Lezione spinozista 6: lupi utilitaristi e gaudenti

C’è una proposizione della parte IV dell’Etica, la XXXVII, da cui vorrei partire per esaminare una delle questioni più importanti trattate qui da Spinoza, ovvero il concetto di utilità. Del tutto casualmente si tratta di una proposizione posta al centro esatto di questa parte, dedicata – lo ricordo – alla schiavitù umana causata dalla forza degli affetti, cioè dalle passioni. Quasi si trattasse di un grimaldello per entrare di soppiatto e capire meglio sia quel che viene prima che quel che viene dopo. Scrive Spinoza:

Il bene che chiunque, il quale segua la virtù, appetisce per sé, lo desidera anche per gli altri uomini, e tanto più quanto maggiore sarà la conoscenza che avrà avuto di Dio.

Questo passo è di una densità e di una potenza straordinarie, e sembra quasi voler mettere in relazione tutti gli elementi fin qui emersi (o, se si vuole, tutti gli elementi possibili): Dio (cioè la sostanza, cioè la natura in senso lato), gli appetiti e i desideri come modalità costitutiva e originaria dell’essere umano, la conoscenza razionale, il rapporto tra individuo e società. Ma è su quest’ultimo aspetto che vorrei appuntare l’attenzione, dato che si riaffaccia in più luoghi della parte quarta, quasi a costituirne un filo conduttore. Spinoza cita l’utilità fin dalle definizioni iniziali, legandola a ciò che è buono: “Per buono intenderò ciò che sappiamo con certezza esserci utile”.

Se noi richiamiamo alla memoria tutta la concezione degli affetti contenuti nella parte terza, e in particolare la naturale tendenza di ogni vivente a conservare ed espandere il proprio essere, accogliendo ciò che gli provoca letizia e respingendo ciò che lo rende triste, potremmo trovare problematico questo passaggio dall’utilità puramente egocentrica (che è un bene in sé, senza alcuna connotazione etica), ad un’utilità di tipo sociale che deve necessariamente rientrare in un ambito etico-razionale.
Com’è possibile cioè passare da un piano secondo cui “Non si può concepire alcuna virtù anteriore a questa, allo sforzo (conatu) cioè di conservare se stessi”, ripreso dalla prop. XXII, all’affermazione che niente è più utile all’uomo dell’uomo? E’ evidente come qui Spinoza abbia in mente Hobbes, che segue per molti aspetti nella sua concezione delle passioni, per poi rovesciarne chiaramente l’esito finale, quello che dipinge gli uomini come lupi in perenne conflitto, che vanno al più presto sottoposti al tallone del Leviatano prima che si sbranino e si distruggano a vicenda. Non è così, dato che:

Gli uomini cioè non possono desiderare per la conservazione del proprio essere niente di più eccellente se non che tutti concordino in tutto, in modo che le Menti e i Corpi formino una sola Mente e un solo Corpo, e tutti si sforzino insieme, per quanto possono di conservare il proprio essere, e tutti insieme cerchino per sé l’utile comune.

Spinoza si difende qui preventivamente, e lo dice subito dopo, dall’eventuale accusa di immoralità: al contrario, è proprio il principio dell’utile a costituire il fondamento della virtù e della moralità. Ma naturalmente le cose non sono mai così semplici: “In quanto gli uomini sono soggetti alle passioni, non si può dire che concordino per natura” (XXXII). Questo sarebbe di nuovo un punto a favore della tesi di Hobbes. Eppure la partita non è chiusa. Risponde Spinoza in questo dibattito immaginario con il filosofo inglese: “Solo nella misura in cui gli uomini vivono sotto la guida della ragione, concordano sempre necessariamente per natura” (XXXV). Cioè l’accordo è possibile solo tra esseri razionali, che fanno buon uso della loro ragione. Questa diventa così il vero medium sociale e risolutore.
Nel successivo Scolio troviamo un’altra sferzata diretta a Hobbes: “l’uomo è un Dio per l’uomo(hominem homini Deum esse). Ma le armi dell’avversario non sono affatto spuntate, e Spinoza è troppo onesto per nasconderlo. Lo ammette subito dopo: “tuttavia accade raramente che gli uomini vivano sotto la guida della ragione”. Ma allora come la mettiamo? E’ un balletto con giravolte continue, non se ne può più! Sembra che tra disposizione naturale e ragione sociale ci sia in fondo una frattura, un salto logico irricucibile.
Spinoza suggerisce a questo punto una possibile soluzione: il punto di passaggio sta nella comprensione, e più precisamente nel suo carattere circolare. Vediamo come viene svolto il ragionamento (si tratta della dimostrazione della proposizione XXXVII, quella con cui abbiamo aperto): il bene che ciascuno desidera per sé è il comprendere (intelligere), senza di cui non ci possono essere né utilità né virtù; ma tale bene (poiché è illuminato dall’intelligenza) non può non essere desiderato anche per gli altri, dato che la Mente conosce (le cose) e l’espansione di questo conoscere implica la conoscenza di Dio (cioè di tutte le cose) – quanto più cresce la mente tanto più cresce la conoscenza di Dio e tanto più è grande “il desiderio con cui chi ricerca la virtù desidera per l’altro il bene che appetisce per sé”. Sembra insomma che senza la mediazione mentale e conoscitiva non ci possa essere alcun passaggio dall’utile individuale a quello comune. E a chi non si sia fatto convincere dal ragionamento svolto sopra, Spinoza propone un argomento alternativo, quello dell’emulazione: mi impegnerò di più nel perseguimento del mio bene se vedrò che altri faranno altrettanto, con reciproca soddisfazione finale di tutti.
Nello Scolio successivo Spinoza butta sul tavolo altre carte: la benevolenza, la pietas, l’onestà, tornando a sostenere che “la vera virtù non è altro che vivere sotto la guida della ragione”, che, detto altrimenti, è evitare di lasciarsi guidare da cose esterne, che si trovano fuori di noi: in sostanza ci sarebbe come una barra interna che ci porta (o può portarci) a navigare nella direzione giusta.
Eppure non credo sia riuscito lo stesso a convincerci. Non ancora, per lo meno, e non fino in fondo.

***

Estremamente convincente è invece quella straordinaria perorazione della gioia e della ri-creazione del corpo contenuta nello Scolio alla proposizione XLV. Il filo del ragionamento era partito qualche pagina prima, di nuovo attraverso una ri-definizione del concetto di utile come “Ciò che dispone il Corpo umano così da poter essere affetto in molti modi” e, nel contempo, ad interagire e ad influire sui corpi esterni. Spinoza spinge qui la sua teoria antropologica fino a concepire l’essere umano come un essere sensibile ed  onnilaterale, un secolo e mezzo prima di Marx! Non solo: l’esclusività di un’affezione (l’unilateralità dell’esperire, l‘uomo a una dimensione come direbbe Marcuse) è fonte di impedimento all'”essere affetto in moltissimi altri modi” – e genera dunque disarmonia, eccessi, comportamenti deliranti, ecc.
Ma voglio concludere riportando per intero, e senza ulteriori commenti, quella che, oltre ad essere una delle pagine più straordinarie dell’Etica, è una vera e propria apologia del godimento –  che, se legata a quanto detto prima a proposito dell’utilità comune, non può non prefigurare l’idea di una società di corpi liberi e gaudenti e cooperanti per il bene comune:

“Niente infatti proibisce di divertirsi se non una torva e triste superstizione. Per qual motivo, infatti, sarebbe lecito estinguere la fame e la sete e non lo sarebbe scacciare la malinconia? […] Trar profitto delle cose, quindi, e goderne, quanto è possibile (non però fino alla nausea, perché questo non è godere), è proprio dell’uomo saggio. E lo è anche, io dico, ristorarsi e ricrearsi (se reficere et recreare) in giusta misura con cibi e con bevande gradevoli, con profumi, con l’amenità degli alberi verdeggianti, con gli ornamenti, con la musica, con gli esercizi del corpo, con gli spettacoli teatrali e altre cose del genere di cui ciascuno può godere senza alcun danno per gli altri. Infatti il Corpo umano è composto da moltissime parti di diversa natura che hanno continuamente bisogno di nuovo e vario nutrimento, affinché il corpo tutto sia armonicamente disponibile per tutte quelle cose che possono derivare dalla propria natura, e di conseguenza, anche la Mente sia armonicamente disposta a comprendere molte cose insieme”.

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8 Risposte to “Lezione spinozista 6: lupi utilitaristi e gaudenti”

  1. Condimeglio Says:

    Ah ah, che spasso sto blog: quando i commenti iniziano a infastire si chiudono! Ah ah!

  2. md Says:

    @Condimeglio: sissì, se quei commenti e i commentatori vanno contro le regole della Netiquette sicuramente e senza pietà.
    Ci sono milioni di altri luoghi (reali e virtuali) dove andare…

  3. luther Says:

    @Condimeglio
    hai ragione questo blog e’ davvero uno “spasso”…io ci passo tutti i giorni e ti sembrera’ strano, ma lo trovo interessante…
    Quando poi leggo dei commenti come il tuo…dimentico Kant, Socrate, Spinoza…e penso al grande Toto’…alla sua filosofia…insomma senza offesa…in questo caso avrebbe detto: “Lei e’ un cretino, s’informi!!!”

  4. Paola Says:

    @MD: Sai che la lettura di spinoza è consigliata dagli psicoterapeuti a coloro che vivono un disagio esistenziale? Bravo Spinoza! 🙂

  5. Catalogo delle passioni: i talenti dei generosi e dei depressi « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] Convergono qui due forme dell’utile: il proprio e quello altrui (ne ho già parlato in un post precedente). Spinoza discute di questi affetti, come già sappiamo, nella terza parte […]

  6. Lezione spinozista 7 – Sintesi delle precedenti, prima dell’ultima « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] 5-6 A questo punto c’è il passaggio dal corpo individuale al corpo sociale. Come rendere la schiavitù degli affetti una forza? Indipendentemente dal livello di chiarezza (o adeguatezza) di quel che accade al nostro corpo (ed è riflesso attraverso “mappe ideali” nella nostra mente), vi è in ultima analisi in Spinoza una visione “schiavistica” e “passiva” delle passioni. Non ci sarebbe altrimenti stato alcun bisogno di titolare la quarta parte dell’opera La schiavitù umana, ossia le forze degli affetti. Sembrerebbe qui porsi dinanzi a Spinoza un problema piuttosto ingombrante, per non dire un macigno: se noi siamo natura in senso lato, cioè costituiti da spinte e forze oscillanti che ci sovradeterminano e il cui scopo unitario è quello di mantenerci in vita e di consentirci un’adeguata espansione sulla base delle nostre potenzialità – non c’è forse una contraddizione insanabile con l’intenzione di fondo, manifestata già nel titolo generale della ricerca, e cioè la costruzione  geometrica di un’Etica che abbia un fondamento ed una validità universale? La parola-chiave è l’utilità, il medium la ragione: operazione ardita e apparentemente paradossale, ma l’unica possibile e ragionevole. Fondare proprio sull’utilità (cioè sull’inaggirabile statuto naturale e materiale) l’etica, attraverso il grimaldello della ragione. Dal conatus alla socialità, dalla guerra hobbesiana al bene comune – passando attraverso i meccanismi individuali dell’utile e dell’autoaffermazione. Potenza individuale e potenza sociale (dynamis dell’ego e dynamis della comunità) non solo non sono in conflitto, ma anzi possono procedere di pari passo e rafforzarsi a vicenda, tanto più che esistono anche versanti sociali delle emozioni primarie. Quel che era cominciato con il marchio della schiavitù, finisce poi per rovesciarsi in una vera e propria apologia del godimento onnilaterale, che non contrasta affatto con la sua ricaduta sociale – purché entrambi concepiti “in giusta misura” e “armonicamente”. […]

  7. claudio Says:

    Salve. mi accingo a pubblicare un romanzo dal titolo “Lupi e bastardi”.
    posso utilizzare quella bellissima foto di lupi per la copertina?
    GRazie.
    cordialmente
    Claudio Ferro

  8. md Says:

    @claudio: purtroppo non posso aiutarti, dato che l’immagine non è “mia”, l’ho catturata anch’io dalla rete, e non so indicarti quale sia la provenienza (cosa di cui sarebbe meglio tu ti accertassi, visto l’uso che ne dovresti fare: in caso di violazione di copyright io con un clic la cancello, ma per la copertina di un libro mi pare più complicato…)

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