Terza cronaca: bambini cartesiani, pitagorici e spinozisti

Incontro troppo didattico il terzo, quasi una lezione. Non può funzionare, e infatti non funziona. D’accordo le grandi domande, l’inizio dell’universo, l’arché o il big-bang (un nome che fa sempre molto effetto) in salsa greca. Però… Vabbé, io ci provo lo stesso: “adesso vi racconto alcune delle ipotesi fatte dai primi filosofi greci“.
Per cominciare l’acqua di Talete. Come mai proprio l’acqua? Alcune risposte arrivano. Sui quattro elementi di Empedocle hanno un bel po’ di reminiscenze che risalgono alla prima elementare, e funzionano sempre (le insegnanti hanno una strana predilezione per i quattro elementi…). Quando tiro fuori la faccenda dell’odio e dell’amore, però, rimangono un po’ perplessi. Glieli ritraduco come attrazione e separazione, ma cominciano a dar segni di cedimento.
Quasi nessuno, con mia sorpresa, ha sentito parlare di atomi, e quindi non è facile far passare anche Democrito. Rinuncio alla quarta ipotesi – quella di Pitagora (che però conoscono e associano correttamente a numeri e forme geometriche) e mi accingo a salutarli. Tra l’altro sono troppo agitati, si distraggono facilmente, sarebbe del tutto inutile proseguire.
(Anche se sono molto soddisfatto perché una bambina è riuscita a seguirmi fino in fondo ed è arrivata con la sua testa alla conclusione che visto che il nulla è uno scandalo per i primi filosofi greci – questa faccenda del nulla li ha molto colpiti, lo tirano fuori ogni due minuti! – che dal nulla non può venir fuori qualcosa, allora non resta che pensare che il mondo è da sempre, è eterno. Mi dovrò accontentare di questa – solitaria – conclusione, poco condivisa dagli altri).
Faccio, appunto per andarmene, quando un’altra ragazzina, rossa come un peperone, mi blocca e mi chiede di spiegarle l’espressione, che una delle maestre aveva maldestramente utilizzato alcuni giorni prima, cogito ergo sum.
“‘Sti cazzi!” – penso io (penso, mica lo dico, ovvio).

Pare che il contesto in cui la frase è uscita riguardasse la sua assenza dai convivi di classe. A questo punto, vengono fuori quindici minuti tra i più belli della mia esperienza didattico-filosofica: noi siamo perché pensiamo o pensiamo perché siamo? La domanda e il dilemma risuonano e rimbalzano chiarissimi nelle loro giovani menti, fino alla radicalità del chiedersi se anche le cose, che evidentemente sono, pensano, e se non pensano come fanno ad essere, ma chi può saperlo se una pietra pensa, non siamo mica nella pietra per sapere se lei sa di essere o no e allora qual è la differenza tra essere e pensare, tra essere e sapere di essere qualcosa? si affaccia la coscienza, la differenza tra macchina e organismo… ma se fosse tutta una finzione, se noi fossimo degli automi? che differenza c’è allora tra noi e una pietra? (il dio maligno di Descartes poteva essere complicato da esibire, ma un mondo alla Philip Dick potrebbe rivelarsi un’immagine molto più chiara per le loro menti ultradigitali) – si affaccia infine il concetto di volontà, è la ragazzina-peperone a tirarlo fuori, diventando bordeaux.
Ci sarà tempo in futuro di far loro capire che Cartesio, però, aveva sbagliato tutto… o quasi.

***

Solo un frammento del quarto incontro, l’ultimo prima delle vacanze natalizie – quello che segna il passaggio dall’esterno all’interno, dalle domande su cosa come e perché c’è un fuori e come e perché qui dentro siamo fatti così, e se va bene o no essere fatti così ed eventualmente se si può cambiare.
Il destro ce lo offre l’astruso Pitagora su un piatto d’argento: non possiamo vivere senza fare ordine nel mondo, dice…  (mannaggia, i nomi!), senza numerare o attribuire una forma alle cose, e fa l’esempio della casa e delle misure da prendere per poterla costruire e poi viverci ordinatamente – cioè non potremmo vivere in una natura troppo casuale o caotica (à la Philip Dick, di nuovo!).
Ma… qualcun altro azzarda: è dentro di noi che c’è il caos, visto che riusciamo a provare contemporaneamente amore e odio, passioni “liete” e passioni “tristi”.
Bene, benvenuto tra i miei bambini, caro Spinoza!

***

(Il quadro riprodotto, Youniverso, è del grande e visionario artista cileno Sebastiàn Matta. C’è in rete una ricchissima art gallery a lui dedicata che consiglio di visitare).

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7 Risposte to “Terza cronaca: bambini cartesiani, pitagorici e spinozisti”

  1. Paola Says:

    “convivi di classe”: è un refuso o è proprio l’idea che ti sei fatto dei consigli di classe?
    P.S. Ormai è tardi per un Buon Natale, non mi resta che augurarti Buon 2010.

  2. md Says:

    Paola, siccome la scrittura di questo post, come avrai notato, è piuttosto colloquiale, immediata e poco organica, ci sono senz’altro dei passaggi che risulteranno a chi legge non molto chiari.
    L’ “assenza dai convivi di classe” va riferito alla ragazzina che mi ha fatto la domanda, che, a detta dell’insegnante, è timida e piuttosto restia ad esporsi durante le lezioni.

    Ricambio di cuore gli auguri di buon anno!

  3. Paola Says:

    Scusa, sono io che leggo frettolosamente.

  4. chiarac Says:

    è tanto che non passo dal tuo blog, ma anche per questo poco che ti dedico non manchi di affascinare e interessare.
    e ammiro molto questo tuo lavoro (la filosofia con i bambini).

  5. Paola Says:

    Cartesio aveva forse sbagliato tutto immaginando il pensiero come qualcosa che sta fuori dal corpo, ma non c’è dubbio che, per quanto riguarda il metodo che lui propone, almeno a leggere quello che ho trovato su Wikipedia, sono totalmente d’accordo con lui:
    « Volendo seriamente ricercare la verità delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare, infatti esse sono tutte connesse tra loro e dipendenti l’una dall’altra. Si deve piuttosto pensare soltanto ad aumentare il lume naturale della ragione, non per risolvere questa o quella difficoltà di scuola, ma perché in ogni circostanza della vita l’intelletto indichi alla volontà ciò che si debba scegliere; e ben presto ci si meraviglierà di aver fatto progressi di gran lunga maggiori di coloro che si interessano alle cose particolari e di aver ottenuto non soltanto le stesse cose da altri desiderate, ma anche più profonde di quanto essi stessi possano attendersi »
    (Cartesio da “Discorso sul metodo”)
    Il dubbio poi, che egli raccomanda, fa proprio parte di me.
    In fondo penso che tutti i filosofi abbiano azzeccato qualcosa e sbagliato qualcos’altro. Ma non si potrebbe mettere insieme tutte le cose giuste che hanno detto e finirla una volta per tutte? In fondo sono convinta che la natura dell’uomo abbia una base comune a tutti gli uomini e, al di là delle differenze individuali, sono convinta dell’esistenza di alcune verità universali, propio come diceva Cartesio: quelle che non hanno bisogno di dimostrazione in quanto sono evidenti.
    Ma allora, cosa ancora cerchiamo quando parliamo di filosofia?
    Forse quella benedetta felicità che sembra ogni giorno più vicina e sempre più irraggiungibile?

    P.S. Parlare di filosofia con i bambini penso sia difficile, ma in fondo è proprio vero che gli si può insegnare di tutto. Come sosteneva Bruner : basta far acquisire la struttura della disciplina e il gioco è fatto.
    E poi mi piace questo tuo metodo “socratico”.
    Riguardo al fatto se la pietra pensi o no e quindi abbia coscienza di essere o meno, io credo che esistono degli esseri non pensanti e sono quelli che non cambiano, almeno per propria volontà: la pietra non cambia, quindi non pensa. Le piante cambiano per adattarsi all’ambiente, quindi pensano.

  6. Paola Says:

    Spero di non aver travisato di nuovo il significato del tuo post.
    Mi scuso per gli eventuali errori ortografici: di questi tempi sono piuttosto frettolosa.

  7. md Says:

    @chiarac: bentornata e grazie per l’apprezzamento!

    @Paola: no che non hai travisato, e concordo con quanto dici a proposito di Cartesio e dell’importanza del suo dubbio metodico. Quel che però respingo radicalmente del suo pensiero è, come da te ricordato, proprio il dualismo mente/corpo di cui ancora non riusciamo a liberarci, e di cui naturalmente non è il solo responsabile, dato che fa parte di una lunga tradizione di pensiero che lo precede.

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