Aforisma 25

Perché non io?
Perché è casuale. Perché io non esiste. Perché solo noi esiste.
E a rigore nemmeno: solo l’essere è, ha senso e consistenza.

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25 Risposte to “Aforisma 25”

  1. Paola D. Says:

    Io non ho capito se questi aforismi sono tuoi o se citi Spinoza.

  2. md Says:

    Paola, tutto quel che è pubblicato nella categoria “Aforismi” è stato scritto da “me” (nella misura in cui, seguendo la logica di quest’ultimo aforisma, quel “me” significhi davvero qualcosa…).
    Di norma, se cito qualcuno (a meno di omissioni inconsce o involontarie) fornisco sempre gli estremi della fonte: è una deformazione in parte dovuta all’abitudine dei filosofi e in parte alla puntigliosità da bibliotecario…

  3. Paola D. Says:

    Citare la fonte di quel che si scrive, non è, secondo me, una deformazione professionale, ma un atto di correttezza verso chi legge, che può così documentarsi meglio.
    Comunque, questo aforisma riecheggia ampiamente quanto da te scritto, tempo fa, nella tua “summa” personale… e mi sembra piuttosto….spinoziano.
    Non so però se Spinoza abbia affrontato il problema del CASO, evento in cui credo e dal quale noi tutti partiamo per costruire la nostra vita.

  4. md Says:

    @Paola D. : Spinoza non utilizza il concetto di caso, ma quello che più gli si avvicina è il termine “contingenza”, che però considera un nostro difetto di conoscenza. “Nella natura – afferma nella prima parte dell’Etica – non vi è nulla di contingente, ma tutte le cose sono determinate dalla necessità della divina natura ad esistere e a operare”.
    Credo sia fuori dal suo orizzonte teoretico quel che noi oggi concepiamo come “caso” (penso in particolare al suo uso in campo evolutivo e biologico).

  5. Paola D. Says:

    A ben pensare, il tuo aforisma non è piuttosto….severiniano?

  6. milena Says:

    “Io non esiste, solo noi esiste”
    sarebbe come dire che esiste il tutto ma non le parti che lo compongono. Come dire che esiste l’oceano ma non una singola molecola o una goccia d’acqua, nè alcune parti separate dalla toltalità dell’acqua.
    “solo l’essere è, ha senso e consistenza”
    Più che “severiniana” mi sembra una visione “parmenidea”, dove appunto solo l’essere esiste e non i singoli enti, che appaiono come non-essenti.
    O sbaglio?

  7. md Says:

    sì milena, un po’ è così – ma il mio aforisma è stato occasionato da un articolo di Sandro Veronesi, comparso su La Repubblica di mercoledì 20/1, nel quale lo scrittore si faceva questa domanda, a proposito del terremoto di Haiti: “perché io sono io e non sono uno di loro?” – rispondendo, in conclusione, “noi siamo loro”.

  8. milena Says:

    Sì, ora è più comprensibile. Anche se, in conclusione, in realtà ogni di noi non è affatto ogni uno di loro. E per quanto possiamo provare empatia, le parti non sono intercambiabili.
    Ma in ogni caso, solo l’essere “vivi” ha senso e consistenza.
    Un saluto

  9. Profeta Says:

    Beh, invece mi sembrano proprio delle espressioni analoghe a quelle di Severino. Perché il “noi” include l’ “io”, anche se l’ “io”, in quanto totalità trascendente ogni parte, include il “noi” (che dunque include l’ “io” in un senso differente).
    Per Severino l’esperienza di ogni “io” è destinata ad apparire in ogni “altro io”, senza però che venga mena la necessaria differenza dei differenti “io” (anche se tale differenza è destinata ad apparire sempre più come un lontano passato).
    Il dolore patito dagli “altri”, e quindi anche il (supposto) dolore patito nella tragedia di Haiti è assegnato a farsi innanzi (nel tempo e nel modo opportuno) “in me” (in ognuno che possa dire “in me”).
    Ogni “io” sperimenta l’esperienza che in esso appare, e non quella di un “altro io”; pertanto, tutto ciò che ancora è “altro” dalla “mia” esperienza attuale è destinato ad essere “mio”, altrimenti non avrebbe senso (cioè non esisterebbe) l’ “identità essenziale” degli “io” e di ogni “vita”, e quindi non esisterebbe nemmeno il “tutto”.
    “Io” sono destinato a ricordarmi in carne ed ossa di tutto ciò che sono stato e che ancora non suppongo di essere stato; e sono destinato ad accogliere nella mia coscienza tutto ciò che sarò e che ancora non suppongo di dover essere. E’ come dire che quello che “Marco adulto” è quello stesso “Marco” che ora si individua come “Marco ragazzo”. Sto dicendo che l’identità più profonda di ognuno di noi non è semplicemente “Marco” o “Riccardo” o “il mare”, ma è il Tutto stesso; proprio per questo siamo destinati a sapere tutto di tutto, mantenendo pur sempre la diversità dei diversi che nel Tutto si raccolgono insieme.

  10. milena Says:

    Grazie, Profeta. (Mi dispiace di non averti risposto prima, ma ora ci provo)
    E’ ovvio che il “noi” includa gli “io”, così come gli “io” includano il “noi”.
    Però, se tutto esiste, anche “io” esiste – come parte del tutto.
    Non potrebbe esistere ‘io’ senza ‘noi’, come non potrebbe esistere ‘noi’ senza ‘io’ – e di fatto, nessun ‘io’- e neppure ‘noi’ – può esistere indipendentemente dal Tutto.
    E’ impossibile l’esistenza della parte senza il tutto, come impossibile l’esistenza del tutto senza le parti – tutte le parti – che lo compongono.
    E naturalmente tenendo salva – in superficie – la distinzione delle diverse parti che “nel tutto si raccolgono insieme, anche se nel profondo l’identità di ogni uno di noi è il Tutto stesso”.

    Per quel poco che ho letto dai testi di Severino – quindi posso sbagliarmi di grosso, e d’altronde anche la mia comprensione è in divenire – mi era sembrato di capire che rispetto alla visione parmenidea, Severino salva il ‘particolare’, ovvero gli enti (in divenire) che per Parmenide invece erano un nulla assoluto rispetto all’essere.
    E devo dire che questo è l’aspetto di Severino che ho trovato molto molto interessante.
    Per questo, per quanto sia convinta che nel profondo l’identità di “Severino” e di “Milena” sia lo stesso Tutto, in superficie “Severino” sia “Severino” e “Milena” sia “Milena”, e “questa matita” sia “questa matita”. E per questo dico che “Severino” non è intercambiabile con “Milena”, e che ogni uno di loro non sia intercambiabile con “questa matita”, o viceversa; ossia che ogni uno di loro ha la sua propria necessità di essere; e non “contro”, ma “con” l’altro, e che ogni uno è insostituibile.
    “Senza il più umile e umbratile degli essenti sarebbe impossibile la stessa eterna totalità di essi” … ecc.

  11. Paola D. Says:

    Complimenti , Milena! Io che sto accostandomi solo ora alla filosofia, apprendo da te i modi del ragionamento filosofico. E se Severino veramente pensa quello che tu affermi, per me è bellissimo.

  12. Profeta Says:

    Grazie Milena per la risposta. Provo ad analizzare quello che hai detto.
    Innanzitutto chiarisco che le mie argomentazioni sono da considerare come un modo secondo me più proficuo per la comprensione del pensiero severiniano. Questo rimprovero al Maestro : che lascia in sospeso e nell’implicito delle situazioni logiche che attendono ancora di essere chiarite analiticamente.
    Le differenze esistono, non sono un nulla che viene creduto un essere. E questo non è da mettere in discussione. D’altra parte, però, è da rilevare che ogni singola differenza esiste solo nella misura in cui è differenza DI UN’IDENTITA’ : le parti non acquistano significato se non sono viste nella loro relazione concreta : ogni parte è tale solo in quanto è parte DEL TUTTO.
    Ora, Milena, certamente la “tua” esperienza si distingue dalla “mia”. Ma ti faccio notare una cosa, allo scopo di farti camminare su una strada che porta all’affermazione della necessità che ognuno di noi è destinato a vedere ogni differenza del Tutto come PROPRIA differenza interna.
    Cerco di chiarire questo assunto. Le differenze DI MILENA si differenziano tra loro. Ma tu, Milena, quando pensi alla tua giornata di lunedì, differenziandola dalla tua giornata di martedì, pensi a delle differenze che, semplicemente, si differenziano, oppure pensi a delle differenze che, pur differenziandosi tra loro, restano sempre TUE differenze?
    Restano tue differenze. Allora, il fatto che, attualmente, non appaia “in te” la “mia” esperienza, non significa che la “mia esperienza” sia qualcosa di eternamente destinato a differenziarsi dalla “tua esperienza”. Certamente, questa differenza esiste ed è eterna, ma è sottesa da un’essenza comune. Nella “tua esperienza”, attualmente, non appare concretamente la “mia esperienza” (“mia vita”), e ciò significa che la “mia esperienza” è, rispetto alla “tua esperienza”), o un “tuo passato” (che non ricordi più) o un “tuo futuro” (che ancora non riesci a vedere totalmente).
    In ogni caso, la “mia esperienza” deve definitivamente rientrare “in te”, così come la “tua esperienza” deve ritornare “in me”.
    Tutto questo non significa che le differenze verrano eliminate, ma che si mostreranno sempre di più come “mie” differenze. Ora, invece, nel contrasto tra destino e isolamento della terra (dal destino), ognuno di noi dice di avere delle differenze, ma che non sono TUTTE le differenze dell’essere, altre differenze essendo invece di “altri io”. Ma, da ultimo, OGNI differenza del Tutto è destinata ad apparire come “mia” differenza interna, includendo quindi anche quella differenza che è l’identità che in sé non riesce ad avvedersi di tutto ciò che nel profondo essa è.

  13. Paola D. Says:

    @Profeta:scusa la mia ignoranza, ma di quello che hai detto io non ho capito un bel niente. C’è qualcuno che può “tradurre”?

  14. Profeta Says:

    Capisco Paola la tua incapacità a comprendere quello che ho scritto.
    Infatti, è necessario che, prima di accostarsi a queste tematiche di notevole complessità semantica, si incominci a ad analizzare l’inevitabilità eterna dell’esser sé di ogni cosa, del passato e di ogni futuro possibile. Se non si capisce che tutto (tutto l’essere, compresa la totalità del passato e del futuro) è già da sempre accaduto, e che ogni evento è necessario e irripetibile, allora non si può nemmeno capire la necessità che al fondo di ogni singola cosa appare il Tutto già da sempre comprensivo di ogni novità e di ogni ente magari dimenticato; e quindi non si può capire la nostra destinazione alla “vita immortale”, contenente le differenze che appaiono come “mie” e non come differenze di “altri”.

  15. Paola D. Says:

    Adesso va un po’ meglio. Grazie.

  16. Paola D. Says:

    PS: Ma cosa mi dici dell’affermazione di Severino secondo cui ” L’uomo è un superdio”?

  17. Profeta Says:

    Paola, ma è proprio il tema di cui stiamo parlando! il superdio è appunto il Tutto che ogni cosa in verità è. Noi siamo oltre dio e oltre l’uomo stesso, intesi questi ultimi come risultati della volontà di potenza, cioè dell’errore.
    Dio, nella nostra cultura, è il creatore eterno dei mortali; e in questo senso Dio non esiste, perché appunto tutto è eterno (ed è proprio in questo senso che Severino dice “siamo oltre dio”). Se invece per Dio si intende la manifestazione totale degli eterni, allora noi siamo Dio.
    Anche se ancora non ce ne rendiamo conto, noi siamo quell’Infinito che non crediamo di essere : l’illimitato brillare degli eterni, nella cui luce appare una luce meno intensa, perché mostra parzialmente quel che appare totalmente nella luce infinita. Solo nella luce incompiuta dell’essere può aggiungersi e togliersi qualcosa. Nella luce già da sempre compiuta, invece, si mostra eternamente tutto ciò che esiste, e quindi anche tutto ciò che nella luce incompiuta può sopravvenire indefinitamente.

  18. milena Says:

    E’ molto bello il tuo ultimo commento, Profeta.

    In questi giorni sono un po’ occupata, ma ieri sera sul tardi stavo cercando di rispondere al tuo precedente commento. Così ho scritto questo.

    Forse quelle che tu definisci “differenze interne” sono le differenti soggettività dell’esperire, e forse la bella metafora di Severino del cielo e i gli uccelli, che riporterò in seguito, potrebbe aiutare a comprendere quanto le soggettività, peraltro necessarie alla vita pratica di ogni uno, nello stesso tempo sia un limite superabile – concretamente – modificando ed educando il proprio sguardo.
    Comunque è da qualche tempo che non riprendo in mano i testi di Severino, e devo dire che non ho potuto non subirne la fascinazione, del tutto giustificata, penso, perché Lui è un vero gigante. E forse non sarebbe d’accordo, o forse mi sbaglio, ma per me il suo pensiero è la linea di congiunzione fra le filosofie occidentali e quelle orientali, che hanno avuto un rilievo notevole nei miei trascorsi. Dire ‘linea’ però è riduttivo, meglio dire fusione. Anche se può darsi io faccia anche qualche con-fusione. Ma così è, e non me ne lamento, anzi. Leggere i suoi libri, correre dietro ai suoi pensieri, a volte anche troppe complicati per le mie limitate capacità, e al di là della comprensione più o meno corretta che ho potuto ottenere, mi ha regalato in sovrappiù un sentimento di gioia nuovo, differente da qualsiasi sentimento io abbia conosciuto nella mia vita. (E questo senza aver neppure letto i suoi libri sulla Gioia o sulla Gloria, o altro. Soltanto ne ho letti e riletti due, più volte :“Il muro di pietra” e “Identità della follia” – giusto per precisare che non sono una studiosa, e si capisce, anche perché ho molte altre cose da fare e mi barcameno.)
    Ma la gioia, stavo dicendo, la gioia. La gioia cresce, si espande, prende spazio e tempo e si stabilizza. Tutto lo spazio vuoto, il tempo inutile, il nulla, il niente, al loro posto si consolida la gioia. Questo sentimento che può apparire effimero se ancora non lo si conosce, se si conosce ancora soltanto la felicità degli attimi transitori, e non la gioia, che si rinsalda e intesse la sostanza di cui è fatta l’esistenza.
    Mi sono chiesta a cosa fosse dovuto. E va bene, mi son detta in primo acchito, questo vuol dire che sto invecchiando e codesto è il meritato balsamo per tutte le sofferenze inutili e superflue che noi umani amiamo infliggerci in gioventù, costretti come siamo a fare esperienze senza alcuna esperienza, sballottati fra sentimenti e ormoni e stupidità, gettati in questo mondo caotico e indifferente e che non sempre aiuta o quasi mai – la selva oscura. Ma se ti capita che “per caso” ti accompagni un Caronte prima e in seguito un Virgilio, ecco che le cose appaiono meno complicate da decifrare.
    E, se posso dirlo, proprio Severino è stato il balsamo che ha iniziato a disintossicarmi dal nichilismo di cui prima mi hanno e poi mi sono nutrita a cucchiaiate.
    Tutto questo percorso contorto per giungere qui. E ora sono da sempre qui. Troppo bello per essere vero!

  19. milena Says:

    ed ecco la metafora del cielo e gli uccelli.
    (…) lo Spettacolo già da sempre e per sempre manifesto e luminoso, che non si mostra altrove – per esempio nella mente di un Dio – ma qui e ora, ed è l’essenza più profonda dell’uomo. Lo Spettacolo dell’eternità di ogni essente. Ripropongo una metafora che altre volte ho avanzato. Il cielo è uno spettacolo sempre visibile: visibile, dunque, anche quando grandi stormi di uccelli lo attraversano. Ma il cacciatore, guardando verso il cielo, crede di non veder altro che il volo degli uccelli. Egli continua sì a vedere il cielo – il suo sguardo celeste è semprevivo, non tramonta, non resta annientato, dimenticato, e pertanto non ricomincia nemmeno a esistere – ; ma egli giunge a persuadersi di non veder altro che stormi di uccelli, e si dà da fare per catturarli e ucciderli. Il suo sguardo, in cui appare il cielo, e questa sua persuasione che isola gli uccelli dal cielo sono in contrasto; ma il suo sguardo, che vede il cielo, rende possibile anche la sua convinzione di non veder altro che gli uccelli; lo sguardo vede l’errore di questa convinzione, e attende che l’errare giunga al proprio compimento.
    Il cielo è la verità eternamente splendente e manifesta in ognuno di noi. Il cacciatore è l’errare, cioè la persuasione di non vedere altro che le cose della terra – gli uccelli – e di doversi industriare per dominarle. Anche l’errare è un eterno come il cielo della verità e come ogni cosa e ogni istante della terra, ma è un eterno che, incominciando a manifestarsi, contrasta il cielo sempre splendente; e il cielo attende che esso, l’errare, porti a coòpimento il suo manifestarsi. Lo Spettacolo del destino della verità non va e viene. Riceve l’errare di chi vuol essere cacciatore del mondo – e dell’errare attende il tramonto.
    (da E. Severino, “Il muro di pietra”, Rizzoli 2006, pag. 204)

  20. Profeta Says:

    Si si Milena l’ho letto “Il muro di pietra”, l’ultimo testo di una trilogia che è inziata con “Dall’islam a Prometeo” (uno dei saggi divulgativi che preferisco insieme a “La legna e la cenere” e “La follia dell’angelo”; ma anche “L’identità della follia”) e proseguita con “Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa”.
    Comunque ti consiglio di leggerti i testi fondamentali, quelli Adelphi. Io iniziai, circa otto anni fa, con “Essenza del nichilismo”, per poi passare a “La struttura originaria”, “Studi di filosofia della prassi”, “Legge e caso”, “Destino della necessità”, “Oltre il linguaggio”, “Tautotes”, “La Gloria”, “Oltrepassare”; e poi altri testi della rizzoli e della bur.
    Ti dico questo perché a mio avviso è sempre meglio incominciare con la parte più ardua e complessa, per poi capire al meglio anche le esemplificazioni dei testi divulgativi e quindi anche della “pars destruens”, dedicata alla nostra cultura (e pertanto alla politica, all’arte, alla scienza, alla tecnica, alla poesia, ecc.).
    D’altra parte, mi è piaciuto molto quello che hai scritto, e proprio per questo ti invito a studiare fino in fondo la filosofia di Severino, per ammirarne il rigore, la complessità e soprattutto la verità delle sue affermazioni.
    Le “vite altrui” sono “altrui” nella misura in cui ciò che di necessità appartiene a “ognuno di noi” nasconde tratti di sé. Quindi non è che, non vedendo attualmente tutto, si sia destinati ad essere qualcosa (la “mia vita”) di contrapposto a qualcos’altro (la “tua vita”) : l’ “altro” è destinato ad apparire ALL’INTERNO di “me stesso” (di “ognuno di noi”).

  21. md Says:

    …vi seguo con molto interesse…

  22. milena Says:

    Ti ringrazio, Profeta.
    Eccomi di ritorno. In questi giorni, come ho già detto, riesco a collegarmi solo di tanto in tanto. Ma alcuni giorni fa ero già stata in biblioteca a prelevare alcuni testi di Severino. Di Adelphi ho trovato solo “Oltre il linguaggio”, mentre di Rizzoli “La follia dell’angelo”, “La legna e la cenere” e “L’identità del destino”. Non che abbia intenzione di leggerli tutti in una volta, ma giusto per darvi una scorsa e capire quali saranno i prossimi due da ordinare in libreria, e magari neppure uno tra questi.
    Fra i libri che avevo già letto, è vero che i testi divulgativi come “Il muro di pietra” sono interessanti per capire a grandi linee il suo pensiero, ma frammentari; mentre “L’identità della follia” mi è piaciuto molto perché sono trascrizioni di lezioni universitarie che, devo dire, mi sono mancate. Per questo non mi azzardo ad affrontare testi come “Oltrepassare”, ad esempio, che per me sarebbero fuori misura. Ma accetto volentieri consigli per i prossimi due, per continuare.
    Ma prima ancora di continuare mi preme dire che oggi mi riconosco pienamente in ciò che dicevi sulla filosofia di Severino, di cui è impossibile non “ammirare il rigore, la complessità e soprattutto la verità delle sue affermazioni”.
    E ora riverso ciò che ho scritto negli ultimi giorni, con la premessa di non essere assolutamente certa che sia stata “io” a scrivere ciò che ho scritto, la qual cosa mi solleverebbe anche dal peso di aver commesso degli errori madornali, ai quali, se così fosse, naturalmente (e col l’aiuto di tutti) cercherò di rimediare. Grazie ancora.

  23. milena Says:

    Ho ripensato al significato che diamo a “io”, che cosa sia questo “io” di cui tanto si parla.
    Da un lato non possiamo evitare di andarcene in giro con questo che chiamiamo “io”, con questo corpo e faccia particolare, con questo tono di voce, con questo particolare modo di scegliere di dire una parola in luogo di un’altra, di scegliere di fare una cosa in-vece di un’altra: fattori insieme fisici, psichici e storici che si intersecano in miliardi di connessioni. Questo che chiamiamo “io” è la somma dei contenuti psichici nel senso più alto ed esteso, ciò che gli antichi chiamavano “anima”, una sorta di spazio interiore in cui si sono rispecchiate e si rispecchiano tutte le cose esterne (ed interne in simultanea) con le quali in un modo o nell’altro ogni uno di noi è venuto e viene in contatto.
    La soggettiva modalità di elaborazione dei dati esterni, anch’essi particolari ed apparenti coi quali è venuto in contatto e che ha assimilato, sarebbe questo “io” storicamente relativo e in continuo divenire, nel quale appare l’esterno in continuo divenire. Nell’io è compresa tutta la memoria storica dei dati sensibili, emozioni percezioni e sentimenti, compresa la consapevolezza di essi, compresa la rappresentazione e l’interpretazione in divenire degli stessi dati interni ed esterni e molto altro.
    D’altro lato, potrebbe esserci qualcosa all’interno se all’esterno non ci fosse stato e non ci fosse (che) nulla? Quello che appare dentro di me, non può che essere già apparso all’esterno di me. Infatti, se all’esterno non ci fosse nulla, cosa mai potrebbe esserci nel mio interno?
    Davvero non saprei cosa definire come “mio”, se non giusto questa materia in prestito che costituisce il mio corpo per un lasso di tempo limitato e finito, e per il quale quella fitta di dolore che ho percepito questa notte e che mi ha svegliato, potrei sì dire che sia mia, anche se persino il “modo” in cui io percepisco il dolore si è formato tramite il mondo in cui vivo, simultaneamente esterno ed interno.
    Allora quello che io chiamo “altro” non può essere più altro di quanto lo sia io stessa, dato che il mio stesso interno è stato costruito ed è del tutto costituito da molto molto “altro” – le moltitudini di Whitman, per intenderci.
    Ma, dal momento che tutto questo che chiamo altro da me (o non-io) appare nel mio interno, come posso ancora chiamarlo “altro”?
    Sarebbe una situazione contraddittoria e paradossale per cui dovrei lottare contro me stessa, ossia lottare contro l’apparire dell’altro in me, visto l’assunto che si debba lottare o difendersi contro ciò che è “altro” per preservare se stessi.
    Quando mi nutro di un certo cibo che è altro da me e lo assimilo, esso in qualche modo “diventa” parte di me. Diventa mio e non è più “altro da me”. Ma dato che ora sappiamo che niente può “diventare altro”, perché diventare altro sarebbe un essere niente da parte dell’ente, e sarebbe quindi come dire che niente diventa niente, in ultima analisi non può esserci niente che sia altro da se stesso. E quindi essenzialmente non esiste nessun “altro”, non per lo meno in modo assoluto. Ciò che chiamiamo “altro” è solo qualcosa che appare come altro, ma che essenzialmente “è” eternamente se stesso.
    In realtà non vedo da cosa ci si debba difendere e contro chi si debba lottare, dal momento che tutto ciò che appare come “altro”, (ma che, ricordiamocelo, non è un “assolutamente altro”), è l’unica vera ricchezza, tutto ciò che ci permette di essere ciò che siamo.

    Tutti noi nasciamo da altri, viviamo con altri, siamo educati da altri, lavoriamo con altri, amiamo altri, diamo la vita ad altri. (Il corpo di una madre che trattiene in sé il feto per nove mesi, si troverebbe in una situazione paradossale, del tutto impossibile, se il feto, che è altro dalla madre, fosse assolutamente altro.)
    Però poi odiamo altri, vogliamo isolarci e difenderci dagli altri, e persino cacciare o annientare degli altri. Sono quei particolari altri che decidiamo che non sono uguali a noi, che sono diversi, che non appartengono a “noi”. Tiriamo in ballo la “nostra cultura” e le “nostre radici” in opposizione alla cultura altrui, e molta religione ovviamente. Il problema è che anche quella che qualcuno definisce “la nostra cultura”, comprese le religioni, anch’esse appaiono nel nostro interno, e non solo come nuvole passeggere ma con il potere di oscurare il cielo.
    La condizione umana di fatto non può fare a meno delle idee, quindi delle credenze, e poiché la credenza storicamente dominante è la fede nel divenire altro, che è il sottosuolo in cui si sono sviluppate tutte le fedi dell’occidente, essa è anche l’atmosfera in cui continuano ad apparire gli effetti che da esse derivano.
    Crediamo che esistano gli “altri” perché gli altri sono diversi da “noi”, e noi diversi dagli altri. Vediamo l’apparente diversità, che non di meno esiste, più dell’essenziale uguaglianza – perché essenzialmente ogni uomo è tutti gli uomini, ogni uomo è il mondo intero.
    La diversità apparente è la possibilità stessa del divenire, ed è anche ciò che crea la bellezza l’arte e la poesia, ecc., ma purtroppo anche la violenza le atrocità e l’orrore.
    La Sostanza, il Tutto, l’Essere, si differenzia e dà forma alla vita.
    Il Tutto indifferenziato non sarebbe questo mondo che conosciamo così come appare e di volta in volta si manifesta e in cui si manifesta anche l’errore, che è la fede del divenir altro delle cose.
    La fede nel “divenir altro” delle cose, vale a dire che le cose, tutti gli essenti, uomo compreso, venendo dal niente e tornando nel niente sono niente, influisce sul modo di porsi e di agire degli uomini sulle cose del mondo, quindi anche verso ogni uomo, sé stessi compresi. Ciò che noi pensiamo o che non pensiamo neppure di pensare, perché è un fatto inconscio, determina le nostre azioni. Il pensiero, conscio ed inconscio, è lo sfondo dal quale emergono le azioni. E, di fatto, diversamente apparirà il mio agire se l’altro è qualcosa che diviene altro, e quindi in fondo è un niente, rispetto al mio agire se sono consapevole che tutti gli essenti, uomo compreso, sono eterni.

  24. Profeta Says:

    Molto bene Milena, davvero. Ti consiglio vivamente di avventurarti con decisione nei testi fondamentali di cui ti ho parlato. Credo che tu sia già libera dalle presupposizioni ingenue e contraddittorie che stanno alla base della “cultura umana”, e pertanto testi come “La struttura originaria” (e tutti gli altri Adelphi) possono soltanto aiutarti a non uscire e anzi approfondire i contenuti che via via si affacciano sulla strada della verità sulla quale cammini.
    Da quello che dici noto soprattutto questo : che tutto ciò che appare è in luce al mio interno, e pertanto sono io stesso, e che l’altro, in quanto non appare “in me” (ma appare “in sé stesso”), è tuttavia “relativo” ad una certa estensione dell’essere, cioè non è un “assolutamente” altro; ossia anche quest’ “altro” sono io stesso in un luogo diverso da quello nel quale dico che l’altro è altro da me.
    D’altra parte, c’è un altro senso dell’ “altro”

  25. Profeta Says:

    D’altra parte, dicevo, c’è un altro senso dell’ “altro” : quello che appare “in me”, sia nel senso che ogni differenza che appare nel mio apparire è “altro” rispetto ad ogni altra differenza (pur rimanendo nell’identità del mio esser-io), e sia nel senso che l’ “altro”, di cui si dice che non appare “in me”, appare “in me” COME NEGATO.

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