L’eterno

***

Fitte e nere
spire di dolore
allentate dal suo
presenziare assente
le mie giornate
in filigrana

(a D.B.,
un anno dopo)

***

Il filosofo francese Gilles Deleuze, in una delle sue lezioni su Spinoza, sottolinea con forza come ci sia una differenza enorme tra immortalità ed eternità. Ciò discende dalla sua interpretazione del concetto spinoziano di individualità, da intendersi in ultima analisi, al di là dell’evidenza di essere costituiti di parti estrinseche, come essenza singolare. Bisogna cioè andare oltre la scorza degli individui, inevitabilmente assoggettati alla legge della composizione e della scomposizione dei corpi, e contemplarne piuttosto la configurazione e la struttura, quell’elemento irripetibile, immodificabile ed eterno del loro intimo essere quel che sono.
Noi guardiamo in genere alla mortalità dei corpi, e il nostro maggior desiderio è forzarne i confini temporali ed allungarne indefinitamente la durata. Questa è l’epoca in cui si torna ad evocare l’antico ed imperituro sogno dell’immortalità, un sogno riacceso da magnifiche e concrete prospettive biotecnologiche: allungamento della vita, sconfitta dell’invecchiamento, duplicazione e digitalizzazione della memoria, riproduzione artificiale dell’intelligenza…
Ma per quanto ci sforziamo e tendiamo a quel sogno, in realtà la morte non può essere vinta, poiché il fronte sul quale sorge (e vuole essere sconfitta) è l’elemento caduco dell’individualità, il suo essere esteriormente un corpo costituito da altri corpi – e dunque il suo far parte della dinamica materiale della composizione e della scomposizione.

Sono però i rapporti, le configurazioni strutturali ad essere eterni: l’individualità è costituita innanzitutto ed essenzialmente da rapporti, e in quanto tale non può essere soggetta alle leggi del tempo. Un rapporto, una configurazione, una struttura sono per loro natura qualcosa di eterno; una volta che sono comparsi all’orizzonte, che si sono fatti avanti sullo sfondo dell’essere e si  sono manifestati nella loro determinatezza essenziale, sono qualcosa che è per sempre – figure dell’eterno.
E’ faticoso, se non impossibile, per la nostra corrente mentalità pensare in questi termini. Occorrerebbe una sorta di conversione ontologica a 180°, il costituirsi di un modo radicalmente altro di concepire le cose. Il nostro punto di vista prevalente (per lo meno quello greco-occidentale) si basa sulla temporalità, sulla caducità e sulla mortalità degli enti. Noi crediamo innanzitutto nell’esistenza della morte. L’eterno – l’aion dei filosofi greci – sembra qualcosa di inattingibile, di folle e di incomprensibile. Laddove un pensatore come Emanuele Severino segnala da mezzo secolo a questa parte,  che la vera follia sta semmai nel concepire le cose come soggette al divenir-altro, all’uscire e al rientrare nel nulla, al consumarsi lungo la linea del tempo.

I rami degli alberi di un bosco, dopo una nevicata, appaiono punteggiati da miriadi di cristalli di ghiaccio. Se riuscissimo a non farci distogliere dagli affanni della quotidianità, che legge ogni accadere che intralcia la megamacchina in termini di ingombro, di male, di disturbo – basterebbe contemplare quelle innumerevoli forme per rendersi conto che dietro la scintillante bellezza dell’apparire ci si fa innanzi l’eterno.
Certo, la nostra percezione (e mentalità) ci dirà, tornando nel bosco il giorno successivo, che quella figurazione è scomparsa, la neve si è sciolta, un’altra forma ha preso il posto della precedente. Ciò non toglie che ogni figura, ogni individuo, ogni essenza singolare – ogni rapporto ed ogni struttura – che compaiono sono e non possono che essere quel che sono, eternamente (aei, nella lingua greca). E’ la loro comparsa ad essere definitiva, non la loro scomparsa. Quelle screziature di neve “sono perennemente”, non “sono state qualcosa che ora non è più”.

Basterà forse questa concezione a farci cambiare idea sulla morte? A considerarla come qualcosa di illusorio? Una cesura assurda tra un prima e un poi che si fonda soltanto sull’errore di aver concepito le cose come mortali e caduche, e non come essenti eterni?
Non credo proprio.
Continueremo a piangere lacrime amare per un caro scomparso o un’amica che ci ha lasciati. La sensazione di una tragica separazione non ci abbandonerà, nonostante quel che possiamo pensare sull’eternità delle cose. Saremo comunque storditi da quel che sentiamo come una rottura, una scissione, una ferita che, forse, si rimarginerà col tempo, ma mai del tutto.
E continueremo ad avere paura innanzitutto della nostra morte, in maniera meccanica ed istintiva, considerandoci in primo luogo un corpo biologico fatto di molti altri corpi, che ha in sé iscritta la legge della conservazione, pur essendo destinato al disfacimento e alla scomposizione.
E difficilmente penseremo, con Deleuze e con Spinoza, di essere invece essenze singolari, rapporti intensivi, modi irripetibili della sostanza che, se sapranno elevarsi al giusto livello di consapevolezza, sentiranno e faranno esperienza dell’eternità.

L’uomo libero – ci esorta Spinoza – a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte”. Ma per liberarsi davvero del pensiero della morte, e dunque di quello contiguo e fallace dell’immortalità, dobbiamo elevarci ad un altro ordine di idee, ad un punto di vista che ci appare quasi come sovrumano.
Eppure è qui, a portata di mano: è la stessa configurazione delle cose che ogni giorno vediamo, tocchiamo, pensiamo.

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40 Risposte to “L’eterno”

  1. Profeta-Severino Says:

    Eternità, immortalità, mortalità. Sono tre significati diversi, certamente, ma sono diversi in quella non-diversità (identità) che è uno stesso di questi tre significati : l’eternità, appunto.
    Solo l’eternità può includere l’immortalità e la mortalità, giacché ogni ente immortale è eterno così come lo è ogni ente mortale.
    Richiamo il significato di “eternità”, per chi non avesse letto quel che ho scritto nel post dedicato a Severino (oltrepassare la pellicola ontologica) : che tutto ciò che è in luce in sé e per sé sia eterno vuol dire che questo “tutto” non può essere diverso da come esso è. Io, che sono di Lecce, posso anche non vedere le macchine che circolano a Milano, ma il significato “macchine che circolano a Milano” è identico a sé (anche se lo vedo in modo diverso da come appare a Milano e in altre situazione semantiche della realtà), ossia è eterno. Medesimamente, posso anche non vedere più il passato e non vedere ancora il futuro, ma ciò non significa che i contenuti del passato e quelli del futuro non siano identici a sé; infatti sono eterni tutti.
    Ora, è da dire che tutto ciò di cui si mostra la mortalità non può essere “semplicemente” mortale : è innanzitutto eterno (= identico a sé), e nella sua eternità è inclusa la sua immortalità, ossia la necessità che il suo “esser” qualcosa di mortale non nasce e non muore; immortalità che a sua volta include, appunto, la mortalità di quel che si dice eterno-immortale-mortale.
    Precisazione. In quanto la totalità assoluta dell’essere contiene concretamente ciò di cui si dice che è mortale, essa non è soltanto eterna (identica a sé) e immortale (non sopraggiungente), ma è anche mortale, seppur ciò non possa significare che essa viene dal nulla; e, d’altra parte, ciò che nasce e muore, in quanto contiene (in modo diverso da come esso è contenuto dalla totalità) tale totalità, non è soltanto mortale, ma è anche immortale ed eterno.
    In altre parole, ognuno di noi è il Tutto eterno dell’ente, e pertanto è un’identità di differenti e infinite identità che include l’eternità, l’immortalità e la mortalità di ciò che le compete.
    “Io” so che una “parte” “di me” non può essere totalmente cosciente di “un’altra parte” “di me”, altrimenti “Io” non avrei “parti”. Ora, se questo “Io” è la totalità eterna delle totalità e delle parti che sono le totalità e le parti della totalità eterna che “Io” sono, allora “Io” sono eterno (= sempre uguale a ciò vedo nel mio vedere qualcosa), immortale (= che non cado su ciò che si mostra in me), e mortale (= che cado sul quel fondo immortale che “Io” stesso pur sempre sono nel profondo).

  2. milena Says:

    ***

    Passo di gatta
    impresse nella neve
    solchi profondi

    ***

  3. Vincenzo Cucinotta Says:

    Se tutto è insieme mortale, immortale ed eterno, non dovremmo allora concludere che esse sono parole inutili, il cui uso dovrebbe con ogni evidenza essere abbandonato?
    Naturalmente, questa non è la mia opinione: registro solo come ci sia questo aspetto patologico di una certa filosofia che, utilizzando certi criteri logici, perviene a conclusioni stravaganti. Possibile che non venga in mente a nessuno di costoro che la logica è solo uno strumento, uno dei tanti che abbiamo a disposizione, e non c’è ragione per idolatrarla? Possibile che ancora col 2010 alle porte, si continui ad ignorare i trucchi del linguaggio?

  4. md Says:

    @Vincenzo: non rispondo in merito alla questione (lo lascio fare a Profeta-Severino, se ne avrà voglia), ma solo a proposito di quanto dici sul linguaggio. Se c’è un ambito della conoscenza umana che fin dal principio si è fatto carico del linguaggio, dei suoi trucchi ed anche delle sue patologie, beh questa è proprio la filosofia. Direi che sua prerogativa essenziale è proprio quella di chiedersi il senso di evocare le cose, l’essere attraverso quello strumento un po’ ingannevole che è il linguaggio – e sua pretesa è di provare a fare il salto mortale di andare a vedere cosa c’è “dietro” o “sotto” quell’evocazione.
    Cioè: la filosofia si trova nella gravosa situazione (che però ha scelto e da cui non può prescindere) di verificare (=dichiarare verità o negarla) quello stesso strumento attraverso cui essa stessa parla e pensa. Qualcosa come il sollevarsi per i capelli del barone di Munchausen… Solo che nessun’altra disciplina ha mai raggiunto questa radicalità ed estensione del pensiero.

  5. Profeta-Severino Says:

    Beh beh beh…… Vincenzo, non mi parlare per cortesia di 2010 o 700 a.c, e non mi parlare di linguaggi e logiche quali si costituiscono su un fondamento contraddittorio…
    La logica autentica è quella per la quale ognuno di noi, in un modo (quello tuo) o nell’altro (quello mio), si pone nell’innegabile : quel che esiste è vero che esiste, e non è vero che invece non ci sia nulla; oppure : quel che chiamiamo “tavolo” si distingue da quel che chiamiamo “orologio”; e ancora : quello che dice Profeta non è quello che dice Vincenzo.
    L’innegabile è in luce, qui, eternamente (e in ogni luogo e tempo). E la logica è la logica dell’innegabile, che vede l’essere sé da parte di ciò di cui si afferma l’esistere. Allora altro è la logica linguistica e quindi il linguaggio in quanto invaso da tale logica, ed essenzialmente (profondamente) altro è la logica di ciò che, in ogni caso, si manifesta, e quindi il linguaggio relazionato con quest’ultimo senso della logica (logica della verità, e non matematica, o delle scienze…).
    Potrei anche prendere in esame il tuo scritto :
    “Se tutto è insieme mortale, immortale ed eterno, non dovremmo allora concludere che esse sono parole inutili, il cui uso dovrebbe con ogni evidenza essere abbandonato?”
    e dirti che se quelle sono parole inutili allora sono inutili anche le tue, in quanto non possono essere eterne, né mortali o immortali, e pertanto non esistono; e quindi il tuo discorso è autocontraddittorio. Potrei dirti che il tuo scritto è affiorato nella mia coscienza quando ho acceso il computer, e pertanto è qualcosa di “mortale”; ed è anche “immortale” in quanto è in relazione concreta col non-affiorante (che consente l’affiorare); ed è ovviamente eterno in quanto è identico a sé, nella sua totalità

  6. Profeta-Severino Says:

    Sono d’accordo comunque con quanto dice Md.

  7. milena Says:

    ***

    Samurai sfrangia
    falde di nebbia fitta
    in filo di lama

    ***

  8. Profeta-Severino Says:

    Milena…cosa significa? a cosa ti riferisci?

  9. milena Says:

    Profeta-Severino … non bisognerebbe spiegarlo, che ognuno potrebbe interpretarlo come ritiene più opportuno, ma a scanso di equivoci dirò che è soltanto una lode (nella misura di un haiku) per tutti coloro che ci provano … a dissolvere la nebbia dell’ignoranza.
    Vuol essere anche un augurio – per tutti, naturalmente. E visto che non ci siamo neppure scambiati gli auguri di Natale, ne approfitto ora per farlo.

    Auguri di buon anno a …. Anna, Paola, Mario, Vincenzo, Aldo, Luther, Luciano, Andrea, Emiliano, Pietro e Profeta-Severino.
    Sono i nomi che ricordo … spero di non aver dimenticato nessuno.
    In ogni caso, ancora auguri a tutti quanti!

  10. milena Says:

    scusate l’interferenza, e proseguite nelle vostre discussioni

  11. Profeta-Severino Says:

    ah ok milena. Auguri anche a te e tutti gli altri che qui ho conosciuto

  12. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Non credo proprio di poter convenire con te. In particolare da Platone in poi, la filosofia si è configurata come una disciplina che ha utilizzato il linguaggio in modo improprio, con l’ovvia conseguenza di scambiare problemi del linguaggio come problemi filosofici.
    E’ recente lo sviluppo filosofico che tiene nel debito conto i problemi discendenti da un uso del linguaggio fuori dai propri ambiti, e nessuno l’ha fatto meglio di Wittgenstein. Ecco il perchè della citazione dell’anno di grazia in cui ci troveremo a giorni, perchè è come avere dimenticato di leggere tutta la filosofia del linguaggio, e continuare a baloccarci con l’autocontraddizione e simili giochi che appassionano alcuni, non certo me. Credo che soprattutto in Italia, che ha subito più di altri paesi la tradizione idealista, ci sia bisogno di una rigenerazione della filosofia, perchè mi pare che senza ciò, si rischia di buttare il bambino assieme all’acqua sporca, ovvero tutta la filosofia con una filosofia tutta presa dal rimirarsi (e magari dirsi: quanto sono brava).

  13. md Says:

    @Vincenzo:
    temo che abbiamo due concezioni radicalmente diverse e della filosofia e del linguaggio. Oltre al fatto che la riflessione filosofica sul linguaggio non è certo un’acquisizione della filosofia del linguaggio novecentesca (che non fa altro, come tutta la filosofia, che ridiscutere eternamente le medesime questioni poste dai filosofi greci fin dall’inizio). La filosofia analitica omette di dire che il suo stesso linguaggio (e il suo stesso senso) è farina del sacco di tutto il linguaggio filosofico precedente, senza il quale semplicemente non esisterebbe.
    Tutti i filosofi nel nominare-pensare l’essere si sono sempre chiesti in maniera radicale che cosa è quel nominare e che cosa è quel nominato evocato dal nominare, e che tipo di relazione o corrispondenza c’è tra di essi.

  14. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Io credo semplicemente che parliamo di cose diverse. Tu parli dell’uso innovativo del linguaggio, io di un suo uso critico: sono evidentemente due cose totalmente differenti. Ciò non significa che io abbia pregiudizialmente qualcosa contro l’innovazione nel linguaggio che, al contrario, essendo un corpo vivo, ha naturalmente una sua continua evoluzione. Ciò che io penso è piuttosto che l’innovazione vada considerata criticamente caso per caso, senza cioè credere che sia appropriato innovare sempre e comunque.
    Quando Wittgenstein afferma che il linguaggio ha un valore d’uso, è uno strumento analogamente a quanto potrebbe esserlo un martello, è “una forma di vita”, costituisce con tutta evidenza una forma di discontinuità in filosofia, e mi lascia perplesso che tu non te ne renda conto.
    Per esemplificare, il discorso su eterno, mortale ed immortale si basa tutto sull’utilizzare questi termini in un ambito nuovo, quello dei concetti. Un concetto è mortale o immortale? A me, per dirla francamente mi pare una domanda stupida, in quanto consiste nell’applicare determinati termini ad ambiti impropri. Cosa aggiunge a ciò che già sappiamo stabilire la mortalità o l’immortalità di un concetto? A me pare nulla, ma ciò sembra corrispondere piuttosto a un’esercitazione di logica del tutto fine a sé stessa. Di questa filosofia, dobbiamo, io credo, disfarcene al più presto. Proprio chi ama la filosofia, dovrebbe imporsi un’autodisciplina che ne restituisca il significato di ricerca della saggezza, nell’avere uno sguardo diverso su qualcosa che abbiamo davanti e non abbiamo mai colto.

  15. milena Says:

    Premetto di non aver capito le obiezioni di Vincenzo, ma testi come quello che riporto mi hanno permesso di …
    “avere uno sguardo diverso su qualcosa che abbiamo davanti e non abbiamo mai colto”.
    Grazie di cuore anche a Severino.

    (da: E. Severino, La strada. La follia e la gioia, Rizzoli Bur, Milano, 2008)

    “Alle teorie resta dunque affidato il compito di stabilire a quale sorte va incontro ciò che esce dal cerchio delle cose che appaiono.
    Questo risultato è decisivo.
    Nei miei scritti si mostra – e ne hanno dato un cenno anche le pagine precedenti – che la follia essenziale si esprime nella persuasione che le cose escono e ritornano nel niente. Il mortale è appunto questa volontà che le cose siano un oscillare tra l’essere e il niente.
    Al di fuori della follia essenziale, di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non siano, cioè è necessario affermare che tutte – dalle più umili e umbratili alle più nobili e grandi – tutte sono eterne. Tutte, e non solo un dio, privilegiato rispetto a esse.
    Se questo discorso viene equivocato oltre un certo limite, si può allora pensare che il vero folle è chi questo discorso propone, giacché esso sembra smentito nel modo più perentorio dal divenire del mondo.
    Ebbene, proprio questo si è qui incominciato a chiarire: che se il divenire del mondo è inteso come l’annientamento delle cose, allora il divenire non appare: l’apparire del mondo (l’“esperienza”) non smentisce il discorso affermante l’eternità del tutto; e dunque se in questa affermazione si volesse per forza trovare la follia, essa andrebbe cercata altrove che nella presunta contraddizione tra questa affermazione e ciò che resta attestato dall’apparire del mondo.
    Intanto, se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto.
    Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che la disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cerchio dell’apparire, ma anche tutte le fasi dell’albero che, “nella valle ove fresca era la fonte / ed il giovane verde dei cespugli / giocava al fianco delle calme rocce / e l’etere tra i rami traluceva / e quando intorno i fiori traboccavano” (Hölderlin), hanno preceduto la legna tagliata per il fuoco.
    Quando gli astri dell’essere escono dal cerchio dell’apparire, il destino della verità li ha già raggiunti e impedisce loro di diventare niente.
    Appunto per questo essi – tutti – possono ritornare.”

    Tratto da:
    http://www.pietrodeluigi.it/gli_uomini_non_diventano_polvere.htm

  16. Andrea Says:

    Ricambio gli auguri (virtuali) di milena, a lei e a tutta la comunità filosofica.

  17. md Says:

    @Vincenzo
    anch’io, come Milena che ringrazio per la bella citazione di Severino, ho fatto un po’ fatica a comprendere il senso del tuo ultimo intervento – mi sfuggono, ad esempio, il senso di “innovativo” ed “evolutivo” a proposito del linguaggio.
    Ma per restare su questo tema, provo a dire qualcosa sulla “rottura” operata da Wittgenstein del “giocattolo metafisico” (che però ha per lo meno due precedenti illustri, Hume e Nietzsche).
    Certo, sono molto suggestive le immagini da lui utilizzate per descrivere l’impossibilità, o meglio l’insensatezza, della metafisica e dunque di gran parte della filosofia tradizionale: in particolare me ne viene in mente una che parla dei bernoccoli dell’intelletto che sbatte contro i limiti (evidentemente le pareti inoltrepassabili) del linguaggio, quando questo si fa domande che eccedono la fattualità, e dunque la designabilità linguistica di questi fatti. Dire, ad esempio, come fa Spinoza, che il mondo è sostanza, dunque eterno, non è falso (o vero), ma semplicemente insensato perché eccede il mondo fattuale evocato o evocabile dal linguaggio. Ecco perché tutta la filosofia diventerebbe una sorta di grande “malattia linguistica”, le cui asserzioni, domande e risposte sorgono solo quando “il linguaggio fa vacanza”.
    In sostanza fare pulizia delle scorie tradizionali della filosofia, come sembrano raccomandare sia Wittgenstein che Vincenzo, vuol dire liberarsi dall’angoscia e dall’inquietudine del domandare. Questo domandare verrebbe così confinato nell’indicibile, nell’ineffabile: quel famoso “tacere” cui il primo Wittgenstein aveva fatto un po’ misticamente riferimento: “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.
    Ma è proprio quel “ciò” che la filosofia non può ignorare – anche perché si lascia intendere che è un qualcosa che esiste e che ricomprende lo stesso linguaggio che lo evoca.
    L’essere (la verità, l’eternità, ecc.) resterebbero muti senza il linguaggio? Immagino di sì. Ciò non toglie che, forzando quelle pareti, sono portato a pensare (o a dire) che essi si danno a prescindere dalla pensabilità-dicibilità umana. Wittgenstein pensa che il linguaggio non sia in grado di parlare di se stesso (dunque di vedersi dal di fuori e di pensare ciò che lo fonda) – ciò che gli fa concludere che nemmeno l’etica sia esprimibile o fondabile e che “il problema della vita si risolve quando svanisce”. Ma come si può tacere su quell’inesprimibilità o su quello svanire? Lo può fare (anzi, forse lo deve fare) la scienza, non certo la filosofia.
    Non credo, insomma, che la riduzione della filosofia ad “attività chiarificatrice” (che però sa tanto di “smaltimento dei rifiuti”) possa funzionare. La filosofia non può non essere, per definizione, metafisica, filosofia prima, ontologia.

    Credo poi che non esistano (per lo meno non in ambito filosofico) domande “stupide”, né ci possono essere davvero filosofi o filosofie di cui liberarsi o da buttare – per una semplice ragione: la filosofia si occupa da sempre di un unico problema, espresso in molteplici forme e forse anche linguaggi, talvolta bizzarri o magari variopinti (basti leggere l'”inutile” Fenomenologia dello spirito di Hegel o una manciata di aforismi di Nietzsche o qualche passo di Essere e tempo di Heidegger per rendersene conto, ma anche il Severino di Oltrepassare non scherza) – ma che tutti hanno a che fare con quel “ciò” di cui Wittgenstein vorrebbe (ma non riesce a) liberarsi.

    Infine, sulla saggezza, sull’etica e sulla prassi: siamo proprio sicuri che esse non discendano da “insensate” questioni ontologiche, cioè ad esempio dal chiedersi se le cose siano o no eterne?

  18. md Says:

    Naturalmente ciò non toglie che di quel “ciò” e di tutte le sue implicazioni la filosofia parli e debba parlare in termini rigorosi e razionali. In tal senso il pensiero critico di Wittgenstein è non solo “utile” ma totalmente interno allo stesso discorso filosofico.

  19. emiliano Says:

    Tanti auguri a Milena e a tutti gli altri.
    In questo post aleggiano grandi tematiche, che ci riportano a questioni gia accarezzate in reparti ontologici…Parlare di rapporti come configurazioni dell’eterno è un po’ come accennare all’anima delle cose, non quella necessariamente religiosa, ma quella dell’intimità delle cose che si eleva sul tempo e sulla scorza caduca delle stesse. Allora ecco che riaffiorano gli aviti concetti della doxa e della verità, del divenire e dell’immutabile, dell’essere e del non essere; pianeti imprescindibili del pensiero con i quali è un piacere dover sempre fare i conti.

  20. Vincenzo Cucinotta Says:

    Tenterò di chiarirmi. Dicevo che il linguaggio evolve, come sarebbe agevole esemplificare con i termini riguardanti il computer, l’informatica, la telematica. Ciò ècertamente un bene ed una necessità: nuovi bisogni, nuovi oggetti, nuove situazioni, e sarebbe un guaio, ed anche in realtà inspiegabile se il linguaggio non si adeguasse.
    Non dicevo invece che il linguaggio è innovativo, ma dicevo piuttosto che il suo uso da parte della filosofia è innovativo. Ciò in sè non è nè positivo nè negativo, dipende dallo specifico caso. Se infatti l’innovazione permette di dare uno sguardo nuovo e che ci arricchisce, allora che sia il benvenuto. Potrei portare l’esempio dell’espressione cara a Wittgenstein di “gioco linguistico”, che utilizza il termine gioco in un contesto del tutto nuovo, ma che appunto sottolinea l’aspetto ludico nell’uso del linguaggio.
    Ci sono invece tanti casi in cui un termine viene impropriamente utilizzato fuori da un contesto appropriato. Se infatti, come io penso, il linguaggio è uno strumento, allora come ogni strumento va utilizzato propriamente. Non userò ad esempio un martello per mangiare gli spaghetti. Magari a qualcuno usare il martello per mangiare gli spaghetti apparirà un’operazione brillante, qualcosa di geniale, magari pregevole sotto l’aspetto estetico, ma io continuerò pervicacemente a credere che gli spaghetti si mangiano con la forchetta, e che il martello serva a piantare chiodi.
    Per finire con un esempio, parlerò del principio di causalità, fondamentale nella vita di ogni giorno, come credo che sia ovvio per tutti noi. Se però volessi usare questo stesso principio a ritroso per stabilire l’origine della realtà, ne farei un uso improprio. Ricordo ancora il mio insegnante di filosofia che voleva dimostrare l’esistenza di Dio dicendo che se c’è l’orologio, ci dev’essere l’orologiaio: si usa un principio fuori dal contesto in cui ci viene utile usarlo.

    Infine, vorrei dire che l’ultimo Wittgenstein, quello delle “Ricerche filosofiche” nella sua analisi critica, va ben oltre la metafisica, egli distrugge, io credo per sempre, ogni possibilità di rintracciare fondamenti epistemologici.

    Approfitto di questo commento per augurare un buon 2010 a tutti voi!

  21. Luciano Says:

    Salve.

    Innanzitutto auguro a tutti uno splendido 2010, che come si è fin qui affermato sarà eterno così come lo è il 2009, e ciò non mi riempe di gioia perché non è stato prppriamente un bell’anno e io vorrei invece che con il 31 dicembre fosse sparito per sempre.

    Scherzi a parte, le questioni sul tappeto sono tante, ma vorrei parlare di una cosa che credo sia importante in molti ambiti, cioé quella dell’utilizzo fuori contesto. Noi siamo quel che siamo oggi, una società “progredita”, proprio perché abbiamo imparato ad usare ciò che faceva parte della nostra esperienza fuori dal contesto che quella esperienza aveva.determinato. Anzi, direi che è stata proprio questa nostra capacità che ci ha permesso di sopravvivere come specie in un ambiente pieno di predatori ben più dotati di noi. Faccio un esempio sulla scia di quel che diceva Vincenzo. Tu usi il coltello per tagliare il cibo, ma se devi svitare una vite e non hai un cacciavite, puoi usare un coltello. Con la forchetta mangio gli spaghetti, ma se sono seduto e devo prendere un pezzo di pane al quale non riesco ad arrivare e sono pigro, posso usare quella stessa forchetta come una estensione della mia mano.Certo se hai soltanto un martello e non ti vuoi sporcare le mani allora ti toccherà usare il martello. Ma, ripeto, proprio in questo risiede la “grandezza” originaria dell’uomo che lo ha fatto prevalere, diciamo così, sulle altre specie animali.

    A presto.

  22. Gio Says:

    L’immortalita’ non esiste, anche l’universo finisce; tutto ha un inizio ed una fine, l’universo stesso.
    La morte ?
    Ma .. vivere in eterno non sarebeb una noia ?
    La morte …. Dopo la morte … Lasciare un ricordo di noi, un semplice ricordo d’affetto, una immagine di una vita vissuta.. nel rispetto, nell’Amore. e poi …. il riposo, L’ETERNO RIPOSO.
    Abbiamo vissuto una vita degna di essere vissuta, abbiamo fatto tutto quello che era necessario e doveroso fare, abbiamo dato quello che potevamo date, noi uomini, fatti dalla Natura (o da Dio) per vivere una vita mortale, abbiamo diritto ad una morte dignitosa, la conclusione del nostro impegno nel Mondo.
    Buon Anno a tutti ! ed una augurio di una lunga vita ma soprattutto piena di azioni.
    Gio

  23. Luciano Says:

    Salve.

    Riprendiamo la nostra discussione. E’ stato contrapposto l’eternità all’immortalità, mettendo in luce che sono cose diverse. In effetti l’immortalità pone come punto di riferimento originario la “nascita”, senza la quale non avrebbe senso parlare di morte e quindi neanche della sua negazione (l’immortalità appunto). D’altronde il significato principale (seppur non l’unico) di eterno pone l’accento sul fatto che non ci sia né principio né fine. Ma tutte e due le cose riposano su una questione che è antica quanto l’uomo stesso, ovvero l’esistenza del tempo. E’ mia convinzione che il tempo sia un parametro introdotto dall’uomo per dare una misura qualitativa della variazione dello stato di un sistema. Ovvero, le tre coordinate spaziali danno appunto una misura quantitativa di una porzione di spazio (o di un oggetto, se avete problemi con l’esistenza dello spazio) mentre il tempo non misura altro che sé stesso, cioé nulla. Siamo talmente abituati al concetto del tempo, che la nostra esistenza di tutti i giorni (per noi è un’unità temporale, ma in realtà è del tutto posizionale) ne è pervasa (o invasa) e non potremmo più farne a meno. Chiusa questa digressione che consideravo necessaria, mi chiedo che senso avrebbe, al di fuori di quelle che sono le nostre (umane) categorie linguistiche, parlare di eternità? Quando parliamo di Napoleone quale determinazione dell’essere e quindi costantemente uguale a sé stessa (e perciò eterna), parliamo anche dell’uomo Napoleone, che soggetto a nascita e morte, eterno non è? Ho come l’impressione che si voglia riportare in termini comprensibili alle nostre limitate capacità cognitive quel che invece ne è totalmente al di fuori. Soprattutto ci si dovrebbe interrogare su quale sia la definizione più appropriata di “esistere”. Purtroppo credo sia tutt’altro che banale.

    A presto.

  24. Vincenzo Cucinotta Says:

    A proposito del primo commento di Luciano.
    Ciò che tentavo di sottolineare è che usare termini in modo innovativo non può essere considerato un valore in sè, in quanto a volte è utile, a volte è un gioco inutile e a volte anche dannoso.
    Nell’interpretare il mio esempio, Luciano non considera un punto fondamentale, che cioè gli strumenti linguistici li abbiamo sempre tutti a nostra disposizione. Nel nostro stipetto potrà forse mancare un martello, o forse la forchetta, ma quando usiamo termini o concetti innovativi, con tutta evidenza, ciò non deriva dall’esigenza di sostituire parole o concetti che ci mancano: in questo caso, avendo evidentemente tutte le forchette che ci abbisognano, usare il martello per mangiare gli spaghetti non può che essere una forma di stravaganza.

  25. Profeta-Severino Says:

    Luciano si chiede il significato di “esistere”. Beh, che l’essere (tutto l’essere) “esista” significa che è quel che di necessità è. Quindi, anche Napoleone, in quanto è soggetto a nascita e morte, è di necessità “Napoleone, che è soggetto a nascita e morte”, giacché esiste proprio in questo senso, e in questo senso preciso è eterno, come ogni cosa.

  26. Luciano Says:

    Salve.

    @Profeta
    Che significa “che l’essere (tutto l’essere) “esista” significa che è quel che di necessità è”?

    A presto

  27. Profeta-Severino Says:

    Ciao Luciano,
    l’ho già spiegato parecchie volte. Comunque, l’essere (= ogni singola cosa, come questo tavolo, e come la stessa Totalità assoluta degli enti dell’eternità e di ogni tempo che al suo interno si pone) “è” nel senso che quel che si mostra di esso è inevitabile che sia proprio così come si mostra, nel suo rimanere per sempre uguale a sé, essendo già da sempre quel che di esso, in un modo o nell’altro, si colloca.

  28. Luciano Says:

    Salve.
    Quel che non mi quadra è la “necessità”. Quale sarebbe la ragione di questa necessità? E soprattutto, le cose e anche gli esseri viventi mutano, allora di che eterno essere uguali a sé stessi parliamo? E quale sarebbe in tutto questo il ruolo dell’altro dio, quello degli scienziati, ovvero il Caso?

    A presto.

  29. Profeta-Severino Says:

    Luciano ma io ne “La pellicola ontologica” io già risposto ampiamente a queste domande.
    Comunque, “necessario” è ciò che innegabilmente-anapoditticamente-immediatamente si pone (esiste). La domanda “quale sarebbe la ragione di questa necessità” è autocontraddittoria perché la necessità è la necessità della ragione, e la ragione è la ragione della necessità, e quindi è come chiedere quale sia la necessità della necessità, e così via in indefinitum.
    E’ necessario che tutto ciò che esiste esista nel modo preciso in cui esiste.
    Ho ripetuto più volte che “eternità” significa, IN UN MODO O NELL’ALTRO (= nell’immutabilità dell’apparire trascendentale, o nel variare dei suoi contenuti e forme), “essere quel che si è” (= il cielo è il cielo, e non è l’altro da sé).
    Tu puoi anche non esperire ancora (totalmente) il futuro, ma il “contenuto concreto” di ciò che diciamo “futuro” è identico a sé, anche se non lo vedi ancora, e pertanto è eterno, altrimenti si direbbe di qualcosa (W) che non è identico a sé : si direbbe che W non è W.
    Tutto ciò che è nato è eterno, ed è eterno tutto ciò che è morto e che morirà, così come è eterno tutto ciò che ancora non è nato. Inoltre, nascere e morire appartengono solo a certe cose, e non a tutte le cose. E queste certe cose che nascono e muoiono (l’empirico) possono nascere e morire solo in quanto c’è qualcosa che non nasce e non muore (il trascendentale). E questa totalità che include la relazione di “trascendentale” ed “empirico” è tale solo in quanto è inclusa a sua volta nella concretezza di sé stessa, che non consente il nascere e morire, perché in essa è già tutto contenuto.
    Certi enti (eterni) nascono e muoiono; così come cert’altri enti (eterni) non mutano. E nella totalità del loro essere l’eternità di ognuno raccoglie già da sempre quel che di essi si mostra a tratti nel processo dell’eterno nell’incompletezza del suo apparire.

  30. md Says:

    Bene bene, ora mi aspetto scintille scientifico-ontologiche…
    Comunque, caro Luciano, temo di essere giunto, per lo meno in linea generale, alle stesse conclusioni di Profeta-Severino!
    Che però, ti risponderà lui, non sono “conclusioni”, ma un “già da sempre” che ci era offerto fin dall’inizio…

  31. Profeta-Severino Says:

    Beh, md, ogni ente è “già da sempre”, ma ciò non esclude quell’ente che è la “conclusione” di un processo. Anzi, il Tutto infinito include eternamente ogni “risultato” apparso o che potrà apparire. E ogni “risultato” è già da sempre, ed è già da sempre proprio la variazione che conduce a un risultato, giacché la variazione non è illusoria solo in quanto sia concepita dal punto di vista della verità eterna che vede eternamente la (eterna) variazione all’infinito degli eterni nel finito.

  32. Luciano Says:

    Salve.

    In verità caro MD non credo siano possibili scintille scientifico-ontologiche giacché una posizione come quella esposta da Profeta sostanzialmente dice che il Tutto contiene tutto (anche se sono convinto che dirà che non è così). Quello che lui sostiene è che qualunque cosa (animata o inanimata come si diceva una volta) è quel che è (l cielo è il cielo, e non è l’altro da sé) e non può essere altro da sé e proprio per questo eterna. Purtroppo su questa strada credo non si arrivi da nessuna parte. Magari mi sbaglio. Però mi piacerebbe capire quale validità epistemologica potrebbe avere una tale posizione.

    A presto.

  33. md Says:

    Luciano: una delle obiezioni che ho sempre mosso alle posizioni “parmenidee” (chiamiamole così per semplificare), è proprio quella “tautologica”.
    Dire cioè che l’ente è il qualcosa-che-è, che è vero, eterno ed è il già-da-sempre, ecc., non ci porta apparentemente da nessuna parte. La domanda ingenua di fronte a tali posizioni filosofiche potrebbe essere la seguente: fanno crescere la nostra conoscenza, consapevolezza, felicità? Forse no.
    D’altra parte considerare le cose, come fanno la scienza o il “senso comune”, o gli esiti nichilistici della cultura occidentale, come divenienti e disponibili all’uso e alla distruzione, e dunque prive di ogni fondamento e di ogni connessione con il tutto – beh, anche questo non mi pare conduca da nessuna parte.
    Sono due modi radicalmente diversi di guardare il mondo, forse incompatibili.
    Tuttavia, è innegabile che il tutto che si mostra attraverso l’apparire delle cose (degli eventi, del linguaggio, ecc.) è l’unica realtà (e sostanza) concepibile, e non ha altro fondamento che se stessa.
    Per questo sto trovando molto interessante la soluzione spinozista…

  34. Luciano Says:

    Salve.

    Concordo pienamente con quanto hai affermato. E forse è proprio per questo che davanti a questioni del tipo che una cosa X esiste ed è eterna perché è quel che è e che sempre sarà, mi dico: ok, possiamo dire altro, pensare altro o questa posizione è così totalizzante che non ho più nulla da dire al riguardo? Allora magari trovo più intrigante la questione se il tempo esista o meno, oppure se abbia senso (o almeno senso per noi) considerare esistenti cose che sono al di fuori della nostra esperienza sensibile (dei sensi intendo), o ancora se esiste una rappresentazione mentale al di fuori delle capacità rappresentative che ci permettono i nostri sensi, etc,etc. Resta però il fatto che quando mi sono avvicinato all’ontologia e all metafisica la prima cosa che ho fatto è stato chiedere al prof. Achille Varzi come si potesse definire “esistenza” e lui mi ha detto che in effetti non c’è una definizione univoca. Alla fine io resto pur sempre un fisico e non mi trovo a mio agio nel formulare un modello su concetti troppo fluttuanti.

    A presto.

  35. Cosimo Scarcella Says:

    Complimenti per lo spessore dei contenuti e per la chiarezza espositiva.
    Sarei grato se si volesse prendere visione di quanto ho scritto sull’argomento e che ho pubblicato sul mio sito web http://www.cosimoscarcella.blogspot.com.
    Cosimo Scarcella

  36. Profeta Says:

    mmm….quante cose dovrei dire…
    Mi limito a dire a Luciano che l’affermazione che tutto è eterno è il “fondamento” di ogni altra possibile affermazione, e quindi anche di quella che afferma l’esistenza o meno del tempo, e di altre esperienze sensibili, ecc.
    Il tempo è il tempo degli eterni che si succedono via via nel finito apparire dell’essere. E le esperienze sono infinite, e ognuno di noi (cioé ogni “cerchio dell’apparire”) è in verità il Tutto che in tempi e modi diversi esperisce la totalità delle esperienze (tutte quelle del passato, anche quelle che non ricordiamo più, e tutte quelle del futuro, che ancora devono entrare nell’attualità del nostro “esser io”).
    Tutte le esperienze che sono definite “altrui” sono “altrui” solo nella misura in cui l’identità di cui sempre siamo coscienti è inclusiva di innumerevoli differenze, che sono dunque differenze di un’unica identità (l’Uno che contiene i molti, come l’eterno contiene il tempo e i cambiamenti degli eterni : infatti, di ogni tempo è necessario dire che è eterno, mentre è impossibile che ogni eterno sia temporale o cangiante).

    Md, la felicità è la felicità della verità, e sintantoché la verità non si lascia indietro l’isolamento del sopraggiungente dallo sfondo (cioé la persuasione che il sopraggiungente sia la totalità e che lo sfondo non esista) non può apparire in carne ed ossa l’autentica felicità che spetta già da sempre ad ognuno di noi.
    Essere veramente felici significa includere in sé tutto il dolore della Totalità come per sempre passato (superato), e quindi significa escludere che il futuro possa portare nuovamente alla luce il dolore. Ma questo accadrà col sopraggiungere del superamento concreto della volontà di non essere eterni (la volontà dell’illusione).

  37. md Says:

    @Cosimo Scarcella: grazie, troppo gentile!
    Da una prima scorsa al suo sito web, ho trovato molto interessanti i temi delle sue ricerche.
    A presto

  38. Cosimo Scarcella Says:

    Invierò altri miei intrventi
    A presto

  39. Aldo Says:

    Carissimo Professore,
    La prego di visitare il mio blog: “Le briciole di Minerva”.
    Quanto al suo, è ,come al solito, pregno di VITA e PENSIERO.
    Per il momento è quanto, ma spero di poter essere più esustivo in futuro.
    Ad maiora!

  40. Aldo Says:

    Lapsus calami: esaustivo
    A.

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