Capire la filosofia, nientemeno!

Mi è sovvenuto solo ora che l’estate scorsa un lettore del blog mi aveva scritto, ponendomi due domande. La prima riguardava l’utilità della laurea in filosofia. La seconda, senz’altro più interessante, la trascrivo qui di seguito:

“Leggendo, coltivando le mie idee sono riuscito ad arrivare ad una “base” e da questa “base” ogni cosa mi risulta più semplice, così semplice che il mio interesse, nel continuare a studiare la filosofia non dico è svanito ma si è come “risoluto” e mi è sembrato stupido/inutile girare intorno a qualsiasi concetto proprio perchè così semplice; quindi, non credi che quando tutto è così semplice non ci sia più bisogno di filosofare? O magari tutto non è così semplice?”

Avevo risposto brevemente alla prima, lasciando del tutto in sospeso l’altra e promettendo al mio interlocutore un post dedicato all’argomento. Promessa finora non mantenuta, e che però, almeno in parte, vorrei soddisfare ora cogliendo l’occasione della lettura di un testo interessante di Fulvio Papi, consigliatomi da un amico, edito una decina di anni fa e intitolato nientemeno che Capire la filosofia.
Ne esporrò per sommi capi il contenuto, in maniera schematica, un po’ come se si trattasse di appunti presi a margine (in effetti è così), seguendo la numerazione dei capitoli e limitandomi a segnalare qua e là, tra parentesi quadre e in corsivo, i dubbi e le mie osservazioni. Certo, se ne potranno ricavare risposte solo laterali e indirette ai quesiti posti dal lettore – o magari nessuna risposta. Di sicuro, però, risponderanno all’ultima domanda: proprio così, tutto non è così semplice!

1. Un altro linguaggio
“Non è da tutti capire la filosofia”, questo l’incipit. Se la peculiarità abissale [termine che non è nelle mie corde] dell’essere umano è il linguaggio in quanto attività simbolica, sopra questa si stabilisce l’ulteriore peculiarità del linguaggio filosofico, come ciò che mette in discussione il linguaggio in quanto tale, e dunque ogni linguaggio [e da ultimo anche se stessoma ciò non finirebbe per comportare una forma di afasia?]. Conclusione: la filosofia non è per tutti, ma solo per coloro che decidono di avventurarsi in tale estrema frontiera – e che necessitano quindi di “scolarizzazione”, apprendistato, ecc.

2. La tradizione della verità
Ulteriore specificazione: l’orizzonte delimitato del discorso veritativo filosofico, che non è mito, e dunque non è assimilabile alle tradizioni sapienziali di altre culture. A rigore nemmeno di quella greca, che ha una sua propria rappresentazione simbolica. Quella filosofica è essa stessa una (sofisticata) rappresentazione simbolica, ma differente da ogni altra. Essa evoca la verità e la vuole indagare (o negare) in termini razionali, cioè senza alcun principio di autorità né suggestioni emotive o immaginifiche dominanti.

3. Desiderio e memoria
Lo stile filosofico può essere ricondotto a due tipologie: a) quella platonica, che fonda la comprensione sul desiderio: l’atto del capire è generato dal vuoto esistenziale, da una mancanza, dal desiderio (amoroso), che viene così trasfigurato idealmente; b) quella aristotelica, che ha come suo centro la scuola, dunque la trasmissione tramite un ragionamento oggettivo che si costituisce come “alterità” (testo) rispetto all’esistenza.
Un modello filosofico può oggi costituirsi tramite la contaminazione di questi due: passione insieme ad intelligenza.

4. L’anima e il dialogo
[non ho capito cosa c’entra l’anima]. Le due facce dell’apprendimento filosofico post-platonico: oralità e scrittura. La filosofia si “riduce”, a dispetto della centralità dialogica ed orale del suo periodo aureo, a testo. La lezione orale deve allora “mostrare come, tramite la voce, si riproducano quei movimenti di pensiero che consentono di istituire la trama del testo”. Evitando però la spettacolarizzazione narcisistica [vedi la moda odierna dei festival filosofici], la totale copertura dell’interpretazione, il prevalere della fascinazione. Solo così oralità e testo possono riconnettersi, evitando dall’altra parte l’isolamento e l’eccessiva solitudine dello studio.
[Resta ancora poco indagato l’influsso della voce nell’attività filosofica].

5. Leggere il testo
Di fronte al testo: lontananza semantica dell’antico, difficoltà tecnico-lessicale del contemporaneo (per economicità e necessità). Chiusura ed apertura.
Ma un testo è sempre innanzitutto un’alterità di fronte all’identità rigida di chi lo affronta: “Intraprendere il compito di capire un testo è invertire l’investimento di un amore dal noi stessi ad un’alterità” – un “viaggio nell’alterità” che richiede disponibilità a mettere in crisi l’identità, mutazione non programmata di sé, metamorfosi, “un andare oltre il proprio limite spontaneo”. Insomma un’operazione piuttosto rischiosa…

6, 7 e 8. Il fallimento del presuntuoso, C’è utile e utile, I grandi ideali
Irriducibilità della filosofia alla vita, o meglio: di questa a quella. La filosofia non è risolutiva o costruttiva nei confronti della vita.
D’alto canto [o forse proprio per questo?] la filosofia è difficilmente accessibile ai presuntuosi e ai familisti.
Le “categorie” che accedono con difficoltà alla comprensione filosofica:
-i presuntuosi, perché pieni di sé e privi di qualsiasi dubbio o “fessura”
-i familisti, autosufficienti che si identificano in toto con la propria cerchia affettiva [vien da pensare al clan o alla tribù]
-gli utilitaristi “ristretti” (quelli privati ed egoistici, non dell’utile inteso come bene comune): il loro mondo è già tutto strutturato e operativo; il fine è la propria potenza e i mezzi sono già dati e predeterminati.
-gli idealisti: “La coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa è una delle prove fondamentali della vita e una lunga esperienza dovrebbe insegnare che forse è meglio sostenere ideali che sono all’altezza della propria capacità di vita, piuttosto che eccedere in magnificenza ideale, in ottime intenzioni, per poi lasciare che la propria vita quotidiana veleggi nel solito mare delle abitudini comuni dominate da piccoli egoismi e da banali narcisismi”. A parte ciò che si sa già e che può aiutare più che altro a confermare ciò che è già acquisito, il resto scivola nella superfluità estetica, nel lusso intellettuale alieno dal mondo, nell’inazione.

9. Esperienza di sé
Preclusione alla comprensione filosofica da parte delle figure psicologiche (alternative) del “soddisfatto di sé” e del “risentito”. Ma il “capire” non è mai puro: avviene sempre in un contesto emotivo [forse l’unico merito di Heidegger, l’averlo capito]. Lo sforzo da fare è di andare al di là dei limiti di tale contesto.

10. Autore e mondanità
La “cosmesi” del testo filosofico e il rischio della riduzione della comprensione ad informazione inerente all’attualità. Quando il classico diventa un muto oggetto da scaffale…

11. La discussione
Problema [enorme, come dimostra anche questo blog] della “orizzontalità” e della pre-comprensione reciproca.
Passaggio dal testo filosofico al “testo della comprensione” (che non è un riassunto nozionistico). L’ausilio di una guida esterna è senz’altro utile.

12. Da dove cominciare
Non più valido lo schema idealistico-storicista (storia della filosofia = storia della verità filosofica). In realtà ci sono molte discontinuità. Ciononostante, la memoria storica ha una funzione altrettanto potente (cosa che ad esempio manca alla scienza). Esiste piuttosto un campo di tradizioni filosofiche, che vengono continuamente rilette e riattivate.
Iniziare dai primi filosofi è un’impresa sconsigliabile e difficoltosa (per contesto, linguaggio, traduzione, ecc.). Ma: esistono modalità di accesso e contesti semantici che possono essere disponibili immediatamente, al di là dello specialismo. Un buon impulso può sempre essere l’interesse, con l’avvertenza di vederlo poi trasformato in altro – poiché la vera molla è il “desiderio di aumentare il proprio orizzonte di senso”.

13. La bibliografia
Non solo (o non tanto) l’istituzione filosofica, quanto il “mantenere aperta la disponibilità a un rinnovato disorientamento”.

14. Interpretare da capo
La metafora del viaggio: capire la filosofia è mettersi in viaggio, non da turisti (dove si conduce la propria esperienza, il già noto, nel corso del viaggio), ma da veri viaggiatori, dove si esperisce, anche pericolosamente, il nuovo. L’ignoto che ci si fa innanzi! [Mi riconosco alla perfezione in questa metafora].

15. Il concetto fa vedere
Il “lavoro del concetto”: introdurre nel discorso “un elemento che ristruttura l’insieme secondo una nuova intelligibilità”. Il concetto fa vedere elementi dell’esperienza non focalizzati a sufficienza ed introduce in un “mondo possibile”. E’ esercizio “ascetico”, introduzione all’alterità.

16. Il senso comune
L’errore: accostare senso comune e filosofia, due ambiti linguistici radicalmente differenti, che implicano una vera e propria trasformazione del senso nel passaggio dall’uno all’altro. Impossibile operare a ritroso una “marcia indietro”, così come lo è per una pietra preziosa derivata da un processo chimico. Ciò non vuol dire che il linguaggio filosofico sia incomprensibile o insensato. Forse con la filosofia ciò risulta più difficile, poiché non possiede (come altre discipline scientifiche) un proprio linguaggio formalizzato. [Un esempio: il concetto di “cosa” – termine basilare del dire e dell’esperire quotidiano – una volta trasposto in ambito filosofico risulterà ai più del tutto alieno e incomprensibile].

17. Immaginare e parola filosofica
Un possibile uso televisivo-filmico per introdurre al discorso filosofico: impraticabile per l'”oggetto” (le idee, i concetti, le tradizioni filosofiche), ma non per il “soggetto” (la biografia filosofica, la figura pubblica del filosofo, la sua individualità, ecc.).

18. “Non serve a niente”
Potente luogo comune in un’epoca dominata per lo più dal criterio di utilità. La domanda sottesa non può non essere a sua volta filosofica: che cosa è utile? Ecco che proprio il concetto di utile richiede la filosofia come strumento intellettuale per definirlo.
Ma al di là della “ristrettezza” cui si è già accennato, è utile avere un’idea del mondo, una vita interiore, un senso da conferire alla propria vita? Qui il concetto di utilità si tende alle estremità del suo arco semantico, ben al di là della sua accezione corrente. Allo scettico, la filosofia risponde: sii generoso con la mente e con te stesso! [Avevo parlato qui della necessità di tornare ad essere generosi nei confronti del mondo, chiosando il testo di Spinoza].

19. Un esercizio del senso
Congedo: lo stupore aristotelico – ma “lo stupore era un tempo”, poi vennero la scuola, il sistema, l’enciclopedia (da Aristotele che lo aveva per primo evocato ad Hegel…).
Ripristinare la figura dell’infanzia interrogativa, con la differenza che in filosofia le risposte sono per lo più non date [è quello che cerco di fare con i miei esperimenti filosofici con, non sui, bambini – anche se in quell’ambito il “capire filosofico” non può essere legato ad un testo, ma ad una situazione orale ed emozionale].
Non può non darsi ogni volta una smagliatura nell’ordine precostituito, fino a farlo vacillare: basti pensare ai campi del linguaggio, della politica, della conoscenza, dell’etica.
L’incompletezza: necessaria virtù filosofica – anche nella eventuale produzione di un testo filosofico (l'”aver capito”), che si pone, di nuovo, come alterità anche per chi lo ha prodotto, e dunque ciò che deve essere daccapo capito.
[E il cerchio si chiude – o si riapre?].

Annunci

Tag: , , , , , , , , , ,

3 Risposte to “Capire la filosofia, nientemeno!”

  1. luther Says:

    Ho cominciato circa un anno fa a studiare (?) filosofia…semplicemente per curiosita’.L’inizio e’ stato un dramma…adesso va un po’ meglio, ho preso coscienza della mia ignoranza ed ho cominciato il viaggio. Ho trovato vari siti di filosofia, su qualcuno ci sono restato…”La Botte di Diogene” e’ uno di questi…una sorta di oasi. Non sempre e’ agevole capire i vari post…qualche volta invio qualche commento, spesso mi sento come lo scemo del villaggio. Gli argomenti trattati pero’ mi stimolano ad andare avanti ad approfondire…Nella vita quotidiana, conviviamo continuamente (in apparenza, felicemente) con le nostre molteplici ignoranze. Tutti tendiamo ad imparare “quanto basta”, quelle nozioni strettamente indispensabili per esercitare dignitosamente la nostra professione. Ma il “quanto basta” si riduce poi davvero a poco ed a me non basta piu’.”L’apprendere è come remare contro corrente: se ci si ferma si torna indietro” quanta verita’ c’e’ in questa massima!
    Questo ragionamento arzigogolato…per dire che la filosofia serve ad orientarci…e’ uno sforzo a pensare…forse per questo a molti non piace!
    Saluti

  2. md Says:

    @luther: grazie per il tuo commento, così sincero e sentito.
    Talvolta mi sono posto il problema della “comprensibilità” di quel che scrivo, e, rileggendo magari quel che ho scritto a distanza di tempo, tale domanda si fa anche più urgente.
    Per almeno due ragioni: davvero la scrittura filosofica è un “testo” che diventa una produzione che “rischia” di vivere di vita propria, e che dunque può risultare problematica non solo per chi la legge ma anche per chi l’ha scritta;
    e, seconda osservazione, è anche il risultato di un processo di pensiero che sconta talvolta la solitudine e l’arzigogolare, ma che dovrebbe essere il più possibile lo sforzo di allargare la visuale e di contemplare tutti i lati del problema, solo che spesso finisce per concentrarsi inevitabilmente sul “risultato”.
    C’è poi la questione del linguaggio: ogni volta bisognerebbe fermarsi a chiarire termini e concetti – ma come si fa? Non ne usciremmo più, ogni frase diventerebbe illeggibile.
    (Tralascio infine la più volte discussa questione della forma-blog, ma anch’essa andrebbe messa in conto).

    Il cammino filosofico è dunque faticoso (lo è anche per chi come me, lo frequenta da un quarto di secolo) e imbattersi in un testo, in una teoria o in un concetto non è mai qualcosa di “liscio”, che possa avvenire, come opportunamente osserva luther, senza “drammi”.
    Hegel parlava dei “cardi della metafisica” e della “fatica del concetto”, contrapposti all’edificazione un po’ facilona di certe scuole filosofiche.
    Detto questo, come ho più volte detto, si può benissimo vivere senza occuparsi sistematicamente di filosofia, o aver letto una sola riga di un testo filosofico, la specie lo ha fatto per centinaia di migliaia di anni, e la maggior parte degli umani lo fa tuttora. Questo non determina nulla sul piano del valore o dell’autenticità delle persone.
    Ma è della specie tutta, in una maniera che potremmo quasi definire biologicamente determinata, quasi si trattasse di un istinto, farsi domande sul senso delle cose, di se stessi e del mondo. Un istinto vitale che, appunto, serve tra le altre cose ad orientarci in quello stesso mondo nel quale, per caso o per necessità, ci siamo trovati a vivere…

  3. Luciano Says:

    Salve.
    @Luther
    Vedi Luther, fintanto che avrai fame di conoscenza non sarai mai ignorante.

    A presto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: