Dis-facimenti

Uno slogan che si sente ripetere in questa (orribile) campagna elettorale, è relativo al fare. “Noi che siamo al governo facciamo” – così dicono, in contrapposizione a quelli che invece chiacchierano o criticano e basta. Poco importa qui quale delle forze in lizza utilizzi tale motto, che peraltro è un ferrovecchio. Nella mia militanza politica giovanile era un luogo comune questa faccenda del contrapporre il fare al parlare – come se il parlare non fosse un’azione e il fare a sua volta denso di linguaggio e di elementi simbolici. Ma si sa, la politica è sempre più il luogo del non-pensiero e dell’assurdo, una gara a chi è più decerebrato (e fatto in tutt’altro senso!).

Ma torniamo al termine “fare” e ai concetti ad esso collegati. Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein apre il suo Tractatus logico-philosophicus con una vera e proprio ontologia del factum (anche se, a rigore, fare e fatti non sono poi così perfettamente sovrapponibili) – e scrive: “Il mondo è tutto ciò che accade”, “Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”. Tutto ciò che esiste attiene ai fatti e però insieme al linguaggio; non c’è un fatto che non sia dicibile e un dire che non sia anche fattuale: il linguaggio da questo punto di vista è la “raffigurazione logica del mondo”, aderisce rigorosamente alla fattualità ed esaurisce in sé la sfera del pensiero.
Non volevo però avventurarmi lungo lo scivoloso terreno logico-epistemologico, ma solo limitarmi a “giocare” un poco con la parola in questione. Essa richiama anche il contraffare, sopraffare, strafare, rifare: in genere tutto ciò che è manipolazione della realtà, fino addirittura alla sua destrutturazione (dis-fare, rare-fare, lique-fare).
Difficilmente, però, si riflette sul valore del non-fare, dell’astenersi dal fare (che a ben vedere, sempre secondo la logica wittgensteiniana, dovrebbe concretarsi a sua volta in un fatto, dato che di un non-fatto e di un non-fare non dovrebbe essere possibile nemmeno parlare). Vi aveva dedicato alcune pagine limpide ed eloquenti Hans Magnus Enzensberger nella raccolta Zig zag. Saggi sul tempo, il potere e lo stile (mi pare di averne parlato in un vecchio post, da qualche parte). Era una sorta di bilancio non-lineare sulla linea del tempo (e i suoi scherzi), al termine del Novecento. Lo scrittore tedesco perora la causa dei cosiddetti “eroi della ritirata”, dopo gli eccessi del fare (e più spesso del dis-fare) di un secolo breve (e avaro di risultati) ma ricolmo di una lunghissima scia di sangue:

Ciò che conta alla fine del nostro secolo, per dirla con un filosofo tedesco, non è tanto migliorare il mondo, bensì risparmiarlo. […] Anche le democrazie occidentali devono affrontare una smobilitazione senza precedenti. […] Ma la ritirata più difficile ci attende nell’ambito di quella guerra che conduciamo, sin dalla rivoluzione industriale, contro la nostra stessa biosfera.

Io, che sono sempre stato tendenzialmente prometeico nella mia visione dell’azione politica e del divenire storico, da quando le ho lette medito spesso su quelle parole di Enzensberger.

C’è poi l’eterna questione del fare contrapposto al pensare (anche questa piuttosto ambigua): come se in ogni fare non ci fosse una certa dose di pensiero e di razionalità – tanto più nell’agire o nella prassi politica.
(A tal proposito, un certo Matthew Crawford – di cui Mondadori ha appena pubblicato Il lavoro manuale come medicina dell’anima –  racconta di avere abbandonato la filosofia per la meccanica, lasciando il suo ben remunerato lavoro di intellettuale politico a Washington per dedicarsi alle motociclette: in realtà si tratta dell’abbandono di una funzione sociale – alienata finché si vuole – per un’altra, non meno suscettibile di alienazione. Il suo è certo un invito a tornare a fare e a riparare le cose, dunque di per sé una cosa molto intelligente, ma, appunto, è frutto di pensiero, di elaborazione e lavoro intellettuale. Con questo non voglio nemmeno cominciare ad affrontare la vexata quaestio della separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, che va comunque inquadrata nella più ampia questione dell’organizzazione del lavoro, e delle sue storture e forme alienate).

Conclusione: la ritirata, con quel suo sapore rinunciatario, può essere pericolosa, ma se il fare è un sopraffare (o un contraffare), esso non solo è pericoloso, può addirittura diventare letale. Di certo non ci può essere un fare privo di favella o di lumi, anche perché l’agire (che credo vada inteso come un fare di per sé più consapevole) contiene sempre uno scopo, un andare verso, un senso di marcia. Perché mai facciamo questo o quello? Magari ogni tanto bisognerebbe chiederselo – oltre a chiedere conto a quelli che fanno in vece nostra.
Ancor più importante è evitare che il prodotto del fare diventi un feticcio (un che di fattizio, posticcio: a tal proposito restano insuperate le pagine di Marx sul feticismo delle merci, nel primo volume del Capitale) – una vera e propria potenza incantatrice che ci possiede e da cui veniamo super-agiti (anche perché non è piccola la porzione di cose e di casi che già naturalmente funzionano così).
Feticci stupefacenti che ci inducono assuefazione. Fare, stupefare, assuefare. Di nuovo manipolazioni (sui corpi e sulle menti). Ma perché poi rimaniamo sempre insoddisfatti, se non addirittura sfatti e strafatti?

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3 Risposte to “Dis-facimenti”

  1. Paola D. Says:

    Questo è un post ghiotto ( come direbbe Luciano, mi pare). In effetti è un menu piuttosto variegato che presenta molti pietanze. Non so quale assaggiare prima 😉

  2. Paola D. Says:

    A scuola mi insegnavano che il verbo “fare” è meglio non usarlo mai, ma sostituirlo con uno dei molti sinonimi che, di volta in volta esso assume.
    Tu hai messo bene in evidenza l’ambiguità di questa parola.

  3. Paola D. Says:

    A scuola mi insegnavano che il verbo “fare” è meglio non usarlo mai, ma sostituirlo con uno dei molti sinonimi che, di volta in volta esso assume.
    Tu hai messo bene in evidenza l’ambiguità di questa parola, tanto abusata.

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