Nella neve, sulla morte

L’uomo è eterno,
ma crede alla follia che lo dice mortale
.
(E. Severino)

Ho temuto di morire, qualche notte fa.
Ho gioito questa notte, camminando nella neve, e pensando all’inesistenza della morte.
Ho rigioito questa mattina, camminando tra i boschi innevati, e rimuginando di nuovo su quell’inconsistenza, sia empirica che concettuale.
Dopotutto noi pensiamo alla morte come a un annientamento – ha ragione Emanuele Severino. E’ il nostro modo di pensarla a renderla orribile. O meglio: è il nostro modo di pensare a quel fenomeno che denominiamo “morte” e che indichiamo convenzionalmente come un capolinea, uno sparire, una fine – quel che ce la rende insopportabile.

Avevo pensato stanotte, mentre nevicava fitto sui primi germogli di marzo, che molti viventi avrebbero perduto la vita – sarebbero morti. Eppure, guardando la cosa da un altro punto di vista, non è affatto così: quei viventi, quei germogli semplicemente muteranno forma, diverranno altro (bestemmia ontologica per E.S.), si trasformeranno.
Anche quel nostro costrutto mentale che definiamo “individuo”, di cui piangiamo la morte quando comincia il processo di scomposizione delle sue parti, in realtà non viene mai annientato – se ne era già parlato a proposito di ciò che si deve intendere per eterno. Quella configurazione di parti, per quanto destinata a scomporsi proprio per la sua natura – essere cioè un individuo fatto di altri individui – una volta comparsa non può più scomparire. E’ per sempre.
Perché piangiamo, allora, se tanto la figura fisica che quella mentale di ogni cosa non tramontano, non muoiono, non vengono annientate – proprio perché non possono farlo?

Consolazione (magra) per la parte razionale, per nulla convincente per quella emotiva, si dirà – curioso, poi, che entrambe abbiano sede in quel medesimo ammasso appiccicoso di sostanza grigia e bianca…

Annunci

Tag: , , ,

38 Risposte to “Nella neve, sulla morte”

  1. Sergio Says:

    Leggendo il tuo testo mi sono ricordato di questa conferenza di Sivio Fanti(che in realtà mi era servita per riflettere su Spinoza:
    ” J’ai bien sur, au cours des années, essayé d’établir un modèle (je souligne ce mot de modèle) qui nous servira au point de vue psychique, modèle du vide que je résume ainsi: 

    1) comme trame de fond universelle, il y a le vide, continuum infini, parsemé d’une énergie élémentaire diffuse. Cette énergie se structure progressivement pour donner corps et forme à tout ce qui existe. 

    Voici comment:
    2) l’énergie du vide se condense en granules qui, en s’entrechoquant, augmentent leur tension interne jusqu’à provoquer une excroissance: c’est le “bubbling” dont j’ai parlé au sujet du congrès d’astronomie de Boston. 

    3) c’est là qu’intervient ce que j’appelle l’instinct d’essai, qui transforme l’énergie élémentaire du bubbling en essais successifs conduisant à tout ce qui existe y compris l’être humain. 

    4) l’être humain, comme l’univers, est d’origine énergétique dans le vide.
    
5) il l’est donc dès avant sa naissance, le demeure tout au long de sa vie et après sa mort.”
    (SILVIO FANTI, Introduction à la micropsychanalyse
    Dernière conférence donnée par Silvio Fanti : Ecole Normale Supérieure, Paris, 4 avril 1995.Non publiée)

  2. milena Says:

    Mi mero proposta di lasciar passare un po’ il tempo, di darmi una tregua, anche perché quando guardo la lista dei commenti dove compare troppo spesso il mio nome, temo davvero di essere un po’ invadente, anche se mi auguro che questo non sottragga spazio ad amici ed ospiti. Avevo anche pensato che a questo punto per me sarebbe ora di cambiare nome, contravvenendo alle regole della netiquette una volta ancora o per tutte. Ma poi questa mattina quando ho acceso il computer durante una pausa dalle mie faccende che per lo più consistono nel raccogliere polvere, leggendo queste poche righe non sono riuscita a resistere e i miei propositi sono andati a farsi benedire. Dev’essere che sono una donna debole e poco determinata, questo è un fatto. Mi lascio trascinare in giro come uno di questi fiocchi di neve.
    Ma davvero non ho potuto non riandare col pensiero a quando, mentre Md, come scrive, qualche notte fa stava rischiando di morire – non so in che modo e perché, ma sarebbe una perdita immensa; e per lo meno, caro amico, faccelo sapere in anticipo che potresti scomparire nel nulla senza dircelo nemmeno -, non so se esattamente nella stessa notte, nel dormiveglia ho avuto la chiara sensazione che se mi fosse capitato di morire in quell’istante non ci sarebbe stato momento migliore. Nel senso che per qualche inspiegabile ragione mi sentivo perfettamente felice, di una felicità che qualitativamente mi corrispondeva e soddisfaceva profondamente i miei appetiti – misteriosi appetiti, mi limito a dire. Come se non avessi cercato altro in tutti i cinquantadue anni della mia vita.
    Beninteso non c’era nessun motivo particolare o contingente che avesse prodotto quella sensazione. Io ero, e sono, la stessa donna apparentemente poco realizzata a seconda di quanto abitualmente s’intende per essere persone realizzate e di successo, e non c’era nulla che avessi fatto di diverso o eccitante. Ma quella sensazione, risvegliandomi dal dormiveglia mi ha fatto dire che sarebbe stato bello poter morire in quello stato. Quando capiterà, perché prima o poi succede. Non in quella stessa notte, certo, ma prima o poi di sicuro. Anche se, come si dice, la nostra morte rimarrà eterna come ogni altra cosa.
    Non stavo però pensando all’eternità in quella notte, all’eternità non si pensa quasi mai. Può darsi sia più facile sentirla, come si sente la felicità di esistere, grazia e dono incommensurabile forse anche nel dolore, chissà.
    Ma anche nel momento in cui si muore sarebbe bello soffrire poco ed essere felici.
    Le sensazioni che animano alcune delle mie notti mi fanno considerare quanto siano efficaci i contenuti dei nostri pensieri nel determinare la qualità del nostro sentire. E certo i pensieri vanno e vengono, come il respiro …
    Potrei continuare non dico all’infinito, ma fino a sera. Ad un certo punto però devo dire basta, ora vado a fare qualche altra cosa. La polvere mi aspetta …

  3. md Says:

    @Sergio: grazie per lo spunto, soprattutto per il rinvio a Spinoza…

    @milena: non ho “rischiato” (almeno credo), ho solo “temuto”…
    Rifletterò su quanto dici a proposito della ricaduta del contenuto dei pensieri sulla qualità del nostro sentire.

  4. Paola D. Says:

    Sarà che sono troppo intrappolata nei pregiudizi, ma la mia ragione non riesce a concepire l’eternità. Intesa come energia, forse si, perchè c’è il detto:”l’energia si trasforma, ma non si distrugge”;
    non riesco a concepire come possa non esistere l’individuo e non riesco a capire se non che, dopo la sua morte, quello che resterà sarà solo il ricordo o, in mancanza di questo, il nulla.

  5. md Says:

    @Paola D.: certo, non è facile concepire l’eternità, perché – su questo ha ragione Severino – tutta la nostra “mentalità” è costruita sul considerare le cose come “sporgenti dal nulla”, prima c’erano poi non ci sono più. Io, prima di nascere, semplicemente non c’ero e, dopo la mia morte, non ci sarò più, dunque il mio “esistere” coincide con la porzione temporale, quel “fra” che sta tra quei due momenti. Questa è l’evidenza empirica.
    Ma “io” sono parte di un processo più ampio (possiamo chiamarlo “energia”, “materia”, “natura”, o come ci pare), e quella struttura che mi costituisce una volta “apparsa” (non certo dal nulla, ma da quella medesima sostanza o essere che sempre è) non può più tramontare: non solo nel ricordo di qualcun altro, poiché in tal caso sarebbe altrettanto caduca, ma proprio nella sua identità logica: “io” è un modo unico, irripetibile ed eterno – cioè che non può annullarsi, poiché è così e non può essere altrimenti – in cui diversi elementi (altri individui, materia, modi) si sono congiunti e hanno dato luogo a una certa forma dell’essere. Ciò vale per ogni “io”, per ogni “ente”, per ogni “forma”. Una volta comparsa nulla la può più annullare – poiché, semplicemente, il nulla non può esistere, se esistesse sarebbe autocontraddittorio.

  6. md Says:

    E, aggiungo, quel suo “comparire” era iscritto nella possibilità, nei modi e nelle forme stesse in cui la sostanza, l’essere, la materia può infinitamente darsi – dunque, anche nel suo “comparire” non c’è l’emergere dal nulla.

  7. Paola D. Says:

    MD: se leggi il mio post sull’Entropia (http://kinnie51.blogspot.com/2010/01/entropia.html), per quanto l’argomento sia stato affrontato da incompetente, si pone comunque il problema del come collocare quelle particelle che, nel corso della continua trasformazione dell’energia( essere, natura o che dir si voglia), restano per così dire, spiazzate. Ecco, mi piacerebbe sapere come la filosofia affronta questo problema.

  8. Vincenzo Cucinotta Says:

    Riconosco l’abilità dialettica di Severino, ma io resto alla tesi forse più tradizionale che gli individui siano solo apparenti e che nella realtà esista solo il tutto nelle sue articolazioni, ondulazioni temporanee. Severino, tramite l’uso di un concetto di “essere” che fa da grimaldello, forza oltre ogni ragionevole limite l’uso concreto del linguaggio, e quindi il linguaggio stesso, visto che il linguaggio è per sua stessa natura il proprio uso da parte dei parlanti. Così facendo ottiene il risultato di attribuire agli individui le caratteristiche del tutto, ma cosa questo poi concretamente significhi, in cosa si traduca non è dato sapere. Proprio dalla caducità del singolo individuo, a mio parere, deriva il fatto che esso sia apparenza, sennò, nella logica tradizionale, esso si pone a pieno diritto come entità a sè stante, e quindi bisognerebbe pervenire a un mondo a multi-entità, cioè esattamente quello che dalla tradizione giudaica, c’è stato tramandato nel pensiero occidentale, e rivalorizzato dall’Illuminismo.

  9. md Says:

    @Vincenzo: quando tu dici che “gli individui sono solo apparenti”, contrapponi un apparire a una realtà, la quale a sua volta non può non apparire, altrimenti non ne potremmo nemmeno parlare. Questo mi fa desumere che, sul piano logico-ontologico, quando diciamo “realtà”, “apparenza”, ecc. non diciamo cose diverse, parliamo semplicemente di qualcosa che è – che appare e in questo apparire è reale.

  10. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Bada, può darsi che mi sia espresso male, ma io non dico che gli indivdui non siano reali ma piuttosto che la loro indivdualità è apparente. Essi al contrario esistono come parte di un tutto. Noi possiamo ben dare un nome, e quindi fare un individuo linguistico della foglia di un albero, ma sensatamente non potremo dire che la foglia sia un individuo, in quanto essa si può fomare, colorare, svolgere la sua azione fotosintetica in quanto parte di una pianta. Se proviamo a staccarla dal ramo, essa smette di essere ciò che era prima, come fa quando cade dall’albero e concima il terreno attorno ad essa. Far coincidere l’essere con l’avere un nome può essere una scelta rispettabile, ma sul piano sostanziale nulla cambia, o almeno così pare a me.

  11. milena Says:

    @Md:
    O caspita, è vero, hai scritto “temuto”. Ho letto quello che stavo pensando? o quello che temevo?
    Faccio sempre un sacco di errori, come “mero” al posto di “ero”: puoi rischiare di correggerlo?
    Certo che “Mi mero” fa proprio ridere 🙂

  12. milena Says:

    Perché non possono farlo? Perché non possono scomparire? chiedi …

    Forse non possono farlo, ma lo fanno lo stesso. E né ognuno di loro, o noi, sarà ancora qui a pensarci, a continuare a pensare di esserci. Forse qualcun’altro penserà a noi, ma noi non potremo più continuare a pensare né a noi stessi né a nessun altro e nessun’altra cosa. E questo potrebbe significare che non ci sarà più, almeno per quanto ci riguarda, alcun “altro”. E saremo (già da sempre) usciti dal cerchio dell’apparire.
    E non ci sarà più questo respiro che entra ed esce esattamente da queste narici ai polmoni e che anima questo stesso nostro corpo, questa particolare forma e questo sangue che scorre nelle vene. Benché (non creda ma) talvolta riesca a sentire che tutto questo, come ogni cosa, sia eterna.
    Anche Severino però una volta dice una cosa, un’altra volta qualcosa di un po’ diverso.
    Per esempio dice “La Non-Follia è l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Il divenire non è la creazione e l’annientamento dell’essere, ma è la vicenda del comparire e dello scomparire dell’eterno. Appunto per questo noi, (e ogni cosa) siamo ETERNI E MORTALI: perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno”.
    Vale a dire l’assentarsi dalla scena dell’apparire. Ma l’assentarsi (vale a dire la mortalità) non negherebbe l’eternità di ogni cosa: io, tu, egli, il colore delle cose, il cielo, le stelle, i gesti le sfumature, progetti, bisogni, angosce, differenze, contraddizioni, morte, e tutto quanto il resto (secondo E.S.).
    Ovviamente cerco di vedere anche la differenza fra ciò che dice E.S e ciò che posso dire “io” finché non sono ancora uscita dal cerchio dell’apparire.
    E “io” più che altro, noto la bellezza del pensiero di E.S dove l’eterno è il cuore delle cose, e per cui ogni cosa sotto questa luce assume ai miei occhi un aspetto “sacro” (inteso in senso lato).
    Per questo motivo accolgo favorevolmente i suggerimenti di E.S. e ci rifletto. E’ un po’ come decidere di dare ascolto ad una musica anziché un’altra, colorare una stanza di rosa anziché di nero o di green anziché di brown, o mettersi a fare una torta di un certo tipo anziché di un altro, non soltanto nella glassa ma anche nella sostanza. Questo però non significa che non possa ascoltare altre musiche, o udire altri pensieri. E non vuol dire nemmeno che, per quanto possa piacermi più un pensiero rispetto ad un altro, io corra il rischio di trasformarmi per incanto in un severino che, insieme ad altre dozzine di severini possono essere messi in scatola come biscotti.

  13. milena Says:

    Leggevo qualche tempo fa un dialogo fra Severino e Vattimo sull’eternità. E Vattimo ad un certo punto ha detto a Severino: “Tu dici che siamo eterni, e di questo complimento i nostri lettori ed io ti potremmo essere grati, fermo restando comunque che siamo mortali. Nel quadro che hai tracciato resta da spiegare questo piccolo problema: siamo eterni ma mortali. Tu puoi dire che siamo mortali pur essendo eterni perché l‘eternità che ci conferisci è fondata sul principio di non contraddizione. E’ un principio logico trasferito sul piano metafisico con una mossa molto azzardata. (…) … se il principio di non contraddizione è un principio logico, e se, come non è inverosimile, un principio logico è innanzitutto un principio di funzionamento del linguaggio, sarà davvero così ovvio che chi lo nega, neghi anche ogni caratterizzazione positiva dell’essere? O meglio, che tale principio possa valere come dimostrazione incontrovertibile che l’essere è e non può non essere?’

  14. md Says:

    @Paola D.:
    anni fa avevo letto un testo molto interessante che metteva in relazione entropia e pensiero ecologico (tra l’altro proprio uno dei temi che tratti nel tuo post), “Fermare il tempo. Un’interpretazione estetico-scientifica della natura”, del chimico-fisico Enzo Tiezzi. Mi era in particolare interessata la sua concezione del tempo come irreversibile (se non erro ripresa da Prigogine).
    Avevo anche preso degli appunti, con l’intenzione di approfondire l’argomento, ma purtroppo si sono perduti – anch’essi dissipati per il processo entropico…

  15. Paola D. Says:

    Capisco la battuta, ma non ho ottenuto, dalla mia ricerca su Tiezzi, risposte esaurienti ai miei dubbi.
    Allora, sintetizzando: Tutto è eterno e quindi anche noi ( come le piante, gli animali, ecc.) siamo eterni.
    L’individuo ( pianta, animale, uomo, ecc.) non è altro che un bubbone che appare e scompare in questo immenso mare del Tutto.
    La conseguenza importante di questo ragionamento è che è inutile che ognuno di noi si senta chissà che cosa, perchè non siamo altro che un bubbone che appare e scompare. E’ così?

  16. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Milena
    In proposito, la penso esattamente come Vattimo. Come avrei voluto dirlo io: “E’ un principio logico trasferito sul piano metafisico con una mossa molto azzardata.” 😀

  17. milena Says:

    @Vincenzo:
    Infatti pensavo proprio a te quando ho riportato le obiezioni di Vattimo. Ora non ho tempo, ma ne riparliamo.
    Mi ero dimenticata di segnalare che le frasi che ho riportato sono tratte da “La legna e la cenere” di E. Severino.
    Poi tengo a precisare che c’è una bella differenza fra il “credere” di essere mortali e l’esserlo. E per quanto io ho compreso finora, Severino non nega la mortalità del mortale, visto che la vita di ogni uomo non è infinita, ma piuttosto biasima, deplora, e ritiene Follia che il mortale neghi l’eternità e creda nella mortalità in senso ontologico.

  18. md Says:

    @Milena @Vincenzo
    con tutto il rispetto per Vattimo, non capisco perché mai un principio logico debba stare su un piano diverso rispetto a quello metafisico: dove altrimenti collocare il principio di non contraddizione? Non è mica una legge fisica o una formula chimica.
    Delle due l’una: o tutto ciò che è metafisica è riducibile al linguaggio e alle sue regole di funzionamento (compresi dunque fole e fraintendimenti filosofici), oppure se una metafisica vi dev’essere non può essere scissa dal piano logico.
    O Wittgenstein o Aristotele, tertium non datur.

  19. md Says:

    @milena:
    quel che io dico nel post può, almeno in parte, valere indipendentemente dal discorso ontologico (una vera e propria “panlogia”) di Severino, dove oltretutto l’umano ha un rilievo centrale che secondo me può benissimo essere tralasciato.
    Non a caso parlo di un duplice punto di vista, quello fisico-biologico, dove è il continuum vitale e materiale ad essere in primo piano, con le sue continue metamorfosi e trasformazioni; e quello “metafisico”, dove a mio parere va fatta però valere una distinzione fondamentale tra “immortalità” (del tutto inconsistente, anche perché costruita sul concetto di morte e sul desiderio di annientarla) ed “eternità”, cioè puro manifestarsi dell’essere nelle sue molteplici forme, dove è la relazione di immanenza di ciascuna forma all’unità dell’essere ad avere rilievo.

  20. milena Says:

    @Md:
    Prima di leggere il tuo ultimo commento avevo scritto questo.
    “… ma non ho detto che condivida le obiezioni di Vattimo. Che infatti non vedo con che altro strumento potremmo discutere se non con il linguaggio e le sue regole, logiche o illogiche. Anche se ho dei dubbi che il linguaggio e la logica riusciranno mai a dimostrare una verità incontrovertibile. Non inverosimile, forse? Oppure un’incerta verità in cui riusciamo a credere e della quale cerchiamo di convincere i nostri interlocutori?
    Comunque io (nel mio piccolo) non ho alcuna pretesa di riuscire davvero a comprendere il pensiero di Severino. In molti, molto più istruiti e sapienti di me, hanno provato a farlo, e ogniqualvolta Severino ha smontato i loro tentativi di comprensione. Probabilmente solo Severino riesce a comprendere Severino. Ma se non sei Severino, allora non vivi più? Però, ancora, lui stesso, come essere umano e mortale, sa e dice espressamente di essere in errore. Posso dire che come essere umano mortale rivendico lo stesso diritto?
    Inoltre, a me non interessano le “prove logiche”, perché è abbastanza chiaro che forse non le capirò mai; mentre sono più interessata a quello che deriva dal pensare le cose in un certo modo anziché in un altro, o un altro ancora.
    E infatti ciò che ho ottenuto dal leggere dilettantescamente (che è ciò che riesco a fare più o meno) alcuni libri di Severino, non è stato il trovare soluzioni definitive o dimostrazioni o prove, ma l’orientamento verso una possibile trasformazione del mio piccolo e insignificante modo di essere, e una diversa considerazione di ogni essere, o ente che dir si voglia.
    Comunque se trovi che ho fatto dei grossi errori di interpretazione o di scelta delle parole, mi farebbe piacere che me li segnali.
    Per esempio, ti pare corretto dire che se (come dice E.S.) l’uomo è eterno, questo non significa affatto che sia immortale?”

    Poi adesso mi sono soffermata su questa parola che mi è del tutto nuova.
    (Panlogia: Qualsiasi dottrina filosofica che postuli l’assoluta identità di razionale e di reale). Ci rifletterò.
    Ovviamente concordo che dal discorso ontologico “l’umano” debba essere tralasciato. Questo l’ho capito.

  21. Luciano Says:

    Salve.
    Che post appetitoso.
    Io comincerei col dire che un’affermazione come “nella realtà esista solo il tutto nelle sue articolazioni, ondulazioni temporanee”, usata da Vincenzo (o qualkcosa di più o meno equivalente usata da MD), metta in luce la finitezza della mente umana di fronte a ciò che è talmente grande da non poter essere percepito realmente. E’ un po’ come voler prosciugare il mare con un cucchiaio. Intanto a noi chi ce lo dice che esiste solo il tutto nelle sue articolazioni? La logica? Ma tutto ciò è frutto del pensiero umano e come tale nesubisce ed evidenzia i limiti. Noi siamo in grado, passatemi l’analogia, di proporre soltanto un’approssimazione locale di ciò che abbiamo di fronte, esattamente come tutte le curve, almeno localmente sono approssimabili a rette. In questo modo le possiamo trattare più facilmente. Il concetto di eterno poi, riposa sull’esistenza di un’entità quale il tempo che è un costrutto affatto umano, culturale. Io sono convinto che non esista, ma questo è un altro discorso.

    A presto.

  22. Paola D. Says:

    Luciano:Ferma restando la premessa fatta da MD, dove afferma che
    “va fatta però valere una distinzione fondamentale tra “immortalità” (del tutto inconsistente, anche perché costruita sul concetto di morte e sul desiderio di annientarla) ed “eternità”, cioè puro manifestarsi dell’essere nelle sue molteplici forme, dove è la relazione di immanenza di ciascuna forma all’unità dell’essere ad avere rilievo.”,anch’io sono convinta che il concetto di tempo “è un costrutto affatto umano, culturale”, come tu dici, e aggiungo che si basa sulla misura delle trasformazioni che noi possiamo percepire come reali. Detto questo, al limite, se non esistesse alcuna trasformazione, non esisterebbe il tempo. E fino a quando le trasformazioni ci sono e vengono percepite, noi parliamo in termini di tempo.
    Se poi la metafisica si deve collocare su un piano diverso dalla logica,allora, come giustamente dice MD,”o tutto ciò che è metafisica è riducibile al linguaggio e alle sue regole di funzionamento (compresi dunque fole e fraintendimenti filosofici), oppure se una metafisica vi dev’essere non può essere scissa dal piano logico.
    O Wittgenstein o Aristotele, tertium non datur.”
    Rientriamo quindi nelle logica,e quindi nella logica umana,e non vorrei che tutto questa discussione , che si prevede alquanto lunga , “tralasciasse”,come qualcuno ha lasciato intendere, l’aspetto umano, perchè noi umani siamo, e la filosofia è una scienza umana.

  23. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Luciano
    Mi va bene la tua osservazione sui limiti umani, ma trovo stravagante che tu la applichi soltanto a una specifica affermazione, fatta tra l’altro come espressione di un’opinione e senza neanche alcun tentativo di dimostrarla. Potrei aggiungere che è più arduo dimostrare un mondo a plurientità, che uno a monoentità, il che per me non implica che la mia tesi sia più vera di qualsiasi altra. E in ogni caso, potresti applicarla alle tue stesse parole, ma mi sa che sarebbe poco pratico esprimersi ricordando a ogni piè sospinto i nostri poveri limiti umani.
    Invece, sulla questione dell’eternità, devo proprio darti torto: l’eternità, lungi dal basarsi sull’esistenza del tempo, lo nega. Nell’eternità, non ci può essere tempo, nega il tempo, perchè nulla cambia Se cambiasse, ne potremmo misurare la velocità di cambiamento e quindi stabilire un criterio di misura del tempo.

  24. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Evidentemente, intendiamo diversamente le parole di Vattimo. Dire che la logica non può dar luogo a conclusioni ontologiche, mi pare sia del tutto corrispondente alle tesi di Wittgenstein. Potrei dire che il linguaggio funziona sulla base di regole sintattiche che in parte costituiscono la logica, condivisa tra l’altro con la matematica. Ma il linguaggio non si può esaurire nelle proprie regole, il linguaggio ha un valore semantico, cioè è portatore di significati. Ecco, certa filosofia, tutta centrata sulle regole logiche, ha perso il proprio valore semantico. Ricorderai che molti post fa, obiettai a Profeta che se tutto è assieme mortale, immortale ed eterno, ciò significava che queste parole avevano perso ogni utilità, non riuscivano pià ad esprimere differenti significati: che farsene allora, meglio dismetterle.
    In un certo senso, a costo di essere impertinente, per me Severino non sa parlare: lo dico rispettosamente, nel senso in cui lo dice Wittgenstein.
    Vorrei, a scopo esemplificativo, riportarvi una mia esperienza personale, quando, dovendo spietrare un terreno, dagli operai appresi con una certa sorpresa che nel dialetto locale esistono ben 14 differenti termini per classificare le pietre, soprattutto, ma non solo, su una base dimensionale. Ecco, per me il linguaggio, questo è, uno strumento. L’utilità di distinguere le differenti pietre penso sia evidente a tutti, e quindi la comunità locale ha eleborato uno strumento necessario per ottimizzare le proprie attività.
    Del resto, non esistono forse i paradossi? Non ci stanno continuamente a ricordare che la logica, se seguita implacabilmente, e quindi in assenza di ragionevolezza, può portare, o forse, tende a portare a risultati paradossali? La struttura dei ragionamenti logici è quella classica matematica, si parte da certe premesse e si giunge a determinati risultati. Negare che esistano premesse assiomatiche, cioè evidenti di per sè, e non più banalmente postulati, cioè ipotesi esplicitamente poste come tali, in fondo è un modo sofisticato di barare.

  25. md Says:

    @Vincenzo
    Mi soffermo solo sulla tua conclusione: certo che esistono premesse assiomatiche del ragionamento logico, anzi quella del “principio fermissimo” che deriva dalla logica, prima parmenidea, poi esplicitato (nella “Metafisica”) da Aristotele come “principio di non contraddizione”, è la base assiomatica e autoevidente di ogni possibile discorso e ragionamento – poiché afferma preliminarmente che “qualcosa è” (sia questo “qualcosa” l’essere, il mio dire, il soggetto che lo dice, o per converso tutte le negazioni, che in quanto sono negazioni sono “qualcosa” e dunque si autonegano). E’ questo, credo, l’unico principio incontrovertibile, ciò senza di cui ogni ragionamento diventerebbe vano, che però è insieme immediatamente un principio ontologico.

    @Paola D.
    Tralasciare l’umano non significa considerare la filosofia come qualcosa di extraumano, poiché è evidente che chi fila i fili del pensiero è sempre la mente umana, ma quella stessa mente sa se stessa come parte di un tutto che la sovrasta, e che è piuttosto algido e indifferente ai destini del suo portatore.

    @Luciano
    Il “tutto” è conoscibile? Non credo. In realtà scontiamo una vera e propria dicotomia tra l’evocazione metafisica di un concetto come “tutto” da una parte (che sta poi all’origine della filosofia stessa, anche se era “physis” il termine evocato in origine, che però non va inteso con il nostro “natura” quanto piuttosto con l'”essere molteplice”, “tutte le cose”) – e, dall’altra, la sua (inesauribile) articolazione e relativa/approssimativa conoscibilità. E’ cioè evidente che esiste qualcosa come un tutto (le “pareti” dell’essere e della sua pensabilità), ma NON che sia integralmente conoscibile in tutte le sue modulazioni e articolazioni (data la finitezza della nostra mente).
    Un bel paradosso: evochiamo (con la mente “metafisica”) la sfera del tutto, e poi non riusciamo (con la mente “scientifica”) a conoscere tutto.

  26. Paola D. Says:

    MD: ringrazio per la precisazione, resta però il fatto che tu non hai risposto alla mia domanda di qualche commento addietro e che quì ripropongo:
    “L’individuo ( pianta, animale, uomo, ecc.) non è altro che un bubbone che appare e scompare in questo immenso mare del Tutto.
    La conseguenza IMPORTANTE di questo ragionamento è che è inutile che ognuno di noi si senta chissà che cosa, perchè non siamo altro che un bubbone che appare e scompare. E’ così?”
    E’ così che la pensa Severino e in fondo anche tu?

  27. md Says:

    cara Paola,
    sono tante le domande a cui non rispondo ogni giorno, magari proprio perché non saprei bene che risposta dare.
    E di fatti glisserò anche questa volta, limitandomi a modificare la tua espressione un po’ orrorifica: più che di “bubboni” preferisco parlare (l’ho già fatto nelle mie “19 tesi” tempo fa) di “increspature” nel mar dell’essere.
    Siamo sì qualcosa che compare e scompare, come il movimento di un’onda sul piano dell’essere – umani, animali, cose, fiumi, foglie, imperi, pianeti, dei, sogni… – e per quanto ci sentiamo “chissà chi” non siamo altro che parte di quell’essere che ci sovrasta.
    Pascal aveva utilizzato l’espressione delle “canne”, che per quanto spazzate dal vento sono pur sempre “pensanti” – conferendo dunque alla sfera umana una particolare dignità. Io preferisco estendere questa dignità a tutti gli essenti. Tuttavia, quel di cui mi convinco sempre più è che è del tutto inutile cercare un senso o un fine che stia da qualche altra parte, su un altro piano (trascendente) che non sia quello del “qui e ora” dell’immanenza, dell’essere. Se poi la nostra mente sovreccitabile e ultraimmaginifica si vuole inventare mondi paralleli, fole e fantasie ultraterrene faccia pure, evidentemente è nella sua natura farlo.
    Naturalmente tutto ciò non vuol dire che non si debba lottare, qui e ora, per affermare cose come la giustizia, l’eguaglianza ecc. – anche perché sono iscritte in quella concezione che conferisce eguale dignità a tutti gli esseri e a tutti i viventi: quel meraviglioso circolo virtuoso, cioè, tra ontologia ed etica che sto esplorando in Spinoza.

  28. Paola D. Says:

    Il termine “bubboni”, con cui io ho impropriamente tradotto il termine “bubbling”, riportato da Sergio citando Silvio Fanti, non voleva introdurre un aspetto orrorifico della realtà, ma semplicemente dare maggior corpo alle immagini evocate da Fanti o da te e anche da Cucinotta, di ribollimento, gorgogliamento o increspature dell’Essere. Perchè secondo me noi umani, pur riconoscendo la pari dignità di tutti gli altri esseri viventi, siamo ben più che increspature: siamo dei bubboni più grossi degli altri e, come tali, più capaci di far danno….

  29. Luciano Says:

    Salve
    @Vincenzo
    Una premessa generale: non era un attacco contro una qualche pproposizione/posizione quella della finitezza dell’intelletto umano. Era una semplice constatazione che comunque, si voglia o no, inficia i nostri ragionamenti.
    Passiamo ad altro:
    “Invece, sulla questione dell’eternità, devo proprio darti torto: l’eternità, lungi dal basarsi sull’esistenza del tempo, lo nega. Nell’eternità, non ci può essere tempo, nega il tempo, perchè nulla cambia Se cambiasse, ne potremmo misurare la velocità di cambiamento e quindi stabilire un criterio di misura del tempo.”

    Scusami ma non è affatto vero quel che dici. Per il semplice fatto che quando noi parliamo di una quantità che non varia lo facciamo sempre prendendo in considerazione un parametro, il tempo, che ci fornisce un indice del cambiamento. E’ solo una questione qualitativa, culturale. Ovvero noi prendiamo in considerazione il tempo che passa per indicare la variazione di uno stato e non lo stato stesso come invece dovremmo. Non sto dicendo che le cose non stiano come dici in assoluto, dico che la variazione percepita è relativa a questo parametro, qualitativo e non quantitativo, che abbiamo denominato tempo. Poi certamente affermare che una cosa è uguale a sé stessa parla dello stato e non nomina il tempo, ma per quella che è la nostra forma mentis implicitamente stiamo dicendo che “al passare del tempo” rimane uguale a sé stessa.

    @MD
    Sono perfettamente d’accordo con te. Noi potremmo conoscere ogni singolo aspetto del tutto ma (probabilmente) non riusciremmo a comprenderne il significato globale….la mente umana non è olistica.

    A presto.

  30. milena Says:

    Certo, solo all’interno dei nostri limiti umani si può parlare di qualsiasi cosa.
    A meno di riuscire, passo a passo e poco alla volta a superarli, i limiti intendo. Anche se ho il sospetto che più si parla delle cose e le si analizza, più si complicano e appaiono divise. Come dall’haiku 22 ter:

    Diviso in due
    un cuore di cipolla
    non è più cipolla

    E’ un po’ come smembrare un corpo su un tavolo chirurgico; dopodiché avremo tante parti separate fra loro ma non ci sarà più quel corpo, tantomeno la vita in quel corpo. Ma d’altronde, se siamo qui proprio a fare questo, non vedo cosa potremmo fare di diverso.
    Facciamoci a pezzi, allora …
    (scherzo)
    Ora, è ovvio che tutti noi diciamo qualcosa (l’una o l’altra o ancora un’altra cosa). Ci diciamo liberi, per esempio, o ci diciamo mortali. Mentre Severino dice “l’uomo è eterno ma crede nella follia che lo dice mortale.”
    Pascal invece dice che gli uomini sono “canne”, che per quanto spazzate dal vento sono pur sempre ‘pensanti’. Mentre Deleuze dice “increspature”. Qualcun altro ancora “foglie”, “bubboni” o “fiocchi di neve”.
    E non è che quello che diciamo di essere un pochino lo crediamo? Solo un pochino, intendiamoci, sono soltanto metafore, analogie – e FORSE qualsiasi cosa crediamo di essere non cambia il “come” ci sentiamo: bene, male, così così, felici o infelici.
    Ma con questi esempi voglio solo dire (anch’io dico qualcosa, che strano!) che la mente umana forse non funziona soltanto con operazioni di logica, o di logica-matematica, ma con operazioni di altra natura: intuitivo-olistica, forse?
    Non so nemmeno se lo possiate condividere, ma a me sembra che considerare il mondo soltanto attraverso valutazioni logiche sia, oltre che un limite, una deriva patologica del nostro mondo iper-digitalizzato e tecnologico-scientifico. E se, come dice Spinoza, “la mente umana è atta a percepire moltissime cose, e tanto più atta quanto più numerose sono le maniere in cui il suo corpo può essere disposto” mi chiedo cosa sarà dell’uomo iper-digitalizzato se e quando si ridurrà a disporre giusto i polpastrelli sopra i tasti del computer.
    Anche questa mia ultima è una metafora (ironica) che potrebbe essere traslata all’incirca in: quando il linguaggio logico-matematico, corrispondente a quello del computer, sarà l’unico adottato, poi concesso e forse permesso.
    Poi … “Leopardi aveva già scorto il carattere matematico-filosofico-scientifico della ragione, e il culmine da esso raggiunto dalla ragione moderna. E scorto la radice essenziale del pensiero matematico: la matematica è ‘analisi’, ‘misura’: ‘definisce e circoscrive’. Ma non altera le cose: le vede nella loro verità, cioè nel loro essere ‘finite’. La felicità e il piacere non vogliono invece che la vita sia misura, definizione, circoscrizione. ‘La matematica’ scrive Leopardi, è contraria al piacere.’” (tratto da E.S. “Il muro di pietra”)
    Certo però che Leopardi era un uomo enormemente ricco di fole …
    Oppure un amante della vita? 😉

  31. Kinnie51 Says:

    @Milena: tu dici: ” la mente umana forse non funziona soltanto con operazioni di logica, o di logica-matematica, ma con operazioni di altra natura: intuitivo-olistica, forse?”
    Ti do ragione. E non tanto perchè così mi sembra che sia, ma perchè dall’esperienza che ho avuto per tanti anni di lavorare con i bambini della scuola elementare ( ma anche con quelli della superiore, per la verità), mi risulta che prima venga appreso il tutto nella sua globalità e, solo in un secondo momento, si passi all’analisi delle parti che lo compongono.
    Per usare un linguaggio più tecnico la successione è: sincresi, analisi , sintesi. Per semplificare: prima c’è l’intuizione, successivamente la logica.
    Per concludere: Leopardi, nonostante le sue vicissitudini, era certamente un amante della vita ( altrimenti, invece di creare capolavori, si sarebbe suicidato;)).

  32. Kinnie51 Says:

    Accidenti! Sono Paola D.!

  33. milena Says:

    Ti ringrazio Paola, ma non merito tanto … 😀
    Ci scherzo un pochino, ma davvero non credo che tu possa darmi la ragione, né che io possa averla. E infatti sarebbe da folli credere di possedere la ragione, intesa come verità. E mi sono ricordata del frammento di Eraclito che recita: “prestando ascolto non a me – che sono un individuo – ma al logos …”
    Poi però bisognerebbe capire se il logos di cui parla Eraclito è lo stesso logos che intendiamo noi.
    Sulla faccenda del pensiero, mi ero soltanto ricordata qualcosa sugli emisferi sinistro e destro del cervello, sedi del pensiero logico il sinistro, e intuitivo-olistico i destro. Ma è stata anche una coincidenza, perché qualche sera fa mettendo ordine nella mia biblioteca mi è capitato tra le mani un libricino di Paul Watzlawichk – (non ho mai capito come pronunciarne il nome) titolato “Di bene in peggio”, sottotitolato “Istruzioni per un successo catastrofico”. E poiché al mio bambino interiore ancora adesso qualche volta si diverte a giocare con i libri e con le parole, l’ho aperto a caso e la prima parola che vi ho letto è stata “entropia”. E ovviamente non ho potuto non pensare a te. Quindi ho tralasciato di mettere ordine nella biblioteca e in una sera l’ho riletto.
    Poi ho fatto qualche ricerca.
    Il Cervello e’ suddiviso in due principali sezioni Destra e Sinistra, che nell’evoluzione si sono particolarmente differenziate modificando le infrastrutture neuronali degli Emisferi Cerebrali Superiori.
    Tale suddivisione del cervello in due sezioni rispecchia il fatto che anche il nostro corpo ha un articolazione binaria: abbiamo infatti due occhi, due orecchie, due buchi del naso, una lingua che differenzia il dolce dal salato … due mani due gambe e cosi via dicendo”.
    “Secondo Watzlawick sono distinguibili due realtà, una delle quali è supposta oggettiva ed esterna, e un’altra che è il risultato delle nostre opinioni sul mondo. Ogni persona deve sintetizzare queste due realtà ed è questa sintesi che determina convinzioni, pregiudizi, valutazioni e distorsioni dovute al fatto che il mondo della razionalità è controllato dall’emisfero cerebrale sinistro che ci consente di interpretare la realtà oggettiva in termini razionali secondo una logica metodologica. Ma questa è spesso in conflitto con l’attività dell’emisfero destro da cui nascono fantasie, sogni e idee che possono sembrare illogiche e assurde.”
    E’ un discorso un po’ lungo … ma prova a dare un’occhiata a questo:

    http://www.erboristeriarcobaleno.com/test_della_ballerina.html

  34. Profeta Says:

    Vincenzo scrive:

    “Ricorderai che molti post fa, obiettai a Profeta che se tutto è assieme mortale, immortale ed eterno, ciò significava che queste parole avevano perso ogni utilità, non riuscivano pià ad esprimere differenti significati: che farsene allora, meglio dismetterle.”

    Caro Vincenzo, che il Tutto includa in sé l’eternità, la mortalità e l’immortalità non significa eliminare la differenza tra questi tre termini; che sono certamente tre, ma che si implicano reciprocamente. Infatti, solo ciò che è eterno (= sempre uguale a sé = il non poter essere altro da sé) può includere il suo esser (anche) mortale (cioè il suo essere eterno come giungente-cessante di apparire in una certa forma di coscienza anch’essa eterna), e il suo esser (anche) immortale (non essendo “nato”, e cioè come “sfondo” che accoglie gli eterni mortali; oppure essendo “nato”, ma destinato a non morire, in quanto è nato “nel suo essere oltrepassato”).
    D’altra parte, ecco il punto decisivo che hai trascurato, NON tutto è mortale, e NON tutto è immortale, ma TUTTO è eterno. Di ogni singola cosa è necessario dire che è eterna, cioè identica a sé (l’albero è l’albero, giacché è impensabile un luogo in cui l’albero non sia l’albero, cioè l’albero è eterno, come ogni cosa).
    La mortalità inclusa nel Tutto eterno è predicabile solo di certi enti (eterni). Qualcosa nasce e muore solo in relazione allo scenario che non nasce e non muore (= che è immortale, oltre ad essere eterno). E qualcosa, pur essendo nato, è assegnato a non morire nel senso che, avendo già in sé il proprio nascere-morire in quanto oltrepassato, “nasce non morendo più”.
    Pertanto, tutto ciò che muore deve ritornare (cioè deve rinascere). Ma una volta che ritorna, in quella configurazione finale del ritornare, è impossibile che giunga di nuovo ad assentarsi (a morire).

  35. Paola D. Says:

    Milena : ho fatto il test della ballerina che tu mi hai consigliato e naturalmente risulta che in me prevale l’aspetto destro ( quello creativo)
    Ma io già lo sapevo, anche se cerco sempre di essere razionale, ma non sempre mi riesce :))

  36. milena Says:

    @ Paola:
    Sì, anch’io ho più facilità a vedere la ballerina girare in senso orario, ma qualche volta se mi concentro la vedo girare in senso opposto, ma dura poco. Mio figlio invece la vede girare in senso antiorario, e un suo amico invece la vedeva girare qualche volta in un senso, qualche volta in un altro, a caso. Comunque è solo una curiosità, magari anche una bufala.
    Però mi sembra interessante comprendere come una delle possibili cause di tante incomprensioni fra gli esseri umani stia anche nella diversa predominanza, dell’impiego delle loro facoltà.
    E a ben vedere, quando Leopardi scriveva che “la matematica è contraria al piacere”, forse anche lui non riusciva a comprendere quanto per un matematico la matematica possa essere un immenso piacere, magari algido e astratto e lontano dalla “vita” come la intendeva Lui (Leopardi), ma pur sempre un piacere.
    Per questo ancora una volta mi accorgo come ogni affermazione che ci arrischiamo ad esprimere contenga già in sé il suo contrario, nascosto come l’altra faccia della medaglia o della luna.
    Dopodiché, riuscire ad accogliere ogni cosa per quello che è, non doverla piegare a tutti i costi al “mio” volere, mi sembra l’unica grazia che ancora potrei immaginare di desiderare.
    E se dico “mio” o “io” è perché, anche in mancanza oggettiva di altre opportunità, faccio esperimenti su ciò che ho a disposizione: me stessa, ciò che ho di più prossimo (e qualche volta è anche piuttosto doloroso)

  37. Paola D. Says:

    Milena, tu dici “riuscire ad accogliere ogni cosa per quello che è, non doverla piegare a tutti i costi al “mio” volere…” E’ questo, secondo me il vero scopo della vita ( ed anche il segreto della felicità).

    “…quanto per un matematico la matematica possa essere un immenso piacere”
    Effettivamente lo è : da ragazza passavo la gran parte dei pomeriggi estivi a risolvere problemi matematici, mi divertivano di più delle parole crociate.

  38. milena Says:

    @ Paola: è un segreto formidable!
    Ma sai che qui in casa, quando capita un qualche conflitto, sono già riuscita a tranquillizzare la situazione dicendo: forse stai vedendo la ballerina girare in modo diverso dal suo? o dal mio?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: