Spinoziana lectio

E’ la seconda volta che ho il piacere di ascoltare una conferenza di Carlo Sini su Spinoza. L’occasione era ghiotta, dato che Spinoza è in questo periodo al centro dei miei interessi e il relatore ne conosce molto bene i testi e il pensiero. E’ successo qualche sera fa a Canegrate, un piccolo paese della provincia milanese, dove da anni un’eroica insegnante di filosofia del liceo (ora in pensione) organizza incontri filosofici a carattere divulgativo. La lectio aveva dunque un carattere non specialistico, si rivolgeva a tutti, anche ai non esperti di cose filosofiche. Ritengo che proprio dalla capacità orizzontale di comunicare la filosofia si possa misurare la bravura di un filosofo o di un docente. Tanto più che, nel caso in questione, si trattava di rendere in un’ora l’attualità di un classico come Spinoza, con particolare riferimento all’etica.
Direi che il buon Sini c’è riuscito molto bene, senza per questo sminuire o annacquare troppo la potenza di quel pensiero.
Tra le varie questioni sollevate, ne vorrei ricordare in particolare una, da Sini segnalata come cruciale per la piena comprensione del pensiero del filosofo olandese: quella che potremmo definire come la disarticolazione interna al soggetto delle categorie di libertà, volontà e necessità. Disarticolazione che è innanzitutto una chiarificazione.

Spinoza ritiene cioè la libertà (e il libero arbitrio) così come li si era intesi fino al suo tempo, categorie sostanzialmente fallaci e da mettere nel mazzo di tutti quei pregiudizi e superstizioni che caratterizzano la conoscenza umana. Ma è bene chiarire questo punto, poiché ne discende una visione radicalmente altra della natura umana e delle sue relazioni con il mondo. Il modo migliore è farlo attraverso le parole dello stesso Spinoza:

“Gli uomini s’ingannano nel ritenersi liberi, e questa opinione consiste solo in questo, che essi sono consapevoli delle loro azioni ma sono ignari delle cause da cui sono determinati” (Etica, 2, Scolio prop. XXXV)

Il fatto cioè che io sappia di comportarmi in un certo modo, per quanto sia vigile e cosciente delle mie azioni, non implica per nulla che io possa dirigerle in una direzione piuttosto che in un’altra. Vi è cioè, dietro la presunta libertà di agire e di scegliere, quel fumosissimo (e astrattamente metafisico) concetto di volontà che Spinoza respinge con decisione, ridimensionandone la portata: “Nella mente – scrive qualche pagina più avanti – non vi è alcuna facoltà assoluta di volere e di non volere, ma soltanto volizioni singole, cioè questa o quella affermazione, questa o quella negazione“.
Noi non siamo liberi di agire, non scegliamo in maniera limpida e razionale, poiché siamo mossi a fare o non fare una cosa dall’intrico passionale da cui la nostra mente e il nostro corpo (due facce della stessa medaglia) sono attraversati. Sotto l’illusoria categoria di libertà (o di volontà) si combatte cioè, a nostra insaputa, una battaglia delle pulsioni vitali e della sfera del desiderio (cioè di idee piuttosto confuse) che finirà per far prendere al nostro corpo una certa direzione, e che non è mai stata decisa in maniera trasparente e razionale dalla mente.

Le conseguenze di una tesi del genere, come appare subito evidente, sono piuttosto gravi, dato che sembrerebbe sparire dalla scena la responsabilità etica, insieme alla capacità razionale di scegliere e di decidere. Ma così come era folle pensare che gli esseri umani sono davvero liberi, lo sarebbe altrettanto rappresentarseli come marionette agite da forze esterne; e certo Spinoza non avrebbe speso tempo ed energia per scrivere la sua maggiore opera intitolandola proprio Etica. Il compito che gli umani hanno è allora quello di essere virtuosi (cioè di esprimersi al massimo della loro potenza), laddove virtù, per Spinoza, è sì ad un primo livello conservazione ed espansione del proprio essere, dunque necessaria conseguenza di una pulsione naturale, ma non c’è vera virtù senza la generosità, l’amore e la pietà.
E nemmeno c’è vera virtù senza l’abbandono della conoscenza di primo livello (il senso comune infarcito di superstizioni), e l’elevazione al livello della scienza (che è innanzitutto conoscenza, quanto basta, di sé e del mondo).
Se poi si è fortunati e sufficientemente resistenti, può persino capitare di elevarsi ulteriormente fino a raggiungere l’amor dei intellectualis: quella forma di sapere cioè che rende davvero liberi (l’unica forma di libertà possibile), poiché innanzitutto comporta una profonda conoscenza di se stessi, di come si è fatti e delle proprie passioni, da cui non saremo più sopraffatti; e in secondo luogo, poiché consente di percepire se stessi alla stregua di tutti gli enti – modi transeunti dell’infinita sostanza, incatenati in ultima analisi alla sua necessità.
Se la felicità, in quanto soddisfacimento comune dell’utile, è una costruzione doverosa da demandare alla società politica, il terzo genere di conoscenza diventa l’arduo ma non impossibile cammino del saggio verso la beatitudine. Solo l’integrale e cosciente accettazione della sfera della necessità rende liberi. Spinoza ce lo dice al termine dell’Etica, con una limpidezza che, come Sini ha più volte ricordato nel corso dell’incontro, spesso non ha bisogno di alcuna chiosa o commento chiarificatore:

Infatti l’ignorante, a parte il fatto che è sballottato in molti modi da cause esterne e non raggiunge mai una vera soddisfazione dell’animo, vive, inoltre, quasi inconsapevole di sé, di Dio e delle cose; e appena cessa di patire cessa anche di esistere. Al contrario il saggio, in quanto è considerato tale, difficilmente è turbato nell’animo, anzi, consapevole di sé, di Dio e delle cose, per una certa eterna necessità, non cessa mai di essere, e possiede sempre la vera serenità dell’animo.

Annunci

Tag: , , , , , , , ,

3 Risposte to “Spinoziana lectio”

  1. La supermente umana « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] Botte di Diogene – blog filosofico « Quel che penso davvero in 19 tesi Spinoziana lectio […]

  2. Aldo Says:

    @Md
    Siamo necessitati dal dato biologico. Anche quando riflettiamo, sotto traccia, opera la natura, che ci induce (conatus) a controllare il mondo per rassicurarci sulle nostre necessità vitali. L’accettazione spinoziana rinvia al stato di “grazia” che noi instauriamo nel corpo, quando, coscienti dei nostri condizionamenti e limiti, perseguiamo la “quieta” armonia (aurea mediocritas), come equidistanza (omeostasi) rispetto ad ogni eccesso. Il “modus vivendi” di Spinoza, a tale proposito, è illuminante.

  3. Kinnie51 Says:

    E’ il “modus vivendi” cui io aspiro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: