La supermente umana

Tradizionalmente i filosofi (forse perché più “umanisti”) sono sempre stati inclini a porre l’umanità al riparo dall’animalità, trovando proprio nella mente (nel linguaggio, nell’anima, ecc.) il tratto dirimente. Se n’è parlato spesso in questo blog, e credo che continueremo a parlarne. Viceversa, sono stati gli scienziati, per lo meno a partire da Darwin, a compiere una lunga opera di riavvicinamento della sfera umana a quella animale, fino alle recenti scoperte circa la rilevante comunanza genetica (il 98% di condivisione con gli scimpanzé).
Ecco perché sono rimasto piuttosto sorpreso di leggere sulla rivista Le Scienze dello scorso novembre, le conclusioni cui è giunto il biologo evoluzionista Marc Hauser circa l’assoluta peculiarità della mente umana. O meglio: non avevo dubbi sul fatto che la nostra mente, sulla base tra l’altro di una maggiore encefalizzazione, fosse diversa e un po’ più complessa delle “semplici” menti animali. Ero (e resto) però convinto che, proprio come sosteneva Darwin ne L’origine dell’uomo, si tratti semplicemente di una differenza “di grado e non di tipo”. Di quantità, non di qualità. Hauser sembra pensarla diversamente, anche se ad esser sincero, e per quel che ne posso capire date le mie scarse conoscenze neuroscientifiche, non mi è proprio riuscito di visualizzare o di collocare in qualcosa di definito tale preteso grande salto.
Ma vediamo di che si tratta. Il biologo di Harvard individua la humanuniqueness (termine coniato fondendo human e unique) in quattro caratteristiche specifiche:

1. La computazione generativa, cioè “la capacità di generare una varietà virtualmente illimitata di espressioni, che si tratti di disporre parole, note musicali, combinazioni di azioni o stringhe di simboli matematici”. Insomma la facoltà di operare in modo ricorsivo e combinatorio.

2. La combinazione promiscua, cioè la capacità di connettere ambiti conoscitivi diversi, come ad esempio l’etica, la psicologia, la sfera oggettiva, quella emozionale, ecc.

3. L’uso dei simboli mentali, cioè la capacità di produrre simboli a partire da esperienze percettive (reali o immaginarie) combinandoli tra loro e comunicandoli.

4. Il pensiero astratto, cioè la capacità di andare oltre l’ora e il qui della percezione sensoriale.

Dopo avere fatto l’elenco della spesa, Hauser esemplifica accostando alcuni comportamenti animali con quelli umani, per scoprire così l’acqua calda, e cioè: che i loro utensili sono poverissimi e monouso rispetto ai nostri, che la loro gamma di suoni e di vocalizzazioni “impallidisce rispetto alla nostra”, che la capacità computazionale degli animali è striminzita se confrontata con quella umana, e amenità simili. Peccato che l’autore dell’articolo debba subito dopo ammettere che “le radici delle nostre capacità cognitive sono ancora in gran parte ignote” e che “non sappiamo granché su come si sia prodotta questa differenza”.
Ho letto due volte l’articolo, giusto per essere sicuro di non aver perso qualche passaggio cruciale del ragionamento, ma francamente non sono riuscito a trovare nulla che andasse al di là del ritornello tautologico siamo differenti da loro perché facciamo operazioni diverse e molto più evolute, che però è come dire che pensiamo cose più complesse perché abbiamo un cervello più complesso, o, appunto, che siamo diversi perché siamo diversi.
E di fatti, a voler ben scavare, a questo finisce per ridursi la differenza: “la diversa dimensione di alcune regioni della corteccia e il modo in cui queste regioni si collegano tra loro” – cioè al diverso corpo cerebrale (non tanto per le dimensioni dato che, come ci viene ricordato, gli esseri umani sono più intelligenti di animali dotati di un cervello più grande sia in termini assoluti che relativi – come succede per l’orca o il toporagno).
Osservazioni con le quali, però, non è nemmeno stata sfiorata la vera questione e domanda: che cos’è la mente? – a meno che, appunto, non la si intenda risolvere in maniera puramente cerebrale e riduzionistica, rispondendo che la mente è il cervello, e che dunque andrebbe solo fatta un po’ di pulizia linguistica e concettuale. E non, a mio avviso più onestamente, che in realtà quel che accade nella mente (anche perché non si sa bene che cosa sia) ha sì relazioni strettissime tanto con il corpo quanto con quella parte di corpo che chiamiamo cervello, ma non può essere ridotto a pura fisiologia o biochimica. E se anche potesse essere ridotto a tali minimi termini, non aggiungerebbe un solo grammo in più alle nostre conoscenze né risolverebbe nessuno dei nostri dubbi.
Succede cioè che scienziati o studiosi della mente come Haddon, proprio perché riducono al campo di loro pertinenza le questioni senza farsi domande esplicite su quel campo, sulla sua legittimità concettuale o sui metodi utilizzati, rischiano non solo o non tanto di non rispondere affatto alle domande, ma di “metafisicizzare” paradossalmente le risposte date. Come nel caso in questione, dove evitare preliminarmente la domanda circa la legittimità dell’oggetto della ricerca (che cos’è la mente?), finisce per generare due tipi opposti di risposte entrambe discutibili: la mente umana sta tutta nelle sue più evolute circonvoluzioni cerebrali; ovvero, la mente umana, se confrontata con quelle animali, è una supermente, un ente radicalmente altro e differente – cioè, in ultima analisi, una specie di neoanima cartesiana. Perché poi, non si sa. O forse sì: la dimostrazione sta nella mente stessa dello scienziato che sta effettuando la ricerca. Un bel circolo vizioso, non c’è che dire!
A onor del vero e per amore dell’onestà (e tanto per complicare ancor più le cose), ne è forse complice il retaggio di un’antica colpa dei filosofi, che si fanno continuamente domande del tipo “che cos’è…?“, anticipando surrettiziamente in quella cosa ricercata un’essenza o un oggetto metafisico, e non semplicemente un modo o un’espressione, e dunque una relazione, tra quella cosa e le altre.

A tal proposito qualche sera fa, al termine di una conferenza di Carlo Sini sull’etica di Spinoza (di cui darò conto in un prossimo post), ho chiesto al relatore se secondo lui è auspicabile e produttivo che la filosofia e le neuroscienze dialoghino tra di loro. Io sono convinto di sì, mentre lui si è mostrato molto scettico in proposito. Se penso alla mentalità sottesa all’articolo sopra citato, mi trovo costretto a dargli ragione, mio malgrado. Ma la motivazione appare forse ancor più sorprendente, dato che lo scetticismo di Sini si riferiva al vizio cartesiano e dualista di cui proprio le neuroscienze sarebbero tuttora imbevute. La filosofia più anti-umanista della scienza?
Giochi delle parti  e fenomeni davvero strani, se si pensa che il dialogo tra filosofia e neuroscienze, tentato invece da scienziati come Antonio Damasio, che non a caso ha cercato di superare la dicotomia cartesiana rivolgendosi al pensiero antidualista di Spinoza, rischia di arenarsi subito proprio laddove quella dicotomia sembrerebbe venir riproposta, opportunamente modificata, da quelle stesse scienze che dovrebbero in teoria contribuire a superarla, generando ulteriori e bizzarri paradossi.
Una volta cioè appurato, come ritengo, che la mente non sia come l’anima cartesiana un principio metafisico ma un elemento immanente e un’espressione diversificata della dinamica vitale e della sua potenza relazionale, perché riprodurre differenze e separazioni ingiustificate e, per converso, altrettanto ingiustificate riduzioni? Sostenere cioè che quando provo rabbia o dolore o mi sforzo di calcolare le conseguenze di un’azione si illuminano come lampadine alcune zone del mio cervello, aggiunge davvero qualcosa di sostanziale alla conoscenza della mente o della natura umana? E bearsi del fatto che quelle zone sono infinitamente più illuminate nei nostri meandri cerebrali piuttosto che in quelli di una formica, perché mai dovrebbe farci sentire così unici, rari ed anche infinitamente migliori?

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16 Risposte to “La supermente umana”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Dovessi parlare di questo Hauser, finirei per ripetere quello che tu dici, in cui mi ci ritrovo completamente, anche se non sarei riuscito ad essere altrettanto chiaro. L’unica cosa che potrei aggiungere è che le quattro caratteristiche che egli elenca sono strettamente correlate tra loro, e quindi mi pare egli finisca col ripetere cose sostanzialmente coincidenti. In ogni caso, i primati sono certo in grado di maneggiare simboli, di utilizzare oggetti, sviluppare e tramandare tecniche. Ciò che probabilmente non riescono davvero a fare è l’accumulo delle conoscenze, che sembra davvero specifica del solo uomo.
    Anch’io come te concluderei che non c’è nulla che la neurofisiologia possa aggiungere alla nostra conoscenza della mente, qualunque cosa essa sia.
    Vorrei però citare una teoria sul funzionamento della mente che potrebbe essere di qualche interesse. Secondo tale teoria, è del tutto errato credere che noi pensiamo come potrebbe fare un computer, cioè secondo scelte logiche. In realtà, questa teoria sostiene che ciò che guida cosa noi pensiamo e decidiamo dipenda da un principio di piacere, e che quel poco di logica che abbiamo sia un’acquisizione dovuta all’educazione, secondo la logica del bastone e della carota. Naturalmente, sono stato ultrasintetico, spero non incomprensibile.

  2. Kinnie51 Says:

    Non posso leggere Hauser perchè non conosco l’inglese, ma vorrei rispondere alla tua domanda “cos’è ls mente?”,
    La mente è una parola di comodo per dire brevemente , riassumendole tutte, una serie di altre parole che sono: cervello, percezione dei sensi, sentimenti, capacità di astrazione, memoria,desiderio di conoscenza, capacità relazionale, capacità di comunicazione….. potrei continuare ancora ad enumerare tutte quelle attività che ci distinguono dagli animali, non tanto qualitativamente, come tu dici, ma quantitativamente.
    Gli è che è proprio la quantità a determinare anche una differenza qualitativa, per indicare il modo in cui questi elementi che ho parzialmente elencato interagiscono fra loro e col mondo esterno. Faccio un esempio: gli animali non sono in grado di modificare l’ambiente in cui vivono, come invece fa l’uomo e non è detto che lo faccia o lo possa fare solo in senso distruttivo.

    Io però sono una forte sostenitrice della teoria evolutiva secondo cui l’uomo si differenziò gradualmente dagli animali. E questo avvenne secondo me quando, per motivi di difesa,quando, percependo la sua fragilità, iniziò a costruirsi le prime rudimentali “protesi”, all’inizio scheggiando pietre.
    E si sa che è proprio l’uso sempre più raffinato delle mani ad agire in maniera sempre più incisiva sulla modificazione della corteccia cerebrale.
    E quì non mi dilungo perchè basterebbe leggere un buon trattato di storia delle popolazioni primitive, per convincersi di ciò.
    La conclusione del mio intervento è che oggi la filosofia non può fare a meno delle neuroscienze, senza le quali si rischia di costruire a vuoto, partendo da basi puramente soggettive o linguistiche.

  3. Kinnie51 Says:

    @Vincenzo: per comprendere meglio il tuo pensiero, avrei bisogno di conoscere di quale ramo delle scienze sperimentali ti occupi nel tuo lavoro. Puoi anche non rispondere, se vuoi.

  4. md Says:

    @kinnie51
    non sono così convinto della vecchia legge engelsiana (o positivistica) della conversione della quantità in qualità – o per lo meno ho una serie di dubbi e riserve ad applicarla ad una serie di fenomeni.
    Ma tralasciando la discussione sul concetto di qualità (quantomai complesso e stratificato) e venendo al sodo del caso in questione, continua a non risultarmi chiaro dove si pone il discrimine tra mente animale e mente umana (e più in generale tra animalità e umanità), cioè quale sarebbe l’elemento (o gli elementi) di rottura, il salto evolutivo, al di là di pure differenze di tipo operativo o quantitativo.
    Sulla tua conclusione, pur dichiarandomi d’accordo sul dialogo tra campi diversi del sapere, mi verrebbe però da rispondere con la celebre battuta kantiana sul rapporto tra percezione e intelletto: senza la prima avremmo pensieri vuoti, ma senza il secondo avremmo intuizioni sensibili cieche…

  5. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Kinnie51
    Sono un chimico, mi pare che ci sia scritto sul retro della copertina del libro che tu possiedi 🙂

  6. Kinnie51 Says:

    @Vincenzo:io possiedo una biblioteca piuttosto disordinata: ho libri sparsi in tutte le stanze e considerando che ho due case, puoi capire come,quando devo richiamare alla mente un’informazione, anzichè cercare il libro, faccio prima ad accendere il computer.:))

    @MD: mi pare di avere detto nel mio commento che per me il salto evolutivo, l’elemento di rottura, consiste nella manualità, che gli animali non hanno. L’esercizio della manualità richiede una coordinazione di tutti i sensi tra loro e di essi col cervello che deve dare gli input e che a sua volta riceve delle modificazioni ,a seconda dei risultati ottenuti, che consentono un progressivo adattamento della propria operatività, che a sua volta si traduce in maggiore capacità concettuale. Questo l’ho studiato in psicologia evolutiva quando dovevo sostenere esami per il concorso magistrale e l’ho anche verificato lavorando con i bambini.

  7. Aldo Says:

    @Tutti
    La mente è funzione dei processi evolutivi della materia biologica ovvero il soggetto (io pensante/osservatore) è il prodotto dall’oggetto (universo fisico “osservato”). L’eventuale qualità (qualia) dipende dagli attributi della sostanza spinoziana. Questo è un fatto.
    Che altro occorre dire ?

  8. md Says:

    @Aldo: davvero essenziale!

    @kinnie51: giusto quel che dici sulla manualità (il pollice opponibile è stata una grande conquista, non c’è alcun dubbio); oltretutto alcuni tra i primi filosofi (non ricordo più se Anassimene o Anassimandro) avevano ritenuto la mano uno strumento conoscitivo fondamentale. Però…
    Di salti evolutivi e di rotture ce ne sono stati un bel po’ (basti pensare all’occhio o al movimento, al passaggio dai sistemi monocellulari a quelli pluricellulari (assolutamente cruciale), o se si vuole alla stessa “invenzione” del dna – che secondo qualche biologo evolutivo un po’ originale non era necessariamente l’unica strada che la vita avrebbe potuto percorrere).
    Ritengo insomma che occorrerebbe sempre sollevare un po’ più lo sguardo sui 4 miliardi di storia della vita prima di definire eventuali gerarchie.
    Noi siamo viventi e animali che condividono gran parte del loro essere con gli altri viventi e animali, e non credo che quelle piccole differenze che ci fanno tanto gonfiare il petto siano sufficienti per farci sentire così speciali e unici come crediamo.
    Insomma, continuo a ritenere che le differenze tra noi e gli animali non siano di “tipo” ma soltanto di “grado” – per usare la terminologia darwiniana.
    Dopo di che, il soggetto che discetta di tutto ciò (l’io pensante/osservatore citato da Aldo) è pur sempre la nostra mente (attributo della sostanza spinoziana): crederci o non crederci qualcosa, ritenerci o meno speciali è pur sempre farina del nostro sacco…

  9. Aldo Says:

    @Md
    Aggiungo a quanto dici : l’alternativa è l’idea giudaico-cristiana che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio. A me pare demenziale e funzionale, solo, alla volontà di potenza (un delirio!)… il “dio minore”, o meglio, la nostra modesta razionalità ci scampi e liberi dal “sacro”!

  10. Luciano Says:

    Salve.

    Credo ci sia un tantino di confusione. Intanto partiamo dal fatto che certamente l’uomo è il prodotto dell’ambiente in cui si è sviluppato ma questo rapporto causa-effetto non ci dice nulla di quella che sono i processi cognitivi che denominiamo mente. Quindi c’è ancora tutto o quasi da dire. Tanto per cominciare è recentissima la scoperta dei neuroni specchio e anche il fatto che ci sono neuroni che si attivano non per l’atto motorio in sè ma per il significato che esso ha. E questo lo dobbiamo allo sviluppo delle tecnologie di brain imaging. Quello che ci distingue dagli altri animali che con noi condividono questo pianeta è certamente il linguaggio, sull’origine del quale ancora non sappiamo praticamente nulla. Ancora non siamo in grado di dire se esiste una grammatica universale innata. Io non sono un esperto anche se l’argomento mi interessa tantissimo e chissà quante cose non sono in grado di citare che ancora non hanno trovato una spiegazione. L’elemento di rottura non è la manualità, ma il bipedalismo che ha permesso una migliore manualità (gli animali, ad es. i primati, ordine a cui anche noi apparteniamo, hanno una manualità che è pari alla nostra), ovvero la causa è il bipedalismo e l’effetto è una (migliore, o diversa) manualità. La nostra manualità è diversa perché legata a processi cognitivi superiori.

    A presto.

  11. Kinnie51 Says:

    @MD: vuoi alludere ad un intervento superiore, diciamo divino, che ha provocato queste trasformazioni? No, si tratta soltanto di mutazioni genetiche, come possiamo osservare che accade in qualunque virus influenzale. Secondo la teoria evoluzionistica, quegli individui geneticamente modificati ,che dimostrano di sapersi meglio adattare all’ambiente ,sopravvivono, mentre gli altri via via si estinguono: non è un “salto” che avviene dall’oggi al domani.

    @Luciano: il bipedismo si è verificato appunto per poter usare meglio le mani, come tu stesso affermi. Quindi una manualità ben più raffinata e , soprattutto, finalizzata ( diversamente da quanto avviene negli altri primati) è il punto di partenza dell’evoluzione della specie umana.
    Certo che siamo animali, ma di una specie diversa e certamente, ora, superiore.

  12. md Says:

    @kinnie51: il punto sta proprio nella parola che hai utilizzato al termine (ed anche all’inizio, forse non a caso) del tuo ultimo commento – “superiore”: semplicemente non ha una giustificazione razionale, primo perché non si capisce in cosa consista questa superiorità (nel fatto che campiamo meglio e più a lungo o che abbiamo colonizzato la terra? ne siamo davvero sicuri?); e, soprattutto, perché a pronunciarla è quello stesso ente che si sente tale, e non un giudice esterno. Probabilmente il mio gatto o un’ameba o la nostra cara amica zecca più volte tirata in ballo, se potesse dirlo con le nostre stesse parole, direbbe la stessa cosa – ma anche quel loro restare muti per le nostre orecchie cognitive finisce per dire la stessa cosa: io esisto e sto al centro dell’universo.

    Va da sé che non ho mai pensato ad un intervento divino esterno, è la spiegazione più illogica, irrazionale e incontemplabile che si possa mettere in campo. L’unico Dio pensabile è quello di Spinoza, la sostanza, cioè il mondo nel quale siamo confusi e innestati. Ma che è bene non chiamare affatto Dio.

  13. Kinnie51 Says:

    OK

  14. Luciano Says:

    Salve.
    Cara Kinnie, hai rovesciato il rapporto di causa -effetto. Il bipedismo è la transizione strutturale che ha portato come vantaggio derivato quello di una maggiore manualità, non che dovendo avere una maggiore manualità allora siamo diventati bipedi. Questo peraltro contrasterebbe con il fatto che l’evoluzione è cieca, non ha direzioni prefissate. I nostri cugini primati hanno una manualità eccellente senza essere bipedi. C’è chi ipotizza che la transizione di ambiente che ci ha favorito dal punto di vista evolutivo non sia foresta –> savana ma foresta –> ambiente boschivo-lacustre (comunque un ambiente con presenza di fonti d’acqua) per cui il bipedismo sarebbe nato da lì. C’è un interessantissimo libro che sto leggendo sull’argomento, che parla dell’origine gestuale del linguaggio, scritto da Michael Corballis. (si intitola Dalla mano alla bocca).

    A presto.

  15. Kinnie51 Says:

    @Luciano: forse ho veramente rovesciato il rapporto causa-effetto perchè, come tu dici, l’evoluzione è cieca. Comunque già il titolo del libro che stai leggendo evidenzia come la manualità sia il tratto discriminante fra esseri umani e animali.
    Salve.

  16. Luciano Says:

    Salve.
    Be’…non proprio. Non la manualità ma il linguaggio lo è, perché non solo comunicativo ma generativo. La manualità assume un ruolo e un significato più ampio quando la mente umana passa dalla cosiddetta mente episodica, basata esclusivamente sulle percezioni sensoriali, a quella definita mente mimica. I primati posseggono solo una mente di tipo episodico, noi Sapiens una mente definita teoretica. Tra l’altro mi pare di aver letto che hai studiato psicologia evolutiva. Allora troverai sicuramente interessante (se non lo hai già letto) un libro scritto dal Prof. Merlin Donald che si intitola L’evoluzione della mente. In sintesi dice che la mente umana è passata attraverso quattro fasi: episodica, mimica, mitica e teoretica. Ovviamente di pari passo si svilupparono le strutture fisiologiche della cosiddetta memoria di lavoro fino ad arrivare, al SISE (Sistema di Immagazzinamento Simbolico Esterno), cioé a delle modalità di reperimento esterno delle informazioni immagazzinate per poterle riutilizzare. Ma se ne potrà sicuramente riparlare…

    A presto.

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