Trilogia del lato oscuro – 1. L’ossessione

Io contengo moltitudini
(W. Whitman)

Ci immergeremo nelle tenebre. Con la speranza di uscirne. E il solo modo per farlo è di tenere ben dritta la barra della ragione, in quello che si annuncia come un attraversamento della parte oscura dell’umano – che non è soltanto di alcuni singoli, ma di tutta la specie, una vera e propria modalità del suo essere.
L’orrore di cui parlava Adriana Cavarero in un suo libro, dev’essere scandagliato per intero là dove si trova, sul volto agghiacciato e agghiacciante di Medusa, senza tema di scoprire un frammento di sé in quella bocca spalancata e su quegli occhi torti.
Cominceremo, oggi che è giornata di memoria, dall’ossessione identitaria, e proveremo, in poche (insufficienti) righe e mosse, a schizzarne genesi e fenomenologia. Nientemeno!

1. Ossessione per l’identità, identità ossessionata: non si vive senza identità, ma le ossessioni che (spesso) la attraversano ci portano a battere selve e sentieri oscuri. Eppure tanto l’una quanto le altre sembrano essere dei dispositivi biologici innati. L’io si forma sull’ovvio ed istintivo principio della conservazione di sé, una volta che si è nati; mentre le ossessioni sono i riflessi psicologici e sociali dell’ancestrale paura dell’alterità. Ma è proprio da questo intrico bioantropologico che provengono i problemi.

2. L’io è al contempo una costruzione culturale e sovra-naturale, o meglio è l’emersione illusoria (e variabile a seconda delle latitudini storico-culturali) di una forma di irrelatezza: io è altro da tutto il resto, ma insieme non può esistere senza tutto il resto.  E’ puro bios (l’ente vivente determinato, quel corpo individuale) e insieme pretesa di essere indipendente dal bios.

3. Io=io, forma dell’autoreferenzialità, dunque – dicevamo – pretesa illusoria dell’irrelatezza. Ritorno a sé dalla relazione. Esclusività della relazione. Ma a ben vedere è solo la sostanza a poter pretendere per sé la pura identità, in quanto autofondata, irrelata e base di ogni possibile relazione: non c’è nulla fuori della sostanza, e tutto ciò che la manifesta – modi, enti, individui – è necessariamente prodotto di correlazioni. Dunque il male e l’ossessione stanno nella cattiva relazione o nella pretesa dell’irrelatezza da parte di ciò che non può essere irrelato.

4. A proposito della dinamica originaria dell’io, risulta molto illuminante la teoria del linguista Emile Benveniste ripresa da Roberto Esposito nel saggio Terza persona, che tende a stabilire una differenza sostanziale proprio nel modo di indicare l’identità personale, fin nel linguaggio e nella grammatica: io e tu (con le loro estensioni plurali di noi e voi), sono il vero antagonista della terza persona – lui-loro, cioè l’altro. O meglio: tutto quello che non è né iotu – che dunque non siamo noi (nel quale è compreso il voi) – è ciò che sta fuori dalla relazione, dalla dialettica dell’identità e del riconoscimento. E’ non-persona, ciò che è assente, che sta al di là. Io-tu si implicano reciprocamente e sono intercambiabili, ma tagliano fuori egli-lui in uno spazio indefinito e impersonale, quello del chiunque e della vera (proprio perché indefinita) pluralità. Benveniste, tra l’altro, ha rinvenuto in diverse lingue questo comportamento disomogeneo nel modo di funzionare dell’identificazione pronominale.

5. E’ forse proprio questa la base ossessiva su cui si costituiscono tutti i fenomeni di esclusione – e dunque il male, la violenza, la cancellazione dell’altro.
L’ego-etnocentrismo (e il narcisismo), sono cioè dispositivi biologici e parte integrante della natura umana, costitutivi della logica stessa del potere: del resto dire “io” è già di per sé un’affermazione di potere. Io sono, mi affermo, posso, ed in quanto tale espando la mia sfera contro (tutte) le altre sfere. Nel noi siamo”, il meccanismo inclusivo/esclusivo è pressoché identico – c’è un altro, un nemico, a restare fuori. Se questa base è necessaria per spiegare le derive dell’irrelatezza, non è tuttavia ancora sufficiente.

6. Dove si genera allora l’ossessione identitaria foriera di disastri?
Il termine ossessione viene dal latino obsessio, che vuol dire “assedio”. L’ossesso diventerà, nell’uso corrente della lingua italiana, l’assediato dal maligno, il posseduto dal demonio: tutto ciò che è fuori di sé può diventare questo maligno e può costituire questa invasione. Il nemico è, a rigore, il non-io, il pericolo esterno che insidia l’io e che può metterne in discussione l’identità, violandone i confini e penetrando nel suo perimetro identitario – ecco perché si parla di invasato, assediato e in-sediato nella coscienza, in ciò che costituisce il nucleo più profondo dell’io.

7. Emerge a questo punto una terminologia, e si fa innanzi una sfera concettuale, di tipo biomedico: si comincia a parlare da una parte di purezza, di integrità e di sanità (della razza, delle radici, delle origini),  e dall’altra di contaminazione, malattia, contagio, corruzione, degenerazione. Ciò che è fuori mette in pericolo l’integrità di ciò che è dentro.

8. Tutto ciò mi porta a considerare un altro interessante tema, discusso da Esposito in diversi suoi testi, tra cui Immunitas e Bios, e di cui già avevamo parlato qualche tempo fa: il meccanismo identitario dell’immunità. L’altro è il virus che va individuato (costruito dall’io-noi) e da cui, di volta in volta, ci si deve immunizzare – inoculandolo, con sempre più massicce dosi di paura ossessiva, nel corpo stesso (sociale o individuale, poco importa). Esposito identifica in questo processo l’essenza stessa dello stato moderno, il cui epilogo più nefasto sta proprio nei regimi totalitari novecenteschi, e specie in quell’enorme laboratorio socioantropologico che è stato il sistema nazista.

9. Le camicie brune di un tempo – e quelle verdi di oggi – ribadiscono esattamente lo stesso principio. Mentre le camicie rosse, pur partendo da un principio teorico contrario, quello cosmopolita ed internazionalista, in molti casi, alla prova dei fatti e della storia, non hanno saputo sottrarsi alla medesima logica identitario-ossessivo-totalitaria. Ci sono poi le camicie grigie, quelle che allignano qua e là in maniera apparentemente casuale e indifferente: è il buon padre di famiglia o il vicino di casa che invoca il pogrom. A Ponticelli e a Rosarno è accaduto – qui e ora.

10. Ma a tutto ciò va aggiunta la potenza tecnico-statuale, senza di cui tutti gli elementi fin qui individuati non potrebbero produrre gli immani disastri che si sono storicamente manifestati. La logica identitaria in natura farebbe danni molto limitati – anzi, a rigore non farebbe alcun danno, proprio perché l’io nella dimensione del bios è neutro, né buono né cattivo, necessitato com’è dalle leggi della vita e dalla selezione naturale.

11. Il paradosso e il vero nodo sta tutto qui: un eccesso di bios che entra surrettiziamente nella dimensione politica; un vero e proprio programma bio(thanato)politico, che diventa quasi zoopolitico.
Il cerchio si chiude: quando la biologicità costituiva della dinamica dell’io si eleva all’ennesima potenza entro un sistema politico e tecnologico (nato proprio per governare la violenza e lo spargimento di sangue originari), un sistema che torna così ad essere (autonegandosi) un dispositivo privo di capacità mediatrice, chiudentesi nell’ossessione identitario-immunitaria – il disastro, allora, non è né all’orizzonte né alle porte, ma ha già invaso e aggredito tutto l’edificio sociale. Il filo spinato e i campi (poco importa dove e contro quali alterità) stanno per coprire l’intero spazio collettivo.
E, ancora paradossalmente, io e tu possono diventare lui (l’altro) in qualsiasi momento – la differenza ridiventa indifferenza, l’autorelazione irrelatezza. L’esito finale è la distruzione nichilistica di ogni differenza e di ogni relazione, culminante nell’autonegazione. L’identità finisce per autofagocitarsi e dissolversi.

12. Riassumendo: l’io che costruisce sfere contigue di identità (che a loro volta lo confermano e lo riproducono), tagliando fuori l’altro-da-sé; lo stato (o il sistema sociale) che assume la potenza identitaria come propria genesi e ghénos; la tecnica, moltiplicatrice di tale potenza; la paura dell’assedio (e l’insidia più o meno immaginaria del nemico) – tutto ciò concorre alla nascita di dispositivi distruttivi e autodistruttivi. Dispositivi biologici neutri in natura, diventano orrorifici per le culture. Ma è proprio l’eccesso di bios privo di mediazioni – la nuda vita – che trasposto in ambito sociale e politico genera disastri. L’irrelatezza naturale è necessariamente neutra, l’irrelatezza sociale è necessariamente votata al male, alla violenza, al nichilismo.

***

Quale potrà essere, allora, la soluzione? Non certo l’immunizzazione dal meccanismo immunitario, che produrrebbe un circolo vizioso o un rinvio ad infinitum.
Banalmente, si potrebbe rispondere: attraverso l’uso della ragione – un po’ come lo Spinoza che profila una gestione razionale di passioni ed istinti insopprimibili.
Ma siamo sicuri che anche la ragione sia “immune” da problemi e costituisca la salvezza? Non si sono forse compiute proprio in nome della ragione immani nefandezze? E chi ci garantisce dall’eventualità che anche la razionalità non sia altro che una protesi ed un’espansione del meccanismo identitario? L‘io penso non è forse un’espressione della potenza dell’io? Non è insomma illusorio, in ultima analisi, pensare ad una plasmabilità razionale delle potenze della vita?
Registro, per concludere, la proposta solo accennata (che forse va meglio indagata) da Esposito, proprio riferendosi alla filosofia spinoziana: la vita che norma se stessa dal basso, e dunque la norma come forma di vita (non sulla o contro la vita), ed, insieme, il concepire l’io, il tu e soprattutto l’egli – l’altro – come l’orizzontale modalità attraverso cui la sostanza si manifesta. Modi, appunto, dell’unica sostanza – comunitas, con-essere, con-vivenza. L’antitesi dell’ossessiva guerra originaria. Una sorta di ritorno al bios senza l’immediata irrelatezza del bios: un bios autocosciente che assume la relazione dei viventi (egli-loro, e dunque se stesso) come ontologia e, insieme, base etica, norma imprescindibile dell’agire.
Tutti
i viventi – molteplici e correlati – avrebbero allora lo stesso valore. Che è come dire che solo l’assenza di scale gerarchiche e di identità autocentrate potrà salvarci.

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33 Risposte to “Trilogia del lato oscuro – 1. L’ossessione”

  1. Paola D. Says:

    Interessantissimo questo ” viaggio” nella parte oscura della umanità, dove il bios si manifesta attraverso la difesa ossessiva della propria identità dall’altro da sè,non sapendo che la propria identità va ricercata in tutte le cose perchè fatte della medesima ” sostanza”.
    E bellissima ( per me che la condivido) la conclusione:
    “Che è come dire che solo l’assenza di scale gerarchiche e di identità autocentrate potrà salvarci.”

  2. Aldo Says:

    @Paola D.
    “parte oscura della umanità, dove il bios si manifesta attraverso la difesa ossessiva della propria identità dall’altro”
    Quando percepiamo l’altro come pericoloso, perchè “diverso”, non facciamo che replicare i meccanismi del “bios” (per nulla oscuri), assimilati, per selezione naturale, nel corso dell’evoluzione. Per questo un tale comportamento è intrinsecamente “innocente”. Nel momento in cui diveniamo consapevoli (homo sapiens – nascita dell’io), ci potrà salvare solo la percezione che l’apertura all’altro rappresenta una salvaguardia (biologica) ai fini della nostra sopravvivenza. Impostare progetti sociali che impongono una moralità solidaristica sono inapplicabili se non tengono conto delle esigenze del “corpo” (spazio vitale). Ri-orientare le pulsioni biologiche comporta uno sforzo titanico, che solo la Natura può fare. Dovrebbe comparire sullo scenario contigente della vita, per mutazione, un nuovo “prototipo” di “homo sapiens sapiens sapiens”, di cui, per ora, non vi è traccia.

  3. Paola D. Says:

    Scusa Aldo, ma io non sono d’accordo su questo tuo “riduzionismo” biologico, come lo definì Mario. La lotta per la vita non è solo lotta per la sopravvivenza, almeno non lo è più nei paesi cosiddetti civilizzati. Se noi manteniamo traccia della nostra originale ” animalità” è perchè non siamo sufficientemente acculturati. C’è un dato di fatto: come si spiega la corsa al volontariato , per esempio, se non con il fatto che aiutare gli altri ci fa star bene dentro. Il principio di solidarietà è secondo me un istinto innato, cui una cultura che io chiamerei positivista, ma forse sbaglio, ha sovrapposto un concetto di competizione che secondo me non fa parte della natura umana in quanto tale. Quindi non occorre alcuno sforzo titanico per riscoprire la vera essenza della nostra umanità.
    Io non dico che la moralità deve essere imposta dall’alto, ma che ognuno deve riscoprirla dentro di sè.
    Forse questo concetto ti sembra un po’ troppo Kantiano? Ma tant’è…io continuo a sentirmi illuminista.

  4. Vincenzo Cucinotta Says:

    Un post molto interessante ed anche impegnativo.
    Io mi vorrei soffermare su un aspetto che considero decisivo, e che non mi trova concorde con la tua analisi.
    Ti cito: “L’io si forma sull’ovvio ed istintivo principio della conservazione di sé, una volta che si è nati”.
    A me pare un’espressione un po’ ambigua, che mi pare mal si coniuga con la successiva affermazione: “L’io è al contempo una costruzione culturale e sovra-naturale”.
    La mia personale opinione è che l’Io sia una pura costruzione culturale, e poi metterei un punto, non vi è nulla da aggiungere e da correggere. Così, lo stesso Freud concepiva l’Io, come interazione tra l’essere animale uomo e l’ambiente. Per questo, insisto sempre col dire che è la comunità sociale che crea gli individui, che cioè crea i distinti “io” che poi pensano erroneamente di costituire la società.
    Questa differenza di opinione porta con sè la conseguenza che tutto ciò che pensiamo, il modo stesso di concepire noi stessi, dipende “esclusivamente” dalla cultura in cui siamo nati. Non vi è, nè potrebbe mai esserci nel nostro pensiero alcunchè che non provenga dall’ambiente culturale in cui siamo immersi. Pensare come fa Aldo che il nostro pensiero sia determinato dalla nostra biologia, costituisce per me un punto di vista assolutamente fuorviante. Non dobbiamo mai dimenticare che il pensiero è fatto di parole, e le parole non hanno alcunchè di biologico, non più di quanto lo abbia qualsiasi strumento che noi utilizziamo. Così, l’identità stessa è una costruzione del tutto culturale, almeno dal punto di vista soggettivo. E’ sì vero che un piccolo cane nero ha un’ìdentità differente da un grande cane bianco, e che quindi anche ciascun uomo è unico ed irrepetibile: questo è l’aspetto oggettivo dell’identità, ma quello soggettivo il cane non lo ha, per quanto ne possiamo sapere, come non lo avrebbe un uomo al di fuori della nostra cultura. Ricordo che uno studio etnologico riportava il caso di una tribù in cui mancava la prima persona singolare, mancava perfino la parola per designare l’io. Ebbene, in realtà un uomo potrebbe ben vivere senza osservarsi, senza identificarsi, senza costruirsi un’identità.

  5. md Says:

    @Vincenzo:
    quel che intendevo è che la costruzione identitaria genericamente intesa ha una sua propria base biologica (è la dinamica biologica ad avere “inventato” l’individualità, poco importa che sia irriflessa e non autocosciente o autocentrata). Ma tale base, pur necessaria, non è sufficiente: l’io (che è sempre contemporaneamente un noi) necessita di una costruzione culturale determinata, come giustamente osservi.
    Non mi pare sia necessario ricordare che la “singolarità” non costruisce niente, poiché è da sempre immersa e predeterminata da un ambiente insieme naturale e culturale. Quando parlo di io e di non-io (di alterità, di identità, ecc.) parlo sempre di prodotti sociali storicamente determinati.
    L’oggetto dell’eventuale contendere sta, semmai, nel rapporto tra il bios e il sociale – quanto è o non è in nostro potere (nostro, poichè se dicessi “mio” tale sfera si ridurrebbe ulteriormente, fino a diventare prossima allo zero).
    Per quanto concerne le diverse modalità antropologiche di designare l’identità (o la non identità), registro anch’io come vi siano culture che intendono il “sé” (o quel che gli etnologi, che comunque hanno una mentalità a loro volta pre-determinata, intendono con tale termine) come una pluralità e non come un’unità. Il che complica (e rende ancor più interessante) la nostra riflessione in proposito.

  6. Luciano Says:

    Salve.
    Premetto che non ho letto tutti i commenti (mi riservo di farlo con calma) però anché ad una prima lettura è saltato fuori di nuovo la questione del cosiddetto riduzionismo biolkogico. E secondariamente la seguente frase: La mia personale opinione è che l’Io sia una pura costruzione culturale, e poi metterei un punto, non vi è nulla da aggiungere e da correggere.

    Ora, tanto per cominciare è mia opinione che si parta sempre da un principio che io credo essere errato, ovvero quello che noi saremmo qualcosa di diverso dagli animali. Perché noi abbiamo la cultura, si dice. Ma anche le grandi scimmie antropomofre hanno una loro cultura. Io credo semplicemente che quello che abbiamo sotto gli occhi è il nostro modo di essere animali. Noi abbiamo il linguaggio. E anche questo è il nostro essere animali. Quello che voglio dire è che questi non sono aspetti dirimenti, anzi io sono convinto che non esistano aspetti dirimenti. Noi siamo animali che hanno determinate capacità cognitive, se non vogliamo dire superiori diciamo più efficienti, ma sempre nell’ambito di una biosfera che ci vede animali tra gli animali. E secondo me questo non è riduzionismo.
    E ora la seconda questione. Mi chiedo: come si giustifica l’affermazione che l’io sia un prodotto culturale? Di certo il principio d’identità è presente anche negli animali anche se solo in quelli superiori esiste la consapevolezza di sé. Credo l’esperimento dello specchio sia sufficiente a dire che le schimmie antropomorfe (in realtà il dato è riportato per gli scimpanzé) riconoscono sé stessi, cioé capiscono che quella è la loro immagine e non di un altro scimpanzé. Io credo, a meno che il concetto di io non abbia diversa accezione, che esso sia del tutto inserito nella natura stessa dell’uomo. Forse può essere di derivazione culturale il modo in cui esso viene descritto. Su questo mi piacerebbe che qualcuno mi illuminasse.

    A presto.

  7. Vincenzo Cucinotta Says:

    Vorrei dire a Luciano, visto che è almeno la seconda volta che me lo attribuisce, dove io distingua l’uomo dagli altri animali. Secondo me, incorrere due volte nello stesso errore, qualcosa significa. In definitiva direi, che significa che Luciano da’ per scontato che gli animali sono biologicamente determinati, ma riconosce che anch’essi hanno una cultura. Così, per la proprietà transitiva, se la cultura c’è negli animali che per lui sono apoditticamente solo biologia, ciò lo fa portare a concludere che anche la cultura dell’uomo sia solo biologia, sia insomma indistiguibile dalla biologia.
    Io invece non avrei difficoltà a distinguere anche negli animali la loro biologia dalla loro cultura, dove questa si evidenzi.
    E’interessante considerare come gli etnologi distinguono in questi animali tra cultura e biologia. In sostanza, essi considerano culturalmente influenzati tutti quei comportamenti che non sono comuni a tutti i membri della specie, ma siano ad esempio differenti tra un gruppo e un altro. Il caso più classico è rappresentato dalla tecnica per mangiare le termiti, Sorprendentemente, non esistono due gruppi di scimpanzè che utilizzino la stessa identica tecnica, che invece è uguale per tutti i membri dello stesso gruppo. Ecco, questa è un’evidenza di comportamento culturale.
    Questo esempio però può essere prezioso anche perchè potrebbe aiutarci nella discussione generale su quanto la biologia determini la cultura. Ora, se persino negli scimpanzè la loro elementare cultura si caratterizza per la diversità, malgrado parta da un substrato biologico identico, ciò dovrebbe rendere evidente che un determinismo culturale non esiste, che la biologia non riesce a dettare un’uniformità culturale.

  8. Luciano Says:

    Salve.
    Io non ho mai parlato né di determinismo né di indistinguibilità. Quello che io ho detto è che non si può pensare che l’uomo non sia un animale perché ha creato un insieme di procedure via via più astratte condivise o non che siano alle quali abbiamo dato il nome di cultura. Ma proprio perché anche gli scimpanzé ad esempio hanno qualcosa di simile nel loro vivere sociale possiamo dire che l’uomo è un animale, per la precisione un primate. Che poi la nostra cultura sia derivante dalle nostre caratteristiche biologiche è un dato di fatto, in quanto essa è determinata dalle nostre capacità cognitive. Il fatto che possediamo tutti le stesse capacità cognitive non significa che tutti debbano reagire allo stesso stimolo nella stessa maniera. E se questo è vero per gli animali, figuriamoci per noi. Altra cosa è pensare che siccome ci mettiamo giacca e cravatta noi si sia in qualche modo diversi. Le donne hanno i seni non per farne bella mostra ma perché quello è l’organo deputato alla produzione del latte per i piccoli, esattamente come ogni altra femmina di mammifero. So che qualcuno storcerà il naso perché abituato a pensare a sé stesso come su un gradino più alto nella scala gerarchica della biologia però le cose stanno così. Noi abbiamo delle capacità cognitive più elevate ma nulla di più.

    A presto.

  9. md Says:

    @Luciano: dire però che “siamo animali” e che siamo parte integrante della natura sa tanto di tautologia. E’ un po’ come dire “siamo bipedi” o “abbiamo bisogno di cibo per vivere”. Certo, non sarebbe magari così scontato per uno spiritualista, un cartesiano di ferro o un cristiano che pensa che siccome abbiamo l’anima allora… ma qui mi pare che nessuno sia su queste posizioni.
    L’elemento cruciale credo sia semmai ragionare su come la nostra condizione naturale si sia “evoluta” (con tutte le virgolette dal caso), o per meglio dire “modificata”, nel tempo e nello spazio, geograficamente e storicamente, costruendo sistemi simbolici e culturali che ne hanno ulteriormente accelerato la trasformazione. Non per “uscire dalla natura” – che è il limite ontologico ultimo del nostro essere – ma per interagire con essa (e dunque con il proprio corpo, la propria natura, il proprio essere) in maniera più consapevole. Cosa che, sappiamo bene, comporta immani problemi visto che la potenza tecnica sprigionata da questa dinamica ci ha messo di fronte ad un bivio epocale. Un bivio di natura squisitamente etica.
    Le costruzioni identitarie sono uno di questi prodotti, ad un tempo naturali e socio-culturali, con cui dobbiamo fare i conti.
    Io penso che siamo comunque in grado, come specie, di mettere sotto controllo e di gestire razionalmente alcune nostre pulsioni e “passioni”. Dopotutto la ragione non ci viene da chissà dove, essa stessa è un prodotto materialissimo.

  10. Aldo Says:

    @Paola D.
    Nell’ ottimo testo di Damasio, consigliato da Md, troverai una risposta decisiva, rispetto al problema del biologismo (riduzionistico) negli studi antropologici: “Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello [2003], Adelphi, Milano”.
    La tua frase: “natura sive cultura”, non è un’ipotesi, ma una TESI molto stimolante!”, mi sembrava sposasse il postulato che la cultura è un prodotto della natura. Ovviamente mi sbagliavo.

  11. Aldo Says:

    @Md
    “Io penso che siamo comunque in grado, come specie, di mettere sotto controllo e di gestire razionalmente alcune nostre pulsioni e “passioni”.

    Questo tuo convincimento (o idea platonica), certamente frutto di esperienze personali (?), per essere fondato, dovrebbe offrire riscontri concreti, come, per esempio, la “certificata” entrata in campo di un nostro “mutante” con uno stile di vita improntato ad un assoluto controllo di sè.
    Diogene (simbolo del tuo Blog), come tu ben sai, rifiutava l’esistenza di una “idea dell’uomo”, non vedeva altro che uomini concreti (homo biologicus), che non ci danno, a tutt’oggi, alcuna garanzia sulla possibilità di trascendere il sub-strato materiale. La “pellicola” culturale/razionale che riveste il nostro biologico è assolutamente fragile, pronta a deteriorarsi ad ogni “stormir di fronda”.

  12. Paola D. Says:

    @Aldo: si, certamente, la cultura è un prodotto della natura, ma è anche in grado di interagire con natura: le due cose si relazionano reciprocamente e continuamente.

    @Luciano: nessuno di noi credo abbia sostenuto che l’uomo non sia un animale ma, come tutte le differenti specie si differenziano tra loro per qualche caratteristica che li rende appunto ” speciali”, così noi, anche se abbiamo molto in comune con gli scimpanzè, non si può negare che siamo più evoluti, come non si può negare che anche gli scimpanzè, fra qualche milione di anni, lo diventino o prendano magari il nostro posto quando la nostra specie si sarà estinta.

  13. Vincenzo Cucinotta Says:

    Devo dire, dopo gli ultimi interventi di Luciano ed Aldo, che ho difficoltà a comprendere l’oggetto del contendere.
    A me interessava chiarire che, proprio in base alla nostra biologia, siamo in grado di accumulare e rielaborare in maniera individualizzata le informazioni che riceviamo. Su queste abilità innate, poggia l’esistenza della cultura. Per sua stessa natura, la cultura si autonomizza, per cui, ha un suo ambito che in prima approssimazione prescinde dalla biologia.
    Altro discorso invece è l’influenza che la cultura ha sui nostri comportamenti, su quanto essa riesca a modificare un comportamento biologico.
    Anche su questo aspetto però, mi pare che alla fine tutti concordiamo col fatto che la cultura è in grado di influenzare i nostri comportamenti. Ne deduco che la discussione sia sul “quanto”, se la cultura abbia un’influenza marginale, oppure se abbia un’influenza decisiva. E’ chiaro che stabilire un quanto diventa pressochè impossibile. La mia personale opinione in proposito è che la cultura influenza moltissimo il nostro comportamento. Se un uomo è in grado di decidere razionalmente di suicidarsi, con ciò confliggendo col proprio istinto di sopravvivenza, dovremmo convenire che è difficile stabilire un limite invalicabile alla capacità della cultura di determinare i comportamenti umani. Ciò naturalmente vale per i comportamenti virtuosi, come anche per quelli tragicamente riprovevoli.
    In ogni caso, molto e poco sono termini qualitativi non mi pare adatti a differenziare le opinioni, per cui ne dedurrei che siamo tutti quanti d’accordo senza esserne consapevoli.

  14. md Says:

    @Aldo
    Beh, oltre ad essere frutto di autoosservazione, mi pare facilmente desumibile dall’esperienza, che gli umani (e probabilmente anche alcuni animali) ragionino prima di fare o non fare qualcosa, e che ci sia la possibilità di decidere alcune cose circa i propri desideri e pulsioni, altrimenti sarebbe del tutto inutile mettersi a discutere su alcunché, visto che saremmo comunque sovradeterminati, posseduti e necessitati da “sua maesta la biologia”. (Io poi ho sempre parlato di un parziale, mai integrale, controllo della nostra parte istintuale).
    A tal proposito rilevo un paradosso: mentre si vorrebbe desostanzializzare l’elemento “razionale” (cosa con cui concordo pienamente), d’altro canto si finisce per sostanzializzare l’elemento “biologico” – dopo di che al posto di una supposta quanto indimostrata essenza umana o anima razionale, ci troveremmo con un’altrettanto indimostrata natura umana biologica.
    Dimenticando oltretutto un’ovvieta, e cioè che in ogni caso l’osservatore (biologo o idealista o spiritualista) di tutto ciò coincide con l’osservato.
    A tal proposito ci vorrrebbe non tanto un mutante, quanto un alieno più oggettivo di noi, che ci studi. Ma al momento questa figura risulta indisponibile.
    Dobbiamo accontentarci delle nostre (fragili) teorie.
    Ultimo chiarimento: non mi pare proprio di avere mai trasceso il “sub-strato materiale” (perché poi sub-strato?) – anzi, ho sostenuto e sostengo che la sfera razionale, esattamente come quella pulsionale, sono elementi materiali, immanenti, osservabili, e concretamente agenti negli esseri umani in carne ed ossa.
    Dopotutto, l'”homo biologicus” è esattamente un’astrazione come l’anima razionale platonico-aristotelica, né più né meno.

  15. Aldo Says:

    @Paola D
    “la cultura è un prodotto della natura, ma è anche in grado di interagire con la natura”
    Certo, ma è la Natura, intesa come Ambiente, che ha iniziato a guidare la partita dell’interazione, e che continua a strutturare gli esseri biologici. Nell’uomo, in particolare, essa (natura) ha prodotto il linguaggio, il pensiero astratto e la consapevolezza di sè, da cui la cultura ha preso alimento per dispiegarsi. Ora l’uomo non solo interagisce (eufemismo), ma tende a dominare la natura e anche il proprio genotipo (mutazione artificiale del DNA), con il rischio che il gioco sfugga di mano e porti ad una precoce estinzione della specie “homo sapiens sapiens”. Questo gioco, però, apparentemente “umano” (supposta differenza ontologica), in realtà è un prodotto dei meccanismi biologici, che inducono (“conatus” spinoziano) gli esseri “ragionevoli”, grazie alla cultura acquisita, a rassicurarsi (spazio vitale) oltre ogni “ragionevole” limite. Purtroppo, anche a questo serve il famigerato principio di ragione, esattamente come gli artigli del leone servono per afferrare la preda.

  16. Aldo Says:

    @Md
    “ci troveremmo con un’altrettanto “indimostrata” natura umana biologica”
    Questo è un assunto che io non condivido. La natura umana, intesa non come idea platonica, ma come processo di ominazione, è, a mio giudizio, dopo annose letture e riflessioni, assolutamente biologica.
    A tale proposito basterebbe studiare con attenzione le tesi di Damasio sul libro “Alla ricerca di Spinoza”, che tu, a suo tempo, citasti e che poi si è perso per strada. Tanti altri autori convergono sul fondamento biologico dell'”essere-uomo”. Non sarebbe il caso di approfondire l’argomento?

  17. md Says:

    Sì Aldo, però dire che la “natura umana” è biologica è come dire che la “natura umana” è la “natura umana”.
    E’ il limite implicito di tutta la prospettiva neuroscientifica, che – ahimé – ho trovato anche nel pur stimolante libro di Damasio, che è sì andato “alla ricerca di Spinoza”, senza, mi pare, trovarlo…

  18. md Says:

    Intendo dire: è il concetto stesso di “natura umana”, o meglio l’uso poco rigoroso che se ne fa, a non convincermi per nulla…

  19. Vincenzo Cucinotta Says:

    A me davvero non pare che la biologia ha prodotto il linguaggio, anzi non capisco come lo si possa ragionevolmente sostenere. La biologia piuttosto credo ci consenta di acquisire informazioni e rielabolarle “creativamente”, almeno nel senso che non è possibile prevedere ad oggi l’evoluzione che le informazioni subiscono nella singola persona. Ci consente anche, in quanto dotati di un apparato fonico, di riprodurre suoni articolati a cui è possibile associare un significato. E’ questa capacità di simboleggiare che consente scambi di informazione aldilà di quelli trasmessi istintivamente, e credo che sia nato prima un sistema di comunicazione gestuale, e solo successivamente, per successiva implementazione con sempre nuovi simboli, il linguaggio parlato, quello di gran lunga più sofisticato. La cultura da questo punto di vista non è un prodotto del linguaggio, ma anzi ne è la fonte.
    La cultura a sua volta è possibile in base alle caratteristiche biologiche che dicevo, acquisizione ed organizzazione delle informazioni. Poichè le esperienze sono indispensabili nella costruzione della cultura, la storia di una specifica comunità, e in un senso più ristretto di uno specifico individuo, vanno a costituire una cultura con sue caratteristiche peculiari e in qualche misura irripetibili. La cultura quindi nasce differenziata ed ha una tendenza centrifuga rispetto alla biologia da cui proviene. Il problema centrale quindi non mi pare che sia l’incapacità di superare la biologia, quanto piuttosto che essa dimentichi la propria biologia, ed è l’aspetto su cui ho costruito il mio sistema di pensiero.

  20. Paola D. Says:

    Essendo la cultura un prodotto della natura (biologia), ed essendo essa in grado di interagire con essa ( la struttura cerebrale si modifica in relazione all’apprendimento), occorre che l’uomo si riappropri della sua biologia , cioè della cultura ( infatti c’è troppa ignoranza in giro).
    Il problema è semmai: quale cultura? Non certo quella che ha inventato un dio che promette il paradiso a chi si fa saltare in aria uccidendo altre persone.
    Occorre promuovere una cultura che induca a comportamenti conservativi e delle specie e dell’ambiente, e quindi il problema si sposta nel campo dell’etica.

  21. md Says:

    Correggo il mio frettoloso e troppo lapidario (nel senso meno metaforico del termine) commento, circa la lettura spinozista di Damasio – su cui vorrei tornare con calma, in maniera approfondita più avanti: anzi, ne approfitto per riportare una considerazione interessante di “Alla ricerca di Spinoza”, dove il neuroscienziato sostiene come la biologia sia una base solida, ma non immobile, mentre il livello culturale (lui parla mi pare di diritto, etica, ecc.) è un cantiere aperto, decisamente più fragile e in divenire – se non altro per una questione di tempo, poche migliaia di anni contro qualche milione… Che però lascia aperta la possibilità reciproca che il primo fronte si muova e il secondo tenda a stabilizzarsi.
    Mentre confermo le mie perplessità sulla prospettiva neuroscientifica.
    Ma ci tornerò.

  22. Aldo Says:

    Md
    è il concetto stesso di “natura umana”, o meglio l’uso poco rigoroso che se ne fa, a non convincermi per nulla…
    Infatti non esistono “nature” umane o leonine, ma solo processi in fieri di matrice organica/biologica, che plasmano gl’oggetti dell’ambiente.
    Su Damasio abbiamo opinioni diverse, come è naturale in ogni dibattito.

  23. Aldo Says:

    Paola D.
    Anche l’etica è una sovrastruttura (ideologica) al servizio della conservazione della specie. Null’altro.

  24. Aldo Says:

    Md
    se non altro per una questione di tempo..

    Purtroppo la nostra specie ha poco tempo ..

  25. milena Says:

    Ma sarebbe ingenuo credere che, attualmente, l’identità non esista (‘esistere’ in modo comunemente inteso).
    Si potrebbe credere che l’identità, l’io, si formi nel e dal primo nucleo di esperienze, come concrezioni attorno al nucleo centrale di una perla. (Trovo curiosa questa similitudine, perché come le concrezioni di madre-perla si stratificano attorno ad un nucleo centrale che è qualcosa che viene dall’esterno, l’intruso, così l’identità). Non vi è certezza che sia così, ma se anche così fosse, l’identità non sarebbe e né potrebbe essere un monolite immutabile, ma comincerebbe ad essere (apparire) e via via crescendo si andrebbe espandendo.
    L’ossessione identitaria invece si verifica quando qualcuno o qualche gruppo si attacca a ciò che è e che crede di essere, in cui si riconosce in un dato momento, e da quel momento in poi nega la possibilità che qualcosa di “altro” venga a modificare il nucleo a cui è legato, attaccato come ad uno scoglio in mezzo al mare.
    È la paura di non saper nuotare nel mare dell’essere. Che il “mio”, o “nostro” nucleo che crediamo di essere, venga dissolto dal e nel mare dell’essere altro da sé, e a tutti i costi vuole preservarlo e conservarlo così com’è.
    Per esempio: mi guardo e dico “io sono questo” e voglio continuare a perseverare nell’essere “questo determinato”, precludendomi la possibilità di essere anche altro, di espandermi, di crescere. Magari sarei anche attratta da ciò che è altro, ma nello stesso tempo ho paura di perdere “questo che ora sono”. E’ la paura di “diventare altro”, l’angoscia profondissima.
    (Crescere, se posso dirlo, significa proprio mettere in discussione non solo opinioni e convinzioni, ma soprattutto la propria identità.)
    L’altro giorno “io” scrivevo di “riconoscermi” in una frase che Profeta aveva scritto sulla filosofia di Severino, e intendevo soltanto dire che ero in accordo con quanto lui aveva scritto; ma usando questa parola ho costruito una relazione in cui assumevo una certa cosa particolare – una frase, un sentimento di ammirazione – estraendola dal contesto, e la rendevo comune a me e a lui (anche se lui non fosse stato d’accordo) creando surrettiziamente un “noi” parziale – cosa che non ci sogneremmo di fare, naturalmente, perché significherebbe non aver capito proprio un bel niente.
    Ma la coppia, la famiglia, un gruppo di amici, un gruppo di nemici, sono dei “noi” parziali che tengono gli altri (che così diventano “loro”) fuori dal nucleo, dal cuore, e che quindi li escludono, negando nello stesso tempo a sé la possibilità di essere parte di “loro”. Ovviamente possono esistere anche gruppi aperti, non affetti da ossessione identaria – si spera.

    La settimana scorsa in un documentario un gruppo di leghisti veneti asseriva di riconoscersi nel radicchio. Sembra una cosa da ridere ma non lo è, perché un po’ tutti noi ci riconosciamo in quello che ci consente di vivere – nel nostro lavoro, per esempio. E se questo accade, in fondo sembrerebbe una buona cosa, perché riconoscersi in questo caso significa anche adesione ai contenuti della propria vita attiva, quindi che non si è alienati dal contesto in cui si vive -; nel caso del radicchio però (come in molti altri) temo che il contesto sia riservato, e ristretto, esclusivamente a tutti quelli che si riconoscono nel radicchio. Perché qui il radicchio assume la valenza di simbolo che unifica la parte rispetto allo spaventoso Tutto. E per la logica comune, non vedo perché non possano anche decidere di metterlo nelle “loro” scuole al posto del crocifisso. “Il Radicchio” come simbolo della fede che unisce. Bello.
    Tempo fa mi capitò di ascoltare Andrea Zanzotto, anche lui veneto, che invece affermava di riconoscersi nel paesaggio, nel profilo delle montagne. Restai molto colpita da questa frase, come se la sua identità avesse la capacità di espandersi fino ad includere tutto il cerchio dell’apparire, la natura e il mondo intero, per lo meno fin dove riusciva a giungere il suo sguardo.
    “Avere gli altri dentro di sé” diceva una canzone di Gaber tempo fa. E poi aggiungeva, che solo così si formava una “forza collettiva” in grado di dire “noi”.
    Ma quanti e quali “noi” frammentari e parziali possono esistere?
    Tanto per elencarne alcuni, il gruppo della bicicletta in opposizione al gruppo dei suv, il gruppo dei tir e dei bilici in opposizioni al gruppo degli automobilisti, il gruppo dei tricicli, quello dei sidecar, delle moto, eccetera eccetera. E questo soltanto se prendiamo in considerazione le sottoclassi del settore trasporti su gomma, dopodiché si possono vagliare i trasporti fluviali e marittimi, aerei e via dicendo – il mondo dei trasporti è complesso e in continua evoluzione. Ma tornando alle sottoclassi delle verzure, sto aspettando che appaia un gruppo del cavolfiore al quale quasi quasi mi piacerebbe aderire.

    (scusatemi se alla fine ho scherzato un po’, ma essere sempre troppo seria non mi si addice, e spero che ne possiate sorridere)

  26. md Says:

    gran bel commento, Milena, che condivido pienamente… abbiamo stabilito un “noi” parziale?
    e giusto per condividere anche la facezia, devo forse preoccuparmi visto che il radicchio è una delle mie verzure preferite?

  27. milena Says:

    Non preoccuparti, Mario, non c’è pericolo, ci sei anche tu sul profilo delle mie montagne insieme a molti molti altri. Però io penso che solo vivere e lavorare insieme fianco a fianco dia il diritto di dire un “noi” bello consistente: le parole e le idee da sole non bastano, sono come le nuvole di passaggio. Ma perché sia bello e consistente, secondo me, occorre che ci sia rispetto e considerazione reciproca, e rispetto anche della solitudine dell’altro. Siamo tutti soli.
    Poi naturalmente i “noi” si formano per i motivi più disparati, più meno degni e momentanei. Però molto spesso ciò che unisce le persone sono gli interessi comuni di varie specie. Per questo i leghisti sono, nostro malgrado, una forza collettiva, oltre al fatto che col radicchio fanno gli “schei”. Quindi sul radicchio starei in campana, perché “sembra” ma non è una barzelletta.
    Mi scuso ancora per questa mia vena sarcastica che talvolta fa capolino. Io mi ci diverto un mondo, tu no? Però forse non mi accorgo che vado un po’ oltre e forse disturbo. Forse avrei dovuto inviare il commento nell’altra stanza? O non inviarlo affatto?

  28. Antrixio Says:

    L’articolo di cui sopra è il delirio dell’ego che non riesce a fondarsi su se stesso, e quindi oscilla ansiosamente e perigliosamente sull’identificarsi col corpo o coll’anima. E a buona ragione: infatti l’ego non è che il soggetto della coscienza rappresentativa, che per essere tale ha bisogno di contrapporre a un io soggettivo un non io oggettivo. Mentre per il non io si può invocare, più o meno a proposito, la realtà della materia, l’ego risulta solo autopercepito e pensato come ideale, e quindi senza sostanzialità. In cerca di una urgente sostanzialità per contrapporsi al solidissimo non io, ecco che si identifica col corpo, il quale, anche se transeunte, per lo meno presenta una certa, appunto, corporeità.
    Ove si prendesse invece coscienza che questo maledetto ego contrapposto al non ego, al mondo quindi, non è affatto nè di natura animica nè di natura corporea, ma di natura spirituale, e che la coscienza rappresentativa non è affatto nè naturale nè l’unica possibile, e indagassimo sul come potercene svincolare, scopriremmo infatti che a un livello di coscienza immaginativa, l’Io non è altro che mondo, e che quella contrapposizione che qui si lamenta del tutto giustamente come inevitabile radice noetica di tutti gli antagonismo etici, sul piano dello spirito non esiste affatto.
    Ma già, bisogna saper perlomeno ammettere che uno spirito esista e saperlo rintracciare almeno dentro noi stessi, cosa che nella cultura occidentale non è più di moda dai tempi del concilio di costantinopoli in cui venne dichiarata eretica ogni concezione dell’uomo triarticolata in corpo, anima e spirito, e sostituita con un uomo composto di soli corpo e anima, alla quale venivano riservate alcune qualità spirituali: questa concezione dell’uomo è diventata quella maggiormente presupposta, anche da filosofi laici che proprio laici fino in fondo non sono.
    So già che mi direte che parlare anche solo di anima è assai avventato oggi come oggi: ebbene, mi assumo il rischio dell’inattualità. Ma vorrei capire come si fa a non fare confusione tra eventi “psichici” e eventi corporei, e come si fa a concepire con chiarezza cosa sia un uomo senza questi concetti definiti. Molto di quel che qui sopra è scritto denota infatti una confusione rispetto a questi due aspetti dell’uomo, negandone totalmente il terzo. Con una concezione parziale dell’uomo non si può padroneggiare quel non io che abbiamo visto avere una sostanzialità, almeno al livello della coscienza rappresentativa, ben diversa dai nostri pensieri su di esso, e i problemi giustamente sollevati nell’articolo restano dunque senza soluzione, oppure destinati a soluzioni che alimentano l’agnosticismo, la rassegnazione e in ultima analisi lo scetticismo e il nichilismo: è il destino dell’ego ignaro della sua natura e del suo trascendimento.
    Alcune domande per cominciare a orientarsi tra il corpo, l’anima e lo spirito:
    a quale delle tre parti attribuiresti il tuo sistema nervoso?
    a. corpo
    b. anima
    c. spirito
    a quale delle tre parti attribuiresti l’impulso che ti ha portato a baciare la/il tua/tuo prima/o ragazza/o?
    a. corpo
    b. anima
    c. spirito
    a quale delle tre parti attribuiresti l’idea di leggere questo post?
    a. corpo
    b. anima
    c. spirito

  29. md Says:

    Beh Antrixio, bisognerebbe preliminarmente dire che cos’è corpo, anima e spirito. Spinoza risponderebbe, a ragione, che non è ben chiaro a che cosa quei concetti alludano – per quanto ciò che tu consideri “anima” e “spirito” venga da lui contratto nella “mente”, che probabilmente è qualcosa di più esteso di quel che oggi intendono i neuroscienziati.
    Da parte mia ti rispondo tranquillamente che tutti e tre i concetti non mi convincono per nulla: si tratta solo di descrizioni linguistiche e concettuali per fissare alcuni fenomeni che in quanto “vivente” mi ritrovo ad osservare in quel macrofenomeno che è la vita. Dopo di che gli stessi concetti di “vivente” e di “vita” non sono certo facilmente definibili.
    Ma non posso sintetizzare in due parole quel che vado discutendo su questo blog da tre anni – e, in altri ambiti e soprattutto tra me e me, da altrettanti decenni…

  30. Antrixio Says:

    fammi capire, md, tu basi la tua analisi dell’etica criticando dei concetti NON BEN CHIARI, proponendo di sostituirgliene altri che sono PROBABILMENTE la mente più ampia di quella dei neuroscienziati?
    Come ovviamente hai intuito, la mente non è affatto l’anima, e nemmeno lo spirito: il concetto di mente, del quale a quanto mi risulta è inutile affannarsi a trovare una definizione nelle neuroscienze, è quanto mai vago e non precisato, una improbabile ed euristica ipotesi di lavoro. Il concetto di mente, che invito te a definire invece, a mio parere è proprio uno di quelli che risentono della posizione cattolica di elmininazione dello spirito dall’ambito umano: molto poco pensato fino in fondo.
    Tuttavia, non voglio dare l’impressione di voler sfuggire alla questione definitoria: ho proposto le domande di cui sopra proprio per avvicinarmi alla “definizione” dei tre concetti, ma una definizione che fosse basata su un partimonio condiviso di percezioni e esperienze segnalate, e non solo astratta, dove poi uno intende rappresentarsi la definizione concettuale in un modo, e un altro se la rappresenta in modo totalmente opposto, e si finisce per litigare pur essendo pienamente d’accordo sui “principi”: ti costa così tanto abbozzare una risposta? A partire da quelle sarebbe molto più agevole discutere.
    alla prossima
    P.S. scusa md, ma che altro dovrebbe fare uno scienziato se non fornire “descrizioni concettuali” (ossimoro: la descrizione è percettiva, e i concetti, in quanto ideali, non sono descrittivi) di fenomeni, tali da spiegarli e trarre previsioni per casi futuri? Ti stupisci di non ritrovare corpo anima e spirito come “cose corpose”? e fai benissimo, perchè sono tre concetti, che servono a dare realtà a delle percezioni, che, se dio vuole tutti gli uomini condividono. Ma mi domando che altro sia conoscere, a questo punto, se non portare incontro concetti a percezioni.
    Quanto al concetto di vita e vivente, mi sembra che agnosticamente ti nascondi dietro la parola esorcizzante “macrofenomeno”. Siamo qui, da buoni filosofi, per trovare concetti all’altezza della cosa: sei già disilluso della possibilità di farlo, forse? Proponi le tue perplessità, e discutiamone: quel che non è stato trovato ieri, può essere trovato domani. O forse hai dei dubbi sul fatto che si possa? In altre parole, non è che cominci, dio non voglia, a sospettare che ci siano limiti alla conoscenza?

  31. md Says:

    @Antrixio:
    non vorrei sembrare scortese o dare l’impressione di glissare, ma poiché nelle scorse settimane (per non parlare dei mesi precedenti) si è animatamente e a lungo discusso su questi temi con altri interlocutori già presenti sul blog da tempo, onde evitare l’accavallarsi e la frammentazione (già tipici del web), ti rinvierei al post che ho scritto oggi
    https://mariodomina.wordpress.com/2010/02/25/la-torta-e-la-glassa-note-sulla-natura-umana/
    nel quale chiarisco alcune mie posizioni in merito, e da cui ti chiederei di ripartire.

  32. Antrixio Says:

    grazie del post, md, lo leggerò senzì’altro con interesse
    a bientot

  33. Agostini Diego Says:

    Fa ragionare, ben fatto, innesca un processo di tensione cognitiva.

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