Ludwig, Giacomo e le pene di Haiti

(Era mia intenzione intitolare questo post E’ come un giorno d’allegrezza pieno – utilizzando il celebre verso leopardiano. Poi c’è stato il terremoto di Haiti, e le parole, i pensieri, le intenzioni, come sempre, si sono curvati sotto il peso di un altro umore…)

***

Ho avuto la fortuna di assistere agli inizi dell’anno all’esecuzione della Sesta sinfonia di Beethoven: una sorta di rito augurale e propiziatorio. Nota anche con il nome di Pastorale, era stata tra l’altro utilizzata in uno degli episodi del magnifico film di animazione musicale Fantasia (tra i più memorabili della Walt Disney, che non ha prodotto solo danni all’immaginario collettivo).
Quel che colpisce di questa straordinaria sinfonia è la serenità, la perfezione formale, la godibilità melodica. Il mondo che ci circonda – nella fattispecie la natura nella quale siamo immersi – viene rappresentato musicalmente attraverso i registri della bellezza e della soavità: sonorità idilliache, alquanto stridenti con altre cui Beethoven ci ha abituato (va registrato oltretutto che mentre lavorava alla sesta, in contemporanea componeva la quinta, e le due sinfonie vennero eseguite insieme per la prima volta nel 1808).
Tutto è così liscio e perfetto, ricolmo di bellezza e di gaudio, di dolcezza e di festosità; tutto, tranne quell’episodio di pochi minuti verso i tre quarti dell’esecuzione (il IV movimento), quando si scatena il temporale. Il suo sopraggiungere improvviso, viene evocato con una potenza sonora resa ancor più incisiva dall’aver tenuto a riposo per tutto il tempo della sinfonia il timpano, che solo ora, con pochi colpi e rullate secche e decise, all’unisono con l’orchestra, si scatena; e dall’aver introdotto per la prima volta nella storia sinfonica i tromboni. La serenità, la beatitudine, la spensieratezza vengono spazzate via in un attimo, al ritmo di quei colpi e di quei boati; il cielo si rabbuia e rovescia sulla terra l’iradiddio; i lampi, i tuoni, lo scatenarsi improvviso degli elementi scandito dalle raffiche di vento, raggelano il sangue nelle vene: fuggifuggi di umani e animali, chiome piegate, rami spezzati, l’ambiente sconvolto.
Ma la sinfonia non finisce qui. Così come repentinamente il temporale era arrivato, altrettanto rapidamente si allontana dalla scena – con gli ultimi borbottii dei tuoni all’orizzonte. E torna la pace. Il cielo si rasserena. La scena si rifa bucolica, permettendo a tutti i viventi di riprendere fiato, e di continuare come prima a rotolarsi nell’agio e nella bellezza.

Giacomo Leopardi, con meravigliosa potenza immaginifica, descriverà qualche anno più tardi una situazione non molto dissimile nella poesia La quiete dopo la tempesta. Mentre ascoltavo la sinfonia beethoveniana, questo accostamento si è infiltrato naturalmente, a dispetto dell’elevata concentrazione auditiva. La mente, d’altra parte, resta vigile e non sempre si fa dirigere o sottomettere dai sensi, dal puro atto percettivo ed estetico.
A differenza però del quadro rappresentato dal compositore tedesco, Leopardi ci descrive una situazione nella quale la tempesta è appena passata e “il sereno rompe là da ponente”. Tutto risorge, “ogni cor si rallegra”, gli umani riprendono le loro attività, la vita torna ad essere dolce e gradita – ma, ci avverte il poeta, tali sensazioni sono vane, poiché “piacer figlio d’affanno” e “uscir di pena è diletto fra noi”.
Se la condizione cui Beethoven allude è di per sé beata (entro la cornice della natura) e il temporale è solo un episodio passeggero, un breve intermezzo, occorre operare nel caso di Leopardi un simmetrico quanto radicale rovesciamento di prospettiva: la nostra vita è dominata dal dolore, dalla paura, dall’affanno – da “folgori, nembi e vento” – e ad essere episodiche sono le irruzioni del sereno. Tant’è che la conclusione della poesia, distruttiva di ogni illusione, è “beata se te d’ogni dolor morte risana” – la morte invocata come unica possibile risanatrice, poiché solo essa può davvero estinguere il dolore. Non c’è insomma nessuna serenità che viene infranta, c’è semmai il dolore permanente che talvolta viene alleviato da un fugace momento di requie – anticipazione dell’unica, vera e definitiva requie, quella eterna.
Sono due concezioni estreme ed opposte: una serenità di fondo inframezzata di episodi di temporanea difficoltà, tutti affrontabili e superabili; una condizione esistenziale terribile (il vero leopardiano) che solo illusoriamente si lascia interrompere da qualche pausa o da qualche eco del giovanile “giorno d’allegrezza pieno”.
A voi la scelta…

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2 Risposte to “Ludwig, Giacomo e le pene di Haiti”

  1. Paola D. Says:

    Preferisco la visione beethoveniana.
    http://kinnie51.blogspot.com/2009/01/il-temporale.html

  2. Francesco Says:

    Anch’io preferisco la visione beethoveniana..

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