educare i genitori.
    E dove si possono educare gli adulti se non nelle scuole? Nelle scuole dei loro figli, è ovvio, dal nido alla scuola materna, e dalle elementari alle medie superiori.
    Non so se qualcuno l’ha già fatto o lo stanno già facendo. O forse nessuno ha davvero intenzione di farlo? O di continuare a farlo?

  44. milena Says:

    … vabbuò… io non sono un Prof. … io non sono niente

  45. milena Says:

    Questa mattina mentre ero occupata nelle faccende quotidiane all’improvviso è venuta a galla questa parola: NIENTITUDINE. E’ una parola strana, non so dove o quando l’ho sentita o letta; ma immagino che facendo una ricerca in google non avrei difficoltà a trovarla, anche perché non credo di poter inventare nulla di nuovo perché tutto è già creato.
    Non dico che questa parola mi suoni bene o che mi piaccia, ma soltanto che mi sembra appropriata. Più appropriata ai tempi che corrono, voglio dire, tanto che penso che potrei benissimo sostituirla alla parola inquietudine, quando mi venisse voglia di usarla.
    Sapete quando si dice “non si muove foglia” … e non è vero; perché le foglie si muovono, si muovono al vento … eccome. Mentre è più difficile che si muovano i rami i tronchi e le radici, ben ficcate a fondo nella nientitudine. Appunto.
    E’ un peccato, uno spreco, poter disporre di questo meraviglioso strumento che è il pensiero. Ma per fare cosa?
    Un giorno avevo letto, non so dove, che le persone destinate per nascita alle attività manuali non dovrebbero esercitare il pensiero perché oltre che inutile sarebbe d’intralcio alla loro occupazione. Ammettendo che sia vero, mi chiedo cosa se ne fa del pensiero chi, dopo aver elaborato delle ottime teorie non ha la capacità o la possibilità di metterle in pratica.
    Be’, sì, si possono scrivere libri, e di fatto si fanno: libri che poi vengono letti dagli esperti nel settore “pensiero”. Così che scambiandosi pensieri tra loro diventano sempre più intelligenti. I pensieri. A tal punto che “il pensiero” di sicuro diventerà così potente da riuscire a raggiungere non solo la luna ma anche marte.
    Tutti gli altri si occuperanno di stampare i fogli, rilegare i libri e distribuirli, e costruire piattaforme e missili.

    Ho semplificato molto, lo so, ma la divulgazione di “cultura” va troppo a rilento. Anzi, a passo di gambero. Ecco, mi sono ricordata adesso che proprio “A passo di gambero” era il titolo del libro di Eco che leggevo quest’estate tra un tuffo e l’altro. Anche se oggi avrei più voglia di lasciar scivolare i miei pensieri in un lago gelato e spegnerli in silenzio, come carboni accesi in un secchio d’acqua e ssssssssssss

  46. Immagine linguaggio figura « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] si tratta, direbbe Hegel, di “cattivo infinito”. Il sospetto (ne avevo già parlato qui prima di incontrare questo saggio) è che, al di là dello statuto della figura e dei meccanismi […]

  47. Piccola apologia dell’opacità | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] pubblica) i soli accostamenti immaginari ed emotivi (anche su questo avevo accennato qualcosa qui). La formula imperante del “mi piace” e dell’emoticon sono la perfetta sintesi di […]

  48. Qui sotto non posterò nessuna fotografia scioccante, ma solo qualche ragionamento | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] Ascoltavo stamane su una radio molto attenta all’informazione, il dibattito (direi globale) seguito alla pubblicazione e circolazione virale della fotografia di Aylan, il bambino siriano proveniente da Kobane e annegato su una spiaggia turca. Io non so dire in maniera netta se sia stato giusto o sbagliato pubblicarla, o eticamente lecito cavalcarla per un supposto scopo umanitario (non voglio pensare che la gran parte di chi lo ha fatto abbia messo in conto maggiori copie vendute, maggiore visibilità, o un numero più alto di “mi piace” sulla propria bacheca, anche se qua e là, magari solo sotterraneamente ed in maniera inconscia, questi elementi avranno influito). Quel che però oggi mi chiedo è la medesima domanda che mi ponevo ormai 6 anni fa (quando cominciava ad essere chiara la potenza invasiva dei social e la diffusione virale delle immagini – che peraltro aveva raggiunto un vertice ancora tutto televisivo con l’11 settembre – a proposito della dittatura delle immagini: […]

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