Lo sguardo di Ipazia

Ma è nel fuoco che bisogna ardere.
Niente si addice alla parola più che la temperatura del fuoco […]
Non c’è ritirata possibile, Sinesio.

(M. Luzi, Libro di Ipazia)

Leva dunque, lettore, all’alte ruote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l’un moto e l’altro si percuote […]
E se le fantasie nostre sono basse
a tanta altezza, non è maraviglia;
ché sopra ‘l sol non fu occhio ch’andasse.
(
Dante, Par. X)

Non ha poi molta importanza stabilire la veridicità della ricostruzione storica fatta dagli autori del film Agorà, uscito in questi giorni nelle sale italiane (e mi vien da dire, a latere: che goduria che la filosofia diventi addirittura argomento per un kolossal!) – salta all’occhio, ad esempio, l’incongruenza della figura dell’allievo Sinesio, morto oltretutto quasi sicuramente prima della sua maestra Ipazia. E non tanto perché si tratti di un film, e non invece di un saggio specialistico, quanto per l’ottica generale e le tematiche attualissime messe in campo (oltretutto le fonti in nostro possesso sono piuttosto esigue e frammentarie; mi si perdoni, en passant, l’uso acritico del termine abusato attuale). Non saprei nemmeno dire se la verosimiglianza ambientale sia stata rispettata: è certo però che Alessandria e la sua biblioteca sul finire del IV secolo d.C. erano il simbolo di un’epoca (lacerata) che stava per compiersi e di un’altra (imprevedibile) che stava per sorgere. Declinava l’ellenismo (e con esso la filosofia antica), nasceva a tutti gli effetti l’era cristiana.
E’ anche probabile che si sia prodotta nella narrazione cinematografica una vera e propria dicotomia, insieme ad un’eccessiva semplificazione (i neobarbari cristiani rozzi e fanatici da una parte contro gli illuminati e raffinati pagani dall’altra) – sacrificando tra l’altro l’inequivocabile carattere “di classe” dello scontro, visto che il cristianesimo appariva anche come un’ideologia soteriologica e solidaristica per le masse di derelitti, schiavi e diseredati che l’abbracciavano, e che certo non dovevano essere minoritarie. Dopotutto non era la prima volta (né sarebbe stata l’ultima) che una religione si offriva come prospettiva liberatoria, con le sue belle promesse di riscatto, giustizia ed eguaglianza (e il suo retroscena consolatorio ed ultraterreno,  un dispositivo quantomai ingannevole ed illusorio, che però evidentemente corrisponde ad un qualche bisogno).
Ma quel che sta al centro della scena di questo film è la figura di Ipazia, filosofa e astronoma, figlia del matematico Teone, che certamente venne massacrata dai cristiani in quanto rappresentante di un mondo e di una mentalità del tutto incompatibili con la concezione della Verità (unica, monologica e indiscutibile) che si andava affermando. La distruzione della Biblioteca di Alessandria (una tra le tante) e la cancellazione di quella che era forse una delle più grandi menti dell’epoca nel campo della filosofia neoplatonica, facevano evidentemente parte di un unico programma, che intendeva rompere soprattutto con la filosofia, intesa come modalità pericolosa della ricerca della verità – autonoma, terrestre e non controllabile dall’alto.
(Che simbolo di tutto ciò fosse poi una donna, doveva essere una circostanza davvero dirompente – e inconcepibile per una chiesa nascente sotto il segno di una nuova forma di patriarcato).
C’è un’eloquente scena del film a tal proposito, quando Ipazia si trova a partecipare ad un’assemblea politica che deve decidere (o meglio, constatare) quale residua libertà i non-cristiani possono avere nell’ormai angusto spazio pubblico (l’agorà) di Alessandria, e nel corso della discussione un pagano recentemente convertito irride proprio alla funzione della filosofia: a che cosa serve la filosofia – replica a Ipazia – in una situazione come quella che stanno vivendo? Cos’è mai la ragione di fronte all’incedere della storia, al precipitare degli eventi, all’ossessione identitaria, al fanatismo, ai nuovi assetti e logiche di potere che si vanno costituendo? Certo, un iperrealista come Hegel avrebbe saputo replicare che la ragione sta proprio in quella forza bruta, dato che sa astutamente infilarsi anche nelle pieghe più irrazionali del reale.
Ma per tornare al quarto/quinto secolo, e alla nostra filosofa protoilluminista, trovo insieme grandioso e disarmante proprio il suo modo di guardare al mondo – oltre che inconciliabile con l’alternativo modo di guardare (o di chiudere gli occhi) dell’antagonista cristiano. Le ricerche astronomiche di Ipazia, il suo assillo per la perfezione del cerchio e per il movimento circolare, il rovello antitolemaico e l’affacciarsi di dubbi ed ipotesi eretiche alternative, giocano qui un ruolo che va ben oltre l’aspetto strettamente scientifico. Il regista lo ha colto bene giocando più volte la carta dell’inquadratura dall’alto, perfino dallo spazio, quasi si trattasse di un nuovo episodio di Star wars: come dovevano apparire meschine all’infuocata mente di Ipazia tutte quelle scaramucce, specie se confrontate con la grandezza dei pianeti e delle stelle, con la loro meravigliosa (e però indagabile) rotazione e correlazione! Ma è proprio qui che lo sguardo della filosofa sembra ondeggiare: abbandonare il mondo e la politica (come raccomanda Epicuro) dedicandosi alla pura ricerca della bellezza e della verità, o combattere fino all’ultimo spasimo in quel che resta della pòlis affinché la ragione prevalga contro il montare della pazzia e del fanatismo?
Non dissimile sarà il lungo viaggio dantesco, durante il quale il sommo poeta oscillerà spesso tra la passione politica e terrestre da una parte e la distanza siderale del suo “indiarsi” dall’altra. Che se poi ci si pensa bene è un dilemma tutto interno al cristianesimo: il cristiano neoplatonico Agostino vi avrebbe dedicato, pochi anni dopo il massacro di Ipazia, la sua opera più importante, significativamente intitolata La città di Dio.

***

L’epilogo della storia di Ipazia non è solo tragico, è anche amaro e angoscioso, perché ci lascia col dubbio radicale e con la domanda apertissima oggi (cui la filosofa non ha potuto rispondere se non con la perdita della sua stessa vita): a che serve la filosofia?

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6 Risposte to “Lo sguardo di Ipazia”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Ti risponderei telegraficamente.
    Bisognerebbe chiedersi la leicità della domanda. Insomma, perchè deve servire a qualcosa? E questa domanda non è essa stessa filosofica? Non prevede una selezione della nostre attività in base a un criterio finalistico?
    Direi quindi che si filosofa perchè si vive. Se la vita ha un senso, e naturalmente non abbiamo certezze in merito, anche la filosofia lo ha, non per quello che produce, ma perchè apparentemente non possiamo fare a meno di filosofare.

  2. carla Says:

    un film che spero di vedere presto…
    molto interessante la prospettiva illustrata in questo post,
    quella vista dall’alto ma sempre circolare…
    in fondo la filosofia non ha vere ambizioni, si accontenta di rispondersi da sola 🙂

  3. Francesco Says:

    Condivido in pieno il commento di Vincenzo Cucinotta, al quale aggiungerei soltanto ciò che ne pensava Aristotele, che affermava: la filosofia non serve perché non è una serva.
    Rivendicando così, orgogliosamente, il suo diritto alla libertà nell’esistenza.

  4. md Says:

    @Vincenzo, Francesco e Carla
    naturalmente bisognerebbe prima intendersi sul concetto di “utilità”, e dunque essere già “in medias res” (chiedersi, appunto, “a che serve la filosofia”, è già una domanda filosofica).
    Il mio interesse per la figura di Ipazia ha un chiaro riferimento al problematico rapporto tra la nostra capacità di comprendere le cose, e la “potenza” (o possibilità) che ci è data di gestirle. E il ruolo che la filosofia ricopre nello spazio (o nello iato) sussitente tra storia e ragione, società e individuo, infinito e finito, ecc.
    Aristotele aveva una concezione senz’altro non utilitaristica del filosofare (anche se la “filosofia pratica” e l’etica hanno un posto importante nel suo “sistema”), proprio perché solo un’attività non finalizzata ad altro può dirsi davvero libera ed autonoma.
    Distinguerei allora tra “filosofi”, “filosofie” e “filosofare” – distinzione di lana caprina, ma, si sa, distinguere è una mania quantomai filosofica.
    Non sempre i filosofi sono stati davvero liberi (umani, troppo umani anche loro); non sempre le filosofie ci dicono qualcosa di importante; sempre, però, è vitalissimo filosofare. Non tanto perché la vita abbia bisogno della filosofia (la quale, come sappiamo bene, “arranca” dietro di essa), quanto perché la nostra responsabilità nei confronti della vita è cresciuta a tal punto da richiedere imprescindibilmente uno sguardo filosofico (come quello di Ipazia) sulle cose. La “marea nera” di questi giorni nel Golfo del Messico – tanto per fare un esempio – ce lo dice a chiare lettere.

  5. Andrea Says:

    Ciao, bentrovati a tutti.
    Personalmente il momento più “denso” del film credo sia quando Ipazia spiega la differenza tra la filosofia e la mentalità dei neoconvertiti dicendo: “Voi non potete mettere in discussione ciò in cui credete. Io devo.”
    In quel “mettere in discussione” (“to question”, la frase c’è nel trailer in lingua originale) possiamo forse trovare una risposta all tua domanda.

  6. md Says:

    @Andrea: concordo in pieno. E trovo straordinario quell’ “io devo”, come un non poter fare altrimenti, quasi fosse un obbligo morale.

    A tal proposito, ho ragionato di questa differenza – nei termini adeguati al loro linguaggio (non tanto al loro livello di comprensione, che è di per sé alto) – con i miei “bambini filosofici”, nell’ultimo incontro la settimana scorsa: che differenza c’è tra l’aver fede e il ragionare? Ed è stato piuttosto vivace e interessante. Lo riprenderò senz’altro nel prossimo incontro.

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