Trilogia del lato oscuro – 3. La violenza

Si trovò immerso, senza quasi accorgersene, nella folla festante di ragazzi, tra lazzi e piccole baruffe, parole lanciate come pugnali a trafiggere l’aria e volti solcati da sorrisi sguaiati e vagamente perfidi. Nessuno portava maschere o travestimenti – quelle erano ormai cose da bambini, che si erano lasciati alle loro spalle da almeno un paio d’anni. Ora brandivano fiale puzzolenti, bombolette di schiuma da barba sottratte ai padri (non sempre c’erano i soldi per comprarle), micce di vari calibri e piccole mazze di gommapiuma sequestrate alle bande avversarie l’anno prima, l’anno memorabile della calata dei lanzichenecchi, quando la battaglia all’ultimo sangue con le bande del paese vicino decretò per la prima volta la loro vittoria.
Si vociferava addirittura che girassero lamette e coltelli, ma lui non ne aveva ancora visti. Si trovò al centro della calca, trascinato dalla forza degli eventi. Ma non sembrava più l’allegra calca di prima: si avvertiva chiaramente che qualcosa stava per succedere. Prima una folata improvvisa di vento, seguita da un tremito e da un urlo sopra le righe; poi un gesto nervoso, un ghigno malevolo, una parola più tagliente delle altre; infine una scossa violenta, un movimento controcorrente lungo il flusso dei corpi – e il clima di festa era stato lacerato. A due metri da lui, un ragazzino minuto e dalla faccia angelica, con la maglietta a righe, ne stava affrontando un altro molto più grosso. Questi gli aveva sputato in faccia e l’altro, per tutta risposta, stava cercando di avvinghiarglisi addosso.
Lui si mise in mezzo per dividerli. Il cazzotto del mingherlino, inatteso, lo raggiunse al centro dello stomaco. Si piegò, mentre sentiva dire da entrambi – ma tu che cazzo vuoi?

Si divincolò dalla rissa, con facilità, visto che tutt’attorno si era già aperto un cerchio, quasi un vuoto di sospensione e silenzio. Tutti lo guardavano. Lui incespicò, cadde e sbarrò gli occhi. Poi, dopo aver ripreso fiato, guardò da sotto in su il mingherlino che lo ricambiò con uno sguardo più beffardo che cattivo. Si rialzò e, nonostante il buco nella pancia, corse via.
Ma si fermò dopo nemmeno una decina di metri. Si voltò lentamente e dopo una pausa innaturale urlò come un ossesso, scandendo bene –
VIVA LA PACE! – per due volte, con le mani alzate come in segno di resa, senza preoccuparsi minimamente dell’effetto stonato e alienato del suo gesto.
Dopo che tutti ebbero realizzato, non poterono far altro che scoppiare a ridere. E finalmente il carnevale riprese a vorticare in tutta la sua furia.
Fu da quel giorno che i ragazzi presero a sbeffeggiarlo con quel motto così ridicolo –
Viva la pace! Lui non solo non se la prese, ma se ne fece un vanto. E, più ancora, un preciso programma di vita: mai più, si disse, cederò alla violenza, nessuno mi costringerà mai a commettere per nessuna ragione il più piccolo atto di forza, nemmeno se fosse in pericolo la mia stessa vita. Accoglierò piuttosto in me – concluse convinto la sua epocale riflessione – tutta la violenza del mondo e l’annullerò, poiché non ne restituirò nemmeno un milligrammo.
Non poteva immaginare quanto fosse impossibile e assurdo quel progetto. Del resto aveva solo sedici anni…

***

Fin dalle origini la filosofia si è posta il problema della violenza e della sua natura. Del filosofo ionico Anassimandro, ad esempio, ci resta un unico celebre frammento che indica proprio nella centralità della violenza l’autentico ordine cosmologico: “Principio degli esseri è l’infinito (àpeiron)… da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo” – enunciando così per la prima volta l’orrore filosofico derivante dal divenire, inteso come distruzione degli enti che dal nulla escono e nel nulla ritornano. Ma, soprattutto, il bellum omium contra omnes, la guerra generalizzata che, non solo gli umani, ma i viventi, le cose, gli esseri combattono quotidianamente per disputarsi lo spazio e le risorse, secondo la legge e le catene del tempo e la necessaria successione delle generazioni.
Se a questa concezione affianchiamo il pensiero di Eraclito sul pòlemos “padre di tutte le cose” o quello di Empedocle sulla dialettica di amore e odio, vediamo succedersi coerentemente quelle che ho più volte indicato come cosmologie della guerra – cioè uno schema categoriale che vede nell’inevitabilità del conflitto l’elemento fondante e costitutivo del mondo, o meglio ancora la sua stessa pensabilità.
Tali teorie, mondate dal loro sostrato metafisico, riemergono prepotentemente in epoca moderna, prima con Hobbes, per quanto concerne il loro risvolto giuridico-politico, ed infine in campo biologico in seguito alla rivoluzione darwiniana: bios è conflitto, la vita è costitutivamente conflittuale – struggle for life come è stato detto – e non potrebbe funzionare senza il meccanismo della selezione naturale. Così come già prima nella cosmologia presocratica, anche secondo questo modello interpretativo se fosse la pace (o la stasi) a prevalere, la dinamica dell’essere subirebbe un arresto, il fluire stesso della vita finirebbe per incepparsi.
Al capo opposto di Anassimandro, Emanuele Severino considera proprio tale distorsione essenziale insita nell’intera cultura occidentale, manifestata dal senso profondo della filosofia greca che ne è alla base, la vera radice della violenza. E gli enti che confliggono e si consumano diventano piuttosto, in un veritativo disvelamento del capovolgimento, gli eterni tutti compresenti nel cerchio dell’apparire: “Poiché ogni essente è eterno, ogni essente implica necessariamente l’essere di ogni altro essente, e lo implica sia in quanto esso e il qualsivoglia altro essente sono essenti (implicazione trascendentale), sia in quanto l’uno e l’altro sono quei certi essenti che essi sono (implicazione specifica).” (Oltrepassare, 197)

Ma tornando al concetto di violenza, non può non colpire quella strana assonanza etimologica tra il vis indoeuropeo – la forza – da cui la parola deriva, e i termini che attengono alla sfera della vita, del vivere, del vivente. Assonanza ancora più evidente nella lingua greca, dove bìa significa violenza, forza, vigore (l’altro termine per indicare la violenza è ybris). Sembra quasi che ciò che è vitale debba contenere in sé un elemento di forza affinché possa affermarsi, così come ciò che possiede maggior forza, vigore, energia sia a sua volta più vitale e adatto a vivere. Ma torneremo tra poco sulla distinzione tra forza e violenza. Resta il fatto che la violazione indica l’affermazione aggressiva di sé a scapito di qualcos’altro, la cancellazione di un confine, l’allargamento di una sfera a spese di un’altra.

Spostandoci dal terreno “naturale” a quello “sociale”, ci si rende facilmente conto come uno dei problemi cruciali delle società umane sia da sempre quello della gestione e del controllo della violenza originaria: a tal proposito lo storico della filosofia Mario Vegetti nell’illuminante saggio L’etica degli antichi, analizza proprio questo faticoso, ma necessario passaggio, dalla morale eroica e guerresca (simbolizzata dall’ira distruttiva ed autodistruttiva di Achille) all’etica della pòlis greca. Si costituisce proprio nella pòlis lo spazio etico-politico (dove non c’è ancora distinzione, per lo meno fino a Socrate, tra i due ambiti) finalizzato alla mediazione e alla composizione dei conflitti. La politica sembra così un efficace strumento contro-naturale (o naturalissimo se pensato in termini bioevolutivi) per il controllo e la gestione della violenza. Questa viene tramutata, canalizzata e gestita in termini di forza.
E’ in epoca moderna, in particolare con la nascita dello stato di diritto, che si impone la distinzione tra forza e violenza – l’una esercitata legittimamente dagli organismi statuali tramite la coercitività della legge, l’altra bandita come manifestazione illegittima e vulnus intollerabile dell’ordine costituito e della pace sociale.
(En passant, un pensatore controverso come Sorel rovescerà tale distinzione, caricando di negatività la categoria di forza identificata con il potere autoritario e coercitivo dello stato, e sposando la positività della violenza come levatrice della storia e processo collettivo di liberazione).

Ad ogni modo non è certo attraverso la sua giuridicizzazione e normalizzazione statuale che la violenza sparisce dalla scena (anche se spesso ci si illude di poterla canalizzare attraverso la guerra all’esterno, o attraverso varie forme di sublimazione o di repressione delle pulsioni all’interno). Gli stati stessi, nati per gestire e controllare gli impulsi violenti dei suoi cittadini e dei gruppi, diventano a loro volta strumenti di moltiplicazione della violenza.
Il Novecento, da ultimo, è un secolo esemplare di tale deriva, visto che è stato il secolo della proliferazione incontrollata (oltre che fantasiosa) delle forme politiche, stuatuali e tecnologiche della violenza. Non dico che sia stato un secolo più violento di altri (anche se la shoah, il terrore staliniano e le bombe atomiche sul Giappone sono dei veri e propri picchi), ma certo ciò che stupisce è che proprio alla politicizzazione integrale del pianeta non abbia per nulla corrisposto una diminuzione del tasso generale di violenza diffusa. La “cura” rischia insomma di rivelarsi peggiore del male.
Se poi a tutto ciò si aggiunge lo sguardo obliquo che Slavoj Zizek raccomanda di avere nei confronti del fenomeno della violenza, il quadro non può che complicarsi ancora di più. Secondo il filosofo sloveno esiste infatti un vero e proprio triumvirato della violenza, costituito oltre che dal lato soggettivo più manifesto, anche, se non soprattutto, da una duplice forma di oggettività che viene spesso sottaciuta quando non mistificata: l’elemento simbolico e linguistico da una parte e quello sistemico dall’altra. Tale sostrato oggettivo, mentre fa risaltare l’orrore e il sangue delle azioni e dei gesti violenti, oscura se stesso al pensiero e alla vista, quasi fosse la base trascendentale e definitoria senza di cui la violenza non sarebbe nemmeno nominabile, ma che al contempo è già da sempre essa stessa violenza istituita ed organizzata, quasi si trattasse di uno sfondo precostituito (si veda a tal proposito La violenza invisibile, Rizzoli 2007).

La domanda che, come un’eco, rischia a questo punto di non trovare mai risposta è proprio quella, di nuovo, sulla inevitabilità e ineliminabilità delle pulsioni violente. Se poi, davvero, violenza e vita sono in qualche modo sovrapponibili, la questione si fa ancora più intricata.
Qualche settimana fa, su questo blog, in coda ad un post con il quale commentavo un episodio molto circoscritto di “cronaca nera” (anche se politicamente e simbolicamente rilevante), si è aperta una discussione che ha cominciato a far emergere alcuni dei tratti ambigui del “fenomeno violenza” e della sua incerta determinabilità. Tutti, in linea teorica, ci siamo dichiarati (e ogni giorno ci affrettiamo a dichiararci) non-violenti o per lo meno contrari alla violenza, salvo poi non poter non ammettere una (più o meno) lunga lista di eccezioni etiche, una casistica (più o meno) ampia che rischia di originare un vulnus suscettibile di allargarsi a dismisura entro il sistema formale delle più benigne, pacifiche e migliori intenzioni: si è contrari alla violenza ma… c’è la legittima difesa, la sacrosanta difesa dei deboli e degli innocenti, c’è il diritto a resistere, il tirannicidio, la “guerra giusta”…
Ed ancora, tanto per limitarci alla quotidianità, ci si potrebbe chiedere quanta violenza contengono i nostri gesti, il linguaggio, anche solo il tono della voce, per non parlare delle nostre piccole e grandi azioni per sopravvivere (o più-che-vivere) su questo pianeta – dai viventi che sopprimiamo di continuo per nutrirci (o sovranutrirci) fino alla perenne violazione di spazi e ambienti… Insomma, nonostante i proclami e le intenzioni, si potrebbe finire per scoprire che di gesti violenti è intessuta ogni nostra possibile tela – l’intreccio stesso di cui è fatta l’esistenza.
Mi chiedo allora, infine, se il progetto di vita dell’ingenuo ragazzo che gridava “viva la pace” in quel giorno di carnevale dei tardi anni ’70 – un decennio a sua volta percorso da violentissime correnti per metà creative e per metà distruttive – non resti forse destinato a naufragare e ad infrangersi contro il muro della necessità e dell’impossibilità…

***

Ma non è ancora finita: c’è da ridefinire il ruolo della filosofia – e dunque della ragione – in tutto ciò. A partire da quell’impossibile iato tra ragione e pulsioni (anche violente), tra vita (corpo, materia) e pensiero (simboli, rappresentazioni). Si deve certo distinguere tra i diversi livelli e le diverse sfere della violenza; ci si deve chiedere (ed eventualmente attrezzare) al fine di contenerne i risvolti più distruttivi; eppure è la stessa ragione ad avere evocato il dubbio che lo sfondo di ogni cosa sia dominato da Medusa, la più terribile delle Gorgoni.
Ed ecco il dilemma: guardarla diritta in viso rischiando di rimanere pietrificati (oltre che di vedere se stessi, nient’altro che se stessi), oppure adottare quello sguardo “laterale” che ci permetta di allargare la visuale per coglierla di sorpresa alle sue spalle? Riusciremo ad essere così saggiamente folli?

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49 Risposte to “Trilogia del lato oscuro – 3. La violenza”

  1. Luciano Says:

    Salve.
    Caro MD, questo è un post assai ghiotto. Credo di non andare lontano dal vero se dico che ne sentiremo delle belle. E allora iniziamo.

    Violenza è la caratterizzazione linguistica con cui noi umani indichiamo un atto in cui viene usata la forza. Un altro animale che, avendo bisogno di risorse per sé e/o per il gruppo cui appartiene, scaccia un altro gruppo dal proprio (dell’altro) territorio per insediarvici non si considera violento. Invece noi guardando tale scena proviamo un senso di disagio, perché consideriamo ciò violenza. Hai giustamente ricordato che violento può essere anche il linguaggio, il tratto. Credo sia evidente (usando le parole di Merlin Donald) che la mente umana non sia più episodica, strettamente legata alle percezioni sensoriali, ma teoretica, simbolica. E così noi abbiamo creato tutta una serie di strutture che sembrano allontanarci dal nostro retaggio animale ma esso rimane lì imperturbato.

    A presto.

  2. Aldo Says:

    @Md
    Recita Wikipedia: “La violenza, fisica o psichica, in generale è un’azione molto intensa che reca danno grave” a chi la subisce. Ovviamente, dico io, occorre contemplare anche i casi del masochista e del suicida, che la indirizzano contro sè stessi.
    La violenza ha a che fare con il “male”? Certamente sì, anche se alcuni sostengono, non ha torto, che spesso “dal male viene il bene”. Il veleno, in giuste dosi, cura. Dalla sofferenza (parto), sgorga la vita, che per i credenti è il “dono” di un dio. Lo schiaffo di un genitore, fa male ma fa bene per l’educazione di un figlio. Insomma, la violenza ha due facce, che l’uomo concettualizza, e che, spesso, si sovrappongono. Per la natura non esiste la violenza, come evento “sensato”, ma solo come fatto che consente ai più adatti di perpetuarsi nell’ambiente che li accoglie. Per gli altri (gli ultimi, i meno adatti, gl’handicappati, i perdenti, ecc.) “non c’è trippa per gatti”. Dunque, ogni giorno, su questo pianeta, va in scena “la violenza”, come enigma dai mutevoli aspetti, e noi (esseri biologici) siamo suoi osservatori, vittime ed esecutori, secondo il ruolo che la selezione naturale ci assegna. Il senso della violenza è tutto “antropocentrico”, dentro al logos, nei circuiti cerebrali che lo ospitano. Oltre vi è solo silenzio, l’indicibile, ciò che non può essere battezzato, nominato e dove le cose rimangono a-nonime, dove regna l’astensione dal pensiero “etico”.

  3. Profeta Says:

    Violenza e male sono lo stesso significare. Aggiungo, a quello che ho detto nell’altro post, che la violenza (il male), essendo la credenza di dominare le cose (che sono indominabili), è pertanto un volersi chiudere nella finitezza : pensare cioè che le cose abbiano un limite che le separa dalle altre e dalla totalità, e pensare che esse siano un numero finito di significati (pensare cioè che esse siano numerabili), e pertanto diciamo “telefono”, “casa”, “mare”, ecc., credendo di poterle afferrare.
    L’infinito e l’eterno, invece, non si può afferrare. Ma tutto è infinito ed eterno, giacché è impossibile afferrare veramente qualcosa. Che tutto sia eterno, l’ho detto più volte, significa che ogni essente è uguale a sé e non esce da sé per essere altro. Che tutto sia infinito significa invece ogni ente è, nel suo concreto esser sé, una (la) totalità di infiniti (enti non numerabili). Ciò però non significa che non esista il finito, ma che esiste anche quell’insieme infinito di enti che appare come finito (cioè limitato rispetto a ciò che lo circonda). Così come esiste quell’eterno che appare come mortale (cioè affiorante nel cerchio eterno degli eterni).

  4. md Says:

    @Aldo
    Non c’è dubbio che il senso della violenza sia quantomai antropocentrico – così come ogni nostro discorso. La verità stessa è antropocentrica (altrimenti non avremmo nemmeno bisogno di evocarla o nominarla), e pure la critica all’antropocentrismo è inevitabilmente antropocentrica.
    Quell’oltre dove “vi è solo silenzio, l’indicibile, ciò che non può essere battezzato, nominato e dove le cose rimangono a-nonime, dove regna l’astensione dal pensiero “etico” – ebbene pure quell’oltre è antropocentrico, poiché nasce sul terreno del nostro opporre il dicibile all’indicibile.
    Sono gli scherzi della nostra mentalità ontologica – o meglio, della mania ontologica e totalizzante che proviene dal senso più profondo e radicale del pensiero filosofico occidentale (anche l’uso del termine “mania” non è qui casuale).
    Tutte le etiche ambientaliste (o pacifiste) scontano il paradosso dell’antropocentrismo: un’etica della terra rigorosa può solo essere imposta da un dio fittizio o da una specie extraterrestre e superpartes.
    Tuttavia occorre trovare strumenti (politici o meno) per ridurre il danno. Anch’io ho sempre roussoianamente pensato che le piccole comunità (e il partire da sé, che una volta si chiamava “autocoscienza”) siano un possibile antidoto alle “grandi macchine” e “alla logica di potenza”, ma rischiano di essere armi spuntate.
    D’altro canto sarebbe contraddittorio pensare di sconfiggere la potenza con altra potenza, così come la guerra con altra guerra o la violenza con altra violenza…
    Che fare? – si chiedeva un secolo fa un celebre rivoluzionario che di potenza e di dialettica si intendeva assai?

  5. Vincenzo Cucinotta Says:

    Spero che Aldo non me ne voglia se faccio una digressione rispetto agli altri commenti.
    Volevo piuttosto intervenire sul modo in cui Mario usa il termine politica, che mi pare troppo limitativo.
    So bene che politica viene da polis, ma ciononostante credo che come la intendo io, la politica non abbia atteso la polis per manifestarsi.
    Io credo anzi che non possa darsi comunità umana senza che automaticamente direi, si eserciti politica: anzi, nel costituirsi di una comunità è implicito l’esercizio della politica. Lo dico perchè ritengo che sarebbe impossibile per una comunità sopravvivere senza che questa si dia delle regole di convivenza condivise.
    Se così è, allora davvero non capisco cosa Mario intenda con il processo di “politicizzazione integrale del pianeta” che sarebbe avvenuto nel novecento. Poichè non credo che sia possibile individuare un percorso storico lineare, come vorrebbe ad esempio il marxismo, senza Marx secondo alcuni, non mi sorprende che siamo al punto di partenza, e che quindi il problema della violenza si ponga oggi in termini analoghi a come si poneva ai tempi di Omero ed anche molto prima.
    La novità è lo sviluppo tecnologico per cui le pulsioni violente rischiano non di danneggaire singole persone o gruppi limitati di persone, ma l’umanità nel suo complesso.

  6. Paola D. Says:

    A questo punto vorrei fare anch’io una digressione e citare un aneddoto che mi è capitato negli anni settanta, ottanta, non ricordo bene, quando, ai tempi della guerra fredda, si moltiplicavano le marce per la pace, spinti dalla paura che da un momento all’altro si potesse scatenare la cosiddetta terza guerra mondiale.
    Io lessi in quei giorni un articolo di Moravia sull’espresso, che si intitolava appunto:” Non parteciperò alle marce per la pace” e il motivo era molto semplice: Le marce per la pace sono inutili perchè la guerra, secondo lui, al punto in cui siamo, diventerà tabù. Come infatti l’incesto un tempo era praticato come un fatto naturale,quando la società umana diventò più complessa, esso diventò tabù perchè non era più compatibile col sistema di vita che si instaurò, così la guerra, nell’epoca della bomba atomica,non si potrà più fare, diventerà cioè tabù.
    Sarà per questo che gli iraniani stanno correndo per il nucleare?

  7. Aldo Says:

    @Md
    “pure quell’oltre è antropocentrico ..”
    Concepire l’oltre, cercare di con-prenderlo è certamente antropocentrico. E’ solo nell’atto del ritrarsi dal quel concepimento che l’uomo rimane fedele a sè stesso, alla propria contingenza e alla propria insignificanza. In quel non-domandare consapevole che lo distigue dal non-domandare automatico dei suoi cugini animali. In quell’umile spogliarsi di ogni metafisica, ideata per trascendere (tradire) la propria biologicità.
    Qui mi devo fermare. Spero di avere altro tempo per proseguire queste di-vagazioni fuori pista.

  8. md Says:

    @Vincenzo
    giusta osservazione la tua, che richiede qualche precisazione da parte mia.
    Ho sottolineato il termine “polis” e la “politicizzazione” contemporanea del pianeta (ma forse avrei dovuto parlare di una sua “statualizzazione”, più o meno imposta dai processi coloniali e neocoloniali degli ultimi secoli), proprio perché è il modello teorico e storico che si è imposto sul pianeta. Con i risultati che possiamo tutti vedere, compresi i conati ultranazionalisti dell’Iran (anche se “legittimi” da un punto di vista della logica di potenza) evocati da Paola.

  9. Aldo Says:

    @Vincenzo
    “il problema della violenza si ponga oggi in termini analoghi a come si poneva ai tempi di Omero ed anche molto prima”

    L’ontologia della violenza si occupa del “senso” della sua esistenza nel mondo e, in questo contesto concettuale, regna l’enigma. Ai fini pratici della sopravvivenza, poi, la violenza deve essere con-tenuta per non rischiare l’estinzione. Questo è lo scopo della “politica”, dei vari “patti”, scritti e non scritti, delle diverse comunità umane. Che altro dire?

  10. Luciano Says:

    Salve.
    La politica è per certo la gestione del vivere comune e come sottolineava Vincenzo è sempre esistita e fa parte della socialità delle comunità umane. Essa si fonda sempre su una gerarchia che in modo del tutto innato (anche se so che ora arriccerete il naso dicendo che è un prodotto della cultura) si manifesta persino nei bambini che non hanno subito nessun condizionamento e/o indottrinamento. Le società di eguali (quando sono esistite) non funzionano. In qualsiasi gruppo si delinea la presenza di uno ( o più, nel qual caso si scatena una lotta) maschio alfa e dei relativi gregari. Credo sia inutile ricordare che tutti noi viviamo in una dimensione simbolica che pur avendo radici nella nostra biologia può sembrare esserne avulsa. Un ultima parola sul colonialismo, che come la politica è sempre esistito e trae origine dal nostro istinti animale di accaparrare risorse e depredare delle stesse i gruppi vicini.

    Per quel che riguarda la frase di Vincenzo commentata da Aldo, io sono convinto che Vincenzo abbia ragione ma io direi addirittura che la violenza dell’uomo è identica nella sostanza a quella del primo sapiens (anzi, addirittura a quella delle specie precedenti), quel che cambia sono ovviamente le modalità attuative che dipendono fortemente dall’ambiente, dalla cultura etc. etc. In condizioni estreme, l’uomo torna a essere il primate (l’animale) che è e allora butta a mare (non è una regola matematica d’accordo….ma ci sarebbe da verificare) la cultura e tutti quei modelli comportamentali grazie ai quali ci definiamo civili. Ricordate il film “Il signore delle mosche”?

    A presto.

  11. md Says:

    @Luciano:
    che siano sempre esistite comunità e che la gerarchia sia connaturata alle relazioni, direi di sì; che però sia sempre esistita la “politica” così come noi oggi la intendiamo – cioè come costituzione di uno spazio pubblico distinto da quello privato, nel quale si “rappresentano” e compongono i conflitti, attraverso strumenti sempre più precisi (che hanno a che vedere con l’uso della scrittura) – direi di no.
    Si può anche pensare che gli istituti storici di “nazione”, di “patria” o di “stato” – così come quello di “impero” – siano una propaggine delle dinamiche biologiche, ma il rischio è poi quello di non spiegare alcunché.
    Voglio dire che il riduzionismo biologico (non la componente biologica) è un po’ come la notte in cui le vacche sono tutte nere…
    A proposito del “signore delle mosche”, non va poi dimenticato che uno degli elementi centrali è proprio quello della dimensione simbolica: che cosa rappresenta la testa di maiale infilzata?
    Il potere e la violenza, cioè, hanno sì una base biologica, ma è nella dimensione simbolica, culturale e tecnologica che si dispiegano, e che possono eventualmente essere posti sotto controllo.

  12. Luciano Says:

    Salve.
    Concordo.
    Non volevo livellare i concetti ma semplicemente rimarcare che lo loro origine è quella citata. Poi ovviamente la nostra propensione simbolica ha fatto il resto.

    A presto.

  13. Aldo Says:

    @Md
    “Si può anche pensare che gli istituti storici di “nazione”, di “patria” o di “stato” – così come quello di “impero” – siano una propaggine delle dinamiche biologiche, ma il rischio è poi quello di non spiegare alcunché.”

    Mi sembra troppo “riduttiva” la tua conclusione; a mio giudizio, spiegano, spiegano ..
    Se è vero come è vero che gli organismi biologici tendono ad autoconservarsi (“conatus”, sforzo come proprietà della sostanza (biologica)), mettendo in campo strategie adeguate di offesa/difesa, senza motivazioni etiche (antropocentrismo), allora, anche in ambito umano, è possibile interpretare i meccanismi dell’interazione (causalità) tra soggetti sociali a micro e macro livello (la Storia, in senso lato), come dinamiche del “biologico”. La cultura, in ultima analisi, raffina le “pulsioni”, le maschera e giustifica spesso le azioni violente, camuffandole (mettendo un velo), per renderle accettabili. Se teniamo presente questo postulato, tutto quadra (nell’agire socio-culturale), con una chiarezza “stupefacente” (dis-velamento). La riluttanza ad affrontare le questioni antropologiche sotto il profilo biologico, insomma il non-spiegazionismo, deriva dalla presunzione dell’uomo di essere “altro” rispetto alla natura.
    Platone sosteneva, mutuandolo dall’orfismo, che gli esseri umani erano “anime” prigioniere di un corpo (zavorra) da cui dovevano liberarsi, perchè non confacente all’essenza razionale dell’uomo. Fu una tragedia per il pensiero occidentale che, infatti, coltivando quella “visione”, è giunto ormai in prossimità del suo tramonto (fine).
    L’unica spiaggia rassicurante per noi, in cui soggionare, è quella della nostra biologicità, che, adeguatamente compresa e valorizzata, potrà dare buoni frutti di pacificazione, ovviamente su scala ridotta e come testimonianza.

  14. md Says:

    @Aldo: il punto, non del tutto esplicitato e in gran parte da chiarire, rimane proprio stabilire in che cosa consiste la nostra “biologicità”. Tanto più che siamo daccapo noi a “stabilirlo”, a tracciare confini e ad assegnare qualità (alla nostra e alle altre specie). Dopotutto può ben esistere la “biologicità” in natura, ma certo non esiste qualcosa come la “biologia”. Cioè, non usciamo dal meccanismo della duplicazione e non è possibile vivere in maniera irriflessa la nostra biologicità proprio perché ci facciamo domande sul suo significato.
    D’altra parte il raffigurarsi in altro – tra cui anche quella forma di sdoppiamento che è il concepire il proprio corpo come zavorra – ci piaccia o no è parte della “natura umana”. Questo nostro discutere è frutto di tutto ciò, così come il discutere sul nostro discutere, ad infinitum. Siamo una specie condannata alla scissione.

  15. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Aldo
    Mentre siamo d’accordo sulla diagnosi, mi pare che continuiamo a divergere sulla terapia. Anzi, in realtà non mi è chiara la tua terapia. Qui mi pare, il rimarcare la nostra natura biologica può funzionare essenzialmente nella diagnosi, mentre nella terapia può fornire un quadro di riferimento, come dire, le condizioni al contorno.
    Mi pare di osservare però che tu non convieni sul fatto che esiste e deve esistere per la cultura un suo spazio proprio. Solo a livello culturale, e anche su questo blog proprio in questo livello operiamo, è possibile stabilire un’etica condivisa, quella che per me è la politica degli interessi generali, da altri detto “bene comune”.
    In questa prospettiva, la biologia detta i requisiti della compatibilità, di come ciò che riteniamo desiderabile a livello culturale possa trovare attuazione scontando le nostre tendenze innate, cioè la nostra biologia.
    La biologia spiega e la biologia ci influenza, ma essa sicuramente non è in grado di elaborare alcuna politica ed etica, che per me coincidono, e pertanto uno spazio di autonomia dalla biologia si dve per forza dare, va assolutamente conquistato. L’alternativa sarebbe tornare allo stadio di buon selvaggio, un mito che non condivido.

  16. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Ho appena letto il tuo commento. Anch’io ho dissensi rispetto alla posizione di Aldo, ma il punto non mi pare stia nelle tue obiezioni di principio. Secondo me, è utile, pur nella certezza che si tratti di opinioni e quindi scontandone l’opinabilità, avere una teoria antropologica precisa.
    Ecco, io trovo utile, soprattutto in un contesto storico influenzato dall’idealismo, tornare al biologico, ma come dico nel precedente commento, non pensando che la biologia in sè possa costituire la teoria stessa. Non vorrei insomma che nella fretta di buttare giù l’ideologia dominante, finiamo col pretendere noi di non essere ideologici. Se penso, sono inevitabilmente ideologico, e mi pare saggio accettarlo senza illudermi di essere l’unica persona non ideologica dell’umanità passata e presente.

  17. Aldo Says:

    @Md
    “D’altra parte il raffigurarsi in altro .. ci piaccia o no è parte della “natura umana”

    Io sostengo che una “natura umana” (antropocentrismo) non esiste, che è solo un “raffigurarsi in altro” da parte dell’uomo, un ‘ideazione che vuole andare “oltre”, uno sporgersi tracotante nell’abisso. Noi siamo un corpo (con cervello annesso), così dicono i miei sensi, da cui dipendiamo totalmente per le nostre ideazioni (rappresentazioni del mondo); siamo soltanto il risultato di un’ interazione con l’ambiente (fisico e sociale), un processo naturale, che, contingentemente, ci consente di creare simboli e di “sentire” in “prima persona” consapevolmente; nulla può essere battezzato come “essere permanente”, come concetto extra-sensoriale a-spazio/temporale;
    Tu ritieni che la differenza ontologica tra noi e gli animali sia incontrovertibile ed io non voglio certamente falsificare questa tua credenza.
    Se, da ultimo, conveniamo tutti che ogni pensiero è antropodiretto e che, come tale, sia inaffidabile ai fini della vera conoscenza, allora dobbiamo anche riconoscere che solo il silenzio si addice all’umano (..e più non dimandare!)

  18. Aldo Says:

    @Vincenzo
    ” .. non pensando che la biologia in sè possa costituire la teoria stessa ..”

    Insomma: il biologico ha prodotto, tramite la selezione naturale, la “cultura”, che, quindi, non è “altro” rispetto al “dato organico”, ma solo una proprietà del biologico, una sua specializzazione. Questa specializzazioine consente all’uomo di gestire l’ambiente con un grado di libertà mai visto prima. Per evitare lo “stress” del “tutti contro tutti”, per vivere pacificati abbiamo ideato la politica, che può funzionare solo se mette in campo “programmi” che consentano la “pacificazione”. La validità dei programmi dipenderà dal fatto (prova dei fatti) che essi riescano a “funzionare” in un contesto dato. A Vince’ prova a dissentire, ma con calma, visto che solo domani potrò tornare sul Blog.

  19. md Says:

    @Aldo:
    non ho mai sostenuto che ci sia una differenza ontologica (tantomeno incontrovertibile) tra noi e l’animalità, per il semplice motivo che ritengo l’animalità un nostro tratto. Quel che semmai sostengo è che la nostra “natura” (ma il medesimo posso presumere di quella animale e vegetale – che pure sono nostre astrazioni concettuali) non sia riducibile ad alcunché. La nostra “natura” è tutto quello che in essa si manifesta, compresa la tendenza antropocentrica a decentrare e transimmaginare le proprietà. Dopo di che quel che ritengo sia incontrovertibile (un po’ come l’essere, unica verità che non richiede alcuna dimostrazione, anche perché iscritta da sempre sia percettivamente che mentalmente nel “noi siamo”) è lo stesso antropocentrismo – non in termini di potenza o di autodeterminazione, visto che siamo sempre e comunque sovradeterminati dalla materia o sostanza o quel che si vuole – ma in termini di pensabilità delle cose, di interrogazione sul mondo e su noi stessi, di montaggio e smontaggio delle nostre costruzioni teoriche, ecc. ecc.
    Non c’è una “vera conoscenza” esterna all’umano, e lo stesso “silenzio che si addice all’umano” è, di nuovo, una filiazione antropocentrica. Verità e conoscenza possono solo essere processi di correlazione (o irrelazione) tra l’umano e il non umano – discrimini che è però la mente umana a mettere in campo. In sostanza: non si può non essere “idealisti” in senso rigoroso, per lo meno non in campo filosofico. La filosofia non può buttare a mare l’idealismo. Certo, gli umani possono tranquillamente vivere senza filosofia e senza idealismo – del resto lo hanno fatto per gran parte della loro esistenza e nella maggior parte dei luoghi di questo pianeta.
    Non è allora fuori luogo tornare a chiedersi con Spinoza, che pure non la riduce mai al corpo (o al cervello, che non significa che non sia qualcosa di immanente o materiale) “che cos’è la mente?”

  20. Aldo Says:

    @Md
    L’uomo non è riducibile ad un animale, esattamente come un albero non è riducibile ad un gatto, in quanto, per il principio di non contraddizione, A non è B.
    L’albero, il gatto e noi, comunque, emergiamo tutti dalla natura, determinazioni diverse della stessa sostanza, frutti spontanei della selezione naturale.

    L’antropocentrismo, la “pensabilità delle cose, l’interrogazione sul mondo e su noi stessi, il montaggio e smontaggio delle nostre costruzioni teoriche” sono proprietà del primate “homo sapiens” come lo sono per il leone le “tecniche di caccia”.

    Stare “in silenzio” vuol dire, “non dire”, sospendere le attività di ciò che noi definiamo “mente” per lasciare il “campo” a tutto ciò che non è “noi”. Quindi l’opposto dell’antropocentrismo, che potremmo definire “altrocentrismo”.

    Spinoza, morto ancor giovane, non aveva alcuna nozione sulle questioni sollevate dalle nostre neuroscienze.

    L’idealismo è “antropocentrismo radicale” e ,quindi, difficilmente condivisibile …

    Alla domanda: “che cos’è la mente?”, possiamo tranquillamente rispondere: una proprietà delle attività neuronali, che consente all’uomo di esprimersi “in prima persona”. Ovviamente se ne può parlare anche “ad libitum”.

  21. Vincenzo Cucinotta Says:

    Non so, ho qualche difficoltà a riintervenire perchè ho l’impressione che la discussione si sia ormai impantanata, nel senso che Aldo, Mario ed io rimaniamo nelle rispettive posizioni.
    Provo a precisare ancora alcuni punti.
    Primo, vedo che mente e pensiero fondamentalmente vengono fatti coincidere. Mi pare un errore fondamentale. Rimango dell’opinione che la cultura agisca soltanto a livello del pensiero, e il pensiero è soltanto una delle possibili attività mentali. Le altre attività mentali possono essere solo inferite perchè il pensiero non può attingere ad esse, rimanendo “prigioniero” di sè stesso.
    Detto ciò, poichè non possiamo fare a meno di pensare, non ha senso discriminare tra un pensiero antropocentrico e un altro, su questo concordo totalmente con Mario.
    Ciò su cui invece non posso concordare con Mario, è che l’idealismo sia inevitabile. L’idealismo parte dalla presunta evidenza cartesiana, che a me pare una solenne sciocchezza. Basta considerare il sogno. Quando sognamo, pensiamo sia realtà, e quindi il pensiero che ci attraversa la mente quando sogniamo è fallace. So che l’obiezione è che comunque qualcosa c’è e quindi evidentemente il soggetto pensante esiste.
    In realtà, non lo credo. In altre parole, non è che se penso devo esistere, ma piuttosto è vero che non possiamo non credere di esistere. Come tutti possono capire, da un’evidenza questa diventa un limite: il pensiero presuppone un soggetto pensante, ma poichè questo presupposto è esso stesso parte del pensiero, non può costituire una certezza, un fondamento di certezza esterno al pensiero.
    Per il resto, mi rifaccio ai commenti che ho scritto per il precedente post, in particolare al fatto che la cultura sedimentata si sovrappone alla biologia, fornendo al pensiero una sua autonomia, appunto dalla nostra biologia, formidabile. La biologia agisce sempre, qui mi pare siamo tutti d’accordo, ma non è un approccio a mio parere utile ricordarlo sempre, come se ci fosse un diretto legame di causa ed effetto. Così, negheremmo l’evidenza dell’esistenza di culture umane profondamente differenti l’una dall’altra, e il discorso diventa in definitiva tautologico, non differentemente da quello idealista, del tipo: l’uomo è biologico e pertanto è biologico. Il punto fonmdamentale non è negare ciò, nessuno ne è convinto più di me, ma riconoscere come sia pressocchè impossibile ricostruire tutte le trame che dal biologico portano alla cultura. Se ammettiamo che queste trame sono nella gran parte ignote, e che non abbiamo alcuna speranza di ricostruirle fedelmente, è evidentemente errata la strada di pretendere per ciascuna opinione di ricondurla alla sua radice biologica. Credo sia più utile e produttivo lasciare alla cultura il suo autonomo spazio, ricordando in ogni caso l’influenza determinante della biologia. Questo è il punto di equilibrio che io mi permetto di proporre.

  22. Aldo Says:

    @Vincenzo
    “penso .. sia pressocchè impossibile ricostruire tutte le trame che dal biologico portano alla cultura.”

    Sul tema ti consiglierei la lettura: “Antonio R.Damasio, “Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello”, Adelphi, 2003

    ” .. non ha senso discriminare tra un pensiero antropocentrico e un altro ..”

    Discriminavo tra il “pensiero” (antropocentrismo) e il “non-pensiero” (altrocentrismo: condizione esistente sulla terra probabilmente fino all’australopiteco), rifiutandomi di dire, come fa l’idealismo, che ogni oggetto del mondo sensibile, se non è pensato da un soggetto (idea platonica), non è e che, quindi, il mondo fisico è solo un’illusione. Io credo, al contrario, che sia “illusorio”, fondare tutto sull’attività teoretica dell’uomo.

  23. md Says:

    @Aldo e Vincenzo: è altrettanto illusorio dire o pensare ad un “altrocentrismo”, perché daccapo sarebbe un de-centrare ciò che si è prima pensato come un centro – e che finge pensando di non esserlo più anche quando si decentra.
    Il mio richiamo all’idealismo non era di tipo storiografico (non penso come il vescovo Berkeley che “Esse est percipi”), ma teorico: non c’è nulla del nostro esperire, immagine, pensare, fantasticare, desiderare che possa essere esterno all’attività mentale – e in questo condivido l’obiezione e precisazione di Vincenzo, la mente è molto più del pensiero teorico. Perché comunque quell’esterno è designato, pensato, immaginato da (o meglio, insieme a) quell’attività.
    Con il che non intendo dire che siamo dèi, creatori e onnipotenti gestori del mondo (anche perché è controfattualmente smentito ogni giorno), ma che – spinozianamente – la nostra mente è fatta della stessa stoffa di cui è fatta la corporeità, la physis, e che c’è tra i due livelli una sorprendente corrispondenza. Siamo e pensiamo allo stesso modo, e non possiamo uscire né dall’essere né tanto meno dalla nostra attività mentale.

  24. Luciano Says:

    Salve.
    Io credo che il problema in questo tipo di ragionamenti dipenda dal fatto che l’uomo venga considerato come un corpo che, tra gli altri, possiede un organo detto cervello. Ma le cose stanno esattamente al contrario. Il corpo non possiede attività elaborativa se non di carattere passivo, diciamo di remote sensing (anche se non è la distanza che qui interessa), interagisce con l’ambiente e fornisce informazioni. Ma le cose sono anche più complesse. E’ stato ribaltato il flusso di processo del tipo

    percezione -> elaborazione cognitiva -> azione motoria

    grazie oltre ad altri studi neuroscientifici, anche a quella che risula essere (almeno per le neuro scienze) una scoperta cardine, quella dei neuroni specchio che ha evidenziato che il cervello elabora la semantica dell’azione motoria già dalla percezione visiva, se vede qualcun altro eseguire l’azione, o direttamente se è il soggetto ad eseguirla. E queste risposte si ottengono anche grazie agli input di tutto il corpo. Per questo viene definita embodied cognition (o anche embodied semantics). Detto questo io non credo che esista qualcosa al di fuori dell’uomo. La mente è, a mio giudizio, l’insieme delle attività cerebrali, lì si svolge e non altrove. Sono convinto che queste attività abbiano una rappresentabilità, per noi stessi e per gli altri, che trova la sua radice negli unici strumenti che abbiamo per interagire con il mondo esterno e cioé i nostri sensi. Ho detto radice perché lo sviluppo, o se volete la deriva evolutiva che ha portato all’apparizione, delle facoltà cognitive di carattere teoretico ha permesso una simbolizzazione sempre più slegata dalle origini percettive. Una sorta, prendo a prestito una definizione che si usa nel contesto della lingua dei segni quando un segno non riproduce più in modo iconico l’azione che descrive, di convenzionalizzazione. Provate a pensare ad esempio a quando pensate. Non sentite la vostra voce nella testa? O non rivedete un’immagine? Il linguaggio è fatto di parole. Ma di queste parole, solo alcune hanno per noi una rappresentazione mentale e questa è legata o a percezione diretta (se penso gatto ho davanti agli occhi l’immagine del felino) oppure percezione indiretta, costituita da elementi che fanno parte del mio bagaglio percettivo (e ovviamente anche linguistico). Pensate a due italiani, uno del 1700 e uno di noi. Se lui dovesse spiegarvi una cosa non esistente al suo tempo ma nel nostro che ha visto, come la descriverebbe?
    Una parola sulla cultura. Per definizione essa è l’insieme delle conoscienze che si tramandano, almeno in parte, di generazione in generazione. Essa ha le proprie radici nella nostra biologia ma chiaramente ha seguito quella che è stata l’evoluzione delle nostre capacità cognitive. Assume forme diverse perché il suo punto di partenza è appunto la reazione a degli stimoli esterni e la soluzione trovata ai problemi che detti stimoli fanno sorgere. tanto è vero che di cultura si parla anche per gli altri primati, e ovviamente essa assume forme differenti per ciascun gruppo, ma sempre relativamente alla stessa classe di problemi.
    Per quanto riguarda la riducibilità dell’uomo ad un animale credo essa sia pressoché totale, almeno nei suoi aspetti funzionali. La donna produce latte per i suoi piccoli esattamente come ogni altro mammifero (ad esempio una gatta) e li allatta. Viene fecondata da seme maschile, e dopo l’attecchimento nell’utero e un congruo periodo di sviluppo, c’è la nascita di un nuovo individuo della specie. I particolari sono diversi, ma la classe d’equivalenza delle caratteristiche è comune. Basta vedere la classificazione scientifica che, nel caso ad esempio dello scimpanzé, è comune alla nostra fino al livello di sottotribù (Hominina per noi e Panina per loro). Dipende dal livello di scaling. Siamo aspetti diversi di una medesima cosa.

    A presto.

  25. md Says:

    @Luciano
    “Io credo che il problema in questo tipo di ragionamenti dipenda dal fatto che l’uomo venga considerato come un corpo che, tra gli altri, possiede un organo detto cervello”.
    Fatte salve le tue osservazioni interessanti, io credo però che il problema stia altrove: nel fatto cioè che questi, come ogni altro tipo di ragionamento, vengano effettuati da quello stesso soggetto che considera se stesso oggetto di osservazione. Non potrà mai funzionare del tutto, specie nelle eventuali conclusioni.
    Insomma, avremmo bisogni di alieni che ci studino…

  26. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Aldo
    Non so, magari leggerò anche Damasio, come spero tu leggerai il mio libro, spero. Su Damasio, confesso di avere delle riserve di principio.
    Il punto, ancora una volta, è che non credo a un pensiero non ideologico, perchè trovo che “pensiero non ideologico” sia in sè un’espressione autocontradditoria. Se come tu sembri suggerire, Damasio si impegna a ricercare le trame delle influenze della biologia sulla cultura, fa un’opera meritoria, ma dovrebbe ammettere esplicitamente, come io faccio nel mio libro, che non si può negare, non lo si può fare in linea di principio, che questa operazione si muove sulla base di un’ipotesi, e che questa ipotesi vada “messa in vetrina”, chiaramente mostrata agli altri,ammettere in definitiva che si tratta di un’ideologia. In questo senso, penso di interpretare il pensiero di Wittgenstein in maniera originale, tento di ricondurre la filosofia su un terreno di plausibilità, mentre egli ne negava l’utilità.
    Di lui, mantengo questa lezione sulla inerente impossibilità dell’esistenza di fondamenti epistemologici, e quindi quando leggo interpretazioni esaurienti basate vuoi sull’idealismo, oppure sulla biologia, oppure sulla neuropsichiatria, mi preoccupo, anzi potrei dire “porto la mano alla fondina”. In verità, la pretesa stessa di possedere una teoria che dia risposte esaurienti sullo scibile è assurda: meglio allora una religione rivelata, sempre di cieca fede si tratta.

  27. Aldo Says:

    @Md
    ” .. ma che – spinozianamente – la nostra mente è fatta della stessa stoffa di cui è fatta la corporeità, la physis, e che c’è tra i due livelli una sorprendente corrispondenza.”

    Quindi, si può con-cludere che la “mente” (come la ri-conosciamo in noi stessi) è “natura” (il biologico), “proprietà” che emerge dalla sostanza (physis). Io non aggiungerei più nulla …

    ” .. non c’è nulla del nostro esperire, immagine, pensare, fantasticare, desiderare che possa essere esterno all’attività mentale …

    Siceramente dovresti chiarirmi …

  28. Aldo Says:

    @Vincenzo
    “Su Damasio, confesso di avere delle riserve di principio…”

    Ma, se non l’hai ancora letto, come fai ad avere delle riserve ..?

    ” .. questa operazione si muove sulla base di un’ipotesi..”

    Tutto ciò che tende alla verità (relativa), parte da ipotesi che possono “sempre” essere falsificate da riscontri “in laboratorio”. E’ ideologico ogni enunciato (idealismo) che si sottrae alle verifiche, perchè chi lo pro-pone “sente” che ciò che pensa è “giusto” (la legge morale in me, il cielo stellato…).
    Attenzione, il “sentire” (soggettivo) è l’elemento fondamentale delle nostre cosiddette argomentazioni razionali, per cui, come nell’attuale confronto, risulta estremamente difficile accordarsi ovvero trovare riscontri oggettivi condivisibili.
    Diciamo probabilmente le stesse cose, ma esigiamo che le nostre valutazioni siano riconosciute come pre-minenti con un “sonante”: hai ragione! (E’ il deprecabile (si fa per dire) meccanismo biologico della dominanza/sottomissione). Siamo come i polli Renzo (Manzoni), ma pensiamo di essere “altro”.

  29. md Says:

    @Aldo: una volta che si è detto che la “mente” è “natura” in realtà non si è concluso un bel niente, se non che si è detto che la “mente” è un “modo” (o meglio un “attributo”, anche se in questo contesto poco importa la differenza) della sostanza – che per quel che mi riguarda è ovvio e tautologico, non essendoci nulla che non sia un “modo” della sostanza.
    Ma, come ci ricorda Spinoza per quel che concerne il “corpo”, si è solo all’inizio del compito, poiché quel che va chiarito è che cos’è la mente, come funziona – cosa a cui non mi risulta che i neuroscienziati abbiano ancora risposto esaurientemente o su cui gli stessi filosofi della mente si siano accordati…

  30. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Aldo
    Scusami, ma le riserve si hanno proprio preventivamente, come è ovvio che sia, e sono appunto di principio. Dopo che lo leggerò, darò una mia valutazione. Del resto, visto che va esclusa la possibilità di leggere tutto ciò che viene pubblicato, mi pare ovvio che vada fatta una cernita inevitabilmente preventiva ed inevitabilmente fallace. Ad esempio, sessanta milioni di italiani, meno qualche centinaio, non ha letto il mio libro, bisogna farsene una ragione 😀

    Nel merito, ritengo che le premesse di una determinata tesi, visto che non credo a fondamenti epistemologici certi, vanno esposte in modo che sia possibile argomentarci intorno. Quando invece vedo qualcuno che ha perso la problematicità, ritenendo di avere trovato la chiave decisiva che spiega tutto, mi metto in allarme. Per questo, sollevavo riserve sul libro di Damasio, proprio perchè apparentemente tu lo citi come si trattasse di una Bibbia, e questo ti confesso che appunto mi allarma.

  31. md Says:

    @Vincenzo: abbi fede, il tuo libro è tornato sul mio scrittoio proprio oggi, sulla pila dei libri da leggere. Ti confesso che ne avevo già letto una quarantina di pagine quando me lo avevi spedito, ma siccome ero anch’io preda di “riserve di principio” ho rinviato la lettura a tempi meno pre-giudizievoli…

  32. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Ti ringrazio, ma rimangono ancora svariate decine di milioni di Italiani 😀

  33. milena Says:

    @Vincenzo:
    Mi auguro che non faremo l’errore di confondere Damasio con quello che uno o l’altro sostiene che dica Damasio. Bisogna leggerselo da sé, per poterlo giudicare e trarre delle conclusioni di prima mano. Anche se ho l’impressione che alla nostra età, che mi pare siamo tutti abbastanza grandicelli, abbiamo tutti delle idee piuttosto definite e spesso leggiamo più che altro per trovare delle conferme su quanto di già pensiamo.
    Non a caso Spinoza dice che “ … ognuno ha giudicato secondo la disposizione del proprio cervello le cose”, o più esattamente “gli uomini giudicano secondo la struttura dei loro cervelli” secondo il detto “tot capita tot sententiae”. Cosa che in linea di principio non ritengo negativa, a meno che volessimo a tutti i costi fondare una nuova verità assoluta dopo esserci dati tanto da fare per giungere a dire che l’unica verità assoluta è che non vi è alcuna verità assoluta. Oppure ognuno ha la sua verità assoluta? Questo sarebbe il guaio e da questo hanno origine lotte di ogni genere, mi pare.

    Comunque, è interessante verificare come ognuna delle nostre menti, poste di fronte allo stesso oggetto, che in questo caso è il libro di Damasio, che non è un oggetto semplice come un bicchiere o un cucchiaio ma è un oggetto complesso, mette in rilievo alcune parti rispetto ad altre, dà risalto ad alcuni particolari e significati rispetto ad altri, ovvero come interpreta l’oggetto che crede di aver di fronte ma che in realtà è nella sua stessa mente.
    Per esempio il mio interesse è stato attirato dalla considerazione che Damasio propone su fatto che Spinoza, per quanto in gran parte dell’Etica affermi che il corpo è il silenzioso vincitore, nella proposizione 22 invece mette innanzi la mente dicendo “La mente umana percepisce non solo le affezioni del corpo, ma anche le idee di queste affezioni”. Vale a dire che la mente umana, una volta che si è fatta l’idea di un certo oggetto, può formarsi un’idea dell’idea, e un’idea dell’idea dell’idea, eccetera.
    E non mi dilungo nelle implicazioni … leggetevi il libro.
    Questo mio interesse è poi rinforzato dal sapere lo scopo finale di tutti gli sforzi del nostro Benedictus per comprendere la condizione umana, che non è certo quella di dichiarare che siamo schiavi del corpo-mente e che non ci si può far niente, affatto, bensì che dalla comprensione possiamo imparare a liberarci dalle passioni pericolose contrapponendo loro emozioni irresistibili, quali la gioia, letizia, ecc..
    Lo scopo poi di Damasio, in questo libro, sta anche nel dimostrare quanto le scoperte scientifiche non abbiano fatto molto più che provare quello che Spinoza aveva di già scoperto in modo intuitivo.
    Inoltre, un’ultima osservazione, sembrerebbe proprio che uno dei fattori utili alla sopravvivenza del più adatto, o adattato all’ambiente dato, sia stata la capacità di alcuni individui di trovare delle strategie contro l’angoscia che inevitabilmente ha origine nel sapersi mortali, dal provare dolore lacerante di fronte alla morte dei propri cari, dal dolore mentale, ecc.. Strategie che storicamente comprendevano la ricerca di un conforto compensatorio che poteva essere offerto dalla religione, per esempio, o da altre teorie.
    Mentre Spinoza, costretto a trovare un’ulteriore soluzione, va al di là dell’illusione del conforto ingenuamente beota e propone due vie di salvezza, più o meno impegnative a seconda delle capacità intellettuali di ciascuno, ma che contemplano la possibilità di agire con la mente in modo ‘ragionato’ sui processi emozionali. E molte altre cose … io ho solo detto alcune delle cose che vi ho trovato, ognuno dica le sue.
    Ma, se posso dare un consiglio disinteressato, cerchiamo di trovarvi qualcosa che sia utile a farci stare bene, o meglio di quanto possiamo essere stati … Va bene così?
    Ciao Vincenzo, un caro saluto.
    E il tuo libro … ancora non so come fare per averlo … ma prima o poi, di sicuro

  34. md Says:

    “Spesso leggiamo più che altro per trovare delle conferme su quanto di già pensiamo”.
    Ecco Milena, hai centrato una delle carenze o delle difficoltà maggiori nell’affrontare un testo filosofico (ma non solo filosofico): al di là di ciò che accomuna lettore e autore (che non può non esserci, altrimenti non ci sarebbe alcuna possibilità comunicativa o comprensiva), occorrerebbe sempre disporsi alla sorpresa e all’accoglienza dell’ignoto e dell’alterità. Il testo è sempre una terra “altra” (anche se non radicalmente altra, per quanto ho detto prima) che ci chiede innanzitutto ascolto e umiltà. Ma se non ci piace l’umiltà basta l’ascolto.

  35. md Says:

    @Milena
    in merito alle tue osservazioni su Spinoza, corpo, mente, ecc., anche qui trovo che tu abbia centrato una delle questioni essenziali, e cioè quel “farsi idea delle affezioni del corpo” da parte della mente – cosa che: 1) non a caso viene ripresa da Damasio nella sua genealogia dei sentimenti a partire dalle emozioni (distinzione interessante e fruttuosa); 2) Spinoza ci rende anche avvertiti dell’enorme potenza (ed anche pericolosità) del meccanismo mentale – da cui deriva spesso anche il nostro avvitarci su noi stessi e sulle nostre stesse rappresentazioni.

    Condivido poi, in pieno, la tua conclusione.

  36. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Milena
    Hai ragione tu. Infatti, io usavo il libro di Damasio solo per criticare il dogmatismo che mi pare di notare negli ultimi interventi di Aldo, ma, visto che non l’ho neanche letto, penso si percepisse che Damasio nei fatti non c’entrava per niente. Comunque, ormai ho deciso, sarà una delle mie prossime letture, tornerò preparato in materia, e spero mi cancellerete la “i” quando avrò documentato la mia preparazione 😀
    Per quanto riguarda il libro, non sperare di trovarlo in libreria, perchè non lo troverai di certo. Sul mio blog, c’è il sito dove prenotarlo, credo sia la modalità più semplice. Sto tentando di organizzare una serie di presentazioni in Italia, ma la cosa si sta rivelando più complicata del previsto, visto che poi il mio lavoro è abbastanza tirrano verso il mio tempo. Vedremo, vi farò di certo sapere, perchè sarebbe per me un piacere se ci incontrassimo, approfittando di questi eventi.

  37. Aldo Says:

    @Vincenzo
    ” .. io usavo il libro di Damasio solo per criticare il dogmatismo che mi pare di notare negli ultimi interventi di Aldo ..
    Fare “ricerca”, senza pre-giudizi”, è l’unica bussola che seguo da molti anni. Studio autori diversi per arricchire di contenuti le mie riflessioni. Imparo, comunque, sempre qualcosa, per cui è ben lontana da me la convinzione di Milena che “abbiamo tutti delle idee piuttosto definite e spesso leggiamo più che altro per trovare delle conferme su quanto di già pensiamo.”
    Ogni giorno aggiungo o tolgo un tassello ai miei ragionamenti, sulla base delle informazioni che acquisisco, confrontandomi con le argomentazioni degli “esperti”. I miei pensieri sono sempre “in progress”, i miei “modelli” sono assolutamente plasmabili, interagendo con gl’altri. Ovviamente se non concordo su una data contro-argomentazione, rimango “provvisoriamente” della mia idea. Mi è parso, qui, di verificare che i partecipanti enuncino postulati, senza trarre da questi le necessarie con-clusioni. Evidentemente ci sono dei “retro-pensieri”, degli “affetti” che condizionano l’obbiettività (relativa) del dibattito. Oltre al problema “grande come un casa”, che il “mezzo blog” non consente di argomentare esaustivamente. A volte, forzatamente, diviene chiacchiericcio, se non “rumore” e i post, spesso, non trovano risposte, ma “silenzi”, mortificanti per tutti. Oppure “interpretazioni”, a dir poco, fantasiose, come quella che tu dichiari:”usavo il libro di Damasio”, che non hai letto, “solo per criticare il dogmatismo ..”.
    Concludo. A me è sempre parso utile indagare sui meccanismi che guidano i nostri comportamenti, con l’ausilio delle neuroscienze.
    Non ho mai ridotto dogmaticamente l’uomo a “dato” puramente biologico, cosa che, del resto, non fa nessuno dei più autorevoli “addetti ai lavori” Insomma, ritengo, a questo stadio della ricerca, che l’uomo e gl’altri primati con lui, sono solo la punta di un iceberg, che è totalmente immerso nel “mare magnum” della biologia. Se questo è dogmatismo, lascio ai posteri l’ardua sentenza. Credo, comunque, di essere in buona compagnia (Gerald Edelman, premio Nobel per la medicina e la fisiologia “Un universo di coscienza”, LeDoux Joseph “Il Sé sinaptico. Come il nostro cervello ci fa diventare quelli che siamo” e naturalmente Damasio ..”
    Buona giornata

  38. md Says:

    @Aldo:
    continuo a non essere d’accordo sul problema “grande come una casa” del “mezzo blog”. Non è il “mezzo blog” il problema, e nemmeno l’uso che se ne fa. E’ solo il tempo e l’impegno che ciascuno decide di mettere nello scrivere, ascoltare e argomentare o controargomentare, il vero nodo. Che vale per il blog, per la conferenza, per la scrittura di un libro, un saggio o una tesi di laura, per un simposio, per una discussione a due a tre o a cento (cosa piuttosto utopica), per un epistolario, una videoconferenza o quant’altro.
    E la decisione del tempo e dell’impegno (a partire dal sottoscritto) non può che essere una libera scelta soggettiva.

    Per quanto concerne quel che dici sulla ricerca, naturalmente concordo. Quel che pavento (e su cui ritengo la filosofia debba prioritariamente impegnarsi, rivolgendo la critica anche a se stessa) è il rischio corrente del riduzionismo – si chiami esso biologismo, meccanicismo, mentalismo od anche eleatismo od ontologismo.
    Si dovrebbe sempre praticare la platonica periagogé, cioè il rivolgimento a 360 gradi dello sguardo – pur sapendo che è il “nostro” sguardo e che tutte le nostre ricerche e supposizioni (comprese quelle scientifiche) sono pur sempre le “nostre” supposizioni, inevitabilmente finite e limitate.

  39. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Aldo
    Spero di non averti offeso con la mia osservazione, ma mi sembrava doveroso esprimere con sincerità quel che sentivo. Del resto, non ho certo affermato, nè lo ho pensato in verità, che tu sia dogmatico, dico che trovavo alcune tue affermazioni dogmatiche, perchè, e qui non posso che ribadirlo, non credo che esista un criterio di verità assoluto, e concepisco la filosofia come ricerca. Il che non implica certo che non si debba arrivare a delle conclusioni, ma quando ciò accade, bisogna ben avere presenti quali sono le premesse, che sono inevitabilmente postulati, e quindi indimostrabili, che ne stanno alla base.
    Non capisco poi come le scienze sperimentali, e le neuroscienze tra queste, possano fornire rispote sul piano squisitamente filosofico. Sarebbe qui fuori luogo richiamare lo sviluppo della filosofia della scienza, ma la conclusione che l’osservazione scientifica non esiste, perchè essa è in definitiva un’operazione compiuta da uno specifico soggetto, col suo specifico substrato culturale, mi pare largamente condivisa. Poichè il soggetto non è mai davvero esterno all’attività sperimentale, le conclusioni che si traggono dagli esperimenti sono influenzate profondamente dalla cultura dello sperimentatore. Ad esempio, non si può mai trovare in un esperimento ciò che non si cerca, e si cerca ciò di cui si ha una qualche forma di nozione.
    Nel mio libro, per illustrarti il mio approccio, nell’ultimo capitolo elenco minuziosamente tutti i miei postulati, e ti dirò che già sento l’esigenza di riformularli. E’ evidente che se un’altra persona non condivide tali postulati, non pervarrà mai alle mie stesse conclusioni. Questa la chiamerei “operazione finestra”: sono così convinto che non esiste una verità assoluta che ti racconto esattamente lo sviluppo delle mie convinzioni.

  40. Luciano Says:

    Salve.
    Non sono pienamente d’accordo. Che noi non si sia in grado di acquisire una verità assoluta credo sia vero e probabilmente ha tra le sue cause il fatto che le nostre capacità cognitive sono finite e dunque qualunque risultato è pur sempre un’approssimazione. Il metodo scientifico dà alle scienze una, diciamo, marcia in più perché basato su principi rigorosi e soprattutto condivisi e verificabili. Lo stesso purtroppo non si può dire della filosofia. Ciascuno apporta un suo contributo che di fatto supera e abolisce quello dei filosofi precedenti. Voglio dire che la filosofia di Aristotele è diversa da quella di Platone che è diversa da quella di Socrate etc. etc. fino ad arrivare a quella dei filosofi odierni. Heidegger e Nietzsche non sono la stessa cosa così come Hegel e Wittgenstein o Kant o Severino. Nella scienza (io questo lo affermo ogni volta che si presenta la questione) i risultati sono condivisi. Non credo esista un solo fisico al mondo che metta in dubbio F = ma, o l’equazione di Dirac, così come non c’è un solo biochimico che metta in dubbio la composizione della catena del DNA. In matematica un qualunque risultato è accettato una volta che esso sia stato dimostrato, a meno di questioni di cui non si riesce a trovare un controesempio e vengono ritenute corrette (es. il teorema di Fermat, che ultimamente peraltro, mi sembra sia stato dimostrato). In filosofia purtroppo questo credo non sia vero. Se sbaglio ditemelo, ovviamente. Inoltre non è vero che si cerca solo quel che si vuole trovare. Chiaramente in un esperimento confermativo di una certa teoria questo è necessario, ma molte volte ci si trova di fronte a risultati inattesi quando addirittura non si fanno esperimenti per vedere cosa si trova, esattamente come un bambino che rompe il giocattolo per vedere come è fatto dentro.

    A presto.

  41. Aldo Says:

    Caro Md,
    tu dici:”E’ solo il tempo e l’impegno che ciascuno decide di mettere nello scrivere, ascoltare e argomentare o controargomentare, il vero nodo.”

    L’impegno, a mio giudizio, deve essere incontrovertibilmente commisurato ai ritorni, in termini di arricchimento culturale, disponibilità al dialogo, educazione (in senso lato) dei vari partecipanti.
    L’ho già detto e lo ripeto: mi è capitato spesso, ma è capitato ad altri e di questo sono testimone oculare, che argomentazioni accurate, sicuramente impegnative e che hanno richiesto tempo, riflessione e fatica, sono state bellamente ignorate e definitivamente abbandonate al loro destino da chi, al contrario, avrebbe dovuto farsi carico di una risposta, almeno di cortesia.
    Se questo succede (di non rispondere è successo anche a me) e non voglio entrare nel merito delle ragioni dei singoli, certamente anche commendevoli, allora il risultato non potrà che essere un discutere frammentario, episodico e, alla fine inconcludente.
    Io attribuisco al “mezzo blog” questi inconvenienti, perchè, per definizione, al suo interno esiste e viene coltivata la massima libertà, che, però, non è altro che anarchia conclamata. Un parlare ego-diretto, che può prescindere dall’impegno degl’altri. Considero questo fatto esiziale per un discorso che si voglia definire “filosofico”. Platone ne sarebbe certamente rammaricato.
    In filosofia, rispondo a Luciano, la ricerca della verità (relativa) non può discostarsi da quelli che sono i criteri del metodo scientifico. Le ipotesi formulabili devono sempre rispettare ed accordarsi con le più recenti acquisizioni della scienza. Se affermo che l’uomo è “altro” rispetto alla natura (idealismo), sono obbligato ad argomentarlo e, qui, cascherebbe l’asino (filosofico), perchè “tutti” i neuroscienziati sarebbero disposti a testimoniare il contrario davanti al tribunale kantiano della ragione.
    Qui mi devo fermare, ma di cose da dire ne avrei tante …

  42. md Says:

    @Aldo: beh però anche la Fenomenologia dello spirito o l’ultima interessante conferenza di Severino o (ancor più) Oltrepassare, ma anche le ricerche dei neuroscienziati sono state ignorate dai più.
    Dunque dovrei forse lamentarmi che i miei minuscoli post non vengano puntualmente commentati o discussi ordinatamente ogni volta?
    Scrivo perché mi piace scrivere ed ordinare i pensieri e ho trovato questo strumento utilissimo per farlo.
    Visto poi che ne sono nate (per quel che mi riguarda) interessantissime discussioni e (almeno per me) ritorni tangibili, è tutto grasso che cola.
    Naturalmente poi ciascuno farà filosofia in altri modi, leggendo discutendo e scrivendo dove e come ritiene più opportuno.
    Un blog è uno tra i vari strumenti di lettoscrittura che la filosofia può usare. Platone, che pure è stato uno dei più grandi scrittori filosofici, aveva ritenuto esiziale per la filosofia proprio l’avvento della scrittura, poiché in quel modo si perdeva ineluttabilmente la sua parte più viva, l’oralità dialogica. Non per questo i filosofi hanno smesso di scrivere, oltretutto nei più disparati ed anarchici dei modi.

  43. md Says:

    Aggiungo poi che il problema che le scienze hanno è proprio quello della definizione dei concetti con cui esse stesse lavorano: dire che l’uomo è o non è altro dalla natura, presuppone anche la definizione chiara ed esplicita di “natura”.
    Non a caso il fisico Schrodinger si chiese “Che cos’è la vita?” in un suo celebre libro, e Foucault ci ricorda come il concetto di “vita” sia recentissimo e per nulla pacifico.
    Ma questo è compito precipuo della filosofia, che dialoga con gli altri saperi, non per questo accettandone supinamente le teorie.

    Per quanto riguarda le obiezioni e le controobiezioni di Vincenzo e Luciano, lascio a loro – che sono oltretutto un chimico e un fisico – la parola…

  44. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Luciano
    La scienza ha i suoi metodi, e al proprio interno nessuno, meno che mai io che mi occupo di scienze sperimentali, ne metterebbe in dubbio le conclusioni, ma la validità di tali conclusioni è limitato allo stretto ambito scientifico.
    In verità, io avevo detto una cosa differente, avevo detto che il sapere scientifico non può fornire alla filosofia quelle certezze che essa non trova da sola.
    C’è ancora un altro equivoco. Quando dicevo che non si può trovare ciò che non si cerca, non mi riferivo certo ad una teoria, che tra l’altro si elabora e non è mai data tal quale dalle risultanze sperimentali, nel senso che la teoria ha sempre qualcosa in più rispetto alle proprie evidenze sperimentali.
    Mi riferivo invece alle variabili che descrivono un determinato sistema ed agli enti che lo costituiscono. Non solo è ovviamente possibile ipotizzare delle grandezze fisiche che la fisica attuale non utilizza, ma anche la determinazione di una grandezza fisica richiede l’accetazione a priori di un certo insieme di relazioni, previsto dalla teoria esistente.

  45. Luciano Says:

    Salve.
    “La scienza ha i suoi metodi, e al proprio interno nessuno, meno che mai io che mi occupo di scienze sperimentali, ne metterebbe in dubbio le conclusioni, ma la validità di tali conclusioni è limitato allo stretto ambito scientifico.”

    La scienza non è mica un orticello autoreferenziale. Si occupa della realtà che ci circonda, la studia e la descrive attraverso modelli che ne riproducano i comportamenti. Ma questo lo sai meglio di me. Non credo sia compito della scienza fornire alla filosofia delle certezze, così come non è compito della filosofia il viceversa. Però è pur vero, per esempio nel caso delle neuroscienze, che le acquisizioni scientifiche devono aver un peso rilevante nell’ambito delle teorie in filosofia della mente e/o del linguaggio e il filosofo non può far finta che non ci siano. Riguardo la parte finale del tuo intervento volevo invece dire che un problema che rilevo è quello appunto delle variabili usate nella costruzione del modello stesso. Se ci fai caso esse sono puramente arbitrarie (tranne quelle legate alla posizione), legate a quella che potremmo definire la filosofia con cui noi ci avviciniamo allo studio e descrizione di ciò che ci circonda. Ad esempio, io sono convinto che la variabile tempo non esista dal punto di vista fisico, è qualitativa e non quantitativa (a differenza di quelle spaziali), eppure noi usiamo velocità e accelerazioni che da essa dipendono e sulla base di questa abbiamo creato dei principi di invarianza che ci permettono di descrivere l’evoluzione di un sistema.

    A presto.

  46. Aldo Says:

    @Md
    Non hai fatto un solo accenno al problema dei post ignorati e della frammentarietà conseguente del discorso filosofico, che io avevo sollevato. E’ chiaro, dunque, che tu segui la tua “affettivita” e il “filo” del tuo discorso, senza de-flettere, secondo il principio. “tutto va bene, madama la marchesa”. E’ chiaro che per te il blog è un “grande diario” su cui scrivi le cose che ritieni utili alla tua pluriennale ricerca, con alcune chiose, rappresentate dalle opinioni degl’altri. Questo ti basta (sufficit) e avanza. Ovviamente le esigenze degl’altri possono divergere, ma lo ritieni un inconveniente non rilevante, in riferimento ad i tuoi personali obiettivi. Tutto legittimo, ma il fatto indebolisce il processo di condivisione dei contenuti (dialettica costruttiva) e lascia per strada problemi (sollevati da altri), certamente rilevanti. Faccio un esempio, riprendendo il tuo argomentare su “.. la Fenomenologia dello spirito o l’ultima interessante conferenza di Severino o (ancor più) Oltrepassare .. ”
    Ha un senso, ti chiedo, riproporre il tema della “Fenomenologia dello spirito” come pensiero “forte” del dibattito filosofico contemporaneo ?
    Qundo si parla di “spirito” non entriamo, forse, in un sentiero datato e minato; minato, prima di tutto da Marx (in modo magistrale) e, poi, dalle recenti acquisizioni della scienza?
    Cosa è lo “spirito” se non altro che un idea, una forma di autoreferenzialità dell’ “homo sapiens”, che non si rassegna ad essere un prodotto contingente della natura, animale tra gli animali?
    Cos’è quell’ “oltrepassare” di Severino se non altro che un invasione di campo nei territori dell’ignoto per acquisire “certezze” consolatorie. Antropocentrismo puro, forzatura logica, ricerca di ciò che non può essere cercato o denominato?
    Dunque un logos che si perde nel proprio labirinto perchè non vuole vedere il limite del suo discorrere e dei suoi circuiti cerebrali. Un logos tracotante che non vuole tacere, che non vuole mettersi in ascolto della sua fenomenologia biologica. L’erba dell’ignoto è sempre più verde. E’ una sfida permanente al nulla.
    Ovviamente, come al solito, avrei tanta altre cose da dire, rispetto alle tue considerazioni e alle considerazioni degl’altri, ma non posso elaborare un “trattato” per rispondere. Un argomentare sintetico diviene spesso uno slogan, che da adito a mille congetture, ad un “mare” di equivoci e digressioni fuori tema. E il dia-logos platonico va a p….”.

  47. Aldo Says:

    @Luciano
    “Ad esempio, io sono convinto che la variabile tempo non esista dal punto di vista fisico, è qualitativa ..”

    Brevemente. Sono d’accordo. Il concetto di tempo è un “ideazione”, una “fantasia” necessaria all’uomo per mettere “sotto osservazione” le dinamiche ed i fenomeni del reale. Pre-disporre modelli spazio-temporali è utile per “agire” sul territorio che lo ospita, per progettare un dominio, che accresca, biologicamente parlando, il proprio “spazio” vitale (aggiungendo, appunto, il “tempo” come qualità dell’essere/esistere).

  48. md Says:

    beh però Aldo, non puoi lamentarti prima dell’eccessiva carne al fuoco e poi piazzare sul piatto lo spirito di Hegel (nientemeno!), i tomi di Severino, la tracotanza del logos e quant’altro…
    sul concetto hegeliano di spirito (che io traduco tranquillamente “cultura”) avrei parecchio da dire, ma ti risponderò via via e con grande calma nei prossimi… facciamo 4-5 anni?

  49. Bìa « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] una riflessione più ampia del concetto di violenza rinvio al seguente post. Una discussione molto interessante si era precedentemente svolta in coda a questo post.) Share […]

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