Quel che penso davvero in 19 tesi

(Questa volta la summa è farina del mio sacco mentale – anche se le granaglie provengono da antiche e sparse comunità agricole, passate poi sotto le macine  del tempo. Si tratta di sintetiche quanto ellittiche suggestioni di quel che penso a proposito del nostro posto nel mondo. Scritte in concomitanza col mio terzo compleanno vegetariano. Dedicate dunque alla cura e alla pietas che si devono agli enti, ai viventi, agli animali –  e forse un po’ anche a noi stessi. Non sentimentalismo, non pietismo. Cura e pietà semmai, cioè modalità della ragione. Quel “davvero” del titolo è solo un rafforzativo, un esornativo o uno stratagemma retorico – da intendersi a piacere. Mentre il numero 19 è del tutto casuale).

***

1. Il nostro essere nel mondo è innanzitutto un essere inclusivo. Noi abitiamo il mondo, ne siamo parte integrante, innestati, fusi e confusi in esso.

2. Ma la mente ha la tendenza a considerare l’essere nel mondo in modo esclusivo: gli umani si sono sentiti, immaginati e rappresentati, via via, come i padroni del mondo, la punta di diamante del mondo, addirittura fine e scopo del mondo – fino al delirio di onnipotenza di credersene creatori e ideatori. Il tutto sarebbe apparecchiato per noi. Il mondo come cosa nostra e nostra rappresentazione.

3. In realtà, la mente umana non esce mai dalle contraddizioni nelle quali si avventura considerandosi in tal modo: il suo sentirsi scissa e libera dal corpo – spirito che è altro dalla corporeità, fisicità, sensibilità, materialità – le fa credere di potersi librare su questo, o addirittura abitare un altro mondo. Ma la mente e il corpo sono in ultima analisi la medesima cosa, l’una funzione dell’altro. La mente è l’ombra gettata dal corpo nel mondo. E il corpo è il suo imprescindibile latore in quello stesso mondo di cui entrambi sono parte.

4. La mente pensa da un punto di vista esterno il mondo che l’ha generata e il corpo che l’ha  nutrita e fatta crescere. Ma non può sfuggire alla circolarità di cui è vittima: il suo pensare l’essere è insieme il suo essere tutt’uno con esso. Con-essere, appunto. Noi innanzitutto siamo alla stregua di tutti gli altri enti. Vi è in origine una comunanza ontologica che non può essere rotta, se non in maniera drammaticamente illusoria. Un’illusione, cioè, in grado di produrre conseguenze talvolta dolorose.

5. Un’analoga, anche se speciale, comunanza, la condividiamo con gli esseri senzienti e viventi, in quanto anche noi sentiamo e viviamo. Ma è proprio questa esperienza originaria – il sentirsi vivi e non inerti, cioè speciali e differenti – a costituire la prima esperienza di rottura dell’unità ontologica. Ce lo rivela il termine stesso con-dividere, quasi un ossimoro.

6. Tutta la storia umana è punteggiata di successive e ricorrenti fratture dell’unità dell’essere: tra organico e inorganico; vivente e inerte; mentale e corporeo; umano e animale. Le separazioni si insinuano anche nella specie seguendo le linee della territorialità, della variabilità geoclimatica, e di tutte le successive invenzioni etnoidentitarie. E’ anche possibile che queste ultime scissioni siano alla base delle prime.

7. Ma la frattura più sanguinante – e non solo per metafora – è quella interna al mondo della vita. I viventi eterotrofi per poter vivere si nutrono della vita di altri viventi. La vita è un processo di autofagocitazione. La crudeltà originaria è iscritta nei codici naturali e nelle bocche dei vivi, che grondano del sangue dei morituri di cui sono costretti a nutrirsi!

8. Gli umani non fanno eccezione: la guerra è l’inevitabile conseguenza intraspecifica della conflittualità originaria. Ma la loro peculiarità sta nell’unire questa (necessaria) frattura originaria con la (libera) potenza mentale ed immaginifica che si trovano casualmente (o, per meglio dire, grazie al caso bioevolutivo) a possedere. Il destino di cui si sentono investiti è quello della perenne espansione di sé a spese del pianeta e di tutti gli altri esseri viventi. La mente, con le sue protesi tecniche (tra cui quella potentissima del denaro), estende il suo dominio sul mondo, in modo illimitato e fagocitante. La punta di diamante della vita vuole per sé tutta la vita, tutti gli enti.

9. Appaiono ora all’orizzonte alcuni possibili correttivi agli eccessi dovuti a tale meccanica espansione, anche perché la generazione di continue e più larghe fratture rischia di precipitare il mondo nel baratro e nel nulla dell’autodivoramento, generati dal propagarsi incontrollato e virulento del desiderio e del narcisismo. Si è trattato però finora di balbettii, palliativi, piccole panacee che non affrontano il problema alla radice.

10. Si deve cioè tornare a contemplare il mondo nella sua reale unità ontologica – cosa che però appare dominata dall’impossibilità. O meglio: il mondo è-già-da-sempre la sua stessa unità ontologica, ma il tempo umano crede di poterne minare le fondamenta, riducendolo ad un evento al suo servizio. Affinché questa apparente impossibilità si realizzi (o venga tolta) occorrerebbe:
o che la specie umana scomparisse, facendo così tramontare il nodo insieme all’impossibilità di scioglierlo;
o che decidesse di farsi carico integralmente del mondo e di tutte le altre specie.

11. Integralmente vuol dire che la prospettiva dev’essere quella (di nuovo, sul filo del rasoio dell’impossibilità) della ricostituzione dell’unità originaria, che può però solo essere idealmente ricucita, ma mai ristabilita, proprio perché la frattura solca in maniera indelebile la mente umana generando la sua stessa conformazione temporale.

12. Possono però essere fatti alcuni passi concreti, all’interno di quella prospettiva puramente ideale, secondo l’immagine poetica e però giovevole del calcare il pianeta con piedi leggeri – con tracce, cioè, in grado di dissolversi e di rimettere le cose in circolo, come ci ricorda la simbologia del mandala. Al momento non si intravvedono intendimenti collettivi (se non contraddittori) di voler camminare in quella direzione, anche perché:
a) la comunità umana appare scissa e frantumata, e tale stato sembra doversi protrarre ancora a lungo;
b) non esiste all’orizzonte un progetto da realizzare o una direzione di marcia da seguire.

13. Nell’attesa, si può solo ripiegare sull’agire individuale, partendo da sé e irraggiando sugli altri i propri comportamenti, con la consapevolezza che si tratta comunque di gocce relative e spesso vane entro la vastità dell’oceano. La massima etica generale potrebbe essere una delle seguenti: comportati sempre come se tu fossi uno qualunque degli enti e dei viventi – secondo una prospettiva orizzontale, mai verticale; mettiti sempre al posto di uno qualunque degli enti e dei viventi – secondo una prospettiva empatica; e così via.

14. La contraddizione torna però ad essere in campo etico quella insita nel modo di funzionare della mente. Fagocitare il mondo o salvarlo sono due facce della stessa medaglia – poiché entrambe le strade implicano l’accrescimento delle sfere della coscienza e della conoscenza. E dunque della brama di dominio sulle cose e sul mondo. Poiché, come abbiamo visto, il ritorno all’ingenua unità originaria è precluso, il destino della specie resta segnato da una patente contraddizione, ogni volta riprodotta dalla dinamica incontrollabile dell’espansione.

15. Sembra cioè essersi generato un cortocircuito tra sfera della necessità e sfera della libertà. Usciamo perennemente dal mondo della necessità senza mai approdare al regno della libertà. Da una parte la biologia zavorra i nostri piedi alati riconducendoli alla dura realtà del mondo naturale; dall’altra il mondo della tecnica sovrappone un nuovo strato necessitante volto a riprodurre all’infinito la dinamica dei bisogni (sociali) e dei desideri (individuali), senza dunque farci mai uscire effettivamente dalla sfera del determinismo e dell’animalità – sfere costitutive ineliminabili del nostro essere.

16. E’ dunque un gioco (e un giogo) di sfere quello nel quale siamo costantemente implicati. Il nodo della determinazione (e dell’autodeterminazione) diventa questione cruciale. Per poter uscire dall’impasse, si dovrebbe mettere ordine nelle sfere della determinazione: accettando pacificamente tutte le sfere della necessità (l’essere, l’animalità, la filogenesi, la speciazione, la finitezza, ecc.), giocando al contempo le (pochissime ma acuminate) carte della libertà che ci sono date. Quelle cioè attinenti alla relazione intra e interspecifica, e alla cura dell’essere. Una sympathetica ragione e una razionale pietas sono le uniche compagne di viaggio che potrebbero non condurci alla deriva e alla fine anticipata della specie. Cosa, peraltro, del tutto indifferente secondo le sfere più esterne ed estreme della necessità.

17. Emerge nel contempo il più bruciante dei paradossi: solo l’ergersi sopra il vivente (e persino l’essere) e credere di averlo in pugno, genera insieme all’illusione del possesso integrale, l’ancipite possibilità del prendersi cura, che è responsabilità ulteriore e ultimativa per sé, per i viventi e per le cose. Si produce in sostanza una sorta di coscienza globale lacerata ed infelice, proprio laddove la specie avverte di non poter essere né integralmente nichilista né tantomeno integralmente salvifica.

18. Un’attenta e profonda conoscenza delle sfere della determinazione condurrebbe alla sfera della verità. Ma poiché siamo costantemente determinati (e sovradeterminati) da tali sfere, la loro reale conoscenza sfugge alla salda presa del punto di vista della verità. Il nostro destino è erranza e nomadismo. L’eterno, la verità, l’assoluto, il bene, la bellezza sono i nomi dell’unità originaria che ci è preclusa. Tuttavia sono anche i luoghi nostalgici da cui l’erranza e il nomadismo non riescono a farci deviare lo sguardo. E’ l’episodica e lacerante esperienza dello struggimento.

19. Infine, il ritorno alla polvere sarà la dura verità che la nostra mente dovrà accettare: il pugno di terra che la bocca dovrà ingurgitare, la vampa di fuoco che in un istante avrà divorato il corpo. Atomi eterni che per un attimo si sono illusi di avere un senso e di poter compiere una missione, deviando dalla linea della necessità. Come le scie delle navi, i loro solchi si richiuderanno in un batter di ciglia e di loro non resterà che una lieve increspatura sulla vasta superficie dell’oceano. Gli umani, così come tutti gli enti, i viventi, i senzienti, tutte le azioni, i pensieri, le passioni, ed infine tutte le cose  – ciò che è e non può non essere fusione e unità in origine – dovranno solo accettare di essere stati – e dunque di essere eternamente – niente altro che quella lieve increspatura nell’immenso mar dell’essere.

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39 Risposte to “Quel che penso davvero in 19 tesi”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Ed ora cosa scriverai? Hai deciso di chiudere il blog? 😀
    Vediamo se riesco a scrivere qualcosa di serio in proposito, scusandomi sin da ora se mi è sfuggito qualcosa: stavolta, l’equivoco credo sia da mettere in conto, e nel proseguo della discussione si potrà chiarire.
    Mi pare che siamo abbastanza d’accordo. Ciò che mi pare manchi, ma è normale da parte di un punto di vista squisitamente filosofico, è la dimensione quantitativa, che però diventa essa stessa qualitativa.
    E’ il famoso concetto della sostenibilità: impieghiamo le risorse della natura, ma facciomolo autolimitandoci secondo un criterio di ragionevolezza. Il criterio sarebbe appunto quello di sfruttarle non esaurendole. Questo semplice concetto è parte di tradizioni tribali da sempre. I nativi d’America si nutrivano coi bisonti, ma mai ne avrebbero messo a repentaglio la sopravvivenza. Solo l’uomo bianco ne ha potuto fare strage (anch se poi non è riuscito a sterminareli, suo malgrdo direi). Allo stesso modo, ci sono tribù africane che affrontano anche la fame per non esaurire quelle risorse così fondamentali per la propria stessa sopravvivenza.
    C’è insomma un elemento culturale proprio della cultura occidentale, della nostra cultura. Si tratta di una cultura fondamentale distruttiva, figlia principalmente delle religioni monoteistiche, che rimangono per me la vera disgrazia per l’umanità.

  2. anna Says:

    md , molto interessante questo post! Mi ha colpito l’uso del futuro : “il ritorno alla polvere sara’ la dura verita’ che la nostra mente dovra’ accettare”. “Gli esseri umani … dovranno accettare di essere stati… nient’altro che quella lieve increspatura nell’immenso mare dell’essere”. @ Ad un concerto non riuscivo a distogliere lo sguardo dai movimenti di un violinista, prima appoggiava tutto il peso del suo corpo su un piede, poi sull’altro. @ su un piede metterei “il nostro essere nel mondo e’ inclusivo”, “il mondo e’ gia’ da sempre la sua stessa unita’ ontologica”, “ricostituzione dell’unita’ originaria”. “non restera’ che una lieve increspatura sulla vasta superficie dell’oceano”. Il caso ha voluto che prendessimo coscienza dell’essere in superficie e, dopo la morte, i nostri atomi eterni ritornano nelle profondita’ dell’essere. @ sull”altro piede metterei “il suo pensare l’essere e’ insieme il suo essere tutt’uno con esso”. “potenza mentale e immaginifica che si trovano casualmente a possedere, grazie al caso bioevolutivo”. Essere in evoluzione, pensiero in evoluzione, immaginazione in evoluzione, e forse anche altro, “bene, bellezza, nomi dell’unita’ originaria” “da cui non riusciamo a deviare lo sguardo”.@ Mi piace “immaginare di calcare il pianeta con piedi leggeri…” e “secondo una prospettiva orizzontale ed empatica”. “fagocitare il mondo o salvarlo. Entrambe le strade implicano l’accrescimento della coscienza e della conoscenza e dunque brama di dominio sulle cose e sul mondo”. Perche’ una maggiore coscienza implicherebbe necessariamente brama di dominio? Al posto della condivisione non si potrebbe vivere la compartecipazione all’essere? @ mi e’ venuta in mente una vecchia canzone di Branduardi “re dei fiumi, re dei mari, re del tempo e delle idee… re di tutto sono io, re di niente, re di me stesso”. Cercare di “giocare le pochissime carte della liberta’ “e “ne’ integralmente nichilista ne’ integralmente salvifica”. Lasciare uno spiraglio di luce all’evoluzione, al cambiamento, a quello che non sappiamo…

  3. milena Says:

    Bella e buona farina integrale. E’ per tutti? Ce la possiamo dividere, o con-dividere. Sì, è meglio. E grazie davvero! Ci hai fatto un bellissimo regalo per il tuo compleanno.
    E potrei sottoscrivere quasi ogni cosa. Soltanto anche a me “l’increspatura” fa uno strano effetto. Sappiamo tutti che non solo la vita di ogni essere, ma di tutta la specie è appena una sottile increspatura nell’universo; questo però dal punto di vista di Dio, e non per chi è “qui e ora”.
    Tu dici “essere stati”, ma questo è impossibile. Le cose non possono essere sé e il loro contrario. Non possono “essere” ed “essere state” nello stesso tempo – e sempre che il tempo esista davvero e non sia anche questa una storia che ci raccontiamo. Io posso soltanto dire “sono”. Non posso dire “sono stato”.
    Sono solo i limiti del nostro linguaggio che ci fanno dire, per esempio, “ieri mattina sono stato dal dottore”. Ma anche se mi riferisco ad una situazione diversa da quella in cui sono ora, gli enti coinvolti nella situazione a cui mi riferisco sono esattamente identici a sé stessi e non altri.
    Accettare di essere eternamente, lo posso accettare. Mentre non posso nemmeno immaginare di essere stata, perché io sono.
    Se però tu dici che praticamente il nostro esistere come esseri viventi è eternamente determinato nel tempo e nello spazio (dove tempo e spazio vengono concepiti con nostri limiti umani) allora io dico “meno male”. E insomma, abbi un po’ di pietà! Non vorrai davvero che io continui a vivere come io, sempre io, Milena, all’infinito! Mettiti un po’ nei miei panni. Non credi che possa bastare quel che ci è dato, e anche un giorno di più potrebbe essere una noia? Quello che voglio dire è che voglio essere contenta di quello che è, e non dispiacermi per quello che non è, o che non sarà, o che non è stato, o che non sarà stato, almeno per quanto riguarda la mia persona.
    E in ogni caso “l’ “uomo” è infinitamente di più della dimensione dell’errare, dove un individuo pensa, decide, agisce, soffre”.
    “L’increspatura”, invece, mi suggerisce di nuovo l’idea che l’uomo (e tutte le cose) in fondo sia, non un nulla assoluto, ma un quasi niente. E questo è un’idea che abbiamo nell’inconscio, ma che non è buona, non è utile, non migliora le cose.

  4. md Says:

    @milena: “quello che non è, o che non sarà, o che non è stato, o che non sarà stato” per quanto ci riguarda, è semplicemente quel che non sappiamo, perché siamo finiti, modi determinati della sostanza.
    Il nostro essere increspature – cioè, di nuovo, modi della sostanza – non è un “quasi niente”, ma la pienezza dell’essere che ci compete, la nostra stessa potenza. Quel che possiamo essere, né più né meno. In quel “poter essere”, che non è un “dover essere”, sta la misura della bontà, dell’utilità, della felicità.

    @anna: forse non c’è un’implicazione necessaria tra coscienza e dominio, ma certo la “coscienza occidentale” e il soggetto che la esprime, forse perché ancora troppo cristiana e cartesiana, e nonostante le innumerevoli crisi novecentesche, continua ad intendere il mondo come suo territorio di caccia…

    @Vincenzo: condivido in pieno quanto dici del monoteismo.

  5. Kinnie51 Says:

    “L’essere è, il nulla non è.” “Ogni essente non può essere che eterno”
    Quello che tu dici mi ricorda vagamente Emanuele Severino, anche se le mie capacità logiche sono limitate per poter capire appieno queste affermazioni: allora il passato non esiste? E non ha senso il divenire? E allora Spinoza? Sono confusa!
    Un caro saluto e buon compleanno.:)

  6. Luciano Says:

    Salve.

    Cito: “quello che non è, o che non sarà, o che non è stato, o che non sarà stato” per quanto ci riguarda, è semplicemente quel che non sappiamo, perché siamo finiti, modi determinati della sostanza.

    Ecco, secondo me in questa affermazione di MD c’è il cardine stesso della vita umana, la motivazione che ci ha portati fin qui. La sublime ignoranza che abbiamo azzannato nei secoli, con fame alle volte spasmodica, per arrivare ad avere un vago ritratto della realtà. Noi possediamo ben pochi e malamente accurati strumenti per percepire quel che è intorno a noi e forse ancora meno per quel che riguarda la conoscenza di noi stessi. Noi non siamo in grado di percepire l’infinitamente piccolo né tantomeno l’infinitamente grande. Ciononostante parliamo in modo presuntuoso della nostra ragione. Ma alla fine, come ha giustamente detto MD possiamo solo ammettere la nostra ignoranza. Alcuni si affidano a Dio per sentirsi meno spaesati di fronte a questa immensità oscura che è la nostra incapacità di conoscenza e forse anche di comprensione, altri invece lasciano che la questione sia risolta da Caso. Ma né gli uni né gli altri ammetteranno mai che l’unica cosa sensata da dire è “io non lo so”.

    A presto.

    P.S. Mi unisco agli altri che ti hanno augurato buon compleanno e mi scuso di non averlo fatto prima ma non ne ero a conoscenza.

  7. Kinnie51 Says:

    @Luciano: non so chi sei ma le tue parole hanno aperto un varco chiarificatore nei miei pensieri di persona che si sta approcciando ora, in maniera meno scolastica, ai problemi della filosofia. Forse il tuo linguaggio è stato per me più comprensibile, perchè meno specifico.Grazie!

  8. Kinnie51 Says:

    Scusa MD, ho riletto per la terza volta la tua pregevole SUMMA e questa volta l’ho fatto all’incontrario: dal diciannovesimo punto al primo, in modo da vedere prima le conclusioni e poi le premesse ed in effetti mi trovi molto d’accordo sul tuo pensiero, in particolare laddove dici che “L’eterno, la verità, l’assoluto, il bene, la bellezza sono i nomi dell’unità originaria che ci è preclusa. Tuttavia sono anche i luoghi nostalgici da cui l’erranza e il nomadismo non riescono a farci deviare lo sguardo.” Naturalmente tu parli di erranza e nomadismo di natura mentale
    E poi, per quanto riguarda l’etica, che è un problema che di questi tempi mi tormenta parecchio, “con la consapevolezza che si tratta comunque di gocce relative e spesso vane entro la vastità dell’oceano. La massima etica generale potrebbe essere una delle seguenti: comportati sempre come se tu fossi uno qualunque degli enti e dei viventi – secondo una prospettiva orizzontale, mai verticale; mettiti sempre al posto di uno qualunque degli enti e dei viventi – secondo una prospettiva empatica”.
    Data l’ora, ti auguro una buona serata e una buona domenica.

  9. md Says:

    @Kinnie51: interessante questa idea della lettura rovesciata, proverò a farlo anch’io – c’è molto Spinoza in quel che scrivo, ma naturalmente Severino resta uno dei miei primi “maestri”.
    Il mio tentativo è quello di non pensare più le cose al di fuori dell’immanenza e di una ricostituita unità tra la mente e il corpo, l’animalità e l’umanità: noi siamo natura, nient’altro che natura, o se si preferisce uno dei tanti infiniti ed egualmente degni modi attraverso cui la natura (la sostanza, l’essere, o quel che si vuole) si manifesta. Siamo cioè enti sullo stesso piano di tutti gli altri.
    Proverò a tornare su alcune questioni, specie per quel che riguarda l’etica, magari utilizzando un linguaggio meno allusivo e astratto.

    @Luciano: grazie! in realtà si tratta del mio terzo “compleanno vegetariano”, che però a questo punto ritengo qualcosa di rituale e di non meno importante dell’altro…

  10. anna Says:

    @ luciano: la tua ultima frase mi ricorda un vecchio amico. Oltre a “non lo so”, mi ripeteva spesso “non restare ferma nei pensieri, viviti, sei qui, nel corpo, è sacro”. @ md: hai ragione. Forse noi occidentali potremmo iniziare a guardare le altre culture con più umiltà e rispetto, “in una prospettiva orizzontale”

  11. milena Says:

    @md: “Il nostro essere increspature – cioè, di nuovo, modi della sostanza”, mi hai detto ancora.
    Ed è vero che il testo è tuo e che puoi scrivere quello che vuoi, però ti contesto la scelta di questa parola. Perché non vedo dove “la pienezza dell’essere che ci compete” mostri una qualche analogia con un’increspatura.
    “La pienezza dell’essere che ci compete” io non la chiamerei increspatura, affatto.
    E poiché dicevi anche “noi attribuiamo senso e valore (o non-senso e disvalore) alle cose”, ancora non capisco da dove ti venga l’idea di assimilare l’uomo ad un’increspatura, cosa che mi sembra sminuisca quel che può essere di valore, a meno che sia da intendersi come una provocazione.
    Tu conosci molto bene il significato delle parole, perciò sai che non è indifferente la scelta di una parola in luogo di un’altra. E allora mi dici come posso provare simpatia o pietà per un’increspatura? Che infatti sappiamo cosa fa talvolta l’uomo occidentale di fronte ad un’increspatura: gli mette sopra un piede e la spiana, e poi in aggiunta una bella colata di cemento.
    Ieri mentre guidavo, a lato della strada ho visto un cartello con scritto “primi, secondi, e gioia”. Mi ha fatto piacere leggerlo, anche se so che le cose non sono proprio così. E’ una piccola cosa, ma certo non mi avrebbe fatto lo stesso effetto se avessi letto “primi, secondi, Euro 10”, che sarebbe stato esattamente nella norma, e non avrebbe scalfito neppure l’idea della nientitudine diffusa.
    Per questo dico che bisognerebbe combattere la nientitudine, ognuno attraverso le potenzialità di cui dispone. Per questo continuo a dire che “increspatura” non mi piace e non me la voglio far piacere. Anzi, se fossi al tuo posto, ovvero se avessi il potere concreto di cambiarla, io la cambierei. Certo, a meno che ti piaccia davvero (!)

  12. milena Says:

    Propongo un gioco. Proviamo a pensare un’alternativa alla parola “increspatura”.
    Comincio io.
    Cacchio, le cose vanno di male in peggio. In questo momento mi viene in mente solo la parola “abisso”.
    Anna, provaci tu per favore … dicci la tua

    e anche tutti quanti… su belli, su … provateci

  13. Luciano Says:

    Salve.
    Io credo che l’ossimoro concettuale che infastidisce Milena, tra pienezza dell’essere e increspatura, non sia un vero e proprio ossimoro. Dell’essere (o della sostanza) noi condividiamo la pienezza perché siamo esso, ne abbiamo le caratteristiche, ne siamo increspatura perché siamo una determinazione particolare, nel senso di una delle infinitesime declinazioni dell’essere. A pensarci bene il vero problema è cercare di rapportare alla nostra “risoluzione” cognitiva qualcosa che ne è ben al di fuori. Nel mio intervento precedente ho citato che non siamo in grado di percepire l’infinitamente piccolo e neanche l’infinitamente grande e questo accade perché le nostre percezioni sono limitate. Allora noi abbiamo portato l’infinitamente piccolo (e l’infinitamente grande) all’interno della nostra scala percettiva (microscopi, telescopi). Ora questo siamo stati in grado di farlo perché si trattava di cose che ricadevano sotto i nostri sensi. Ma quando si tratta di qualcosa che non siamo in grado di raffigurare mentalmente, concetti astratti ad esempio, noi siamo ciechi, sordi, e non abbiamo a disposizione quell’armamentario che ci ha permesso ad esempio di vedere un microbo come se fosse gigantesco. Non c’è modo. E da qui deriva la nostra frustrazione. Stiamo cercando di descrivere qualcosa che è al di fuori del potere risolutivo della nostra mente. Qualcuno mi dirà: sì e allora Democrito? Io rispondo che Democrito ha avuto un’idea, un’intuizione che noi abbiamo dimostrato solo duemila e rotti anni dopo. Anche chi crede negli extraterrestri ha lo stesso tipo di sicurezza. Ma se qualcosa non puoi dimostrarla che prove puoi portare alla sua esistenza. Ecco la parola chiave: esistenza. Se ne chiedete la definizione (io ho provato a chiederla ad Achille Varzi) non sapranno darvela. Se ne può dare una definizione operativa, cioé che cosa fa qualcosa che esiste, ma non dell’esistenza in quanto tale. Per inciso penso che la stessa cosa possa dirsi di tutto ciò che è puramente astratto: provate a definire l’amicizia, a farvene un’immagine mentale. Non di cosa fanno due amici, ma dell’amicizia. O dell’anima o della lealtà o dell’amore. Torniamo sempre al punto di partenza. L’unica cosa che possiamo dire è, di nuovo, non lo so. Non è un atteggiamento mio, lo diceva già Protagora nel V secolo A.C. Sono stati ingiustamente bistrattati i sofisti.

    A presto.

  14. anna Says:

    @ Luciano: scusa, non ho letto l’ultimo tuo commento! solo qualche riga, perchè ho poco tempo. Mi è venuta in mente un’altra sua frase “lascia spazio a quel che non sai”. Ho imparato molto anche da lui. Mi ha aiutata a riscoprire la saggezza dell’infanzia: la meraviglia di fronte alla vita, la grandezza delle piccole cose, il vivere presenti nel proprio corpo. Anche se inizialmente camminare tra le nubi, in montagna o nella brughiera, può spaventare o disorientare, aiuta a trovare se stessi. Quando le nubi se ne vanno, ti guardi attorno con occhi diversi, sei più presente, più vivo dentro… ma ora lui direbbe “ssss… silenzio, viviti”. Buona settimana!

  15. anna Says:

    una precisione: più che trovare o a scoprire se stessi, vivere un altro pezzettino di ciò che non sappiamo, ma che è presente in noi. ssss…

  16. md Says:

    Sull’increspatura:
    semplicemente è un’immagine (se si vuole poetica) che ho sempre amato – e che però non è messa lì a caso, né si tratta di un artificio retorico, dato che rinvia all’onda, o meglio all’ondulazione, e se si vuole anche alla piega di Deleuze (dove però ha un altro significato anche perché legato al concetto di ripetizione, a Leibniz, all’analisi del barocco, ecc. ecc.).
    La visione che sta dietro quell’immagine (che può piacere o non piacere, come tutte le immagini) è però concettualmente definita: è il piano di immanenza su cui tutte le cose, gli enti e gli eventi sono modulati e si equivalgono, come espressioni orizzontali non gerarchicamente determinate dell’unica sostanza – “fuoco che si propaga in infiniti focolai”.

  17. Luciano Says:

    Salve.
    Al di là di increspature e pieni, ho come l’impressione che in questo che è certamente un concetto al di fuori del controllo di qualsiasi essere vivente, ci si voglia inserire a tutti i costi qualcosa di umano. La pretesa di orizzontalità è un concetto che ha una valenza socio-politica ma non è vero (o giusto, fate voi) in generale. In natura non esiste l’eguaglianza, ma non perché la natura sia ingiusta, ma semplicemente perché il concetto stesso di giustizia è del tutto umano. Persino noi riconosciamo questa cosa perché da secoli, se non millenni, ci troviamo di fronte il dilemma nomos-physis. E non lo abbiamo ancora risolto! Certo si dirà che la socialità è segno di intelligenza e quindi il superamento della legge del più forte. Nomos vince sulla physis…ma a ben guardare, nelle nostre società si contrappone l’individuo allo stato e alle sue leggi. E lo stato non è forse il più forte?

    A presto.

  18. md Says:

    @Luciano: l’orizzontalità non ha qui una valenza etica o politica, poiché sul piano della sostanza non può per definizione esserci né bene né male, né giusto né ingiusto. Tutte le cose, dal punto di vista della sostanza (che dunque non può essere per definizione quello umano, se non in quanto l’umano è parte e modo della sostanza che lo ricomprende), si equivalgono ed hanno pari “dignità”.
    E’ chiaro che la finitezza e l’insufficienza del nostro linguaggio si esprimono anche nella difficoltà di definire quello che rimane un piano e un punto di vista per noi poco immediato e difficilmente raggiungibile, se non attraverso la facoltà immaginativa e la capacità di astrazione. O, se si preferisce, un vero e proprio salto mortale logico.

  19. milena Says:

    @md: non avevo ancora avuto tempo di scriverlo, ma di mio ero già giunta, più o meno, all’immagine poetica che esprimi, anche se non conosco la piega di Deleuze ecc., e non conosco tutte le cose che conosci tu.
    Forse avevo solo bisogno di passare dall’abisso, e dall’orlo dell’abisso in cui stiamo fra il dover e il poter essere, e inerpicarmi sulla riva per guardare il mare.
    La superficie del mare, talvolta liscia come l’olio, a volte comincia ad incresparsi. La gente di mare sa che questo significa che sta arrivando il vento. Quando il vento aumenta appaiono delle increspature bianche che i marinai chiamano ochette, che potrebbero essere il segnale che le onde diventeranno sempre più alte e forti, impetuose e travolgenti.
    E comunque l’increspatura è qualcosa che già di suo si solleva dalla superficie piana piatta o liscia come l’olio.
    Anche “fuoco che si propaga in infiniti focolai” è molto bello

  20. milena Says:

    C’è una cosa che mi fa uno strano effetto, quando sento dire che non sappiamo niente. Che non sappiamo più cos’è la bellezza, per esempio, o il bene. E questa a me sembra una palla da mettere sull’albero di natale e poi ballarci intorno facendo la ola.
    Perché mi pare proprio che se vediamo una cosa, e se non siamo ciechi, anche relativamente agli strumenti che ognuno possiede, si possa dire se è bella o brutta, e se ci piace più o meno.
    Idem per il bene, altrimenti potremmo mangiare veleno tutti i giorni e non accorgercene finché non abbiamo un piede nella fossa. O respirare smog ed essere felici e contenti.
    La verità, bè, la verità è ciò che è vero, che esiste e che non è in un altro modo. Se poi non sappiamo giudicare se una cosa è vera o falsa, allora, di nuovo, è perché non ci vediamo bene. E allora bisognerà indagare o metterci degli occhiali più adatti, o pulire le lenti. Non è detto che tutto sia chiaro e lampante, ma con qualche sforzo si può riuscire. Se esistono ancora dei dubbi credo che sia meglio optare per il meno peggio fra le opzioni più vicine al vero.
    E’ relativa? Sì, può darsi, ma quando mai ognuno di noi va in giro con due teste? Abbiamo una testa, un corpo, una vita, e molto spesso è quanto basta.
    All’interno dei criteri netti ovviamente ci sono sfumature, ma spero proprio che non sia una nebbia lattiginosa che avvolge tutto.
    Dell’assoluto? Chissenefrega

    (Qualcuno giustamente dirà:
    – Questa non è “filosofia” … ma soltanto “senso comune” –
    – E buttalo via! -)

  21. Luciano Says:

    Salve.

    Se fosse come dici tu a quest’ora ancora crederemmo che il sole gira intorno alla luna, che i topi nascono per generazione spontanea, che un sasso lanciato si muove perché spinto dall’aria che si richiude dietro di esso.
    Dubium sapientiae initium, diceva Cartesio.

    A presto

  22. milena Says:

    @Luciano: da quello che mi dici sembra che ti sia venuto il dubbio (o forse la certezza?) che io sia scema …
    Proviamo a ragionarci sopra.
    Tu avevi scritto: “L’unica cosa che possiamo dire è, di nuovo, non lo so. Non è un atteggiamento mio, lo diceva già Protagora nel V secolo A.C” .
    Ora, io avrei dei dubbi anche che Protagora potesse dire di non sapere niente (ma lo diceva “lui”, appunto, e chissenefrega). Ma anche se così fosse, dal V secolo A.C, ad oggi abbiamo accumulato una tale quantità di conoscenze, e di tecniche, che non credo proprio che oggi si possa dire “non so”. Che non si sappia tutto credo sia vero, e non sarà nemmeno mai possibile sapere tutto. Ed inoltre io non conosco molte cose che conosci tu (che da come scrivi mi sembri più istruito di me), ma magari anche viceversa. Direi piuttosto che la conoscenza si è così frammentata in segmenti, ed è così ricca e copiosa da rappresentare, direi persino, un ostacolo a se stessa. E a tutti noi, in definitiva.
    Il dubbio non può restare fine a se stesso, ma deve condurre a decisioni, a risoluzioni, altrimenti sarebbe simile ad una certezza, ossia avere una tale forza da paralizzare.
    Utilizzo una metafora un po’ sciocchina ma, spero, divertente. Prendo in mano una margherita, e comincio a dire “m’ama”, “non m’ama”, “m’ama”, “non m’ama”. Non passa molto e i petali sono finiti, rimane solo lo stelo, e la margherita è sparita. E non è che per questo io abbia imparato o vissuto di più o meglio. E alla fine anche la margherita si è sacrificata per niente. E se la lasciavo dov’era, era meglio.
    Per questo dico che troppi dubbi potrebbero essere un ostacolo, e così via.

    C’è un’altra cosa che voglio dire. Sul senso comune. Non si può ignorare o perdere di vista il senso comune. È la base, il dato di partenza. Utilizzo la metafora del tuffatore: più il tuffatore ha i piedi ben piantati per terra, più si potrà sollevare verso l’alto, e migliore e più preciso sarò il tuffo.

    A proposito, tu citi Cartesio. Io ti cito …. (non ricordo chi lo diceva, ma non né importante) …. “la follia è l’inizio di ogni sapienza”

  23. Luciano Says:

    Salve.
    @Milena

    Per prima cosa mai e poi mai mi permetterei di fare considerazioni sull’intelligenza altrui. Posso non essere d’accordo ma considerarti scema non fa parte del mio modo di pensare. E’ vero che a volte mi vedo messo a dura prova perché in post precedenti ho trovato un tantino bizzarre le posizioni di alcuni intervenuti ma alla fine questo fa parte della dialettica del blog e in particolare di un blog che tratta di filosofia come questo. Tra l’altro qualcuno avrà pensato che non avevo diritto di cittadinanza in questo blog perché io non amo citare i filosofi. L’ho fatto in questo caso perché, a cena con amici, qualcuno ha detto la frase che ho riportato per indicare come la ricerca scientifica (ma anche quella filosofica) procede appunto dal porsi dei dubbi su ciò che accade.

    Detto questo, ovviamente io ho interpretato quel che hai scritto come: non è vero che non sappiamo nulla (io parlavo però non di cose che la scienza ha già spiegato), quel che abbiamo davanti agli occhi possiamo dire di conoscerlo. Ad esempio ciò che è bello e ciò che non lo è, etc. etc.
    Io non sono convinto che il senso comune sia una guida scevra da errori (e questo è ovvio, dirai tu) perché in più di un occasione ci ha portato fuori strada. Ma su questo si può discutere. Per questo ho citato quegli esempi. In realtà, io intendevo rimarcare la nostra ignoranza su questioni che se vuoi sono basilari. La nascita dell’universo (il big bang è una teoria affascinante), la nascita della vita e così via. Ma anche se scoprissimo i meccanismi che l’hanno prodotta ci troveremmo sempre di fronte ad un quesito ineludibile che troppo spesso (direi sempre) facciamo finta di non vedere. E cioé:perché? Faccio un esempio. Due corpi sono attratti uno verso l’altro in virtù della loro massa. Perfetto, la risposta a ciò è che esiste la forza di attrazione gravitazionale. E perché esiste la forza di attrazione gravitazionale? Risposta perché i corpi generano un campo gravitazionale. A questo punto la domanda diventa: perché i corpi, o meglio la loro massa, generano un campo gravitazionale? Risposta:…….
    Quello che voglio dire è che alla fine si arriva ad una domanda fondamentale cui non sappiamo rispondere. I credenti dicono Dio e stanno tranquilli. Non c’è più nulla da indagare. I non credenti dicono il Caso, e con questo non solo giustificano tutto, ma anche loro sono convinti che non ci sia più nulla da investigare. Ma se ci guardi bene, introdurre il Caso significa proprio che non lo sai, che non hai una spiegazione da fornire e allora tiri fuouri questo ente che a ben vedere, può tutto, è imperscrutabile, è sempre esistito e sempre esisterà. E se invece di Caso dici Dio quale sarebbe la differenza? Avere fede significa non doversi porre domande perché tutte le risposte sono in Dio, e parlare del Caso come alcuni fanno significa la stessa cosa. E’ religione pura. Io credo invece che sarebbe più onesto e anche realistico ammettere che non siamo in grado di dire perché un corpo genera un campo gravitazionale, o perché i nostri geni mutino, o almeno non ancora.

    A presto.

  24. Vincenzo Cucinotta Says:

    Visto che Milena pone un problema esistenziale, e cioè come vincere il dubbio inevitabilmente insito nella nostra mente, come non farcene dominare, proverò a dire la mia in proposito.
    Le cose che dice Luciano credo siano difficilmente contestabili, e su di esse la penso come lui. Forse però Luciano, e lo dico anche sulla base di suoi interventi precedenti, concepisce un solo tipo di conoscenza, o forse di vera conoscenza, che fa coincidere con la scienza. Il punto è che la scienza non spiega davvero nulla, quello che fa è solo proporci dei modelli di correlazione ma, come del resto dice lui stesso acutamente, il problema delle correlazioni è che sono come le catene, c’è sempre un primo anello che non si sa a cosa fissare.
    Così, una volta abbandonata, speriamo una volta per tutte, la pretesa di poter trovare un fondamento epistemologico assoluto, non rimane che avere delle convinzioni. Insomma, tra il dogmatico di ogni risma che confonde le proprie opinioni con la verità assoluta, e il dubbioso che si consuma dietro le proprie incertezze esistenziali (bella la metafora della margherita), ci stanno persone adulte che coltivano proprie convinzioni, senza pretendere di avere una verità assoluta, ma facendone comunque la base dei propri comportamenti vitali.

  25. milena Says:

    Suvvia, @Luciano, mi faresti un torto se pensassi che io pensi davvero che tu pensi che io sono scema (anche se qualche volta lo penso anch’io).
    Prima di continuare mi preme dirti che diritto di cittadinanza ce l’hai, eccome. E ci mancherebbe! altrimenti comincerei ad aver dei dubbi pure io e non si potrebbe dialogare. Quando dialogare mi sembra davvero una buona cosa.
    Mi sembra di capire che i nostri campi d’interesse siano un tantino diversi, anche se sul fondo, ovvero “su ciò che accade”, mi sembra che le nostre preoccupazioni si intersechino.
    E d’altronde – domanda retorica – come potrebbero i cittadini del mondo non aver qualcosa in comune?
    Il mondo, appunto. Cosa ci sta succedendo?
    Secondo me, prima di riuscire a scoprire “perché” un corpo genera un campo gravitazionale, o “perché” i nostri geni mutino, non ci sarà più alcun mondo per gli esseri viventi e niente più da scoprire. E non esserci alcuna altra domanda e alcun’altra risposta.
    Secondo me le domande che dovremmo porci ora, dovrebbero essere un tantino diverse da quelle che solitamente ci siamo posti in passato.
    Capisco che possano essere affascinanti le teorie sulla nascita dell’universo e sulla nascita della vita, ma io temo che continuando di questo passo, questo potrebbe più che altro condurci non alla scoperta ma all’estinzione della vita.
    E hai detto bene, “esistenza è la parola chiave”. Ma non credo che analizzandola, vivisezionandola, frantumandola, l’esistenza possa campare molto a lungo, ancora. La vita andrebbe protetta, difesa, favorita, e la domanda che dovremmo porci è “come fare?”.

    I tuoi dubbi fra un Dio qualunque, e il Dio Caso, sono legittimi, anche se io, per esempio, non ci faccio molto caso. Non più, per lo meno.
    E non capisco cosa cambierebbe sapere “CHI” e “PERCHE’” ci ha messo in questa Storia. Se esistesse davvero, poi, un chi e un perché da sapere, se non in un altro luogo che non sia la nostra mente, il non-luogo per eccellenza.
    Il dato di fatto è che ci siamo. Ma “non so” (e questo davvero non lo so) per quanto.
    Anche se credo che approssimativamente qualcuno abbia già fatto delle previsioni. Tu ne sai qualcosa?

  26. enrico Says:

    ciao, sono capitato sul tuo sito cercando info su “la natura” di diogene d’apollonia, complimenti per il blog e la passione.

    un commento del tutto personale al tuo post… è scritto bene ed è molto chiaro, si sente energia nel 14esimo, probabilmente senti quando lo scrivi/dici
    sui contenuti… sei un sofista 😉

    ciao

  27. md Says:

    grazie enrico, benvenuto (anche se cercavi qualcosa che qui non c’è, ma sono gli incerti e le sorpese della navigazione)

    per il sofista… beh, lo prendo per un complimento, sia che tu lo intenda nel suo significato originario, che in quello più usuale…

  28. Piergiorgio De Stefani Says:

    Anch’io ritengo impossibile dire “essere stati”, ciò che “sono” non ha nulla a che vedere con ciò che “sono stato”. Sennò si nega la possibilità di rinascere al tempo. Ogni indentità tra il sè di ora e il sè passato scompare. Pure quanto scrivo ora è “già stato” nel momento stesso in cui premo “Invia commento”. Se mi rifaccio ad una situazione diversa da quella di adesso, sono già fuori dalla mia autenticità. Ma il mio “adesso” è già diverso dall'”adesso” in cui verrà letto questo post.

  29. PAOLO Says:

    Ciao, recentemente ho letto un post sulla filosofia vegetariana che fa riflettere su gli atteggiamneti imitativi di tanti. Anche io sono vegetariano ma forse quanto detto in quel blog fa meditare. Se anche tu sei interessato a leggere e saperne di più puoi andare su questo blog:
    http://giorgiosaba.blog.tiscali.it
    Ciao
    paolo

  30. md Says:

    @Paolo:
    avevo scritto qualcosa a tal proposito qui:
    https://mariodomina.wordpress.com/2009/04/04/pianeta-vegan/

  31. baodichan Says:

    @md

    per un migliora migliore comprensione reciproca, sulle mie eventuale risposte al tuo blog. A favore del dialogo.
    Con uno spruzzo di polemos, ma senza vera acredine o fissità di pensiero.

    1. di che mondo parli fisico o metale?
    mondo come rappresentazione o volontà? territorio nella dicotomia territorio-mappa?etc…(immagino fisico)

    2.Sì concordo, scambiano la parte per il tutto, la mappa con il territorio etc…

    3.Capisco: rifiuti il mentalismo e sei per il contingentismo.
    Ma dimentiche che per avere percezione del mondo fisico necessiti della coscienza.
    La coscienza ti è sempre necessaria.
    Dunque non puoi uscire dal mentalismo in quanto la cosienza a sua volta viene percepita in maniera sostanziale dall’io, oltre che dalle emozioni (come fa notare Damasio o Spinoza etc.)
    Di fatto rimuovi i presupposti al tuo filosofare.
    Ed ecco qua la nostra sostanziale differenza, o se vuoi il differente punto di partenza.
    Per questo a mio avviso rimuovi il metafisico.
    A cui associo il mentale.
    (Questo non mi impedisce il sentimento di ostilità/diffidenza/distacco, a seconda dei casi, nei confronti dell’uomo come essere UNICO speciale).
    Osservatori diversi insomma.

    4.una sorta di immanentismo.
    su questo si può discutere.

    5.si, non mi interessa.

    6.scissione presuppone un dualismo e una unità. Ma come fai a determinarla?
    se lo stesso pensiero è una scissione dell’io che in realtà è un io-corpo?
    Possiamo veramente intenderci unità io-corpo-mondo-fisico?

    7.okkei ti ho perso!

    8.esagerato!

    9.autodivoramento??:0

    10.Ci vedo echi di Severino notevoli.
    solo con il piccolo difetto di sostituire il metafisico con il contingente.(il che formalmente è scorretto, e forse anche scientificamente).

    11.Esatto! impossibile non solo da un livello pratico come tu dici, perchè indicherebbe una possibilità di uscita dal mentale.
    Ma impossibile anche formalmente, perchè anche da “fuori”, questa idea dell’unità, è condizionata dal mentale comunque.

    12.Singolare l’uscita nel buddismo tibetano.
    E la necessitò di un movimento globale.

    da13 alla fine. beh il resto è un accozzaglia di motivi cristiani(pietas) ermeneutici(simpatia) e heidegeriani(prendersi cura di) per nulla approfonditi, che però scaturiuscono da una per nulla affidabile concezione dell’essere come unità fra tutti gli enti e viventi di matrice chiaramente gnostica e indiana, ma il cui senso è totalmente stravolto dagli “strumenti” a cui li affidi.
    E cioè una sorta di pseudoscientificità aprioristica in cui è certo che questa unità è riscontrabile nel contingente. Mentre nella gnosi orientale, è l’opposto del contingente, cioè il trascendentale.

    A mio parere ognuno può pensare quel che vuole, certo il passaggio fra 6 e 7 e 11 e 12 manca di qualcosa.
    Dal 13 in poi invece rientri anche se in chiave pessimistica nel dibatitto contemporaneo.
    D’altronde come dicono in molti, dal michilismo non si esce ma i problemi pratici rimangono gli stessi che uno sia filosofo o mercante.
    Insomma il dialogo può rimanere, senza polemiche inutili.
    O meglio se volgiamo averne una scelgo senza dubbio quella sul punto 3.
    Ovvero quella in cui ti distanzi con il nominalismo.

    Vorrà dire che guarderò i tuoi post con questo nuovo taglio fatalista e contigentista (e tu saprai sempre che non lo codividerò mai 😉 ) senza andare a rivangarlo ogni volta.:)

  32. md Says:

    @baodichan: troppo complicato risponderti punto per punto (anche se apprezzo la tua lettura attenta). Una sola osservazione, che è un po’ una chiave di lettura: lo sfondo di tutto quel che affermo è il dialogo serrato con Spinoza, che è ben lungi dall’essere concluso. Così come non conclusa (e spesso ellittica) è la forma e la sostanza del mio scriverne.

  33. Andi Says:

    SCUSA IL RITARDO, SPERO LEGGERAI QUESTO POST

    Tu dai un fine etico all’intelligenza non distinguendola dalla coscienza.
    Esiste sì concepire un discorso ontologico unico, ma non bisogna dimenticare che la nostra mente è un prodotto evolutivo ad essa interno e i fini (salvifico ed ‘egoistico’) sono termini per distinguere due concetti che ci vengono da necessità evolutive.

    NON POSSIAMO OGGI fare filosofia alla maniera degli antichi, se vogliamo portare all’apice la dottrina del pensiero puro c’è bisogno di una svolta che riesca a stare a passo con la scienza altrimenti scadiamo nella speculazione religiosa

  34. md Says:

    @Andi: lungi da me dimenticare la scienza;
    a distanza di due anni e mezzo dalla formulazione piuttosto ellittica e lapidaria di queste tesi, mi sentirei forse di spostare alcuni accenti – magari prima o poi farò il punto alla luce delle successive riflessioni. Il pensiero che pur si occupa dell’essere, è tuttavia in perenne divenire.
    E che cosa dobbiamo concepire oggi per “fare filosofia” è questione quantomai aperta.

  35. Il punto in 18 punti « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] pensieri urgenti con pressanti richieste di fare il punto. E così, un po' come capitò con le 19 tesi di qualche anno fa, ecco una breve summa del punto filosofico a cui sono ora giunto. Un punto che […]

  36. filosofiazzero Says:

    …petulanti increspature!!!

  37. filosofiazzero Says:

    …come pole che sia una increspatura essere eterna?
    Al massimo polerà essere eterno il grigio (mettiamo) Oceano…

  38. md Says:

    ahah! non dirmi, filosofiazzero, che ti sei sciroppato le 19 tesi e i 18 punti tutti in una volta – si rischia l’indigestione ontologica, veh!

  39. filosofiazzero Says:

    …proprio così!!!

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