Skàndalon!

Non mi sono mai piaciute le prediche, mentre ho sempre prediletto la critica. Al punto che qualcuno, ogni tanto, mi accusa di essere  fin troppo critico, di voler vedere sempre e ad ogni costo il lato negativo delle cose, quel che non va – dimenticando, però, che mentre mi muove questa accusa egli stesso utilizza l’arma della critica. Magari, chissà, oltre ad essere una questione di carattere dipenderà dalla mia formazione marxiana. Marx era un ipercritico. Molti suoi scritti contengono il termine Kritik nel titolo e nei vari capitoli – ce n’è uno, addirittura, che reca come sottotitolo Critica della critica critica!
Però avevo aperto con le prediche, e con la mia avversione (critica) ad esse… Eppure la predica, ad esempio quella cristiana, proprio nella sua derivazione dalla parresìa dei cinici greci, contiene in sé un forte elemento critico: fustigazione dei costumi, riconduzione a moralità e sobrietà, distinzione tra vero e falso, giusto e sbagliato, ecc.
Proprio qualche giorno fa, casualmente, ho trovato nel bel libro su Marx di Diego Fusaro che sto leggendo, un  riferimento alla figura del “parresiasta”. Scartabellando poi tra i miei appunti, scritti a mano su foglietti colorati e disseminati qua e là (resisto orgogliosamente all’integrale digitalizzazione), ho trovato un riferimento proprio al concetto di parresìa con un rinvio ad uno scritto di Foucault – di cui avevo letto tempo fa un estratto su Diogene (la rivista filosofica), e che mi aveva incuriosito, tanto più che aveva a che fare con Diogene (il filosofo di Sinope).
Poi è arrivata, con il suo picco europeo, la spinosissima faccenda degli scandali della chiesa cattolica a proposito della pedofilia che (peraltro da sempre) essa coltiva in seno, insieme a tante altre nefandezze morali (di uomini trattasi, per lo più maschi casti per voto, cioè solo in teoria – non di angeli, che notoriamente non hanno propensioni sessuali, poiché privi di sesso). A questo punto ho allineato le cose e le parole, e ho riflettuto sulle loro strane relazioni. Ma vediamo di fare ordine…

Partiamo da parresìa, e dal suo significato originario, che è libertà e piena facoltà di parlare, persino sfrontatezza e licenza, ma ancor più atto del giudicare in tutta libertà, a fronte alta, con franchezza, schiettezza ed imparzialità (sto riportando dalla voce del Rocci, la bibbia della lingua greca).
E veniamo a skàndalon, che significa inciampo, insidia, qualcosa (come una pietra) messo di traverso per far cadere (skandale è una parte dell’esca e, per estensione, una trappola di parole).  In latino scandalum diventa infatti la pietra d’inciampo, ed il termine entrerà poi nel linguaggio giuridico ecclesiastico (guarda a volte il caso!), ad indicare proprio lo stravolgimento della coscienza e della morale causato da atti o discorsi riprovevoli.
Mettiamo ora in relazione parresìa e skàndalon. Il rischio è il cortocircuito, poiché proprio la parresìa, con il suo radicale e impudico dire la verità, è ciò che provoca scandalo – lo scandalo della verità! Essa lancia infatti le sue pietre (di nuovo: scandali), i suoi strali, le sue frustate contro il potere, l’ordine costituito, l’ipocrisia, la falsa morale. Lo scandalo non sta allora tanto negli umani (fin troppo umani) comportamenti, ma nel volerli nascondere dietro la maschera del perbenismo. La pratica della parresìa, però, può anche subire la strana sorte di diventare una sorta di boomerang della verità: lanciata contro chiunque, poiché non guarda in faccia a nessuno, può benissimo ritorcersi contro lo stesso lanciatore e predicatore – mai dimenticare, a tal proposito, la faccenda cristianissima della trave e della pagliuzza! Del resto, chi più di Gesù ha provocato scandalo, lanciato pietre, rovesciato tavoli e urlato criticissime parresìe nel corso delle sue peregrinazioni?
Non dovrebbero, soprattutto, dimenticarlo gli alti prelati e porporati, che predicano tanto di morale e valori ogni santo giorno: più di tutti l’attuale papa Ratzinger, che prima di salire sul più alto degli scranni, ebbe l’ardire di scrivere in una lettera indirizzata ai vescovi e datata 18 maggio 2001, che i casi di abusi sessuali sono da considerarsi “Secretum pontificium”, cioè questione interna alla chiesa. Dove sta, allora, il vero scandalo?

***

Nota 1. Naturalmente non sono così parziale e sprovveduto da sovrapporre pedofilia e sacerdozio, essendo l’abuso sui minori questione molto più complessa e, ahimé, diffusa socialmente di quanto non si voglia ammettere, e la chiesa cattolica un mondo variegato e non certo riducibile ai suoi scandali.

Nota 2. Per chi volesse leggere l’articolo di Foucault, tratto da Discorso e verità nella Grecia antica, può aprire il seguente allegato: utilità-dello-scandalo (si veda anche la rivista Diogene filosofare oggi, nr. 14).

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