La torta e la glassa. Note sulla natura umana

La cultura è una glassa, la biologia una torta
(C. Geertz)

Poiché negli ultimi tempi si sono generate lunghe discussioni – talvolta confuse per l’inevitabile sovrapporsi  ed accavallarsi dei temi – vorrei provare a fare il punto su quello che si sta manifestando come uno dei filoni più consistenti e persistenti del blog, e che lo ha caratterizzato fin dalla sua apertura: la questione della natura umana e del rapporto umano-naturale, con le loro inevitabili ricadute etico-politiche. Non vuole (né può) essere una sintesi esaustiva, né tantomeno la (mia) parola definitiva sull’argomento – anche perché nel quindicennio in cui me ne sono occupato c’è stato un divenire (non saprei dire se uno sviluppo o un “inviluppo”), ma certo un mutamento, delle mie opinioni in merito.
Sento l’esigenza però, onde evitare continui fraintendimenti (che pure ci saranno ugualmente), di chiarire per sommi capi il mio pensiero in proposito. E, insieme, di fornire alcune coordinate di base ai sopraggiungenti, o a coloro che vorranno partecipare alla discussione in un prossimo futuro.

1. Che siamo

L’inaggirabile orizzonte ontologico di ogni discussione resta la constatazione insieme logica ed empirica del nostro essere – o, per  meglio dire, del nostro essere in uno con l’essere. Siamo, e nel dirlo c’è l’autoevidenza assiomatica e non contraddicibile di quella particella verbale. Dico “siamo”, non “sono” non a caso: intendo così prendere le distanze da quella tradizione filosofica che trova la sua massima espressione nel cogito cartesiano, che tende insieme a  soggettivizzare la dimensione ontologica e ad espellerne l’elemento sociale, naturale, storico e biologico. Una prima presa di distanza dal riduzionismo, filosofico e scientifico che sia.

Non solo, nella particella “che” anticipante l’espressione verbale, mi riferisco alla constatazione preliminare del “trovarsi già ad essere”, della neutralità ed oggettività fondamentali di quel trovarsi, della sua necessità. Siamo e non possiamo non essere – o, riformulato nel modo più impersonale di cui siamo capaci, è e non può non essere.
Questo non si traduce automaticamente in un discorso anti-idealistico. Tutt’altro: senza trovarsi schiacciato sulle forme storiche di idealismo (da Platone ad Hegel), il discorso filosofico non può per certi versi non essere “idealista”, intendendo con questo termine la continua produzione di idee e di concetti sul mondo, oltre che su se stessa, che inevitabilmente caratterizza la ricerca filosofica.

***

2. Che cosa siamo

Senza però addentrarmi oltre in pericolose disquisizioni ontologiche o terminologiche, mi concentrerò ora sul concetto di natura umana – una di quelle produzioni ideali.
Nel tempo, ho via via sempre più preso le distanze da ogni concezione essenzialistica riguardante la natura umana. Non solo da quella tradizionale e canonica delle correnti “spiritualistiche” (siano esse attinenti alla filosofia o alla religione), ma anche da tutti i più o meno recenti tentativi riduzionistici su tutt’altro fronte. Se sono convinto del fatto che qualcosa come un’anima o un centro spirituale altro non siano che mere fantasie, sono anche molto sospettoso nei confronti di tutti quei tentativi biologici o parabiologici di essenzializzare a loro volta uno o più aspetti della natura umana facendone dei tratti immodificabili – siano essi il concetto stesso di “natura”, la “mente”, la dimensione “genica” o quant’altro. Da questo punto di vista non vedo poi molte differenze tra l’essenzializzare della Chiesa cattolica e l’essenzializzare di certi ambienti scientifici.
Questo non vuol certo dire che la specie umana sia altro rispetto alla natura – tanto più che restano da chiarire tanto il concetto di partenza, quanto quello di arrivo, ciò da cui ci si differenzia e ciò in cui ci si differenzia, senza dimenticare il movimento del transitare dall’una all’altra sfera. A tal proposito, se è vero che la filosofia non può ignorare i risultati delle scienze biologiche degli ultimi 150 anni, non può nemmeno passare sotto silenzio la problematicità di alcune categorie delle quali quelle si servono, a partire dalle fondamentali “vita”, “natura”, “naturale”, “evoluzione”, ecc.
In sostanza, ciò che contesto è proprio il meccanismo concettuale (o se si vuole l’operazione ideologica) che tende a fissare qualcosa come una “natura umana”, sia essa biologicamente o culturalmente determinata. Ciò non vuol dire che non ci siano elementi biologici, culturali e cognitivi cruciali nel determinare la logica dei nostri comportamenti – ma non trovo un’argomentazione fondazionalista irrefutabile in tal senso.
La conclusione è che concetti come “natura umana”, “essenza”, “umanità”, con tutto il loro retroterra essenzialistico e la costellazione collaterale di significati (ortodosso, normale, naturale – contrapposti a ciò che si ritiene eterodosso, deviante, ecc.), sono, oltre che pericolosi, razionalmente ingiustificati. L’unico livello fondazionale irrefutabile, per quel che ne penso “io” (cioè quell’attività mentale che mi fa dire “io”), è quello ontologico primario (il che siamo di cui ho parlato sopra).

***

3. Che cosa possiamo essere

Ben più fruttuosa è stata la strada antiessenzialistica, decostruzionista e “storica” (con l’avvertenza che il concetto di storia trasposto in ambito evolutivo e su grandi distanze temporali modifica il proprio significato): la nostra è una specie che si evolve (come le altre specie) e che però, a differenza delle altre specie, spezza la propria provenienza biologica in un elemento invariante ed uno variabile. Non solo: lo stesso rapporto tra questi due lati insieme allo spazio di plasmabilità dell’invarianza, sono in costante movimento. La specie umana è cioè quella specie che retroagisce sulla propria base biologica, trasformandola così a ritmi maggiori di quelli delle altre specie. Tale processo non deriva da essenze strane o apporti trascendenti, ma dalla medesima logica evolutiva (di cui la stessa mente indagatrice è parte, e questo fatto arricchisce ed insieme complica il quadro). Il caso e la necessità naturale (per quel che ne sappiamo) hanno generato questo processo, che però ignoriamo se avrebbe potuto correre su altri binari.
Di tutto ciò la scienza occidentale (che è ormai la scienza planetaria) costituisce il motore centrale. Unitamente alla tecnica, quel complesso  che potremmo chiamare come tecnoscienza, è l’anima del processo stesso. Proprio la razionalità scientifica tende a distruggere tutte le precedenti teorie essenzialistiche sulla natura umana – ma a queste ne vorrebbe sostituire altre nuove di zecca, con il risultato di una inedita forma ideologica di tipo riduzionistico, si chiami essa biologismo o mentalismo o cerebralismo, giusto per coniare -ismi ad hoc.
Se tali scienze (di recente soprattutto le neuroscienze) hanno avuto il merito di spingere verso un’ulteriore immanentizzazione e decentramento della prerogativa umanistica o umanocentrica (continuando così sulla scia di Copernico-Darwin-Einstein da una parte, di Bruno-Spinoza-Marx dall’altra), il rischio è quello della nascita di un nuovo assetto antropocentrico, che della potenza umana (cioè della sua possibilità di controllo e trasformazione del proprio essere naturale), faccia qualcosa di acritico, eterodiretto, oltreché di asservito a precisi e determinati interessi materiali. Con un incredibile paradosso: l’integrale naturalizzazione della specie (insieme alla sua conoscenza molecolare) potrebbe rovesciarsi in una sua integrale artificializzazione, e in una messa al lavoro e valorizzazione del cosiddetto invariante biologico. Tanto più che quest’ultimo aspetto, come ad esempio teorizzato da Paolo Virno, riguarderebbe paradossalmente gli elementi più dinamici (nel senso profondo del concetto filosofico di dynamis) delle prerogative specie-specifiche o della metastoria filogenetica, e cioè: la facoltà di linguaggio, la non specializzazione istintuale, la neotenia, la non univocità ambientale.

Compito della filosofia diventa allora, a mio parere, quello di vigilare criticamente oltre che di dialogare assiduamente con le scienze, affinché le zone d’ombra o le categorie non esplicitate di ciascun ambito conoscitivo vengano portate alla luce, ed eventuali asserzioni fondative od ultimative vengano vagliate e discusse pubblicamente. Attività chiarificatrice, come sosteneva Wittgenstein, che rivolga l’occhio critico della ragione (il kantiano tribunale) ovunque intorno a sé, oltre che a se stessa. Non certo per comandare, ma nemmeno per farsi comandare.

***

Veniamo ora a tre postille esemplificative del dialogo possibile tra scienze e filosofia proprio per quanto concerne il tema della natura umana, e che provengono da tre ambiti diversi di ricerca: quello antropologico, quello neuroscientifico, quello storico.

a) Il primo esempio viene dall’americano Clifford Geertz, facilitato dal fatto che si tratta di un antropologo-filosofo. In una raccolta, intitolata nell’edizione italiana Antropologia e filosofia, dedicata proprio ad un bilancio filosofico della sua attività di ricerca antropologica sul campo, egli conduce una serrata critica alle pretese antirelativistiche, non tanto per sposare il pensiero relativista (che d’altra parte non si sa bene che cosa sia), quanto per avvertirci del pericolo dell’essenzializzazione di cui ho parlato sopra. I campi a suo parere più pericolosi sono proprio quelli che riguardano la “natura umana” e la “mente”, dove si esercita più che in altri settori della ricerca, la mentalità risorgente (o mai morta davvero) per cui “tutto si riduce a nient’altro che” – sia questo che: geni, specie viventi, architettura cerebrale, costituzione psicosessuale, ecc. Tra il compito di rassicurare e quello di destabilizzare, Geertz non ha dubbi, preferendo stare tra i “venditori ambulanti di anomalie, spacciatori di stranezze, mercanti di stupore”, piuttosto che con i restauratori della sociobiologia o gli universalisti cognitivi.

b) Il secondo esempio viene da Antonio Damasio. C’è un paragrafo di Alla ricerca di Spinoza intitolato “Neurobiologia e comportamento etico” che mi sembra interessante per mettere sotto la giusta luce il rapporto tra base biologica e sfera culturale – tra la “torta” e la “glassa”, per usare l’azzeccata metafora critica coniata da Geertz. Il neuroscienziato portoghese ritiene qui prudentemente come non ci siano elementi fondati per ridurre la sfera morale alla sua base neurobiologica (è del sistema complesso delle emozioni e dei sentimenti che si sta parlando), ma che semmai è dal concorso con altre discipline umanistiche che si potranno chiarire le dinamiche socioculturali. Ciò non toglie che si debbano fare i conti con alcuni dati incontestabili circa la nascita del comportamento morale tra le specie viventi, nient’affatto esclusivo di quella umana, come dimostrano le osservazioni su uccelli (corvi) e mammiferi (pipistrelli, lupi, babbuini, scimpanzé). No al riduzionismo, dunque, ma no anche all’umanesimo differenzialista!

c) L’ultimo esempio riguarda la prospettiva transumanista tratteggiata da Aldo Schiavone nel suo saggio Storia e destino, che mi limito ad accennare, visto che vi avevo dedicato una lunga riflessione (cui rinvio) alla sua uscita. Si può ritenere tale prospettiva un “salto nel buio”, una proiezione immaginifica di quel che la specie potrà essere, ma certo ha un suo fondamento logico-storico in linea con la tesi della retroazione sulla propria base biologica. Forse Schiavone utilizza un linguaggio troppo sbilanciato in direzione spiritualista, laddove accenna alla “deposizione dell’animalità” e all’ampliamento della sfera dell’autocoscienza, dunque della decidibilità del proprio destino insieme all’allentamento delle catene della necessità naturale. Si tratta tuttavia di una prospettiva, discutibile e fantastorica finché si vuole, che però non esce dalla sfera dell’immanenza e della possibilità fondata su processi storici e materiali. (Avevo d’altro canto avvertito – e qui mi ricollego a quanto detto sopra a proposito della funzione direttiva da parte della tecnoscienza – del tecnoincubo che potrebbe essere iscritto in quella prospettiva…)

***

Scusandomi per l’eccessiva lunghezza, non posso a questo punto esimermi da un chiarimento finale (che è un ribadire più che un chiarire, per chi ha letto con attenzione quanto vado scrivendo su questo blog da tempo): resto convinto che ogni prospettiva “spiritualista” o “trascendente” o “finalista” sia piuttosto aleatoria e campata per aria – pura tracotanza umana di credersi altro, più e meglio rispetto alla materia, al mondo, alle altre specie. Noi siamo materia, natura, una tra le tante specie, niente di più. E siamo destinati al ciclo che spetta ad ogni altra specie: comparire e scomparire senza lasciare particolari tracce che non siano quelle che significano qualcosa per la nostra mente.

L’arco teorico nel quale (“nanescamente”) mi muovo, è radicalmente materialistico ed immanentistico – e va, in particolare, da Spinoza a Marx. Nello studio della materia e dei suoi modi – corpo, mente, passioni, conati vitali, possibilità – per quanto concerne il primo “gigante”. Nello studio della dimensione storica, processuale ed (entro certi limiti) trasformabile di quel che il suo maestro chiamava “spirito”, che altro non è che la produzione materiale di socialità, culture, ambienti, conoscenze (le quali studiano circolarmente le loro stesse condizioni di producibilità) – per quanto concerne il secondo “gigante”.
Tra i due – la tensione etico-politica alla convivenza di ciascuno con ciascun altro (ente, vivente, modo, individuo che sia). Come scrive con semplicità ed eleganza Damasio nel paragrafo citato sopra: “La storia della nostra civiltà è, in una certa misura, la storia dei tentativi di estendere i nostri migliori ‘sentimenti morali’ a una cerchia di esseri umani sempre più ampia, superando le limitazioni del piccolo gruppo e abbracciando alla fine l’intera umanità“.
Aggiungerei: abbracciando alla fine l’intera sfera vivente, l’intero essere.

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51 Risposte to “La torta e la glassa. Note sulla natura umana”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Post molto impegnativo e scritto davvero bene.
    Come immagini, non sono d’accordo su tanti punti. Qui, vorrei subito sottolineare che in ogni discorso, è impicita una concezione dell’uomo, mi pare inevitabile e quindi in definitiva direi infantile volersene lavare le mani. La natura umana è un concetto necessario, anche se capisco quanto possa risultare controverso: facciamocene una ragione. Nessuno, ad esempio, penserebbe che gli uomini siano fatti per saltellare sul proprio capo con le gambe all’aria. I limiti umani sono in gran parte evidenti, e per la gran parte non sono oggetto di contestazione. Altri aspetti sono certo oggetto del contendere, ma, come dicevo mi appare infantile “far finta di niente”.
    Il punto mi pare non tanto quindi se parlare di natura umana, ma piuttosto il come parlarne. E secondo me, bisogna parlarne con la dovuta umiltà, senza pensare di possedere in merito certezze indiscutibili.
    Per certi versi, rifiutare il concetto stesso di natura umana è la soluzione più intransigente, perchè la definisce implicitamente, impedendone una discussione alla luce del sole.

  2. Paola D. Says:

    Ho letto finora solo i primi tre paragrafi e mi sembrano esaustivi.
    In particolare concordo con le seguenti affermazioni:

    “la nostra è una specie che si evolve (come le altre specie) e che però, a differenza delle altre specie, spezza la propria provenienza biologica in un elemento invariante ed uno variabile. Non solo: lo stesso rapporto tra questi due lati insieme allo spazio di plasmabilità dell’invarianza, sono in costante movimento. La specie umana è cioè quella specie che retroagisce sulla propria base biologica, trasformandola così a ritmi maggiori di quelli delle altre specie.”

    “….Compito della filosofia diventa allora, a mio parere, quello di vigilare criticamente “…….
    “Attività chiarificatrice…. che rivolga l’occhio critico della ragione…. ovunque intorno a sé, oltre che a se stessa.
    Non certo per comandare, ma nemmeno per farsi comandare.”

  3. Paola D. Says:

    “E siamo destinati al ciclo che spetta ad ogni altra specie: comparire e scomparire senza lasciare particolari tracce…..”

    Senza lasciare particolari tracce? Ma se abbiamo completamente stravolto il paesaggio naturale urbanizzandolo a dismisura!

    ” quelle che significano qualcosa per la nostra mente”: chissà se i nostri posteri potranno ancora raccapezzarsi tra tutte le tracce “mentali” che stiamo lasciando ( cartacee e non)!

  4. milena Says:

    Bella torta! Bella davvero. E molto simpatici i puffi sulla vetta.
    E dev’essere vero: le glasse, come le culture, sono varie e variegate, più o meno decorate e raffinate … ate ate ate.
    L’altra domenica in pasticceria non volevo decidermi tra Sachertort, Saint Honoré, Lemontort, Regina Helen, Zelten o Zuccotto. Così ho detto “Andiamo a casa a farci uno strudel, senza uova, senza zucchero, un cucchiaio di malto di riso mele uvette pinoli e una spolverata di cannella.” 😉

  5. Vincenzo Cucinotta Says:

    Un bel silenzio è caduto su questo post: pare proprio che un confronto non parta neanche. Spero che il mio commento iniziale non abbia gelato la discussione.
    Comunque, io riprovo qui a smuovere le acque.
    Perchè è così importante definire le caratteristiche fondamentali della natura umana, per quanto sia a tutti chiaro, me compreso, delle difficloltà della opinabilità, dei rischi connessi con questa definizione?
    Dicevo perchè dentro di noi una concezione di cosa siamo l’abbiamo, e quindi ritengo sia comunque un progresso esplicitarla. Così certamente ci esponiamo a critiche, a distinguo, a obiezioni di ogni tipo e natura, ma ciò non mi pare sufficiente per rinunciarvi.
    Ribadito questo forse in maniera più chiara, vorrei poi aggiungere che proprio dal post si capisce come questa autolimitazione sia funzionale alla terza parte, a ciò che viene definito “cosa possiamo essere”. Glissando cioè sull’antropologia, ci si tiene le mani libere sull’evoluzione.
    Definire insomma una natura umana, significa chiarirne i limiti, e così e solo così, con un chiaro quadro dei limiti umani, ha senso davvero affrontare il tema di “cosa possiamo essere”. In assenza cioè di un quadro di riferimento, parlare di “cosa possiamo essere” diventa un fatto di fantasia allo stato puro.
    Naturalmente, io mi soffermo sugli aspetti su cui dissento, ma sono molti gli aspetti su cui concordo, come ad esempio l’essere contro “il riduzionismo”. In particolare, qualunque approccio che si basi sulla meccanica derivazione della cultura dalla biologia mi vedrà dissenziente. E’ evidente che in ultima analisi, tutto derivi dalla biologia, ma trovo un peccato di sconfinata presunzione pensare di riscrivere la cultura umana in chiave biologica.

  6. milena Says:

    @Vincenzo: complimenti professore … mi hai svegliato dal torpore 🙂
    Spezzo il quasi silenzio tombale e scrivo qualche riga sottovoce – o per lo meno: spero che possiate leggerle sottovoce. Il “come” dipende anche da chi legge …
    Ma l’umiltà … confesso che sull’umiltà ho qualche sospetto, anche perché ho visto più gente umiliata che umile in questo mondo. Pensa che dove io abito sul cartello appeso all’ingresso sotto il nome del paese tra parentesi vi è scritto “degli umiliati”. Non è curioso?

    ***
    La natura umana … e già mi fermo e vi chiedo che differenza ci sia nel dire semplicemente “essere umano” – oltre al fatto che mi sembra alquanto ovvio che l’essere umano sia un mix di natura e cultura.
    Biologia e cultura, quindi. Quanto e come influiscano l’una sull’altra non è dato una volta per tutte, perché credo dipenda dai luoghi e dal tempo storico e culturale in cui l’essere umano si trova ad esistere. Ma anche nel corso di una singola vita avranno più influenza uno o l’altro dei dati a seconda della costituzione e dello sviluppo evolutivo di ogni individuo.
    Mi sembra emerga di nuovo il problema di stabilire se l’essere umano può essere libero da condizionamenti biologici, e in quale misura – e se lo dico è ovvio che non reputo ogni condizionamento biologico sempliciter positivo. Perciò anche qui io direi che per un’incerta misura la possibilità di autodeterminarsi potrebbe dipendere dalla costituzione e dallo sviluppo evolutivo di ogni individuo. Senza voler esprimere un giudizio di valore, aggiungerei che maggiore è il potere della mente, minore sarà il potere del mero dato biologico; viceversa, maggiore è il potere del mero dato biologico, minore sarà il potere che la mente potrà esercitare su di esso – senza però trascurare il fatto che anche la mente è frutto del dato biologico.
    La struttura psico fisica è la dotazione di base, il substrato dal quale dipende ogni possibile o impossibile evoluzione. Si potrebbe dire che la biologia è il cerchio più ampio che ci contiene, e che contiene anche la cultura.
    Ma sapere che persino la cultura dipenda dalla biologia, così come per esempio i sentimenti e i correlati significati culturali che noi diamo o crediamo di dare ad essi, non ne sminuirebbe il valore. Sapere per esempio che l’empatia o la capacità dell’essere umano di provare compassione affondino le loro radici nel dato biologico e abbiano rappresentato nel corso dell’evoluzione una strategia vincente alla sopravvivenza, non ne inficia né il significato né l’importanza.
    Mi chiederei piuttosto cosa accadrebbe se quegli stessi dati biologici e culturali venissero meno. Cosa potrebbe accadere se a causa di una mutazione antropologica diminuisse o perdessimo la capacità di provare sentimenti …

  7. md Says:

    @Vincenzo: certo, un quadro di partenza ci dev’essere, gli è che quel quadro è stato ridipinto, pasticciato e tagliato (come quelli di Fontana) mille volte, quindi da dove partiamo?
    Non c’è dubbio che si debba tener conto tanto dei dati antropologici (che tendono per loro natura a “relativizzare” al di là dei tentativi strutturalisti) quanto di quelli biologici (dati più “duri”), ma quel che a mio parere è un errore che non dovrebbe più inficiare le future ricerche e discussioni sul “che cosa siamo” (o, meglio ancora, su “come funzioniamo”) è la pretesa di definire qualcosa come un’essenza. Ecco perché il termine “natura” mi fa venire il prurito, proprio perché viene intesa in genere come un elemento stabile, fondativo, indiscutibile, ciò che non può essere altrimenti.

    (@Milena ed è il motivo per cui distinguo tra “essere umano” e “natura umana”).

    @Paola D.: naturalmente mi riferivo ad una lunghissima durata, un tempo incomparabile con le durate storiche (anche quelle lunghe alla Braudel), cui di solito ci riferiamo. Basti pensare alla “storia della vita” che ipotizziamo lunga circa 4 miliardi di anni…

  8. Antrixio Says:

    Sembra proprio che dalla padella delllo spiritualismo trascendenzialista e finalista, non si possa far altro che cadere nella brace del biologismo, mentalismo e cerebralismo.
    Dove si potrà trovare ciò che serve per non finire, lessi o arrosto, come portata principale del banchetto del Male?
    Un piccolo “consiglio per gli acquisti”: ho trovato nel sito http://www.ospi.it, e in particolare nella sezione “filosofia della libertà” una valida introduzione per accostarmi a quella concezione dell’uomo e del mondo così necessaria per non finire stritolati tra Lucifero e Arimane.
    A.

  9. Luciano Says:

    Salve.
    Una cosa che non riesco a capire è questo macigno che l’uomo ha creato a ingombrare la propria esistenza su questo pianeta, spada di Damocle e speranza, che è la cultura. Mi spiego. Si afferma da più parti che l’uomo è cultura e natura e quasi sempre si tende a svilire la seconda a favore della prima. E’ questo che ci ha fatto salire su un piedistallo che a ben guardare è fittizio e ci ha giustificato nel compiere atti di una immoralità assoluta nei confronti degli altri esseri viventi di questo pianeta. Certo gli insetti danno fastidio a tutti quindi anche se concettualmente è sbagliato lasciatemi trascurare questo tipo di eventi. Gli altri invece che sono affatto arbitrari non riesco a trascurarli. Si può partire dal fatto che operiamo ricerca clinica sugli animali perché convinti che un uomo non può essere sottoposto a tali pratiche. Dei profumi ne vogliamo parlare? Ma anche quelli che consideriamo i nostri amici (cani e gatti) ne passano delle belle ad interagire con noi dotati di cultura. Noi modifichiamo la forma degli esseri viventi perché pensiamo che ci piacciano più così (taglio di orecchie e code) e infine, sempre per nostro vantaggio esclusivo, impediamo loro di procreare per via chirurgica ( e definitiva). E anche tra di noi non siamo teneri. Ora io vorrei riuscire a vedere almeno un pizzico di quella che è la verità sul nostro conto (perché una verità deve pur esistere). Ora che il fondamento della tecnica e conseguentemente della cultura come fenomeno più generale sia nella nostra biologia non c’è dubbio alcuno. La tecnica è nata (acheuleana, Olduvaiana, etc. etc.) quando abbiamo iniziato iniziato a costruire oggetti litici in modo consapevole e ripetitivo e non c’è dubbio che servivano per fare da ausilio alle nostre caratteristiche fisiologiche visto che noi non abbiamo denti aguzzi e artigli. Spingo oltre la mia ipotesi: l’uomo riproduce quel che conosce meglio, il proprio corpo e i modi che ha questo di interagire con l’ambiente che lo circonda. Se ci pensate bene i nostri mezzi tecnici servono a migliorare le prestazioni del nostro corpo. Poi io credo sia arrivata la svolta cruciale: l’introduzione del simbolo cioé il distacco del supporto informativo dall’oggetto a cui si riferisce. E questo è avvenuto perché le nostre capacità cognitive sono evolute fino ad arrivare a quella che gli scienziati (o alcuni scienziati se volete) chiamano mente teoretica.

    A presto.

  10. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Milena
    Qui il punto non sta sul valore positivo o negativo dell’influenza biologica sulla cultura, perchè o positiva o negativa bisogna farsene in ogni caso una ragione.
    Il punto mi pare riguardi la possibilità stessa di fondare un sistema etico e soprattutto dal mio personale punto di vista un sistema politico. Sottolineare sempre che in fondo tutto derivi dalla biologia, porta al risultato che non ha senso neanche fare un discorso culturale. Se cioè su un piano discorsivo io indico la preferibilità di un certo sistema politico su di un altro, la tesi della riduzione del culturale al biologico rende utti i gatti neri, come fa la notte buia. Come dire, ti puoi arrabbattare con le tue argomentazioni come credi, ma io lo so che la fonte è un’altra e che le tue argomentazioni sono solo una spiegazione postuma e pasticciata di un fatto “essenziale”.
    Questo è un estremo del problema. L’altro è quella della “onnipotenza umana”, che mi pare sia il fondamento delle religioni monoteistiche, assieme all’individualismo, e da loro trasferito nell’illuminismo.
    Io dico piuttosto: siamo d’accordo che l’uomo ha dei limiti inerenti alla propria natura? Questo mi pare il contesto più interessante su cui fare valere le influenze biologiche. Non quindi come se la biologia determinasse il destino umano, ma piuttosto come se ne delimitasse i confini estremi.
    Allo stesso modo, possiamo essere d’accordo che esistono culture differenti? Non è ragionevole ritenere quindi che le influenze sia ambientali che storiche concorrano in maniera determinante assieme alla biologia a definire lo sviluppo culturale? A questo punto potremmo a mio parere anche convenire che non siamo capaci di ritrovare il bandolo biologico, che nello sforzo di farlo finiamo nello stesso tempo per creare cultura, confondendo definitivamente la situazione.
    La mia conclusione è quindi che, una volta definiti i limiti umani, si possa lasciare alla cultura lo spazio autonomo che io credo le spetti.

  11. milena Says:

    Luciano e Vincenzo
    Bellissimi commenti, entrambi. Li leggerò con calma.
    Oggi ho lavorato troppo e sono stanca: grandi pulizie di primavera, sto lavando anche i muri e sono contenta. ciao.

  12. milena Says:

    @Vincenzo
    Anche secondo me il problema non è tanto il valore positivo o negativo dell’influenza biologica, anche se reputo comunque utile individuare da “Che” siamo mossi. Perché solo se conosci una cosa, se ne conosci i meccanismi nascosti ne sei consapevole, e quindi non ne sei agito – forse, perché magari questi meccanismi nel momento cruciale sono più forti di te e delle tue più razionali ed etiche intenzioni.
    Ricordi il lancio del souvenir con relative foto pietose che ci hanno tanto sconvolto lo scorso dicembre, e come hanno agito sull’opinione pubblica al di là del caso più o meno fortuito che le hanno provocate? Ecco, diciamo che per chi conosce i meccanismi potrebbe risultare più facile manipolare le cose in modo ottenere le reazioni desiderate. Nel bene o nel male. Sto parlando di acqua calda, ok, ma in questo e altri casi la scienza e le tecnologie sono al servizio del potere – anche se ormai c’è chi propone la tesi che l’unico vero potere è la tecno-scienza, e che tutti gli altri poteri, capitale politica e finanza, siano al suo servizio, compreso tutti noi, ovviamente.
    La “natura umana” è ben poca cosa di fronte alle tecniche che ha creato, è un tutt’uno con esse. Naturalmente sono anni che md mi ha fatto capire che tutto è tecnica – scrivere è una tecnica, anche scrivere poesie o fare torte. Ma certo ci sono tecniche e tecniche.
    Nelle scorse settimane credo che anche qui si siano scontrate, nel senso che hanno mostrato difficoltà a comprendersi, la cultura tecnico scientifica e quella umanistico-filosofica (spero di non sbagliare la scelta delle parole). E mi sembra proprio che le tecno-scienze abbiano mostrato da tempi immemorabili di non voler aver briglie di sorta, etiche o umanistiche o religiose che siano. La scienza “deve” essere libera di sperimentare e le tecniche di creare e costruire. Più che di onnipotenza dell’uomo, io parlerei di onnipotenza delle tecno-scienze. E l’essere umano è solo l’umile servitore. E alla fin fine sarei più preoccupata per l’umile, piccolissimo essere umano, servitore delle mega-tecniche che stanno distruggendo il pianeta, se stesso, il futuro dei propri figli.
    Però potrebbe essere vero (di nuovo?) che se l’uomo ha costruito il mondo relativamente a ciò che crede, alle teorie che ha elaborato, agli obiettivi che si è proposto di raggiungere, potrebbe cambiare credenze, teorie ed obiettivi. E quindi la tecnica potrebbe essere informata nel senso che “dovrebbe” prendere la forma e/o uniformarsi a nuove credenze, teorie, obiettivi. E qui entrerebbe in gioco la nuova etica fondativa di cui parli. Come? Quando? Dove?
    “Fondare un sistema etico” … non so … sono un po’ allergica ai sistemi … ma certo alcune indicazioni fondamentali sarebbero necessarie – anche se al momento sembra essere più necessaria l’immoralità, soprattutto in campo politico.
    E comunque sono solo una piccola donna che scrive haiku cucina strudel e lava muri,ma ti ringrazio per la pazienza … se sei arrivato fin qui
    (Però devo aggiungere che non credo proprio di poter dire qualcosa di nuovo, con tutti i filosofi e scienziati ed intellettuali che hanno affrontato questi problemi. Se scrivo e partecipo alla discussione è soprattutto per imparare e poi per dire le cose che ho capito con le mie parole. Talvolta voi professori scrivete in modo un po’ difficilotto. La gente come fa a capire?)
    A presto

  13. milena Says:

    @Luciano
    Concordo. Sarebbe un errore svilire la natura rispetto alla cultura. Se fosse possibile poi … o non accadrebbe, come infatti accade, che la natura ci si ritorce contro. Credo che l’optimum potrebbe essere la sinergia, sia nei micro che nei macro schemi – uomo e/o pianeta.

    Detesto i profumi artificiali. La gente generalmente non lo sa, ma alterano il sistema linfatico. Mentre i cavalli non hanno bisogno di saperlo ma istintivamente non sopportano i profumi. Saggi i cavalli.
    In quanto alle modifiche corporee uomini e donne lo hanno fatto fin dalla preistoria, ma certo di questi tempi con la chirurgia estetica ci sguazzano e vanno a nozze, perciò non mi stupisco che cerchino di modificare ogni cosa o animale in loro possesso. Lo sai che gli animali domestici legalmente sono considerati “cose”?
    A me sorge il dubbio che l’uomo stesso si consideri una cosa, e quindi consideri gli altri esseri umani alla stessa stregua. Altrimenti non si spiegherebbero molte sue azioni.
    E sì, gli oggetti che l’uomo costruisce sono delle protesi: le ali per volare, le ruote per correre sempre più veloci, e tutte le macchine o costrutti di ogni genere sono protesi per aumentare le sue prestazioni e per vincere sulla natura. Che d’altronde non è sempre benevola, per cui l’uomo ha costruito cose che lo aiutassero a sopravvivere, meglio, bene, benissimo, superlativo, sempre più in alto, sempre di più.
    La svolta cruciale non l’ho capita bene: me la puoi spiegare in altri termini? fammi qualche esempio

  14. Luciano Says:

    Salve.
    @Milena

    Ci provo. Qualche tempo fa ho letto uno splendido libro del prof. Merlin Donald, “L’evoluzione della mente”, in cui la storia della nostra mente veniva tratteggiata in quattro “momenti”. Si iniziava con la mente episodica, basata sulla percezione (come per i primati), poi una mente mimica (il gesto), quindi una mitica (sviluppo del linguaggio parlato o sua ulteriore evoluzione) e per ultima la mente teoretica (pensiero astratto). Questo ultimo passaggio ci ha resi quel che siamo oggi. Noi stiamo comunicando usando dei simboli. Abbiamo specializzato una struttira denominata SISE (Sistema di immagazzinamento simbolico esterno) che ci permette di usare la nostra memoria “di lavoro” in modo diverso, di immagazzinare concetti astratti che prima non avremmo potuto maneggiare perché il nostro cervello era occupato a memorizzare le informazioni che ci erano necessarie ad altri scopi e che dovevamo tenere a mente altrimenti sarebbero andate perdute. La nostra memoria non è infinita e il modo in cui interagiamo con l’ambiente dipende da essa. La più importante innovazione introdotta a questo scopo dall’uomo è stata la scrittura. I greci non sono grandi perché hanno inventato la filosofia ma perché l’hanno messa in forma scritta, rendendola immagazzinabile e fruibile a tutti.

    Non so se sono stato più chiaro di prima…d’altronde io non sono un esperto del ramo e parlo meglio con i numeri (sono un fisico teorico anche se per vivere faccio l’informatico).

    A presto.

  15. md Says:

    @Luciano, Milena, Vincenzo
    Il punto è che “siamo in mezzo al guado”, in mezzo a processi cui abbiamo contribuito – almeno in parte, vista l’ovvia considerazione che siamo natura, oltre che cultura, e dunque parte del meccanismo evolutivo, e forse proprio date le nostre capacità tecniche e linguistiche, che tenderei a far confluire in un medesimo processo, siamo giunti a fare distinzioni come “natura” e “cultura”.
    La presa di distanza dell’astrazione e il potenziamento dato dalla tecnica-protesi (un vero e proprio prolungamento di sé esternalizzato) – queste forme di “esteriorizzazione” e “riproduzione” inducono alla presa di distanza dalla propria base materiale: “ma allora sono davvero potente!” – certo, non però onnipotente.
    Ma era un’altra la cosa che volevo dire: essendo in mezzo al guado, cioè parte di processi ormai irreversibili (quel che Schiavone chiama opportunamente “destino”), le domande che continuiamo a far rimbalzare nei nostri discorsi sono inevitabilmente “etiche” (o etico-politiche, come sottolinea Vincenzo), cioè: “fino a dove?”, “quali conseguenze?”, “con chi”?, ecc.
    Anch’io, come Milena, mal sopporto “sistemi etici”, ma certo di fronte a processi globali così poderosi, un’etica (e una politica) all’altezza delle sfide non può tardare ad essere delineata.
    Altrimenti saremo agiti sì dalla tecnoscienza, che per sua natura non ha e non può avere un’etica, per quanto “umana, troppo umana” essa sia…

  16. Antrixio Says:

    trovo sul sito http://www.giardinodeipensieri.eu/storiafil/indicestoria.htm in un articolo (Diego Marconi; Che cos’è la realtà) che analizza le posizioni filosofiche espresse e implicite nei film della serie Matrix, la seguente affermazione:
    di fatto il film si trova a sostenere una concezione spinozistica del rapporto tra mente e corpo: la mente non è il cervello ma l’intero corpo in una sua possibile descrizione.
    md ha già accennato in un altro intervento a questo fatto, ma potrebbe essere utile per il dibattito in corso saperne di più: qualcuno ha qualche lume da dare, magari segnalando anche dove Spinoza sostiene questa cosa?
    A.

  17. Antrixio Says:

    scusate, sono stato tradito dalla fretta: l’indirizzo esatto del sito è
    http://www.ilgiardinodeipensieri.eu/storiafil/indicestoriaft.htm
    A.

  18. md Says:

    @Antrixio
    Io ne ho parlato in una delle mie “lezioni” su Spinoza, qui:
    https://mariodomina.wordpress.com/2009/03/31/lezione-spinozista-2-mente-sive-corpo/
    dove trovi anche i riferimenti testuali (specie nella seconda parte dell’Etica), oltre ad alcuni accenni alle interessanti interpretazioni di Deleuze e (per quanto riguarda il rapporto mente-corpo) del neuroscienziato Damasio.

  19. Vincenzo Cucinotta Says:

    E’ piuttosto complicato chiarire qui come vedo certi aspetti che riprendono i miei interlocutori nei loro commenti: ci proverò.
    Io credo che l’uomo sia, oltre che un’entità biologica, anche un’entità sociale. L’influenza che la comunità esercita sul singolo individuo (che poi io non credo esista come individuo), è formidabile, e ciò avviene prevalentemente con lo sviluppo del linguaggio parlato, che ha questo di estremamente potente, che condiziona il nostro pensiero, e quindi qualcosa di estremamente intimo: possiamo stare da soli anche per mesi ed anni, ma tramite il linguaggio, continuiamo a pensare secondo una struttura che ci è stata dettata nella nostra infanzia (ed anche successivamente). Il pensiero significa anche lo sdoppiamento dell’uomo, quella capacità di osservare sè stessi. Il controaltare di questo guardarsi è l’alienazione, cioè, assumendo un ruolo di osservatore, l’uomo si preclude la possibilità di una vita “immediata”, come quella che attribuiamo, a torto o a ragione, agli altri animali ed anche ai nostri neonati. Il pensiero cioè costituisce anche una formidabile barriera verso strati più profondi di noi stessi. Seppure riusciamo di tanto in tanto a perforare questa barriera con vari mezzi, dalla meditazione, alle sensazioni forti, quali l’orgasmo, all’arte nelle sue varie forme, si tratta in ogni caso di eccezioni, in genere di breve durata, episodi che di tanto in tanto interrompono la costante separazione da noi stessi.
    Apprendere una lingua, è secondo me apprendere anche un sistema di pensiero, per cui ho deciso nel mio libro di riscoprire il termine ideologia, uno dei più controversi nella storia dei saperi: ho visto che è stato anche scritto un voluminoso testo sulle differenti accezioni del termine.
    Non v’è quindi dubbio che le cosiddette tecnoscienze abbiano assunto un ruolo preminente, ma trovo comunque fuorviante questa stessa affermazione senza che si sottolinei che tale preminenza deriva da una scelta ideologica che è prevalsa ormai a livello globale. Il fatto è che noi abitiamo quella parte del mondo risultata vincente, e finiamo per confondere la nostra specifica esperienza storica per un fatto inevitabile. Basta ribaltare l’ideologia dominante per cambiare anche il futuro dell’umanità, di questo dobbiamo essere consapevoli.
    Milena e Mario hanno difficoltà a confrontarsi con un sistema etico, ma questo esiste per certo, come ethos, quindi come fatto collettivo, e ancora una volta evitare di parlarne non mi sembra la soluzione migliore. La natura sociale dell’etica deriva proprio dalla socialità dell’uomo, l’etica appresa similmente a come apprendiamo il linguaggio, perchè tramite questo apprendiamo nei nostri primi anni di vita la cultura nel suo complesso, e particolarmente i presupposti che avremo introiettato e che non metteremo più in discussione, quelli che chiamo ideologici: ciò su cui dibattiamo è per la quasi totalità ciò che la società consente venga messo in discussione.
    D’altra parte, proprio la natura sociale dell’etica porta come una sua conseguenza l’importanza della politica, che in questo mio modo di vedere le cose, è lo strumento esplicito dell’imposizione di un ethos. Etica quindi come conseguenza della stessa scelta umana di vivere in comunità, dandosi tramite la politica regole condivise, piuttosto che presupposto, ispiratrice di comportamenti collettivi.
    L’errore quindi del liberalismo è nell’immaginare tanti individui che mettendosi assieme costituiscono una società. E’ esattamente il contrario, l’uomo, si può dire da sempre, ha scelto di vivere in comunità ed è questa che ha costruito gli individui.

  20. md Says:

    @Vincenzo
    Quando parlavo di “sistema etico” non intendevo l’ethos tout court, che è sempre presupposto di ogni comunità/società; mi riferivo piuttosto alla difficoltà (forse anzi all’impossibilità) di tracciare le coordinate di un sistema etico globale – qualche cosa, anche minimo, che sia il quadro etico universale entro cui tutti gli umani si accordino su che cosa è lecito e che cosa non lo è, che cosa è giusto o che cosa no.
    In società multicomunitarie come quella americana c’è chi, non a caso, ha parlato di “stranieri etici”.
    Da questo punto di vista ritengo che solo un’etica minima (e dunque una politica massima, in termini di estensione geotemporale) fondata su pochissime regole (il rispetto per il vivente e l’ecosistema e poco più) possa davvero funzionare, mentre tutto quel che riguarda i comportamenti che esulano da questa sfera (e che riguardano per lo più le scelte individuali) debbano rimanere escluse dalla sfera della decisione politica.
    Quanto vivere, con chi fare sesso, quale stile di vita o dieta adottare, come vestirmi, ecc. non possono che essere di pertinenza dell’individuo e del suo rapporto con la comunità: sta a lui conformarsi o trasgredire l’ethos.
    Certo, anche l’individuo è relativo all’ethos – ogni cultura ha una sua propria forma di individualità più o meno conformista, e quella occidentale non fa eccezione, nonostante l’individualismo liberale, illuminista, ecc.
    Quel che a me preme è però, da un punto di vista filosofico, l’esaminabilità e criticabilità di tutte queste forme che sono comunque storicamente determinate, giusto per usare una vecchia formula marxiana. En dynamis, non date una volta per tutte.
    La potenza della critica marxiana al concetto di ideologia sta proprio in questa sua collocazione particolare, lungo i crocevia dialettici individuo/società, storia/biologia, materia/spirito, cultura/natura, ecc. – con la consapevolezza di essere a sua volta una forma di pensiero storicamente determinata. Ecco perché Marx parlava del comunismo come di un “movimento” (daccapo en dynamis) e non di un sistema da istituire.

  21. Antrixio Says:

    Luciano,
    non si potrebbe chiedere al professor Merlin Donald, se sulla base dei suoi studi, ritiene che l’evoluzione della mente sia finita?
    Che l’approdo alla “mente teoretica” sia l’ultimo e definitivo approdo dell’essere umano nella sua evoluzione?
    Inoltre, sarebbe interessante sapere quali sono state le cause dei passaggi da uno “stato mentale” all’altro.
    Se sono padroneggiabili, si potrebbe davvero pensare a un nuovo tipo di mente che ci porti fuori dalle secche attuali.
    Che ne pensate? Non è che forse si aspiri, non tanto a nuove posizioni culturali, anche rispettose del dato biologico dell’umanità, ma ad una vera e propria nuova mente?
    Ci bastano nuovi pensieri, nuovi concetti, o non è che dobbiamo invece badare proprio alla qualità del pensiero?
    Che invece di un problema di pensati, sia un problema di pensare?
    A.

  22. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Mi pare di dedurre che tu sposi una posizione non dissimile da Vattimo, una politica leggera, ma tutti coloro come te che la pensano così, inevitabilmente finiscono, con l’escludere dal campo delle decisioni collettive quasi tutto, perchè sono i comportamenti individuali a determinare il risultato collettivo. La tua insistenza nel considerare il pensiero di Marx come un metodo, ancora una volta ignora i problemi concreti con cui una qualsiasi comunità si confronta.
    Se davvero i comportamenti individuali fossero scelti dagli individui, certamente uno stato leggero sarebbe un’ottima soluzione. Ciò che io sostengo, e che mi pare tu sottovaluti, o forse dovrei dire ignori del tutto, è che le dinamiche dei comportamenti individuali in una società ad ordinamento liberaldemocratico e tecnologica, sono determinati da pochi seguendo la logica del massimo profitto e facendo appello alle nostre caratteristiche più istintuali. Mi chiedo, chi si occuperà allora dell’interesse generale, che ne sarà di esso?
    Se ci pensi bene, siamo sempre, almeno così interpreto quello che dici, all’idolatria del mercato, inteso nel senso più ampio. Le elezioni sono il mercato dei voti, l’economia è evidentemente un’economia di mercato, nulla sfugge a questo meccanismo.
    In altre parole, tu aborri il controllo delle scelte individuali, ma così non prendi neanche in considerazione, seppure a parole sembri convenirne, la derivazione delle etiche individuali dall’ethos dominante. Dell’ethos, quindi, con tutta evidenza, non possiamo non occuparcene facendo finta di niente. Io credo invece che se non ci occupiamo dell’ethos, non ci occupiamo di nulla, perchè quello è il punto fondamentale, e credo che la politica a questo debba servire, a intervenire sull’ethos e in definitiva sulle sorti della comunità.

  23. md Says:

    @Vincenzo: mi pare proprio tu mi abbia fatto dire cose che non ho detto e che non penso, forse dovresti rileggere meglio il mio ultimo commento:
    -in una società tendenzialmente globale e multicomunitaria (o multietnica e dunque multietica) un ethos universale può funzionare soltanto se minimo, se cioè non entra eccessivamente nel dettaglio dei comportamenti morali e delle scelte relative allo stile di vita;
    -naturalmente si può anche sostenere (è quello che pensava Rousseau, uno dei miei maestri) che si debba tornare a delle piccole comunità autogestite, dove sia più facile trovare qualcosa come la “volontà generale”, ma mi pare che la specie stia andando da tutt’altra parte, ci piaccia o no;
    -ho detto, al contrario di quel che mi fai dire tu, che la politica dovrà essere “massima” in termini spaziali e temporali, cioè dovrà trovare formule di governo delle risorse e del territorio (e dunque totalmente antitetiche alle logiche di mercato) ben più ampie delle attuali logiche da pollaio;
    -infine, la concezione dell’individualità che hai tu è molto diversa da quella che (marxianamente) sostengo io: il mio individuo non è un atomo scisso dalla società ma è a questa dialetticamente connesso; ne è il prodotto, ma non unilateralmente determinato (come se si trattasse di una marionetta super-agita), visto che a sua volta è in grado di modificare gli assetti sociali, compresi quelli relativi all’ethos che non è una norma caduta dal cielo, ma un insieme di codici variabili, trasgredibili e modificabili.

  24. milena Says:

    @Luciano
    Grazie per il chiarimento. Inoltre ho trovato alcune pagine estratte dal libro di Donald in rete qui:
    http://tecalibri.altervista.org/D/DONALD-M_mente.htm

    Interessante … anche perché prende i considerazione “di due tipi di mente molto specializzati e comparsi in epoca recentissima: la mente degli adulti anglofoni scolarizzati e il computer”.
    Il SISE sarebbe quindi un sistema di protesi mnemonica, per cui non avremmo più bisogno di conservare nella nostra mente un gran numero di dati ma solo l’indice, ossia dove possiamo rinvenire quei dati, in quali pagine della rete, o del computer. Ma anche con la cultura libresca in fondo non è molto diverso, finché si considera il sapere un cumulo di dati.
    Rilevo questa frase in conclusione:
    “l’individualità dell’uomo si è ampiamente accresciuta con l’espansione del SISE, forse perché detiene una più ampia riserva di alternative fra cui ciascuna persona può scegliere, e perché, nonostante la presenza nella società di elementi mitici legati alla tradizione, è una sfida a trovare maggior significato nell’esistenza individuale che non nella vita di gruppo.”

  25. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Md
    Ma no, al contrario: ti ho letto con grande attenzione, sarò stato io ad essere poco chiaro, ma mi pare che tu non risponda in alcun modo a quello che scrivevo, e vedrò qui di chiarire.
    Io dico che la battaglia fondamentale dell’umanità si combatte sul piano dell’ethos, in quanto dico che le etiche individuali derivano dall’ethos. Tu mi pare di dedurre non credi che l’ethos sia così importante, addirittura prospetti un ethos ridotto all’osso, ma è qui che non siamo d’accordo: l’ethos dominerà in ogni caso, e quindi il problema si sposta su come si può influenzarlo. Per me, la via maestra è la politica, per il liberalismo è il mercato. Quindi, quando tu sostieni che la politica si deve ritrarre dai comportamenti individuali, finisci inevitabilmente per privilegiare il mercato.
    Tanto per rifarmi letteralmente al tuo commento, dici che ognuno deve mangiare come crede, il che sembra implicare che lo Stato non deve intervenire in campo alimentare. Così però, sembri non renderti conto di assecondare quanto già succede, che il signor MacDonald ha diritto a determinare il numero di obesi in giro per il mondo. Come dire, l’ethos non ammette il vuoto, se non c’è la scelta consapevole, tramite la politica, per intervenire in un certo campo, sarà il mercato ad intervenire in sua vece.
    Chiaramente, qui io accentuo l’aspetto di condizionamento mediatico delle persone. Non credo al determinismo, un margine di scelta autonoma permane, ma è estremamente ridotto. Tu invece non credi che il condizionamento sia così grande. Per capire chi di noi ha ragione, basta guardare alla situazione di fatto, un po’ di sano sperimentalismo: lascio ai singoli lettori di decidere da sè come potrebbe anche solo esistere il settore della moda, ma è solo un esempio, se non esistessero tecniche sofisticate per indurre certi consumi nelle società.
    Mi pare che proprio qui si misuri, nella volontà di non vedere le cose come stanno nei fatti, quanto il liberalismo sia un’ideologia, anzi la più potente delle ideologie.
    La sirena liberale continua a cantare ed incantare!

  26. md Says:

    @Vincenzo: temo si debba chiarire il termine “ethos”, perché forse lo intendiamo in maniera diversa, oltre a dover chiarire anche quello di “politica” e quale rapporto le due sfere debbano avere.
    Dal tuo discorso, poi, si potrebbe dedurre (dico si potrebbe) che ci sia un aut-aut tra ethos (ma quale?) e mercato, mentre invece non esiste storicamente un mercato che non sia eticamente determinato, o un ethos che non sia economicamente determinato (basti pensare all’etica protestante, così come a un’etica di tipo individualista e “licitazionista” qual è quella oggi corrente in Occidente).
    Anche sull’intervento dello Stato in campo alimentare (o bioetico) ci potrebbero essere alcuni problemi: fin dove deve intervenire nei comportamenti individuali? Il “comunitarismo” presenta sempre la faccia inquietante dello “stato etico”.
    Io non penso affatto che la politica debba ritrarsi dai comportamenti individuali, ma che gli individui debbano essere semmai integralmente politicizzati, cioè consapevoli delle loro scelte e delle conseguenze generali delle loro scelte (ecco dove sta il vero nodo comune a tutte le etiche).
    E’ la concezione “alienata” tipica della mentalità borghese che (come sempre ci ricorda Marx) spezza la sfera individuale in un lato pubblico (il cittadino) e in un lato privato, il borghese-consumatore, che oggi è la figura universale e dominante del capitale a livello globale.
    Dopo di che il signor Mac Donald può decidere quel che gli pare (così come le sirene della moda), ciò non toglie che qualcuno, prima o poi, penserà ed agirà altrimenti. Se così non fosse, sarebbe del tutto inutile parlare di “etica” e di “politica”, tutto sarebbe già stato scritto e predeterminato.

  27. Antrixio Says:

    Vincenzo, sperimetalmente, se tu sei qui a scrivere quel che scrivi forse il condizionamento non è così forte come tu dici e gli spazi individuali non sono così piccoli. O tu sei qualcosa di diverso dalle masse?
    A.

  28. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Sì, vedo che c’è stato tra noi un enorme equivoco.
    Riassumo schematicamente:
    1. Prima viene la comunità.
    2. Allo scopo di salvaguardare la convivenza tra i propri componenti, la comunità ha creato la politica ed il diritto.
    3. Il diritto, assieme alle religioni, ove esterne alla politica, ed assieme ad altre influenze, crea l’ethos.
    4. L’ethos determina, anche se non univocamente le etiche individuali: credo che l’etica abbia una dimensione inevitabilmente sociale, a meno di essere un anacoreta.
    5. Come conseguenza dei punti precedenti, si evidenzia come il punto centrale stia in quale ethos prevalga. Di conseguenza, diventa fondamentale stabilire quanto l’ethos venga influenzato dalla politica, da scelte consapevoli di una comunità, e quanto da altro, e qui è inevitabile pensare al mercato.
    Non ripeterò qui ciò che scrissi nei commenti per argomentare le mie tesi che ho qui riportato in modo schematico e conseguenziale, sperando risultino più chiare, nè ripeterò le mie critiche allo stato di mercato, sempre pronto a chiarire specifici punti.

  29. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Antrixio
    Al contrario, parlo di condizionamento, proprio perchè lo subisco anch’io. Rimane il fatto che, per motivi individuali su cui si potrebbe sempre indagare, tendo a riflettere anche sui miei personali condizionamenti, forse più di altri.

  30. Antrixio Says:

    scusa, vincenzo, ma che condizionamento è un condizionamento che ti permette di renderti conto di essere condizionato e di riflettere sul modo di liberartene? Può essere solo un condizionamento che non condiziona la coscienza, non certo quello che denunci come “coazione al consumo”: come ti sei reso conto tu che quella è una coazione, perchè non se ne possono rendere conto altri, anche tutti? Ha perfettamente ragione md a dire che se anche se il signor McDonald mette in atto tutti i sistemi di persuasione occulta per convincerti a mangiare i suoi panini, basta che tu ti renda conto che sono schifosi, o meglio, che una maggioranza che renda antieconomico l’investimento capisca che i suoi panini sono schifezze, e il signor McDonald va a sifulare l’aida ai caraibi.
    Non c’è nessun bisogno di cambiare l’economia di mercato per ottenere risultati del genere: il condizionamento, se esiste- ma io mi domando a questo punto che utilità abbia un concetto del genere- non ti condiziona a tal punto da non poterti sottrarre ad esso.
    I problemi di oggi sono diversi. non si possono interpretare con categorie che avevano un riscontro nella realtà degli anni cinquanta: oggi, almeno in occidente, tutti hanno accesso a una “dose” di cultura molto più elevata dei tempi in cui giustamente si parlava di coazione al consumo, e questo permette una molto più ampia capacità individuale di sfuggire al “condizionamento”. E del resto, il progetto berlusconiano non è basato proprio sul riconoscimento di questo? dice infatti che non si può tornare indietro dall”acculturazione” delle masse, ma bisogna invece gestire i contenuti della “cultura” per evitare derive antisistema. Ma questo si ottiene solo al prezzo di correre il rischio che altre “culture” diventino maggioritarie. E che si tolleri, entro certi limiti, che esistano e siano vive “culture” alternative allla “cultura” maggioritaria. E quando queste “culture” diventano un tantino troppo invadenti, allora ecco pronto il santo manganello poliziesco o mercenario. Se il condizionamento “culturale” fosse davvero così condizionante, forse, non ci sarebbe nemmeno bisogno della polizia, no?
    Io ritengo che l’idea marxiana che la sovrastruttura sia determinata dalla struttura, abbia fatto più danni che cose buone. Ritengo sia molto più fecondo dire che si vive come si pensa, che non che si pensa come si vive. Il marxismo dice cose assai interessanti sul lato strutturale della società, ma la scelta del presupposto materialista non può che portare incomprensione del lato sovrastrutturale. Del resto, mi pare proprio che sia sul tema della valutazione del lato sovrastrutturale che i marxisti si siano divisi e continuino a dividersi. Diamo a Marx ciò che è di Marx e a Dio ciò che è di Dio: e Dio, in quanto spirito, è l’unico che ci può permettere di comprenderci in quanto coscienze.

  31. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Antrixio
    Lascia perdere Marx, perchè non mi riconosco nel suo pensiero. Io faccio delle osservazioni banali sulla realtà che mi circonda, e registro questi fatti. Tra gli altri fatti, non so se disturba alla tua sensibilità, ma ci sono persone dotate di una maggiore capacità critica, altre meno, allo stesso modo di come esistono persone più alte e persone più basse.
    I pregiudizi ideologici di tipo illumista, o meglio post-illuminista, costituiscono ormai dei veri e propri miti, come quello dell’uguaglianza diventata uniformità, o libertà che non si capisce più cosa sia.
    Quando vedo come i pantaloni a vita bassa hanno conquistato in pochi mesi milioni di ragazze, io registro il conformismo estremo di questa società, assai più forte che negli anni cinquanta, tutto a causa dei progressi tecnologici nel campo della comunicazione. Del resto, gli esempi da citare sarebbero innumerevoli.
    Speriamo tutti che le persone possano diventare più consapevoli, ma nell’attesa che ciò avvenga, sarebbe saggio evitare che l’umanità si estingui.

  32. md Says:

    @Antrixio: seguo il tuo ragionamento solo fino ad un certo punto. Senza entrare nel merito dell’annosa questione struttura/sovrastruttura (che risolverei in termini dialettici), mi limito a una battuta sulla tua “pia conclusione”: per quanto mi riguarda io mi comprendo molto bene in termini di coscienza anche senza l’ausilio di Dio (sia esso persona, spirito o quant’altro) – e in quanto a danni (ben più che collaterali) mi pare che proprio Dio, il monoteismo e la religione in generale non siano secondi a nessuno…
    Però sto facendo i conti senza l’oste, visto che non so bene che concezione tu abbia di questo Dio-spirito.

  33. milena Says:

    In generale ho poca fiducia nella probabilità che gli uomini possano cambiare i loro usi e costumi se non ne individuano un qualche vantaggio. Perciò fra l’alternativa che le cose possano cambiare per senso del “dovere” e/o con la minaccia del bastone, oppure attirati dalla carota, ho più fiducia nella seconda possibilità.
    La politica dovrebbe fare leggi che favoriscano la trasformazione, per esempio incoraggiando l’uso delle energie alternative a scapito di quelle tradizionali.
    La scorsa settimana sentivo di un’azienda tessile che ha posizionato pannelli fotovoltaici sul tetto della fabbrica per la cifra di 300 mila euro ottenuti con un mutuo bancario che praticamente si pagava ampiamente da solo in dodici anni con l’energia prodotta. Vale a dire 80.000 kilowat all’anno a circa (se non erro) 50 cent cad. Trascorsi dodici anni, fino ai venti (tale è la stima di durata dei pannelli) sarà tutto guadagno. Ed inoltre immagino che l’investimento iniziale ha comportato detrazioni fiscali per acquisto di prodotti a risparmio energetico, nonché la detrazione dell’IVA. Questo è un buon esempio di come si possono cambiare le cose ricevendo dei vantaggi. Un’ottima carota.

    Come impedire alle ragazze di indossare pantaloni a vita bassa, questo è un po’ più complicato. Finché ci saranno stilisti deficienti ci saranno ragazze deficienti col mal di pancia, temo, o che faranno diete assurde, o si tingeranno i capelli e le unghie.
    Ma davvero non vedo come le leggi o lo stato possa immischiarsi in queste cose. Così come non può intromettersi nella decisione delle ragazze islamiche di portare il velo o cose simili. La sfera privata degli “altri” dovrebbe essere inviolabile, nonostante potremmo non condividerla. L’unico luogo dove si potrebbe davvero agire sulla cultura sono le scuole. Forse i teatri e gli spettacoli comici, la poesia e l’arte. Se solo non fossero (fossimo?) tutti rincoglioniti dalle televisioni.
    L’etica non è qualcosa che casca giù dall’alto come la pioggia e dopo dici, che bello ora sono tutto inzuppato di novella pioggia primaverile. L’etica l’abbiamo ciucciata col latte le pappette, poi coi minestroni e la pastasciutta, col prosciutto di Parma il parmigiano o il pecorino. Ci scorre nelle vene, questo è il problema.
    Vincenzo aveva detto che “Apprendere una lingua, è apprendere anche un sistema di pensiero”, mentre io direi che il sistema di pensiero lo apprendiamo mangiando fin dal momento in cui ce l’hanno imboccato. Sempre di bocca si tratta.
    Ma dal momento che decidi di cambiare cibo (o pensiero o linguaggio) devono passare almeno sette anni prima di essere un uomo nuovo, e non è poco. Ma chi lo vuole fare?
    E d’altronde ci imbocchiamo tutti un pochino l’un l’altro, mi pare.
    E allora … buon appetito!

  34. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Milena
    Bel commento che condivido nella gran parte. Pensare che una società migliore si ottenga convincendo, è, diciamocelo, una pia illusione: il bastone e la carota vanno benissimo a mio parere. Il punto è che dovremmo avere una classe dirigente che voglia indurre certi comportamenti virtuosi, ma dov’è? A me basterebbe un’avanguardia, ma anche di questa non v’è traccia alcuna.
    Quando dico che lo stato dovrebbe intervenire anche negli aspetti più privati, non intendevo attraverso la coercizione, che non funziona neanche, tra l’altro. I mezzi potrebbero essere i più diversi, ma intanto bisognerebbe evitare che uno si compri tre TV e ne faccia quello che più gli aggrada. Intanto, sarebbe interessante capire se siamo d’accordo che un mondo tecnologico richiede un processo educativo costante ed efficace, poi i mezzi si possono sperimentare.

  35. md Says:

    @Vincenzo: quest’ultima tua osservazione è forse il vero nodo odierno. Abbiamo etiche o codici millenari e tecniche che sorgono come funghi ogni giorno, antiche definizioni di “vita/morte” e smottamenti continui del loro significato, per non parlare del fatto (recentissimo) che milioni (se non miliardi) di individui passano molte ore della loro giornata di fronte a schermi vari con funzioni e pollici diversi, avendo in breve rimosso come passavano qualche decennio (o anno) fa la stessa quantità di tempo, e gli esempi potrebbero continuare.
    E’ vero che ci sono alcune questioni etiche fondamentali e “senza tempo”, a proposito di liceità dei comportamenti, di relazioni e di azioni giuste – ma certo l’epoca ipertecnologica ha piuttosto rimescolato le carte.

    Concordo poi pienamente tanto sulla carota di cui parla Milena, quanto sull’assenza di una classe dirigente (in Italia è sempre stata solo “dominante”, come sosteneva il buon Procacci) all’altezza delle sfide.
    Delle avanguardie non saprei dire, a volte hanno preso grossi abbagli, soprattutto ritenendosi e autonominandosi tali. Diciamo che quel che spero oggi è che sorga qualcosa di nuovo e di imprevisto dalle nuove generazioni, magari anche da quelle con i pantaloni bassi e l’ombelico al vento…

  36. milena Says:

    E infatti appena era uscito questo post mi ero chiesta quale fosse la mia idea di una buona vita, che è un desiderio legittimo in ognuno. E pensavo alla vita dei miei nonni, per esempio, a come è cambiata rispetto alla loro la nostra vita. Fondamentalmente la sostanza della vita potrebbe essere la stessa, eppure quanto è diversa! Ma perché?
    Quali mutazioni antropologiche si sono verificate nel frattempo, vale a dire negli ultimi cinquant’anni?
    Ovviamente i pantaloni a vita bassa e l’ombelico al vento sono sciocchezze. Mia figlia quando li portava soffriva di coliti, e poi di sua sponte ha cambiato abbigliamento. Ma d’altronde anche quando mia madre per farmi la cipolla e mi tirava i capelli in cima alla testa mi diceva “per essere belli bisogna soffrire”.

  37. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Milena
    Tra il serio e il faceto: per essere belle. Ma i pantaloni a vita bassa, invece di sottolineare il carattere tipicamente femminile della vita stretta rispetto al bacino, tendono a minimizzarlo. Capire cosa ci trovino in quest’orribile abbigliamento 😀

  38. milena Says:

    @ Vincenzo: a quale classe dirigente ti riferisci?
    La classe dirigente industriale ha interesse che le aziende funzionino e che ottengano guadagni. Quindi cosa fanno? Portano il lavoro all’estero perché qui è troppo caro.
    Certo che la classe politica avrebbe dovuto fin da sempre impedire che il lavoro venisse de-localizzato, soprattutto alle aziende che hanno ricevuto incentivi statali. Così che adesso ci troviamo invasi da merce a basso costo e a grande impatto ambientale, merce che dura poco e inquina molto. E le aziende nostrane non sono più competitive, chiudono i battenti, gli operai sono a spasso, le nostre tasche sono sempre più vuote, e quel poco che è rimasto serve a rimpinguare i guadagni delle aziende estere o de-localizzate.
    Incentivare la produzione di merci ad alto valore aggiunto, questo dovrebbero fare i governi. Per esempio detassare le produzioni agricole biologiche, così che i prodotti raggiungerebbero i mercati a prezzi più bassi, e nello stesso tempo i produttori sarebbero invogliati a coltivare biologico. E per converso aumentare le tasse per le merci importate. Anche se qualcuno ritiene che questa misura protettiva presenterebbe il rovescio della medaglia. Certo è complicato.
    Però io non sarei così pessimista. Ci vuole tempo, questo è un fatto, e certe misure andrebbero prese con una certa urgenza. Mentre qui in nella nostra Italietta si sta a cincischiare con giochi di potere. Ma in ogni caso credo esistano già dei contenitori nei quali se uno vuole fare qualcosa, forse qualcosa può fare, senza dover pensare a costruirne di nuovi. Certo sarebbe bello che, come diceva oggi Bersani, la destra si riposasse un po’, visto che di pasticci ne ha già fatti a iosa.

  39. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Eh no, scusa, ma a cosa serve dire che le cose sono complicate? L’analisi serve solo se riesce a semplificare, a riscontrare ciò che è informativo da ciò che è rumore di fondo. Se noi ci arrendiamo di fronte all’apparente complessità, in cosa ci distinguiamo dal passivo fruitore de “Il grande Fratello”?
    Le cose invece, per me, non sono per niente complicate, basta avere l’occhio giusto per osservare. I mezzi tecnologici ci cambiano certo la vita, ma come tu stesso riconosci, non è così difficile capire come ce le cambiano: io almeno non smetterò di provare a capire ed a mettere un mio ordine da osservatore sull’apparente confusione in cui mi trovo immerso. Insomma, mi pare che così tu issi bandiera bianca, ed è un peccato perchè hai una bella testa: se fai così tu, su chi potremo contare allora?

  40. milena Says:

    @Vincenzo: de gustibus non disputandum est! 🙂
    e poi – detto fra noi – siamo un po’ vecchietti e della moda non ce ne può fregare un baffo! Per lo meno su questo siamo de-condizionati.
    Io poi ormai faccio parte della Banda del Buco – non so se la conosci, è ricercata da tutte le Polizie del mondo. “E’ lultimo grido poetico di una società alienata nell’apparire compunta e ordinata seguendo le apposite indicazioni telecomandate e psocodiffuse nell’etere mediatico. Sì, perchè la Banda del Buco esalta e difende l’individualismo sartoriale, la moda sartoriale e autoprodotta con rammendi, toppe e invenzioni di alta acrobazia da cuci-scuci”, ecc.. vale a dire riciclando e riutilizzando la roba che si ha già in casa.
    tratto da “Facile Felice Frugale” un libello creativo casalingo di Troglodita Tribe S.p.a.f. (Società per azioni felici)
    Però sono d’accordo con te, la vita bassa scombussola gli intestini, e siccome all’intestino corrisponderebbe il cervello, non so dire quali scombussolamenti possa provocare in alto loco.

  41. milena Says:

    @Vincenzo:
    guarda che non era Md ad aver scritto che “è complicato”. Per me è complicato, per quello che posso fare io, oggettivamente. Ma che ognuno faccia la sua parte, insomma …
    ciao.

  42. md Says:

    @Vincenzo
    già, non riesco a capire a quale mio commento hai risposto a proposito di complessità, analisi e comprensione e, soprattutto, dove avrei issato la bandiera bianca. Boh?
    (per quanto io adori quella canzone di Battiato, che pure qualche mio amico e “compagno” di un tempo ritenesse “pericolosa”…)

  43. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Certo, non l’hai detto, ma mi è sembrato questo lo spirito della tua risposta, queste tecnologie che rimescolano le carte come se ciò ci ponesse delle sfide proibitive, come ce le pone l’uso dell’informatica, dici.
    Probabilmente, ho ecceduto nell’interpretazione, ma c’era un po’ di senso di smarrimento: lieto di essermi sbagliato.

  44. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Antrixio
    Il termine condizionamento, lungi dall’apparirmi inutile, mi pare perfettamente appropriato. Condizionare non è determinare, nè mai questo volle significare. Da questo a dedurne che sia un concetto inutile, mi pare ce ne corra. Io credo a volte che esiste un atteggiamento pseudo-filosofico che decide di chiudere gli occhi alla realtà quando le cose che si dovrebbero osservare non rientrano in un certo schema logico-deduttivo che si assume a priori. Vogliamo forse dire che la stragrande maggioranza degli Italiani si battezza secondo il rito cattolico, mentre i turchi no, per una caratteristica genetica degli Italiani? Non so, a qualunque comportamento di massa facilmente verificabile si guardi, l’evidenza che esista una cultura collettiva che ci influenza e condiziona è palese, e solo una cecità ideologica può nasconderlo. Certo, in una logica binaria, il condizionamento ci sta stretto, perchè non determina, nè è ininfluente. Dunque, in filosofia è un concetto scomodo per alcuni.
    Vedila però così. Immagina di sostituire la pretesa tendenza alla libertà dell’uomo con un bipolarismo umano. L’uomo si muove tra due opposti poli, l’uno la libertà, l’altra l’autorità. Il condizionamento, perfino l’educazione ne è una sottotipologia, si basa sul riconoscimento dell’autorità, che deriva a sua volta dalla socialità dell’uomo.
    Ecco, io rimprovero all’Illuminismo questa sottovalutazione della tendenza direi innata dell’uomo a riconoscere un’autorità. In questo modo, ignorando uno dei due poli dell’atteggiamento umano, l’Illuminismo perviene a scelte politiche di tipo liberale, cioè in definitiva di mercato.
    Non è un caso che in tutto il tuo ragionamento a difesa di uno stato di mercato, tu usi sempre il “se”, se tanti riconoscessero che i panini del signor Mac Donald fanno schifo, allora…
    Se tu invece di considerare situazioni ipotetiche, guardassi alle cose così come di fatto stanno, forse potresti e dovresti chiederti perchè la gente non riconosce uan realtà lampante per altri, come forse te e me. A questo punto, tu imponi una condizione chiaramente avulsa dalla realtà, che cioè se tu ed io ce ne siamo accorti, allora è d’obbligo, e prima o poi avverrà, che anche tanti altri se ne accorgeranno: fede allo stato puro, no?
    Non ho invece capito tutta la seconda parte rispetto alla politica di Berlusconi, anche perchè non capisco il significato di alcuni termini che utilizzi. Ti dirò come la penso io in proposito, così forse ci chiariamo.
    Chi vuole determinare alcuni comportamenti di massa, sa di potere condizionare i suoi simili attraverso una comunicazione costante e martellante che, facendo assegnamento sulla potenza inusitata delle metodologie di comunicazione di massa, raggiunge un pubblico enorme. Statisticamente una certa percentuale di persone si farà convincere, e questo avverrà sia che rientri nei nostri schemi mentali, sia che non vi rientri. Se ad esempio l’uguaglianza evidente degli uomini in quanto geneticamente pressocchè identici ci porta a dire che siamo tutti egualmente critici (ma allora perchè non egualmente alti?), questa stessa osservazione che un uguale messaggio pubblicitario ha effetti diversi su persone diverse ci diventa ostico, scomodo, o perfino politicamente scorretto. Pazienza, le cose stanno esattamente così, sono meno politicamente corrette di quanto vorremmo, ce ne dovremo fare una ragione.
    Tu dici che il sistema di mercato, imponendo la convivenza di più culture, ha dentro di sè il virus che farà superare la cultura dominante. Non è così. L’errore che a mio parere compi è che si tratta di una battaglia che avviene con mezzi non paragonabili.
    Qui, non mi riferisco soltanto alla potenza dei mezzi finanziari, che pure è fondamentale (io scrivo sul mio blog, Berlusconi usa tutta la sua potenza mediatica delle TV e dei suoi quotidiani), ma anche su un aspetto forse meno evidente. Se ammettiamo che siamo in fondo esseri biologici, allora dobbiamo anche ammettere che esistano in noi delle caratteristiche istintuali. Se io chiedo alle persone di limitare i propri consumi per salvaguardare le possibilità di sopravvivenza del genere umano, mentre Berlusconi gli dice di circondarci sempre di più oggetti dall’uso sempre più improbabile, secondo te chi vince? Il mercato, contrariamente a chi ci crede, non è affatto un campo di battaglia neutrale. Sarebbe ciò se sul terreno ci fossero esseri liberi e razionali, ma l’uomo è ben lungi dall’essere libero e razionale. E’ sì dotato di razionalità ed aspira di certo alla libera scelta, ma dentro di noi c’è ben altro ancora, e sottolineando solo questi aspetti e trascurando tutto il resto, si perviene a conclusioni del tutto errate.

  45. Antrixio Says:

    @md
    spero che tu non vorrai che io riassuma in poche parole il concetto di spirito, cosa sulla quale sono stati scritti parecchi libri: anch’io, circa vent’anni fa, quando cominciai ad accostarmi alla cosa, feci all’incirca la stessa domanda. La risposta fu, ed è la stessa che io posso dare a te, leggi il segunte libro, per cominciare:
    Rudolf Steiner, La scienza occulta, Milano, Editrice antroposofica.
    Tuttavia, trovo anche una definizione parziale del concetto di spirito, in un testo che ho letto con molto interesse, che ti giro:
    lo spiirito è l’essere della coscienza dell’essere.
    riportato in: Lucio Russo, Amore che ne la mente mi ragiona, http://www.ospi.it
    La manifestazione più a portata di mano per cominciare a fare una prima esperienza dello spirito è il pensiero umano.
    Per ingolosirvi, e darvi un primo saggio di come si può considerare detto pensiero, riporterò qui un passo da un libro che sto leggendo in questo periodo:
    ” Una concezione del mondo deve esprimersi in pensieri. Ma la forza convincente del pensiero, che nel platonismo aveva raggiunto l’apogeo e nell’aristotelismo la sua espansione naturale, era ormai assente dagli impulsi animici dell’uomo. Solo l’animo ardito dello Spinoza aveva potuto attingere nella rappresentazione matematica la forza di innalzare il pensiero ad una concezione del mondo che doveva indagare persino il principio di questo mondo. Di sentire, nell’autocoscienza, l’impulso vitale del pensiero, di sperimentarlo in modo tale che, per mezzo di esso, l’uomo senta di essere saldamente inserito in un mondo spiritualmente reale, i pensatori del Settecento non erano ancora capaci. Il Lessing sta tra di loro come un profeta, colla sua percezione della forza dell’io autocosciente, tale da fargli ammettere che l’anima attraversi ripetute esitenze terrestri.
    Ciò che inconsapevolmente si sentiva gravare come un incubo sui problemi inerenti una concezione del mondo, era il fatto che all’uomo il pensiero non si presentava più quale esso si presentava a Platone, reggendosi sulla forza propria, con un contenuto dense e come una essenza attiva del mondo. Si sentiva il pensiero sorgere dal fondo dell’autocoscienza, si provava la necessità di dargli una forza di sostegno, nata da qualche potenza. Questa forza veniva cercata sia nelle verità della fede, sia nelle profondità del sentimento, che si credevano più forti del pensiero scialbo, considerato come una astrazione. E’ l’esperienza che molte anime fanno, più volte, del pensiero, considerandolo come il semplice contenuto dell’anima, e non ritraendo da esso una forza sufficiente a provare che l’uomo ha il dirittto di sentire la sua natura insita nel principio spirituale del mondo. Tali anime sono colpite dalla forza logica del pensiero: lo riconoscono in quanto forza che debba creare una visione scientifica del mondo, ma vogliono una forza più potente ed efficace per afferrare una concezione del mondo che possa abbracciare le conoscenze più alte. A tali anime manca l’audacia dell’anima spinoziana che coglie il pensiero alla fonte della creazione e si sente unita mercè il pensiero al principio universale. Deriva da una simile disposizione d’anima il fatto che spesso l’uomo tiene in poco conto il pensiero nel costruirsi una concezione del mondo, e sente l’autocoscienza più saldamente fondata sull’oscurità delle forze del sentimento. [..] In questo periodo [1780-1790 n.d.r.], le menti sentono di dover discendere nelle profondiutà dell’anima, oer trovarvi il punto di collegamento dell’anima stessa col principio universale ed eterno, e di dovere, partendo dalla conoscenza di questa relazione -della fonte cioè dell’autocoscienza- delineare una visione del mondo. Ma vi è un’ampia distanza tra ciò che l’uomo può afferrare con le sue forze dello spirito e questa radice interiore dell’autocoscienza. Le menti che lavorano non raggiungono ciò che oscuramente sentono essere il loro compito. Esse si aggirano attorno a ciò che è il problema universale , ma non l’avvicinano. [..] Il pensatore sta di fronte a questo problema: come posso penetrare nel profondo dell’anima, in modo che io possa afferrare il nesso dell’anima col principio universale, e che il MIO pensiero sia nello stesso tempo l’espressione delle forze creatrici del mondo? [..] il pensiero conferisce all’anima la forza che essa cerca, nell’epoca moderna, in un sistema del mondo, solo se essa SPERIMENTA il pensiero nella sua nascita animica. Se il pensiero è già nato, se esso è già diventato un sistema filosofico, perde la sua potenza magica sull’anima [..] la vera potenza del pensiero, la conosce solo chi lo SPERIMENTA nella sua origine. “”
    Da Rudolf Steiner, L’evoluzione della filosofia, dai presocratici ai postkantiani, Milano, F.lli Bocca, 1949 (Questa è l’edizione in mio possesso, ma ce n’è senz’altro una più recente).

  46. md Says:

    @Antrixio:
    Quello di Steiner e dell’antroposofia è un linguaggio e una linea di pensiero molto lontana da me e dalla mia formazione, che non vuol dire che abbia delle preclusioni o dei pregiudizi in merito.
    Per quanto riguarda il concetto di “spirito”, nonostante la mia assidua frequentazione del pensiero hegeliano, non saprei davvero dove collocarlo nella mia attuale configurazione concettuale. Esistono corpi, alcuni dei quali dotati di intelligenza, cioè di una parte del loro corpo che si organizza in quel processo che denominiamo “mente”, sede delle relazioni interne (omeostasi) e di quelle esterne (rappresentazione del mondo). Se per “spirito” si intende il processo organizzato che emana da quei corpi e da quelle menti nella loro unione ed evoluzione storico-sociale, allora mi può anche star bene (anche se prediligo il termine antropologico “culture”), diversamente non saprei proprio di che parliamo.
    La definizione da te riportata di Lucio Russo (autore che non conosco), mi pare ridondante, la coscienza essendo riconducibile alla mente, cioè alla sua parte cosciente e dialogante con se stessa.

  47. Antrixio Says:

    @md
    Alcune considerazioni per precisare i miei punti di partenza, che, seppure lontani dai tuoi, spero non inficino la possibilità di un confronto. Come tu sostieni di non avere pregiudizi nei confronti dell’antroposofia, io non ne ho, o almeno mi sforzo di sorvegliarmi in tal senso, nei confronti del materialismo: solo, ritengo che il materialismo sia “a suo agio”nel considerare la parte materiale della realtà, ma sia del tutto inadeguato a cogliere ciò che materiale non è. Ecco quindi che non consento al tuo considerare la “mente” un epifenomeno del corpo, o per lo meno, mi sembra si vada fuori strada a tirare in ballo il corpo ogni volta che si parla di “mente”. A chiarimento e sostegno di quanto sopra riporto un passo di un testo in cui mi riconosco pienamente:
    Da Rudolf Steiner, La filosofia della libertà, Triartis, 7 rist 2003, trad, it di Fabio Alessandri.
    cap III, pag. 41 sgg.
    “Questa trasparente chiarezza in relazione al processo di pensiero è del tutto indipendente dalla nostra conoscenza dei fondamenti fisiologici del pensare. Io parlo qui del pensare in quanto esso risulta dall’osservazione della nostra attività spirituale. Qui non viene per nulla considerato come un processo materiale nel mio cervello ne stimoli o ne influenzi un altro mentre io svolgo una operazione di pensiero. Nel pensare io non osservo quale processo colleghi nel mio cervello il concetto di lampo con quello di tuono, ma cosa mi spinga a mettere i due concetti in una determinata relazione. Dalla mia osservazione risulta che per le mie connessioni di pensiero io non mi baso sui processi materiali che hanno luogo nel mio cervello, ma solo sul contenuto dei miei pensieri. Per un’epoca /la prima edizione del libro apparve nel 1891 n.d.r./ un po- meno materialistica della nostra questa osservazione sarebbe naturalmente del tutto superflua. Ma al giorno d!oggi, cui ci sono persone che credono che se noi sapessimo cosa e! la materia sapremmo anche come la materia pensa, deve venir detto che si puo! parlare del pensare senza entrare subito in urto con la fisiologia del cervello. Oggi per molti uomini e! difficile afferrare il concetto del pensare nella sua purezza. Chi alla rappresentazione del pensare che ho qui sviluppato contrappone subito la frase del Cabanis >> Il cervello secerne pensieri come il fegato la bile, la ghiandola salivale la saliva e cosi! via>>non sa semplicemente di cosa io parli. Egli tenta di trovare il pensare per mezzo di un semplice processo di osservazione, allo stesso modo in cui noi procediamo per altri oggetti del contenuto del mondo. Su questa strada pero! non lo si puo! trovare, perche! esso, come ho dimostrato, si sottrae appunto alla normale osservazione. A chi non puo! superare il materialismo manca la facolta! di porsi nella condizione eccezionale descritta, che gli porta a coscienza cio! che in tutte le altre attivita! spirituali rimane incosciente. Con chi non ha la buona volonta! di acquisire questo punto di vista si puo! parlare del pensare altrettanto poco quanto si puo! parlare di colori con un cieco. Non creda egli pero! che noi consideriamo che processi fisiologici siano pensare. Egli non spiega il pensare perche! non lo vede.

    Fin qui, Steiner. Permettetemi di aggiungere qualche nota.
    Anche se oggi forse i materialisti non sono cosi! estremisti come ai tempi in cui fu scritto questo libro, la sostanza della questione dell!autonomia del pensare e! quanto mai attuale. Nel passo citato, si propone di considerare il pensare in se stesso, prescindendo dai processi fisiologici che si manifestano nel cervello /o in tutto il corpo, seguendo Spinoza/ al suo apparire. La strada e! feconda e porta lontano e tra le altre cose ad una concezione dell!uomo che puo! essere la base per risolvere le questioni etiche che sono state considerate in altri articoli. Il percorso viene delineato proprio nel testo che ho citato qui. Il punto di partenza, dunque, per arrivare a quello che altrove ho chiamato spirito, non e! trascendente, fuori dall!uomo, o postulato a prescindere, ma deriva dalla considerazione di quanto in noi abbiamo di piu! intimo e quotidiano, ovvero la nostra attivita! pensante.
    Ancora, solo una precisazione per intendere correttamente quanto sopra citato, che estrapolato dal contesto puo! prestarsi ad equivoci. Si sostiene infatti nel passo citato che non si puo! trovare il pensare per via di osservazione. Cio! potrebbe sembrare in contraddizione con il fatto che, sia io che scrivo che voi che leggete, possiamo dire che stiamo pensando. Ma ad una osservazione piu! attenta appare chiaro che cio! che in realta! facciamo e! portare a coscienza dei PENSATI, non il PENSARE, ovvero ci riferiamo sempre a dei prodotti pieni di contenuto di una attivita! che invece non siamo in grado di PERCEPIRE come tale, Il pensare infatti deve venir logicamente presupposto ai pensati, ma di esso, in condizioni normali, non possiamo avere una ESPERIENZA, ovvero non possiamo riunire una PERCEZIONE al concetto logicamente trovato.
    A.
    P.S. scusate l-ortografia un po! bizzarra, ma la mia tastiera si e! messa a fare le bizze, e mi sono arrangiato come potevo.

  48. Bioepoca – prima parte « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] e corporeità, alla stregua di ogni altro essere vivente. Vi aggiungiamo sempre il cappello (o la glassa) della spiritualità, come qualcosa di essenziale e di imprescindibile. In sostanza, la nostra […]

  49. Bioepoca – seconda parte « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] prima parte è stata pubblicata qui. Per ulteriori approfondimenti si vedano i seguenti post: La torta e la glassa. Note sulla natura umana Biopotere, bioetiche, biodubbi Eutanasia La specie, la storia, il […]

  50. Tyrone Says:

    Ciao un mio amico mi Һa sharato la սrl ddi questo blog e sono
    passata a vedere com’è.Mi piace molto. Subito messo tra i preferiti.
    Bellissimo sitо e template spettacolare!

  51. md Says:

    Grazie Tyrone e benvenuta!

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