Bentornato Marx!

Un mio caro e (per me) determinante professore universitario – Emilio Agazzi, docente all’epoca di Filosofia della storia alla Statale di Milano – soleva dire, presentando le sue lezioni su Marx, che ciclicamente c’è qualcuno che suona la campana a morto per il pensiero marxista (o, più precisamente, marxiano). Da un paio di decenni quel qualcuno è diventato schiera. E, si sa, nella maggior parte dei casi si è trattato di cicisbei e sicofanti del neoliberismo (che pure ha fatto un bel crack di recente), che non hanno mai letto nemmeno una riga del Capitale o dei Manoscritti economico-filosofici. E che rimasticano ideologemi triti e ritriti, confezionati quando va bene dalle “filosofie da cucina” di hegeliana memoria.

Ecco perché accolgo con grande piacere la recente uscita di un libro del giovane filosofo Diego Fusaro (ne ho parlato qui qualche anno fa, a proposito di un suo interessante saggio su Epicuro), significativamente intitolato Bentornato Marx! L’autore ha fatto circolare in questi giorni in rete, una sorta di antipasto del libro in 11 tesi (giocando con il numero di quelle celeberrime di Marx su Feuerbach), che riporto qui sotto con la sua gentile autorizzazione, e che mi trovano pressoché concorde su tutta la linea.
Il mio assenso va in particolare alla rievocata (e anch’essa bentornata) teoria marxiana dell’individualità, nient’affatto riducibile (come vorrebbero i detrattori in malafede) al collettivismo livellatore: anzi, è semmai la concezione “onnilaterale” dell’individuo a fare di Marx il principale e davvero libertario antagonista  alternativo all’omologazione capitalistica e alla riduzione lateralissima di ogni cosa, persona e relazione a merce.
Naturalmente la mia adesione non è incondizionata, poiché non ho ancora letto il testo. Ma se il buon giorno si vede dal mattino…

***

Il Marx che troverete nel mio “Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario” (Bompiani, 2009, http://www.filosofico.net/bentornatomarx.htm ) è integralmente incompatibile con tutte le tradizionali maniere di intendere Marx. Il mio Marx è filosofo, libertario, allievo di Fichte e di Hegel, non marxista ma idealista, pensatore non del collettivo ma delle singole individualità liberate dall’alienazione, e così via. Tutti i paradigmi inerzialmente accettati volano gambe all’aria. Quello che io propongo è, in definitiva, un “riorientamento gestaltico” di Marx: in ciò che finora abbiamo visto un papero, proviamo a vedere un coniglio! Nel 1845 Marx scrive le famose 11 Tesi su Feuerbach. Mi permetto qui di enunciare le mie undici tesi su Marx, che troverete sviluppate (e argomentate) nel libro:

1) Marx non fu affatto il fondatore del Marxismo, che fu invece fondato da Engels e da Kautsky nella forma di una dogmatizzazione catechistica del pensiero di Marx, pensatore della critica e, per ciò stesso, incompatibile a ogni dogmatizzazione.

2) Marx prese le distanze dal marxismo: “tutto quel che so è che io non sono marxista”, disse una volta. e criticò punto per punto il nuovo movimento marxista (“Critica del programma di Gotha”, che si chiude con l’espressione sintomatica: “dixi et salvavi animam meam”).

3) Marx non fu affatto un economista, ma un filosofo, allievo di Fichte e di Hegel: il movimento con cui Marx vuole uscire dalla filosofia per approdare alla scienza (a partire dall’Ideologia tedesca, del 1845-1846) rivela una profonda simmetria con il movimento teorico di Fichte e di Hegel, anch’essi teorici del superamento della filosofia nella scienza, intesa – quest’ultima – come scienza della totalità.

4) Marx fu un teorico delle individualità libere, non della collettività livellata. La costante preoccupazione di Marx è l’individuo e la sua liberazione dai meccanismi repressivi, schiavistici e alienanti della società capitalistica. Marx mira a realizzare le promesse inevase del liberalismo, prima tra tutte la realizzazione effettiva della libertà del singolo. La quale è possibile solo nella forma di un “libero sviluppo delle individualità” solidali tra loro e titolari di eguale libertà.

5) Marx fu pensatore della critica e non elaborò mai un sistema: il suo è un campo di teorie in fieri, in continua rielaborazione a seconda del momento storico. I titoli delle sue opere lo rivelano in modo inconfutabile: da “Per la critica della filosofia hegeliana del diritto” al “Capitale. Critica dell’economia politica”, passando per “La sacra famiglia. Critica della critica critica”.

6) Marx fu un filosofo della storia, che lesse il corso degli eventi come una lunga sequenza necessaria e destinata a sfociare nel comunismo come “regno della libertà” (e non dell’uguaglianza). Lo schema hegeliano dell’universalizzazione della libertà (dalla libertà di uno alla libertà di tutti) viene “futurizzato” da Marx, che apre la dialettica hegeliana al “non-ancora”: la libertà di tutti, da Hegel ottimisticamente intesa come già attuata nel presente, è da Marx rinviata al domani comunista. La filosofia della storia di Marx resta la più seducente promessa di felicità di cui la modernità sia stata capace.

7) Chi oggi dice che “Marx è morto” lo fa per metterlo a morte, perché sa quanto è ancora vivo e scomodo. “Marx è morto” – questa insopportabile litania – non è allora la presa d’atto di un decesso, ma l’esorcismo volto a mettere a morte un vivo, la cui capacità critica resta, ad oggi, fortissima.

8)  Non si può tornare a Marx, ma solo ripartire da lui: dalle sue teorie, dalle sue illuminazioni. Da Marx si dipartono molti sentieri che, a seconda di quello imboccato, permettono di addentrarsi nella selva o di perdersi in essa. Proprio perché Marx non ha coerentizzato alcun sistema (Engels) o alcuna religione di stato atea e monopolistica (Stalin), occorre ripartire dal suo “cantiere aperto” per sviluppare nuove teorie critiche in grado di denunciare le contraddizioni di cui è intessuto il nostro oggi.

9) Marx è il più grande critico della società capitalistica (che è ancora la nostra società): chi pretende di spiegare l’attualità usando le sole lenti interpretative marxiane, è certo votato alla miopia; ma chi rinuncia del tutto a indossare le lenti interpretative di Marx, è destinato alla totale cecità. La critica dell’oggi non può non ereditare il codice originario marxiano.

10) Marx ha svelato che la schiavitù nel mondo moderno è una schiavitù economica, non politica: gli operai, chi lavora nei call-centers, ecc, sono “schiavi del salario”, soggetti all’estorsione di “pluslavoro”. La nostra non è l’epoca della libertà – come ripete pomposamente la tradizione liberale, da Smith a Popper – ma è semmai una nuova fase della lunga “preistoria” dell’umanità, all’insegna della schiavitù: se ci si spinge sotto l’epidermide della realtà, si scopre che la libertà formale convive con l’asservimento materiale-economico di chi è costretto, proprio perché formalmente libero, a vendersi quotidianamente per potersi mantenere in vita come schiavo del capitale (dagli operai ai lavoratori dei call-centers, ecc.).

11) Marx non è responsabile delle tragedie compiute in nome di Marx, esattamente come Cristo per quelle compiute in nome di Cristo. Marx sta al comunismo novecentesco come Cristo sta alle crociate. O anche: Marx sta al marxismo come Cristo sta al cristianesimo; Engels sta al marxismo come Paolo di Tarso sta al cristianesimo.

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65 Risposte to “Bentornato Marx!”

  1. Aldo Says:

    @Md
    in prima battuta. I dis-velamenti di Marx rispetto alla società capitalistica sono appropriati, ma rispecchiano una visione antropocentrica della realtà.
    Che ogni individuo possa esprimersi al meglio, è assolutamente auspicabile ma le condizioni “date” dell’umanità nel suo complesso non consentono di progettare nulla (utopico pensarlo). Così come è auspicabile che l’antilope possa vivere in pace senza l’assillo del leone … La nostra condizione e la condizione di ogni organismo biologico è soggetta al caso e alla selezione naturale. Rispetto a questo scenario sono possibili solo piccoli aggiustamenti localizzati geograficamente, assolutamente inadeguati a liberare ogni “individuo” dalla precarietà della sua privata esistenza.
    Sognare è gratificante ma non possiamo dimenticare il dato biologico che non consente fughe in avanti.

  2. Paola Says:

    @MD:
    Sono contenta di questo ritrovamento di Marx che, come ho scritto in un recente post, ci può dare ancora una volta la chiave per uscire dall’impasse in cui ci troviamo ora.
    Leggerò il tuo post con calma… data la lunghezza dei tuoi scritti.

  3. Paola D. Says:

    Scusa,sono Paola D.

  4. titus Says:

    era mai andato via?
    un saluto

  5. md Says:

    @Aldo: certo, la prospettiva marxiana contiene (a dispetto degli “scientisti” o dei grigi e fallimentari pianificatori di un tempo) un’alta dose di utopia.
    Personalmente scommetto molto su quei “piccoli aggiustamenti possibili”.
    Per quanto concerne l’eccesso di antropocentrismo (cosa di cui ti do atto), vorrei provare a leggere Marx in una prospettiva spinozista (o Spinoza in una prospettiva marxiana) – una sorta di spinomarxismo…

    @titus: certo che no!

  6. Andrea Says:

    L’undicesima tesi (che non a caso anche di quelle marxiane a Feuerbach era la più importante) mi sembra sintomatica dell’approccio: Marx come Gesù Cristo…

  7. Paola D. Says:

    Ho letto finalmente tutto il post e devo dire che quello di Marx è proprio un“cantiere aperto” , come sostiene l’autore di questo libro che leggerò.
    E’ proprio il libro che cercavo, grazie.
    Quando vuoi, passa per un caffè.

  8. Paola D. Says:

    @Andrea: secondo te non è quello l’approccio giusto?
    Eppure, se si vuole ricreare un’ideologia ( di cui secondo me non si può fare a meno) c’è bisogno anche di un po’ di “fede”.
    P.S. ho cercato di rendere più funzionale il mio blog,quando vuoi puoi dare un’occhiata, se ti va.

  9. Vincenzo Cucinotta Says:

    Come prima impressione, direi che l’autore tenti di salvare Marx e butta a mare il marxismo. Ciò oggettivamente, comporta un supporto al capitalismo. In particolare, sottolineare gli aspetti liberisti delle teorie di Marx, ignorare come identificare la libertà umana come libertà dal bisogno, mi allontana più da marx, certo non di meno: bel servizio, non c’è che dire 😀

  10. Andrea Says:

    @paola
    bè credo che l’approccio ad una teoria filosofica debba essere innanzitutto razionale. E’ la differenza hegeliana (ogni tanto anche un kantiano incallito come me si serve del vecchio Hegel) tra l’approccio basato sulla “rappresentazione” – ossia la narrazione mitico-fantastica – e quello “concettuale” della filosofia.
    Ciò non toglie che da una componente fideistica non siamo mai del tutto immuni.

    ps ho dato un’occhiata al tuo blog rinnovato: ci farò spesso una capatina..

  11. Aldo Says:

    @Md
    I piccoli aggiustamenti sono purtroppo sempre contingenti. Nel lungo periodo tutto può letteralmente franare o sfarinarsi, proprio come i neuroni nel cervello. Le “sorti progressive” sono un’ideazione consolatoria. Basta un terremoto e il caos regna sovrano. Il capitalismo è un fenomeno naturale che consente ai “più adatti”(furbi) di prendere le posizioni più comode. Il principio di eguaglianza è un principio morale che può attecchire solo se è utile alla specie. Triste ma vero.

  12. Luciano Says:

    Salve.

    Sono convinto che Aldo con i suoi interventi abbia centrato il nocciolo del problema. Al di là di tutte le teorie rimane sempre e incotrovertibile il fatto che l’uomo è un animale e come tale si comporta (e si comporterà). La radice delle nostre società (cioé delle strutture concettuali che le costituiscono e governano) risiede nel (parte dal) nostro essere animali. L’utopia è tale proprio perché si scontra con un dato che è invece reale e che di massima non riesce a superare. L’animale uomo ha bisogno di risorse per vivere e trasmettere la propria genia. Che questo sia stato poi “concettualizzato” con la creazione dell’economia e di tutto quello che noi chiamiamo cultura poco importa. Quello che resta è il dato biologico.

    La schiavitù salariale dell’uomo deriva pari pari dal fatto che esiste in natura una gerarchia biologica che l’uomo ha trasposto (ha reso concetto astratto) in tutti quelli che sono gli aspetti della sua vita (in nessun nostro atto c’è mai vera uguaglianza, esisterà sempre, anche se in modo impercettibile, un maschio alfa e un gregario). Sia chiaro, che la gerarchia non l’ha inventata l’uomo. E’ nel suo DNA.

    Un piccolo appunto sulla tesi 11. L’accostamento secondo me è impropria perché Cristo ha professato una fede dalla quale non credo si sia mai distanziato, mentre Marx dice di sé stesso di non essere marxista. E’ vero invece che Marx, a meno che non abbia detto o teorizzato “abbattete le società capitalistiche”, che non è responsabiledegli atti di chi magari lo ha male interpretato.

    A presto.

  13. Aldo Says:

    @Luciano
    La grandezza di Marx (attualità) sta tutta in questo assunto incontrovertibile, che qualsiasi neuro scienziato non potrebbe che sottoscrivere: le condizioni materiali (il biologico) determinano l’ideologia (la cultura/struttura neuronale) ovvero le categorie mentali con cui l’uomo opera nella realtà per rendere l’ambiente favorevole alle sue esigenze di sopravvivenza. Anche l’idea-di-dio concorre alla bisogna. Se la selezione naturale favorisce i comportamenti solidaristici, non possiamo illuderci che dietro ci sia un disegno intelligente o un progetto. E’ solo un fatto contingente, un equilibrio precario, destinato, prima o poi, al naufragio. L’utopia, di cui si sono serviti gli “utilizzatori finali” di Marx, non può condurre a niente di ultimativo e stabile, in quanto prescinde totalmente dal biologico.
    Mi sembra che qualsiasi altro discorso sia “fuori tema”.

  14. md Says:

    @Aldo e Luciano:
    attenzione, però, che anche il riduzionismo (biologico o di altra natura) è un prodotto ideologico.
    Affermare che “in natura esiste una gerarchia” non è affatto neutro, soprattutto se si traspone tale concetto (non meglio chiarito) in ambito sociale.
    Marx certamente tiene conto dell’elemento “materiale”, biologico o naturale che sia (non a caso è un fervente ammiratore di Darwin, cui vorrebbe dedicare il Capitale), ma è anche convinto, a mio parere del tutto a ragione, che esista un margine di trasformabilità delle società umane. La scommessa sta:
    a) nell’ampiezza e manovrabilità di quel margine
    b) nella trasformabilità della stessa “natura umana” – cosa su cui mi pare che proprio la biologia, le neuroscienze e le loro applicazioni tecniche stiano scommettendo.
    Gli è che la discussione sulla “natura umana” rimane, a mio parere, aperta – non tanto perché siamo “altro” dalla natura o dall’animalità (come ho più volte argomentato in questo blog), ma perché peculiarità dell’animale umano è proprio quella di tentare di governare le sue stesse basi biologiche, attraverso la tecnica, il linguaggio (che è una tecnica), la politica (anch’essa una tecnica), ecc.
    L’elemento utopico si inserisce materialisticamente entro questo contesto.

  15. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Luciano
    Apparentemente, tu ed io partiamo dagli stessi assunti: che l’uomo sia essenzialmente un essere biologico. Io non vorrei rinunciare a quel poco di civiltà, con connesso sviluppo tecnologico, del mondo che abbiamo creato come umanità: non mi andrebbe, detto tra il serio e il faceto, di tornare ad abitare le foreste e le caverne. Ciò dovrebbe obbligare a una severa disciplina, ad ipotizzare un mondo in cui tutto ciò che ci appare spontaneo, istintivo, venga sottoposto a un autocontrollo cosciente. Sospetto che anche tu non propenda per il ritorno a una vita priva di mezzi tecnologici.
    Mi chiedo allora come tu possa sostenere una visione alla Rouseau, partendo da una concezione dell’uomo profondamente differente dalla sua, così ottimista. La società aperta in cui mi pare tu ti riconosca, parte dal presupposto che gli uomini siano individui liberi e razionali. Se invece ammettiamo che essi non siano così diversi dagli altri primati, che gli istinti biologici tanto influenzino il nostro comportamento, dovremmo convenire che debba esistere una cultura condivisa che insegni agli uomini ad usare correttamente i mezzi tecnologici, ci vuole cioè un’operazione di educazione collettiva che impedisca all’individuo preda dei propri istinti di danneggiare sè stesso, i suoi simili, e l’ambiente tutto.
    Il discorso è ovviamente complesso e molte cose ci dividono anche nella concezione dell’umanità, ma almeno su questi aspetti dovremmo essere d’accordo.

  16. Aldo Says:

    @Md
    il “margine di trasformabilità” ovvero di plasticità dell’animale uomo esiste certamente, altrimenti non saremmo quello che siamo ora (homo sapiens sapiens) rispetto al nostro progenitore australopitecino di 3 milioni di anni fa. Resta però il fatto che noi umani siamo anche il risultato della selezione naturale, che evidentemente non è sotto il nostro controllo. Se l’ambiente che ci ospita diviene ostile, per le cause più varie. la nostra pasticità potrebbe essere insufficinte e per noi la partita sarebbe chiusa.

  17. Luciano Says:

    Salve.
    Probabilmente non mi sono spiegato. Io non propendo per nessun mito del buon selvaggio, né tanto meno un luddismo radicale. Quel che io intendo quando dico che siamo primati intendo semplicemente citare un dato di fatto. La tecnica di cui disponiamo è a mio avviso l’estensione delle nostre caratteristiche biologiche e io sono ben lungi dal rinunciarvi. Semplicemente a me piace dare ad ogni cosa il nome che ha e soprattutto cercare di capirne/scoprire l’origine. Detto questo, il salto di qualità che rende l’uomo quello che è, risulta essere la sua capacità di concettualizzare. Questo significa che ciò che “viviamo” oggi in una determinata forma, ha in realtà origini molto più lontane e probabilmente neanche circoscrivibili a Homo Sapiens. Quindi la pretesa di “governare” la nostra natura attraverso la tecnica non è soltanto utopica ma io direi dannosa perché ci renderebbe diversi da quel che siamo.

    A presto.

  18. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Luciano
    Non riesco a capire cosa sarebbe questa capacità di concettualizzare: io direi piuttosto che nell’uomo esiste, accanto alla sua biologicità, un aspetto culturale, per cui noi viviamo nell’universo simbolico costituito dal linguaggio. Ciò che in realtà la nostra mamma ci ha insegnato è il linguaggio, le parole. A cosa corrispondano le parole, è oggetto di dibattito, ma almeno sul fatto che gli uomini parlano agli altri, ma soprattutto a sè stessi quando pensano, dovremmo convenirne tutti tranquillamente.
    E’proprio tramite la cultura che noi abbiamo sviluppato la tecnologia che costituisce una parte così importante della nostra vita. Pertanto, lo sviluppo tecnologico ha ben poco a che fare con la nostra biologicità, tranne per due aspetti in qualche misura ovvii.
    Il primo è che nella scelta degli obiettivi della tecnologia, ci gioca certamente la nostra biologicità.
    Il secondo aspetto, certo fondamentale, è che il nostro stesso aspetto culturale si basa su una caratteristica biologica. E’ però a mio parere un errore fondamentale, a partire da questa comune origine biologica ignorare la specificità che ha la cultura, se non altro perchè attraverso il linguaggio la cultura si sedimenta, si sviluppa, e soprattutto si modifica, a fronte della immutabile biologicità.
    Il risultato di questo aspetto peculiare della nostra biologicità, il nostro essere contemporaneamente soggetti culturali, può creare conflitti.
    Esemplificando, se io scarico la mia aggressività coi pugni, faccio un danno limitato, se lo facessi con un ordigno nucleare, il danno sarebbe evidentemente immane. Richiamare la comune origine biologica dell’aggressività come della capacità di costruire ordigni nucleari in tale contesto può a mio parere portare solo a un evidente fraintendimento.
    Distinguere quindi la nostra capacità di esseri culturali dalle altre caratteristiche biologiche è assolutamente necessario, perchè sulla cultura possiamo e dobbiamo intervenire, chiedendo a chi utilizza oggetti tecnologici una “patente”, cioè la certificazione di un processo educativo che attesti la sua capacità culturale di maneggiare appropriatamente quell’oggetto. In fondo, è quello che si fa per dare alle persone il permesso di guidare un autoveicolo, ma il concetto è generale.

  19. Luciano Says:

    Salve.

    @Vincenzo
    Io credo che tu sia fuori strada. Intanto noi non abbiamo due dimensioni, una culturale e l’altra biologica. La nostra dimensione è una, quella umana, intendendo con questo una nostra specificità che ci contraddistingue rispetto agli altri primati. Vorrei farti notare che anche gli altri primati (schimpanzé, bonobo, etc) hanno le loro forme di cultura mediante le quali diffondono le procedure di interazione con l’ambiente circostante attraverso attrezzi più o meno evoluti (tecnica) che addirittura si distinguono tra gruppi diversi nella stessa area e tra aree geografiche. La tecnologia è nata come miglioramento delle nostre caratteristiche fisiche (noi non abbiamo artigli, abbiamo usato sassi scheggiati, poi coltelli, etc, etc). Persino gli schimpanzé usano bastoni per colpire i loro avversari, esattamente come noi. La cultura umana è stata gestuale prima e teorica poi (la prima cosa che fa un neonato è indicare, e capisce perfettamente i gesti di chi gli sta attorno, ad esempio). Dire che la capacità che ci ha reso unici è la concettualizzazione significa che siamo in grado di creare un costrutto mentale che ha valenza generale ed è spesso slegato anche dagli aspetti percettivi elementari che l’hanno originato. E’, come hai detto tu, simbolico, e io aggiungo analogico intendendo che ha validità più ampia del contesto in cui è stato creato. Questo probabilmente accade (è una ipotesi mia, non sono un neuroscienziato) perché i neuroni del nostro cervello no codificano soltanto la seguenza degli atti motori ma anche la semantica dell’azione, il suo significato.

    A presto

  20. md Says:

    scrive Luciano: “Quindi la pretesa di “governare” la nostra natura attraverso la tecnica non è soltanto utopica ma io direi dannosa perché ci renderebbe diversi da quel che siamo”.
    Non capisco: a) perché mai parli di “pretesa” e di “utopia” visto che si tratta in realtà di un fatto: stiamo radicalmente modificando il modo di nascere e di morire, allungando la vita, inserendo protesi e congegni nel nostro corpo, ecc. ecc.; b) sulla base di che cosa asserisci che ciò sarebbe dannoso; c) perché mai si dovrebbe intendere quell’ “essere quel che siamo” come un semplice essere statico e non invece come un dinamico “poter essere”.

    Ovviamente tutto ciò va poi calato in un contesto etico-politico che non prescinda dal rapporto intraumano (di tutti gli umani) e interspecifico (di tutte le specie e della “natura” in generale).
    La sfida marxiana ricomincia proprio da qui: naturalizzare l’essere umano e umanizzare la natura sono due processi strettamente intrecciati. E’ quel che si può chiamare un po’ enfaticamente “destino” della specie.

  21. Aldo Says:

    @Md
    Essere quel che siamo, a mio parere, significa non pretendere di forzare la nostra natura in ambiti, i cui sbocchi potrebbero essere destabilizzanti. Non sappiamo, insomma dove potremmo andare a parare. Se il gioco sfugge di mano potremmo creare mostri. Insomma se il fenotipo altera il genotipo, le conseguenze potrebbero essere l’estinzione del genere umano.
    L’assioma da cui partire, comunque, è che è stata la Natura a creare la cultura, in senso lato. Per cui è la natura a dettare le condizioni della nostra sopravvivenza. Anche l’etica è un prodotto della natura, per cui ….

  22. Luciano Says:

    Salve.

    a) perché mai parli di “pretesa” e di “utopia” visto che si tratta in realtà di un fatto: stiamo radicalmente modificando il modo di nascere e di morire, allungando la vita, inserendo protesi e congegni nel nostro corpo, ecc. ecc.

    Parlo di pretesa nel senso di “volontà di”, come se ne avessi il diritto, anzi di più, il dovere solo per il fatto che ci è stato inculcato il concetto che noi saremmo superiori agli altri animali. Noi non siamo né superiori né inferiori. Siamo animali come gli altri e basta. Utopia perché, come la storia ci ha insegnato, non siamo in grado di sottomettere e/o governare la natura che infatti ogni tanto si ribella e ci rimette al nostro posto.

    Noi non abbiamo modificato un bel niente. Nasci da utero di donna, accoppiamento di spermatozoo e ovulo. Puoi agire ad adiuvandum su aspetti biologici secondari, ma la biologia della specie non la puoi toccare. Questo per la nascita, per la morte è la stessa cosa. Esiste un orologio interno che stabilisce per quanto tempo le tue cellule si riprodurranno, poi non ci puoi fare nulla. Puoi prolungare finché quell’orologio batte, dopo non più. Se fosse come dici potremmo riportare in vita i morti oppure far vivere in eterno un essere umano e invece non lo possiamo fare.

    b) sulla base di che cosa asserisci che ciò sarebbe dannoso

    Sulla base del fatto che violentare la natura per asservirla ai nostri scopi e servigi è intrinsecamente sbagliato e lo dimostra come abbiamo ridotto questo pianeta. Poi ci sono cose che sono mie personali, quali ad esempio la fecondazione assistita. Ben venga se si tratta di aiutare una coppia che non può avere figli ad averne (e bada che anche se non lo vogliamo ammettere questo è di fatto la trasmissione dei propri geni), altro è creare una vita che non discende dai genitori. Non c’è nulla di malvagio in questo, sia chiaro, ma la procreazione ha un significato e non credo sia giusto giocarci a nostro piacimento. La maternità (come la paternità) non è affatto un diritto.

    c) perché mai si dovrebbe intendere quell’ “essere quel che siamo” come un semplice essere statico e non invece come un dinamico “poter essere”

    Io non ho mai parlato di “essere statico”, ma la dinamicità del nostro essere, che viene declinata dalla nostra cultura oltre che dalla nostra biologia, è già di per sé fattuale. Noi modifichiamo il nostro stato biologico durante la nostra vita e insieme evolviamo culturalmente. Non è con l’innesto di arti meccanici per correre a 100 km all’ora che crei la dinamica, la crei con gli arti di Pistorius che permettono ad uomo senza le gambe di camminare.

    Fin qui non abbiamo parlato delle ricadute ideologiche che a volte la cultura, quando riesce a disumanizzare l’uomo, ha su intere società e che ha prodotto/produce/produrrà danni incalcolabili. Questa è la mia remora maggiore perché purtroppo per noi non sempre la conoscienza produce buoni frutti specie se si coniuga con gli interessi più perfidi dell’uomo.

    La sfida marxiana ricomincia proprio da qui: naturalizzare l’essere umano e umanizzare la natura sono due processi strettamente intrecciati.

    Io credo che l’uomo è già natura, deve soltanto ricordarsene, ed è estremamente specifico nel suo essere parte della natura al punto che io penso sia sbagliato tentare di “umanizzare” la natura. Siamo tutti pezzi di un gigantesco puzzle in continua evoluzione, ma se provi a mettere una tessera in un posto non suo non ottieni nulla.

    A presto.

  23. Aldo Says:

    @Md
    “Umanizzare la natura” (piegarla ai propri “disegni”, anche se nobili, con la tecnica) è il peccato originale dell’umanità. E’ l’apoteosi dell’antropocentrismo. Per il pensiero greco delle origini era hýbris, tracotanza, delirio d’onnipotenza. La Physis (Φύσις) doveva essere rispettata perchè era l’Essere, da cui tutti gli enti, compreso l’uomo, dipendono. (Si legga “Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente”
    di Galimberti Umberto
    Piccoli aggiustamenti “politici” sono senz’altro possibili, ma è come scrivere sulla sabbia (dove il vento/natura la fa da padrone), vista l’immensa platea a cui si dovrebbero indirizzare (6 – 7 miliardi d’individui).
    “Umanizzare l’uomo” è un’ideologia, per dirla con Marx, che sottende un bisogno impellente dell’uomo (biologico): sopravvivere (primum vivere)!
    Concludo: naturalizzare l’uomo vuol dire dare a Cesare quel che è di Cesare (Homo sive natura). Ancora una volta Spinoza ci detta la sua agenda.

  24. md Says:

    @Aldo: umanizzare la natura, e con essa la hybris, è esattamente ciò che costituisce l’essenza dell’Occidente (e della filosofia occidentale). Non c’è pensiero senza distacco, differenziazione, antropocentrismo. E’ il peccato ontologico originale.
    Non sto dicendo che questo sia un bene (né un male), sto constatando un fatto, un evento.
    Certo, Spinoza sferza l’antropocentrismo nella misura in cui sostiene che l’ente umano è un ente naturale, cioè uno tra gli infiniti modi della sostanza, soggetto e necessitato dalle sue leggi (biologia, passioni, ecc.). Ciò non toglie che lo spazio dell’etica e della politica (=costruzione di un livello “innaturale”?) resti anche per lui un compito e una necessità della specie.

    @Luciano:
    non ho mai parlato di superiorità o di inferiorità nei confronti delle altre specie – ma di diversità, così come ciascuna altra specie è diversa da ciascuna altra. E la nostra peculiarità sta (a mio parere) nel tentativo in corso di controllare/modificare almeno in parte le proprie basi biologiche e naturali. In ciò non ci vedo nulla di scandaloso: arriveremo fino a dove la nostra natura (=potenza, NON volontà) ce lo consentirà.
    Dopo di che siamo finiti, limitati e ci estingueremo come accadrà a tutte le altre specie, e non potremo certo modificare questa legge – ma dipenderà da noi (almeno in parte) in che modo e con quali tempi ciò accadrà.
    Da cui l’enorme responsabilità cui siamo chiamati.

  25. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Luciano
    Io non ho mai detto, neanche pensato in verità, che l’uomo abbia il monopolio della cultura, e non capisco perchè mi attribuisci qualcosa che non ho detto. Anzi, al contrario di te, non pretendo minimamente di scindere l’uomo dalle altre specie, attribuendogli in esclusiva la capacità di costruire costrutti mentali indipendenti dalla diretta percezione. Ciò è probabilmente vero, ma mancano del tutto riscontri sperimentali, e ciò in ogni caso non ci serve per la discussione che io facevo e su cui tu glissi del tutto.
    Detto in altri termini, tralasciamo come ciò sia avvenuto, e prendiamo atto che siamo in grado di costruire oggetti che influenzano pesantemente la nostra vita, mettendola addirittura a repentaglio. Questo è un dato di fatto, un risultato di un determinato sviluppo storico su cui potremmo scrivere interi volumi. Il fatto rimane: noi siamo in grado di costruire simili oggetti e questa nostra responsabilità non possiamo dimenticarla: dovremmo operare politicamente per garantire un uso ottimale, rispettoso dell’ambiente, e ragionevolmente sicuro di tali oggetti. Ciò non può essere affidato al meccanismo casuale del mercato, ed ecco che la società aperta invocata da Popper si dimostra inadeguata alle sfide dell’oggi. Era questo l’argomento su cui volevo capire se conveniamo o quali siano le obiezioni.

  26. Luciano Says:

    Salve.

    Su questo aspetto concordo. Stante la nostra capacità di costruire dispositivi potenzialmente dannosi, dobbiamo approntare i giusti contrappesi per poterli gestire al meglio. La questione si è suo malgrado avviata su un terreno che sembra portarla lontana dall’argomento iniziale di discussione. Io semplicemente rimarcavo che le ideologie comunitarie finiscono per scontrarsi con quello che l’uomo è, e cioé un animale territoriale. Etica, morale, ideologia sono nostre costruzioni che ci derivano dalla nostra capacità di “metterci nei panni dell’altro”, di provare lo stesso dolore/ piacere. E’ questo che ci ha messo in condizione di stipulare accordi e quindi creare società solidaristiche. Se non possedessimo questa capacità la specie si sarebbe estinta da un pezzo. Ora, il problema vero è che se vuoi stabilire una società comunitaria devi coercire i suoi membri perché ciascuno tenderà, chi più chi meno, a seguire i propri bisogni. Non solo, una società di eguali è a mio avviso impossibile perché l’uomo pensa in modo gerarchico, verticale e non orizzontale.

    A presto.

  27. Aldo Says:

    @Md
    Tu dici che l’etica ha un suo spazio che deve essere percorso perchè sentito come un compito da svolgere. In realtà è solo necessità dettata dalle leggi biologiche. Tutto il pensato è “sovrastuttura”, anch’essa prodotto del caso, che ci ha resi adatti all’ambiente.

    la hybris, è esattamente ciò che costituisce l’essenza dell’Occidente (e della filosofia occidentale).
    Infatti è la causa prima del nostro tramonto (leggi estinzione) e della nostra dannazione come specie.

  28. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Aldo
    Vorrei sollecitarti a leggere i commenti che rivolgevo a Luciano, forse potrebbero rispondere alle tue obiezioni. Il punto mi pare su cui sbagli è trasformare la nostra natura biologica da punto di partenza inevitabile a sbocco inevitabile. Ciò non solo non è dimostrabile, ma è addirittura smentito da un’analisi etnologica, che ci mostra come comunità umane separate tra loro siano pervenute a culture del tutto differenti. Il fatto che mi pare si trascuri è che il nostro essere culturale è sì dettato dalla nostra biologia, ma i lidi etici e politici a cui si può pervenire sono i più diversi, e ciò proprio a causa della natura stessa così peculiare della cultura.
    Se poi si volesse seguire la tua stessa logica, ti si dovrebbe obiettare che se l’etica è un prodotto necessario e determinato della nostra biologia, come puoi tu pensare di uscirne fuori e guardare ai prodotti culturale da un altro dove? Anche le tue riflessioni, dovresti tu stesso concludere, sono solo il prodotto inevitabile del tuo DNA. Così però, ogni discussione sarebbe evidentemente vana.

  29. md Says:

    @Aldo: ho grosse difficoltà a riportare l’etica all’elemento biologico, poiché ho grosse difficoltà ad ammettere che esista un’etica valida universalmente.
    D’altro canto non credo nemmeno che il “dato biologico”, comprese le sue leggi, sia alcunché di immodificabile – dopotutto è anch’esso un prodotto storico, dovuto all’osservazione/concettualizzazione umana. Ed è storico in un duplice senso: sia perché la natura è dinamica, si muove, si “evolve”, sia perché noi “crediamo” che sia così – con una sorta di presupposizione reciproca da cui è impossibile uscire.
    Cioè: le leggi della materia, l’etica, l’ontologia sono frutto dell’incontro tra un pensare (che dunque si erge trasgressivamente al di sopra dell’essere, assumendolo come dato osservabile e modificabile) e l’essere stesso, che (esso sì) è la sostanza eterna e immodificabile, le pareti stesse contro cui ogni pensare/agire (in ultima analisi) sbatte la testa.
    Questo sbattere la testa è il ristretto spazio etico-politico che la specie ha in consegna, e da cui dipende (anche) la sua incombente estinzione.
    Un’estinzione che comunque (lo si voglia o no) ci sarà, ma le cui modalità non sono predeterminate.

  30. md Says:

    Leggo solo ora il commento incrociato di Vincenzo, con il quale concordo.

  31. Paola D. Says:

    Mi devo complimentare con i commentatori che hanno reso così interessante questo post, anche se la discussione è leggermente fuorviata dal contenuto iniziale del post.

  32. Aldo Says:

    #Vincenzo
    “Il fatto che mi pare si trascuri è che il nostro essere culturale è sì dettato dalla nostra biologia, ma i lidi etici e politici a cui si può pervenire sono i più diversi ..”
    Concordo, ma sempre nei limiti del logos, che è un “prodotto” o meglio un processo, determinato dalla selezione naturale. Il logos è nato solo per fronteggiare l’ambiente ostile originario, ma i “lidi” diversi a cui può approdare hanno lo stesso denominatore sottotraccia : l’autotutela ambientale ovvero, per esempio, siamo solidali perchè possiamo meglio controllare l’ambiente. L’empatia è un emozione inscritta nel nostro dna (come nel mondo animale) per evitare “l’homo homini lupus”.
    @Md
    “non credo nemmeno che il “dato biologico”, comprese le sue leggi, sia alcunché di immodificabile ”
    Infatti il genoma si è modificato continuamente, per errori casuali, nel corso di miliardi di anni, producendo individui che “pensano” l’essere (la sostanza spinoziana), che però in sè è inconoscibile (l’essere come il nulla sono fuori dalla nostra portata a meno che un dio non si appalesi), mentre, al contrario, solo gli enti di natura sono accessibili tramite la percezione sensoriale, tipica di ogni organismo biologico.
    L’ergersi del logos (Hýbris) , il suo sbattere la testa cercando interstizi progettuali non significa che il gioco sia sotto controllo (può esserlo, al limite, in una piccola unità didattica). E’, comunque, un gioco in cui siamo noi ad essere giocati dall’ambiente. La natura umana è solo natura con le sue leggi “ad personam”, contro cui sbattiamo le nostre corna (animalesche).

  33. md Says:

    @Aldo
    “E’, comunque, un gioco in cui siamo noi ad essere giocati dall’ambiente”, in linea di massima concordo.
    Quel che però razionalmente non posso escludere è che la nostra capacità di controllare l’ambiente (“umanizzare la natura”) non continui a crescere fino al punto in cui si giochi per lo meno alla pari. Del resto l’ambiente è dato tanto quanto noi, nemmeno esso è onnipotente – solo Dio o la sostanza lo è.
    Il nodo etico-politico (e qui entrano in gioco, insieme, Marx e Spinoza), è chiedersi quanto la potenza dispiegata possa diventare un “prendersi cura” e non una deriva nichilistica e distruttiva.
    E questa è una scelta che, pur nel quadro generale della necessità, spetta a noi umani.

  34. Vincenzo Cucinotta Says:

    Allora, sgombrato il campo da obiezioni di principio, come se la nostra biologicità dovesse determinare ineluttabilmente i nostri comportamenti individuali e sociali, vorrei adesso entrare un po’ nel merito del post. Qualcosa avevo accennato prima, ma probabilmente in maniera troppo sintetica, per risultare comprensibile.
    Primo: lo sforzo dell’autore di sottolineare l’aspetto libertario di Marx, me lo rende più indigesto. Io credo alle teorie politche comunitariste, al fatto che il riconoscimento dell’autorità sia altrettanto importante della ricerca della libertà, di cui costituisce il polo opposto. Penso quindi che un uomo che fosse solo libero semplicemente non sarebbe neanche un uomo (naturalmente, vale anche l’opposto, ma su questo versante, non credo che esistano tesi che ignorino l’importanza della ricerca della libertà). Pensare, come del resto tanti marxisti fanno nelle società occidentali, che si possa coniugare un sistema senza proprietà privata dei mezzi di produzione con l’esistenza di una sfera del tutto privata, per me è contraddittorio.
    Secondo: la teoria del plusvalore è fondamentalmente una sciocchezza, perchè staticizza i valori, il che non ha realmente alcun senso. In altre parole, nessuna merce ha di per sè un valore. Il prezzo a cui si scambia costituisce un dato istantaneo, soggetto cioè a variazione nel tempo, e quindi, stante così le cose, non c’è alcuna possibilità di calcolare un plusvalore.
    Terzo, e per me più importante: Marx crede che bisogna liberare l’uomo dal bisogno, che quindi sia augurabile andare verso un uomo che abbia completamente soddisfatto i suoi bisogni. Io, al contrario, credo che avere un parte di bisogni insoddisfatti sia essenziale per vivere bene, e critico la società tecnologica anche su questo versante. In ogni caso, non capisco come un Marx così descritto possa considerarsi d’attualità nel dibattito sulle politiche ambientali. Il capitalismo e Marx in realtà, pur divergendo sulla distribuzione della ricchezza, condividono l’ipotesi che lo sviluppo tecnologico, l’aumento del PIL siano cose desiderabili, e quindi sono entrambi costituzionalmente incompatibili con qualsiasi politica di rispetto dell’ambiente.

  35. luther Says:

    Marx non e’ morto… ma nemmeno e’ vivo e vegeto. Anch’io ho avuto l’impressione che il “revisionismo” di Fusaro voglia salvare Marx e gettare alle ortiche il resto.
    Se e’ vero che prese le distanze dal marxismo… perche’ allora attacco’ duramente i riformisti socialdemocratici che volevano correggere e riformare il marxismo?

  36. Aldo Says:

    Md
    “onnipotenza”
    Il mio giudizio è che il concetto di onnipotenza è estraneo alla natura; è un “pensato” che fa il paio con l’idea di dio. Niente di più antropocentrico come quell’altro che sostiene che siamo fatti ad immagine e somiglianza di dio.
    “Il nodo etico-politico (e qui entrano in gioco, insieme, Marx e Spinoza), è chiedersi quanto la potenza dispiegata possa diventare un “prendersi cura” e non una deriva nichilistica e distruttiva.”
    Il “prendersi cura” è un progrtto auto-gratificante che serve solo come oppiaceo per assopire la nostra paura del nulla. E’ un pensare consolatorio.

  37. Diego Fusaro Says:

    Ringraziando l’amico Mario per aver dato ospitalità alle mie “11 tesi su Marx” sul suo bel blog, ne approfitto per chiarire alcuni fraintendimenti. Chi avrà la pazienza di leggere il libro, in ogni caso, se li auto-chiarirà. Non è mia intenzione giocare Marx contro il marxismo o contro il comunismo novecentesco: soltanto sono convinto che le categorie interpretative marxiane permettano di criticare tanto il capitalismo, quanto il comunismo storico novecentesco (la categoria di ideologia è, da questo punto di vista, fondamentale). in secondo luogo, il mio Marx non è, banalmente, un “liberale”: è, semmai, un teorico delle libere individualità solidali e comunitarie, che è ben altra cosa. Non è, evidentemente, una riproposizione dell’unione degli egoisti di Max Stirner – specchio ideologico della società borghese – ma una inedita teoria centrata sull’idea di una comunità di libere individualità solidali, in cui – citando il Manifesto – “la libertà di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”. nei testi di Marx – dalla giovinezza alla maturità, al di là di ogni presunta “rottura epistemologica” – si parla sempre di individui, in opposizione ai dispositivi livellanti e alienanti della società capitalistica. Un caro saluto a tutti,
    Diego

  38. Diego Fusaro Says:

    PS preciso inoltre una cosa che forse ho dato per scontata: le mie 11 tesi sono una sintesi necessariamente approssimativa e “apodittica” del libro “Bentornato Marx!”, nel quale esse trovano una spiegazione tramite argomenti, citazioni, contestualizzazioni, ecc. Grazie a tutti per l’attenzione!

  39. md Says:

    @Vincenzo:
    praticamente non sono d’accordo su nemmeno una parola del tuo ultimo intervento, soprattutto perchè a mio parere travisa completamente le teorie marxiane:
    -sul concetto di individualità rinvio a quanto (apoditticamente) chiarito dallo stesso Diego qui sopra;
    -dire che la teoria del plusvalore sia una sciocchezza mi pare a dir poco azzardato: Marx non staticizza un bel niente né tantomeno assolutizza il valore della merce; la sua è un’analisi rigorosa che svela semmai l’arcano della merce andando a vedere che cosa ci sta dietro, e dietro, ovviamente, c’è il lavoro da cui il plusvalore viene estratto – cioè niente di statico o di metafisico, ma una relazione storica e sociale determinata. Il concetto di valore è solo il punto di partenza, la porta d’entrata attraverso cui l’intero sistema capitalistico viene “dedotto” ed analizzato;
    -davvero non so dove tu abbia letto questa teoria marxiana dei bisogni; e per quanto concerne l’aspetto ambientalista è chiaro che Marx non aveva nessuna sfera di cristallo, tuttavia è proprio la sua “antropologia” a darci ancora oggi indicazioni utili ed interessanti.
    Sul Marx “tecnocrate” bisognere andare a rileggersi le pagine del primo libro del Capitale dedicato alla grandi macchine, ma soprattutto il celebre Frammento dei Grundrisse.
    Cioè, in sintesi: esiste da una parte una “vulgata” marxista, e dall’altra quell’enorme cantiere di pensiero e di critica che sono gli studi e i testi marxiani. Nessuna Bibbia o dottrina è ricavabile da Marx: il suo è un pensiero vivo, anzi vivissimo, proprio nella misura in cui si spinge a criticare persino i propri stessi presupposti materiali.
    Ecco perché il comunismo marxianamente inteso è un movimento, en dynamis, e non un risultato o una meta finale da raggiungere.

  40. Vincenzo Cucinotta Says:

    Caro Mario, spero non me ne vorrai se non mi addentrerò in un’analisi esegetica degli scritti di Marx. Come si potrebbe in verità condurre una simile discussione su questo mezzo? Correttamente, Fusano c’ha scritto un libro. La mia personale impressione, ed è un sensazione che provo in tutte le situazioni simili (tipico il caso del cristianesimo con la contesa mai risolta tra cattolicesimo, cristiani-ortodossi e le varie forme di protestantesimo), è che si tratti di discussioni che non giungono mai ad una definizione finale. Ciò deriva dall’inevitabile ambiguità delle parole ed anche dalla mole non indifferente degli scritti di Marx, in cui oguno cerca le tracce della propria personale visione. Una domanda che potrebbe porsi è se non sia meglio definire le cose in positivo, cioè esplicitare il proprio personale punto di vista, supportandolo eventualmente con quanto esistente prima.
    A me pare in verità, ma non pretendo che la mia sia una visione oggettiva, che, per sua stessa ammissione, Marx non sia un filosofo (egli affermò, non ricordo le parole precise, che dopo Hegel non ci fosse più bisogno di alcuna ulteriore eleborazione filosofica), che egli sia più specificamente uno dei fondatori della filosofia politica, ed anche un economista (del resto, sarebbe difficile fare filosofia politica, senza considerare l’economia).
    Una cosa però devo riaffermarla, a costo che tu mi continui a dire che sia semplice vulgata. La società comunista che Marx tratteggia, non è forse una società sostanzialmente anarchica, in cui ad ognuno venga dato secondo i suoi bisogni?
    Nel mio libro, sviluppo una teoria antropologica, in accordo alla quale giungo alla conclusione che non solo questa società è utopica, ma non è neanche desiderabile. Non vorrei oggi scoprire che tutto ciò che so su Marx sia errato, e che egli piuttosto era per una società autoritaria e di indigenti 😀

  41. Aldo Says:

    @Md
    Criticare il reale, a ragion veduta, come fa Marx, è certamente utile per capire i meccanismi antropologici che attraversano i territori del nostro mondo “umano”. Il problema è dare una direzione progettuale, in base ai dati raccolti e analizzati, alle politiche contemporanee. Ma questo trova un limite invalicabile, ribadisco, nel biologico, che sottotraccia condiziona ineluttabilmente i nostri buoni propositi. Le società ideali, dove ogni singolo individuo può diventare sè stesso, sono solo sogni destinati a morire a breve. Per questo è un discorso che può, se mai, reggere solo nelle eco-nicchie.

  42. md Says:

    @Vincenzo: il punto è che davvero in Marx non esiste una teoria politica definita, né si trova in alcun luogo una vera e propria teoria dello stato – è la tradizione marxista successiva che ha costruito delle teorie in tal senso (specie Lenin, intrecciandola alla prassi rivoluzionaria).
    La comunità di liberi individui produttori/fruitori di se stessi e dei frutti del proprio lavoro (non più Arbeit, ma Tatigkeit – cioè libera attività, non lavoro coatto), disalienati, ecc.ecc. che si può desumere qua e là dai suoi scritti, presuppone ovviamente un livello (mai raggiunto e forse irraggiungibile) di autocoscienza, autocontrollo, autodeterminazione.
    Ma non è uno “stato ideale da raggiungere”, è semmai un cammino storico da fare – un’uscita dalla “preistoria”, un movimento verso…
    Preferisco dunque pensare all’antropologia marxiana (al suo “uomo nuovo”) non tanto come alla realizzazione di uno status di perfezione da raggiungere, che quando è stato tentato o percorso è finito in immani disastri, ma come l’apertura di un processo di liberazione di energie e di possibilità in direzione onnilaterale. Un universale da fare (come direbbe Sartre), non da imporre.
    Però Marx sa bene che tutto ciò non può funzionare senza tener conto delle basi materiali.

    Concordo anche sulla imprescindibilità della sfera biologica, da Aldo sottolineata con forza, ma non la considero un dato assoluto e immodificabile, ritengo sia entro certi limiti anch’essa plasmabile.

    Sul Marx più economista che filosofo vorrei ricordare che la sua è una “critica all’economia politica”, non una teoria economica.
    Sul fronte filosofico rilevava certo l’insufficienza dell’approccio teoretico (i filosofi hanno finora interpretato, il punto è trasformare…) – ma non era così ingenuo da pensare che si potesse andare da qualche parte senza teoria.
    Naturalmente hai ragione a dire che entro una tale mole di scritti, di ricerche e di analisi, ciascuno può tirar fuori un aspetto di Marx più consono ai propri convincimenti – e in effetti così storicamente è stato.
    A maggior ragione occorre però ritornare al testo e misurarsi (oggi) con esso.

  43. md Says:

    Riporto qui sotto la recensione di Vattimo al libro di Fusaro, comparsa oggi sulla Stampa:

    Ricordate la battuta di qualche anno, o decennio, fa: «Dio è morto, Marx è morto, e anch’io non mi sento troppo bene»? Ebbene forse possiamo cancellarla definitivamente. Dio se la cava ancora egregiamente, nonostante i dubbi alimentati dalle condotte scandalose dei suoi ufficiali rappresentanti in terra; e Marx è ormai largamente risuscitato per merito del palese fallimento del suo nemico storico, il capitalismo occidentale, salvato solo dalle misure «socialiste» dei governi liberali dell’Occidente.
    Ad annunciare con freschezza (e audacia) giovanile il ritorno di Marx è uno studioso torinese emigrato temporaneamente al San Raffaele di Milano, dottorando sotto la saggia guida di Giovanni Reale, un accademico non uso a coltivare giovani ingegni sovversivi. Bentornato Marx !, con il punto esclamativo, è il titolo dell’affascinante libro di Diego Fusaro uscito presso Bompiani (pp. 374, e 11,50). Il libro ha il difetto di portare una dedica al sottoscritto, che ha avuto la ventura di essere tra i professori torinesi presso i quali ha studiato l’autore. Ma ne posso parlare senza pudore perché, a parte l’affettuosa dedica, di mio nel libro non c’è niente, credo nemmeno una citazione; il che può ben valere come garanzia: sia della serietà del lavoro, sia dell’assenza di qualunque conflitto di interesse in questa recensione. Anzitutto, ci voleva la passione e il coraggio di uno studioso giovane per affrontare l’impresa di una ripresentazione complessiva del pensiero di Marx; non tanto perché ancora agli occhi di molti Marx sembra essere un argomento tabù. Ma soprattutto perché bisognava fare i conti con una bibliografia sterminata di studi critici, di interpretazioni anche politicamente contrastanti, senza metterli semplicemente da parte come se fosse possibile tornare al «vero Marx» saltando la storia della fortuna e sfortuna dei suoi testi; e senza, d’altra parte, farsi travolgere dalle discussioni tra gli interpreti, producendo un ennesimo studio in cui Marx risulta oscurato da uno dei tanti ritratti che pretendono di rappresentarlo. Fusaro è riuscito egregiamente a evitare i due rischi, e ha raccontato con chiarezza e vivacità vita e dottrina di Marx prendendo anche francamente posizione su tante questioni interpretative presenti nella vasta letteratura che cita e discute nelle note. Uno dei temi ricorrenti nel libro è quello del rapporto tra Marx e il marxismo. Ma, dice Fusaro, l’opera di Marx è stata sempre un cantiere aperto – anche il Capitale è un libro incompiuto; e pretendere di cercare una verità originaria di Marx è sempre stata solo la tentazione dei dogmatismi che hanno creduto di richiamarvisi anche in connessione con politiche di dominio. Dogmatismo è anche parlare di un socialismo «scientifico», ovviamente. Un vasto settore del marxismo novecentesco è stato dominato (si pensa ad Althusser) dall’idea che Marx sia stato anzitutto uno scienziato della società: proprio Althusser insisteva sulla «rottura epistemologica» che separerebbe il Marx giovane (i famosi Manoscritti economico-filosofici del 1844) dal Marx del Capitale, analista obiettivo della società dello sfruttamento e dell’alienazione. Fusaro, del resto con l’appoggio di molti studi recenti, mostra che neanche l’analisi obiettiva delle strutture del capitalismo condotta nel Capitale sarebbe possibile senza l’operare, nello spirito di Marx, di un costante proposito normativo. Il termine «critica» che ricorre così spesso nei titoli dei suoi scritti – dalla Critica della filosofia del diritto di Hegel fino allo stesso Capitale che è sottotitolato «Critica dell’economia politica», ha sempre avuto per lui il duplice significato: analisi di un oggetto per determinarne il significato e valore, e smascheramento e denuncia di errori e mistificazioni.
    Per questo Marx merita la qualifica di pensatore «futurocentrico»; per il quale la filosofia non deve limitarsi a descrivere (o addirittura, a contemplare) il mondo, ma deve trasformarlo (come dice la famosa undicesima delle Tesi su Feuerbach). A quella che Gramsci definirà la «filosofia della prassi» Marx giunge partendo da posizioni che condivide con i «giovani hegeliani», discepoli di Hegel che radicalizzavano in senso rivoluzionario le tesi del maestro, ma sempre mantenendosi nell’ambito di una critica teorica degli errori: così, la religione veniva smascherata come proiezione del desiderio di perfezione dell’uomo, ma tutto si limitava a sostituirvi un atteggiamento mentale filosofico. Via via che, anche come giornalista della Gazzetta Renana, Marx acquista conoscenza concreta delle condizioni di sfruttamento in cui vivono i salariati della sua epoca, le posizioni di critica filosofica dei giovani hegeliani gli appaiono sempre più insufficienti: se l’uomo proietta in Dio una immagine di perfezione e felicità che non può avere, non basta spiegargli questo meccanismo alienante; bisogna modificare le condizioni di miseria e di infelicità in cui di fatto vive. Questo in fondo è il significato fondamentale del materialismo storico, che come lo spettro del comunismo ha tanto spaventato le borghesie di tutto il mondo. Il Manifesto del Partito comunista, scritto nel 1848, è un lavoro «su commissione», Marx e Engels lo scrivono per mandato dalla Lega dei comunisti che si riunisce a congresso nel 1847, mentre nel 1864 parteciperanno alla fondazione della Associazione internazionale dei lavoratori, poi passata alla storia come la Prima Internazionale. Anche se da «giovane hegeliano» ha aspirato alla carriera accademica, Marx è ormai un attivista politico, anche la grande impresa scientifica del Capitale nasce in questo clima. Ma: critica e azione politica in nome di che? Marx, nonostante le apparenze e le opinioni di tanti suoi interpreti, è un «filosofo della storia», eredita da Hegel, rovesciandone il senso puramente idealistico, una prospettiva finalistica (una traccia secolarizzata di religiosità): non che ci «sia» un senso dato della storia, ma certo l’uomo lo può creare se si progetta in un tale orizzonte. La descrizione scientifica del capitalismo ha solo senso in questa prospettiva emancipativa. Che nonostante il «sonno della ragione» mediatico-televisivo in cui siamo caduti, ha ancora, e di nuovo, la capacità di svegliare anche noi: davvero, bentornato Marx!

  44. Aldo Says:

    @Md
    “Concordo anche sulla imprescindibilità della sfera biologica, da Aldo sottolineata con forza, ma non la considero un dato assoluto e immodificabile, ritengo sia entro certi limiti anch’essa plasmabile.”
    Con questo tuo assunto entriamo nel campo dell’Eugenetica ovvero nella disciplina che si propone di perseguire “il perfezionamento della specie umana attraverso la promozione dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi (eugenetica positiva) e la rimozione di quelli negativi (eugenetica negativa), mediante selezione o modifica delle linee germinali, secondo le tradizionali tecniche invalse nell’allevamento animale”. L’esperimento fu ipotizzato dal regime hitleriano. Nel caso in cui, più modestamente, e quindi, penso, nel tuo caso, si voglia procedere solo con intenti politico-educativi/formativi, i risultati sarebbe estremamente minimalisti, non potendosi procedere, per ovvi motivi, su “scale” apprezzabili. Il tutto sarebbe soggetto alla più assoluta precarietà, in quanto il patrimonio culturale non sarebbe trasferibile ai figli, a livello genetico. Con ogni nuova generazione si tornerebbe da capo. Da qui il dato ideologico/utopico della proposta. Fare analisi sociologiche/antropologiche corrette non è impossibile (Marx docet), ma tra il dire e il fare si frappone il mare magnum delle leggi biologiche.
    Vattimo:
    “non che ci «sia» un senso dato della storia, ma certo l’uomo lo può creare se si progetta in un tale orizzonte.”
    Anche la progettazione politico-sociologica di Vattimo, come vedi, non tiene conto del dato biologico e, quindi, si scontra ineluttabilmente con i limiti invalicabili della “natura” e con i 6-7 miliardi di individui di cui ci si dovrebbe prendere cura (nessuno resterà indietro?)

  45. md Says:

    @Aldo:
    mi pare invece che, al di là dei progetti eugenetici hitleriani, l’essenza dello stato moderno e dei progetti politici che lo sostengono sia proprio il controllo e la gestione dell’elemento biologico.
    Come si nasce, come si muore, quanto si vive (sul come ci sarebbe da discutere), quale modello di corpo, quanti figli fare, quanta popolazione, quali e quante migrazioni, di che cosa cibarsi, quali porzioni di natura e di ecumene sacrificare ecc. ecc. – biopolitica, non vedo come altro chiamarla.
    Il problema, semmai, è che forse si finirà per tenere troppo conto dell’elemento biologico…

    D’altro canto non è pensabile una non-progettazione della storia e della politica – stante quei 6-7 miliardi.
    Non so che cosa succederà, ma non credo proprio si debba gettare la spugna pensando che tanto quel che accadrà deve accadere comunque, e che ci sono delle “potenze estranee” che lo faranno accadere
    Le “eco-nicchie”, poi, mi sembrano tanto dei lussuosi fortini sull’orlo dell’abisso, o le stanze dorate della mascherata della morte rossa di Poe…

  46. md Says:

    Credo però occorra chiarire meglio – e questo è un compito squisitamente filosofico – i termini del contendere.
    Occorre cioè esplicitare preliminarmente che cosa si intende per sfera (o meglio invarianza) biologica e per “natura umana”: è proprio sulla definizione di questi concetti e sulla loro implicazione sociale, antropologica ed economica che si misurano le sfide globali ed epocali presenti.
    E chiarisco: quando parlo di plasmabilità o trasformabilità (parziale) dell’elemento biologico non intendo certo mettere in discussione il nostro statuto animale-biologico, il nostro essere parte integrale della natura, la nostra integrale immanenza. Questo – la nostra costituzione materiale e il nostro essere soggetti alle leggi biologiche, fisiche, chimiche – è un dato indiscutibile, ed è tutt’uno con la nostra stessa finitezza.
    Quel che invece credo vada nettamente distinto è la nostra specificità biologica, le caratteristiche della nostra specie, ciò che ci differenzia dalle altre specie (così come una zecca è differente da un bonobo o da una rana).
    E’ questo particolare livello dell’ “invarianza biologica” a dover essere discusso – e mi pare che tutta quella tradizione di pensiero che ha fatto incontrare biologi, antropologi e filosofi nel corso del XX secolo ce ne abbia fornito materiali piuttosto interessanti, da cui dubito si possa prescindere.
    Come ci ricorda Paolo Virno (insieme ad altri pensatori che qualche anno fa avevano dato vita in Italia ad un avanzatissimo laboratorio di riflessione su questi temi, e cioè la rivista Forme di vita), tali elementi specie-specifici sono chiaramente rinvenibili nella facoltà di linguaggio, nella neotenia, nella non specializzazione istintuale, nella non univocità ambientale.
    La tesi di Virno, con cui concordo pienamente, è che proprio questi elementi specifici della “natura umana”, tradizionalmente in secondo piano, oscurati dai pregiudizi spiritualistici, od occultati dall’organizzazione sociale (e che emergono solo in situazioni di crisi o di emergenza), vengono invece tematizzati e messi in primo piano (e “al lavoro”) dal capitalismo avanzato: come dire che è proprio la facoltà di linguaggio, la non specializzazione, ecc. quel che ora il capitale (con i suoi apparati statali e di potere) considera il suo terreno privilegiato di dominio e di sfruttamento. Duplice peraltro – aggiungo io – in quanto oggettivamente la vita diventa il nuovo terreno di colonizzazione e di valorizzazione, e soggettivamente è il “general intellect” ad essere messo al lavoro, prima ancora delle braccia e dell’energia fisica.
    Cose che Marx aveva intuito fin dai Manoscritti economico-filosofici…
    Ecco perché ritengo che questo sia il terreno cruciale del conflitto, e che il contrasto al monopolio capitalistico del mondo della vita, sia prioritario.
    Altro discorso è, invece, “che cosa costruire di alternativo”, l’altro mondo possibile evocato (e dissoltosi come neve al sole) dai vari movimenti globali degli ultimi decenni.
    Il punto è che mentre il capitale ha le idee ben chiare sul “che fare”, i suoi oppositori (coscienti o potenziali) e le sue vittime, molto meno se non quasi per niente.

  47. Aldo Says:

    @Md
    E’ proprio la “nostra specificità biologica” a rendere estremamente problematico contrastare il neo capitalismo, in quanto esso si muove in ambiti assolutamente biologici (ad esempio, dominanza – sottomissione). Le armi (artifici e utopie) per reagire sono in mano a minoranze (con impulsi solidaristici), che non riescono ad incidere sul reale/naturale a livello globale. Vedi il “caso Italia”: parlare alla “pancia del paese” (biologico) premia molto di più, che proporre progetti in cui molti perdono (percezione di un depotenziamento biologico) per dare alle minoranze, anche se consistenti, “pane, giustizia e libertà”.
    Con un approccio bio-antropologico, per così dire, il quadro si fa estremamente chiaro e convincente.

  48. Vincenzo Cucinotta Says:

    Stavolta, gli interventi di Mario ed Aldo mi stanno impegnando più del previsto: pensare che mi sono dovuto documentare sul significato di neotenia 😀
    Ad ogni modo, devo dire che non mi risulta ancora chiaro il vantaggio nell’isolare tra tutte le nostre caratteristiche biologiche, quelle che ci differenziano dagli altri animali. Nè, d’altra parte, capisco come sia possibile per il capitalismo isolare una nostra caratteristica per farne terreno di conquista e dominio. Ragionevolmente, è solo avendo un quadro esauriente del modo di agire dell’uomo, che si riesce ad elaborare e a mettere in essere una strategia di dominio.
    Pertanto, rimango affezionato alla tradizionale distinzione tra biologico e culturale. Allo stesso modo, trovo fuorviante dire che anche il biologico sia suscettibile di evoluzione in tempi storici, intendendo piuttosto che la cultura sulla concezione della nostra biologia è come ogni forma di cultura soggetta ad evoluzione storica. Voglio cioè dire che parlare di biologia o gestire la biologia, sono attività culturali, e il fatto che il loro oggetto sia la biologia non ne cambia la natura culturale.
    Rimane il problema di definire con una certa accuratezza quale sia la natura biologica dell’uomo. Mario che forse ha sfogliato qualche pagina del mio libro, dovrebbe essere a conoscenza che vi ho dedicato una parte significativa del mio libro, tentando di sfatare alcuni luoghi comuni della nostra cultura che io considero sostanzialmente illuminista. Si tratta di un’ideologia che permea il nostro tempo, segnatamente le società occidentali o occidentalizzate (stanno espandendosi in tutto il mondo, come sappiamo), e che in realtà gli stessi illuministi aborrirebbero, allo stesso modo direi di come i primi cristiani aborrirebbero le chiese cristiane che hanno conquistato tanta parte del mondo. Chiaramente, non è possibile qui affrontare più approfonditamente queste questioni.
    Una seconda osservazione che vorrei fare a Mario è che il potere gestisce la vita degli individui, in cos’altro dovrebbe consistere se non in questo? E’ stato sempre così, non è che nello stato moderno sia differente. Non vorrei insomma che si scambiasse la disponibilità di mezzi tecnologici enormi che abbiamo solo ai nostri giorni, con una trasformazione della natura stessa del potere che, da che mondo è mondo, è sempre stata quella di controllare la vita degli uomini e quindi anche i loro pensieri.
    Ad Aldo vorrei dire che la politica non sta nel convincere le popolazioni: ciò, da che mondo e mondo, non è stato mai fatto, e mai come oggi dell’opinione delle persone al potere gliene potuto interessare di meno. Fare politica è nei fatti esercitare l’egemonia culturale, ed è sempre una faccenda di avanguardie, la gente ha vissuto come gli è stato spiegato di vivere. Quindi, c’è questo pregiudizio democraticista, per cui è ovvio che la giusta politica sia quella di attuare la volontà della maggioranza. In realtà, la volontà individuale come dato di fondo è un concetto errato, che deriva dall’ideologia liberale che riconosce la società come una pluralità di soggetti liberi e razionali. Se invece si concepisce la società come una comunità che costruisce essa i soggetti attraverso un’egemonia culturale, si capisce che la politica è la costruzione di un sistema di poteri, e la scommessa è evitare che questo potere, invece di essere comunitario, diventi potere individuale. Mi fermo qui, consapevole di avere proposto alcuni temi in una maniera oltre modo sintetica, e quindi inevitabilmente inadeguata.

  49. Aldo Says:

    @Md
    Il punto debole di ogni Blog è quello di bruciare gl’argomenti in discussione e passare ad “altro”, perchè “the show go on”, così come fa ogni giornale con le notizie di cronaca. In questo post si trattava un argomento cruciale che, se adeguatamente approfondito, avrebbe potuto dare un contributo significativo per la comprensione dei fenomeni bio-antropologici (un diverso approccio filosofico al “reale”). Ma tant’è. Una vera iattura.

  50. md Says:

    E’ vero Aldo, è un limite – che però è un limite del pensiero, che continuamente passa ad altro. Ma che, nello stesso tempo, ritorna anche sui suoi passi. Circola, arranca e torna a circolare.
    Ed è un limite della discussione, che prima o poi si esaurisce magari perché ha bisogno di tornare a riflettere, di una pausa, del silenzio, di altre letture.
    Tuttavia, pur con tutti i limiti del mezzo, le discussioni sono tutte lì, e possono essere riprese in qualsiasi momento.

  51. md Says:

    Oltretutto quel che è successo nella discussione in coda al post è stato piuttosto “casuale”, e non da me previsto né sollecitato, dato che la mia intenzione originaria era solo quella di presentare il libro di Fusaro e di trascrivere le sue 11 tesi.
    Naturalmente, ben vengano le sorprese.

  52. Aldo Says:

    @Md
    Si potrebbero suddividere i post in permanenti (fino a conclusione condivisa) e in temporanei, a seconda dell’importanza del tema trattato. Questa è la mia proposta per non avvilire il dibattito e consentire ai cervelli di riflettere più a lungo, prendendosi i tempi necessari. Questo è ancora più vero per un Blog, come il tuo, che affronta, in controtendenza rispetto al modus operandi contemporaneo, questioni di spessore, che hanno a che fare con il senso profondo delle cose (la velocità fa il paio con la superficialità). Questo è tutto.
    Il libro di Fusaro ci ha indotti ad una rivisitazione di Marx, che, ad una lettura attenta dei suoi paradigmi, ci rivela, sorprendentemente, la sua grandezza di pensiero. Questione aperta, dunque, aperta anche al biologico, con tutte le implicazioni del caso, che io ho provato qui ad esporre sommariamente. Ribadisco che l’ipotesi che sia la condizione materiale (natura) a determinare l’ideologia, così come postulato magistralmente da Marx, mi pare una questione della massima importanza, per coloro a quali sta a cuore la ricerca della verità sull’essenza dell’uomo (antropologia filosofica). Se entriamo nell’ottica che ogni “oggetto” della realta (ad esempio la “natura umana”) non è una “res”, definita una volta per tutte, ma un “processo” in continuo divenire, che, con la sua genealogia, fornisce elementi utili per una comprensione del fenomeno “homo sapiens”, allora il nostro procedere diviene più spedito.
    In conclusione, se è il nostro interagire con l’ambiente a determinare le nostre funzionalità cerebrali , allora potremmo argomentare, per esempio, che anche la nostra cultura è un prodotto della selezione naturale. E, quindi, che la nostra “specificità” è dipesa solo dall’enorme quantità di stimoli (fisici e sociali) che i nostri apparati bio-sensitivi, preposti all’elaborazione dei “dati”, sono riusciti a percepire, auto-strutturando, di conseguenza, nuclei di neuroni (pensiero simbolico). Natura sive cultura. E’ un’ipotesi stimolante …

  53. md Says:

    @Aldo: sì, è vero, è una prospettiva stimolante.

    Per quanto concerne la partizione dei post, mi risulterebbe difficile predeterminarne la portata.
    Alcuni blog (dove la discussione è molto ampia) hanno apposto delle date di scadenza, per pura opportunità gestionale. Ma mi sembra abbastanza assurda applicarla qui.
    Dopotutto quando scrivo qualcosa non so preventivamente se, come e quanti parteciperanno alla discussione, né quanto questa si protrarrà (nel caso, forse unico, del post su “Oltrepassare” di Severino si è protratta, a più riprese, per oltre un anno).

    Nel dicembre 2008 un appassionato commentatore (Hermes) aveva posto esattamente la questione che poni tu, circa modalità e tempi della discussione, lamentando proprio la difficoltà di una comunicazione “ordinata e continuativa”, che non fosse caotica o sul genere mordi-e-fuggi. Ne era nata un’animata discussione tra diversi interlocutori, e l’irrevocabile decisione di Hermes di abbandonarci, con mio grande dispiacere.
    Da allora a più riprese, ho riflettuto sulla forma-blog, che ha molti difetti e che non mi è ancora chiaro dove mi (ci) porterà.
    Trovo però abbia almeno qualche pregio: di essere abbastanza “veloce” per consentire a più persone di leggersi e discutere in tempi pressoché quotidiani (non troppo dilatati come le lettere di un tempo, ma nemmeno troppo diretti come in una discussione vis-a-vis, dove spesso il livello psicologico si interpone; o, peggio ancora, pubblica, dove solo l’1% dei presenti – sempre gli stessi – interviene, per magari dire sempre le stesse cose…). Qui prima di intervenire c’è la mediazione (breve, ma non immediata né troppo dilatata) della scrittura e della riflessione.
    E poi il blog, rispetto ai mefitici social network (tipo facebook), ha qualche possibilità in più (volendo) di ordinare, organizzare, catalogare i materiali, e, insieme, il dibattito. Cioè, non brucia quotidianamente le parole e i pensieri riconsegnandoli al caos da cui provengono.

    Dopo di che, il limite vero che già ho ravvisato, sta nella sua forma originariamente “soggettiva” – un blog ha pur sempre il ritmo di chi scrive i post, anche se poi questo ritmo viene felicemente “condizionato” dai suoi lettori e commentatori.
    Il mio profondo interesse per ciò che attiene alla questione filosofico-antropologica della “natura umana”, ad esempio, ne precede l’apertura, ma i successivi sviluppi della mia riflessione devono moltissimo al confronto.
    Il vero salto di qualità – la vera discontinuità – sarebbe pensare ad un blog filosofico redatto collettivamente.
    Si tratta di capire se un’impresa del genere possa a sua volta nascere in rete, o se non abbia piuttosto bisogno di un preliminare confronto diretto tra i suoi ipotetici fondatori.

  54. Paola D. Says:

    “natura sive cultura”, non è un’ipotesi, ma una TESI molto stimolante!

  55. Aldo Says:

    @Md
    La questione su come impostare un Blog è complessa o forse estremamente semplice ma, come tutte le cose di “sostanza” (spinoziana), ha bisogno di tempo e impegno. Di un “conatus” aggiuntivo, che richiede contro-tendenze radicali.
    In prima battuta pensavo che se sulla testata del blog si potessero evidenziare, come primi della lista, i temi (pochi) che richiedono oggettivamente tempi lunghi, rispetto a quelli di cronoca filosofica, che possono durare anche lo “spazio di un mattino”, il problema poteva considerarsi risolto. Dunque solo un dato tecnico.
    Ovviamente se così non può essere, allora tutto torna in alto mare.
    Resta comunque il fatto indiscutibile che non possiamo “troncare” un dibattito, quando il medesimo attiene a temi fondativi per il pensiero filosofico oppure al sentire comune dei diversi partecipanti.
    Sull’argomento, poi, “natura sive cultura”, per dirla con uno slogan, si dovrebbe, a mio giudizio, impostare un dibattito permanente perchè esso è coincidente con la “linea editoriale” che tu porti avanti nel Blog (mettere insieme Marx e Spinoza), stando alle considerazioni che via, via hai esposto nel corso del tempo.
    Un tale approccio ci consentirebbe, ad esempio, di spiegare l’innatismo kantiano o di falsificare lo spirito assoluto hegeliano, il mondo delle idee platonico e via dicendo .. Sarebbe un contributo estremamente “stimolante”, per chi, accostandosi alla filosofia, volesse guardare con curiosità anche nel “retrobottega biologico”, che sostiene sotto traccia tutta la “baracca teoretica” della mente (?) umana.
    A suo tempo evidenziasti l’importanza del libro di Damasio “Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello”. Ritengo che questo sia il sentiero da battere senza tentennamenti o deviazioni di percorso. Qui si “parrà nostra nobilitate”.
    A presto.

  56. luther Says:

    ok lo ammetto, non ne so una ceppa, cerco di documentarmi…di studiare …nessuno pero’ ha risposto al mio commento, dandomi una spiegazione. Ho letto poi del revisionismo di Bernstein… delle previsioni di Marx smentite dalla storia…e dei marxisti che non potendo fare i padroni da privati tentano di farli da statali…direte: Marx che c’entra?…
    che confusione…attendo spiegazioni…Stop.

  57. md Says:

    @luther: beh luther, non è che Marx avesse la sfera di cristallo… a parte questo, alcune sue previsioni (ad esempio sulla globalizzazione o sulla tecnica, sul “general intellect”, cioè sulla crescente importanza della “messa al lavoro” delle facoltà linguistiche ed intellettuali) si sono avverate eccome. Ma non perché, appunto fosse un “mago”, ma perché si trattava di processi storici in corso di cui si potevano prevedere alcuni sviluppi, a partire dalle condizioni materiali date.
    Per quanto concerne il revisionismo di Bernstein, e più in generale la via “parlamentare” al socialismo, anche in questo caso mi pare si sia rivelato un vicolo cieco, né più né meno che la leninista dittatura del proletariato (o meglio, del partito).
    Dopo di che, se si prendono alcuni dei punti programmatici del Manifesto del partito comunista, ne potrebbe benissimo venir fuori un programma di welfare state decente ed ancora attualissimo.
    Ma il pensiero di Marx è vivo non tanto nei punti programmatici o nelle previsioni, bensì nella sua concezione della storia e del rapporto con la natura e la materia, nelle sue tesi antropologico-filosofiche, nella critica alle ideologie e ai dispositivi alienanti, nel rapporto tra prassi e teoria, nel posto che la filosofia (e la scienza) ha nella vita umana, ecc. ecc.

  58. luther Says:

    @MD
    grazie per la disponibilita’…ricambio segnalandoti un blog molto interessante…www.personalitaconfusa.splinder.com/
    saluti

  59. luther Says:

    @MD grazie per quello che scrivi e segnali…
    Un libro godibile ed interessantissimo…
    Diego…(gli do’ del tu…adesso siamo amici su facebook…hahaha)…usa un linguaggio accessibile a tutti.

  60. md Says:

    Bene, ne sono felice!
    Sto organizzando, con Punto Rosso, una sua presentazione a Legnano, il prossimo 25 marzo.

  61. Marxiani « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] dal giovane filosofo torinese Diego Fusaro, cui ho dato il benvenuto (e del quale si era parlato  qui). Non ho potuto esimermi dal cominciare facendo le pulci proprio al titolo: in che senso è da […]

  62. carlo Says:

    spesso marx lo ritrovano coloro che lo vedono abbandonato, un marxista, un rivoluzionario, non puo’ certo ritrovare cio’ che non vede abbandonato proprio perche ci crede attualmente, anche come ragione di vita.
    diego fusaro si “immette” in quella schiera di “scrittori” che, dal mio umilissimo punto di vista, da non marxisti vogliono ritrovare un marx non marxista.

    sara’ errato ma io non credo che marx sia stato un “filosofo”, nel senso di non filosofo come hegel, come kant e come tutti gli altri che intendiamo filosi, da aristotele in poi.

    marx e’ stato un attivista politico, un genio della “politica attiva”, pratica – concreta, impegnato a realizzare l’ internazionale dei lavoratori, proletaria, la prima internazionale. Per riuscire in quest’ intento ha scritto “dei libri” – unici proprio perche’ scritti da un “non-scrittore”, o meglio da uno che non-doveva scrivere, o anche che non voleva scrivere.

    ormai e’ scritto pure sui muri che la differenza che c’e’ tra marx e i tutti gli altri filosofi e’ che i filosofi hanno provato a interpretare il mondo, marx a cambiarlo.

    se pensiamo di capire marx con le stesse armi che utlizziamo per capire gli altri filosofi dovremo riscoprirlo tante volte quanto l’ infinito, proprio perche’ sicuramente sempre dimenticato.

    marx e’ il primo marxista rivoluzionario della storia, pensare a lui come un filosofo sarebbe offensivo.

  63. md Says:

    @carlo: non entro nella questione del pedigree marxiano o marxista, così come trovo abbastanza ozioso chiedersi se Marx sia o no un filosofo (forse anche Diogene di Sinope non lo era, certo non lo era in senso platonico).
    Però temo di essere in radicale disaccordo con la tua conclusione – che sembra escludere la filosofia dalla scena rivoluzionaria, e ridurla ad un’accolita di saccenti inconcludenti. La filosofia è cosa seria, a prescindere dagli eventuali difetti dei filosofi.
    Ti rinvio comunque ad un mio scritto su questo blog a proposito del Marx “filosofo della prassi”:
    https://mariodomina.wordpress.com/2007/10/31/che-ne-e-di-marx-parte-seconda/

  64. carlo Says:

    la filosofia e’ vita, marx non l’ ha usata perche’ era in cerca di occupare del tempo libero ma perche’ unico mezzo per il suo scopo.
    parlando umilmente ti dico, (spero che tu riesca a cogliere cio’ che dico), il marxismo e’ l’ inizio di una prassi rivoluzionria che ha trovato sbocco nel 900 non solo in tantissimi filosofi fondamentali per il/un possibile cambiamento della vita delle persone, ma anche e soprattutto in quello che troppo spesso, (e qui’ sta il vero punto della situazione), va dimenticato, anzi va cancellato, ovvero: il leninismo. Purtroppo la storia ce l’hanno presentata cosi’ falsa e contorta per tanti di questi anni che non sappiamo piu’ vedere nemmeno le differenze sostanziali.
    Fusaro accantona quella pratica marxista, appunto il leninismo, senza la quale marx non ha sbocco pratico, rimanendo ingiustamente nel limbo dei filosofi, (marx non e’ come gli altri filosofi, senza attuazione pratica il suo pensiero e’ da ritenere motro, qui’ si realmente…).
    La filosofia e’ essenziale, ma – ripeto: dal mio umilissimo punto di vista – se non ci fosse stato il leninismo la filosofia marxista potrebbe essere archiviata.
    parlare di marx solo come filosofo ed accantonare – come fa fusaro – tutto il 900, (le brutalita’ – la cattiva interpretazione della diualettica marxista eccetera…), significa togliere al marxismo cio’ che invece gli e’ stato fondamentale. la classica teoria di buttare via il bambino con tutta l’ acqua sporca.
    Il leninismo, (che poi continua naturale col trotskysmo), non e’ stato un piccolo modo di vedere la vita ma la reale attuazione pratica del pensiero marxista – purtroppo, questo si’, degenerato con la morte del bolscevismo – cioe’ con l’usurpazione del potere da parte degli stalinisti.
    il mio e’ un punto di vista non filosofico, (da filosofo l’ avrai gia’ capito :-)), ma a menoche’ il libro di fusaro non sia diretto solo al mondo filosofico allora credo che abbia delle lacune troppo grandi per essere sorvolate.

    continuero’ a visitare e leggere questo blog…

    grazie per risposta, e’ un piacere – se le fai, buone ferie 🙂

  65. md Says:

    @carlo: grazie e buone vacanze anche a te;
    sulla figura di Lenin (che tra l’altro era anche filosofo di grande acume) occorrerebbe riflettere così a lungo che non comincio nemmeno – magari in una prossima occasione; chissà che l’imminente centenario del ’17 non ci riservi qualche gradita sorpresa (possibilmente più pratica che teoretica…).

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