Controstoria a Lercara Friddi

“…la rassegnazione dei poveri pare dovesse durare eterna. Ma il 18 giugno, un ragazzo di diciassette anni, Michele Felice, un «caruso» che lavorava nella miniera, venne schiacciato da un masso caduto dalla volta di una galleria, e morì. E’ un fatto frequente: anche il padre del morto aveva avuto la gamba schiacciata da una frana, nella zolfatara. Alla busta-paga del morto venne tolta una parte del salario, perché, per morire, non aveva finito la sua giornata; e ai cinquecento minatori venne tolta un’ora di paga, quella in cui avevano sospeso il lavoro per liberarlo dal masso e portarlo, dal fondo della zolfara, alla luce. Il senso antico della giustizia fu toccato, la disperazione secolare trovò, in quel fatto, un simbolo visibile, e lo sciopero cominciò”.

Quella riportata sopra è una pagina tratta da Le parole sono pietre di Carlo Levi, libro-raccolta in cui l’autore di Cristo si è fermato a Eboli narra dei suoi tre viaggi nella Sicilia dei primi anni ’50, e che Einaudi ha recentemente ripubblicato, con un’operazione intelligente sia dal punto di vista storico che editoriale, in vista anche di questi tanto sbandierati festeggiamenti per i 150 anni dell’unità di Italia.
(A tal proposito mi piacerebbe celebrare a modo mio l’anniversario, con una bella controstoria, ma l’impresa non è da poco e non avrei né le energie, e nemmeno le competenze, per farlo; certo è che ne approfitterò – tutte le volte che se ne presenterà l’occasione – per aprire finestre scomode su questa storia, magari andando a frugare nelle zone rimosse o “marginali”, lungo i vicoli ciechi, tra i residui e le scorie, nei sottoscala e nei sotterranei dove stazionano o vagano i “vinti” e gli eterni perdenti.)

Che è poi esattamente quel che succede in queste pagine straordinarie di Carlo Levi, il quale ci racconta (tra le altre cose) del viaggio a Lercara Friddi, tra gli sperduti monti delle Madonie nella provincia di Palermo. E’ il 1951, e in realtà l’inizio del viaggio ha tutt’altro tono e scopo, visto che riguarda il trionfale ritorno di un figlio di immigrati, uno dei pochi che “hanno fatto fortuna”, tanto da diventare nientemeno che sindaco di New York. Cioè: stiamo parlando di un tizio di nome Vincent Impellitteri, la cui famiglia era partita agli inizi del secolo con le pezze al culo da un paese sconosciuto dell’interno della Sicilia (Isnello) e che mezzo secolo dopo, nel 1950, è diventato il primo cittadino della capitale del mondo!

Ma subito dopo averci riportato la cronaca (piuttosto divertita) della “sacra rappresentazione”, con il corteo, la folla plaudente e il “nativo” quasi-Cristo benedicente – un “unto del signore” ante litteram – la scena cambia (o, per meglio dire, si capovolge). Carlo Levi, in compagnia di un fotografo e di un autista, da antropologo e curioso osservatore della realtà qual è, si spinge ancor più all’interno, richiamato da certe notizie che arrivano da un paese dove pare che i minatori abbiano incrociato le braccia. E questo sì che è un evento! Ci troviamo così nel mezzo di un duro scontro che vede fronteggiarsi il feudatario “Nerone”, proprietario delle zolfare di Lercara (paese di Lucky Luciano), e i lavoratori scesi per la prima volta in sciopero. Silenziosi da tempi immemori, del tutto esterni alla storia e allo scorrere del tempo, ad un certo punto decidono di reagire e dicono di no, perché “il senso antico della giustizia fu toccato”, rendendo intollerabile e fuori misura il torto subito. Poco importa, qui, l’esito di quelle lotte: importa di più ricordare che la storia non è mai già stata scritta o pre-scritta, e che esiste sempre la possibilità del riscatto, della rivolta, della presa di coscienza, a dispetto di ogni condizione dannata:

“Erano magri, alcuni sfigurati da infortuni, e molti, bambini e uomini, portavano in volto i segni della malattia, della tubercolosi e della vecchia fame. Ma pareva se ne fossero tutti dimenticati, mossi da un vento di entusiasmo per quello che avveniva, che essi stavano facendo, tutti insieme, tutti d’accordo. Erano fieri, e sicuri di vincere, e felici di essersi scoperti come esseri umani e liberi, felici di una felicità nuova, commossa e commovente su tutti i visi. Erano facce nuove, facce di oggi, occhi che vedevano oggi le cose, fino a ieri nascoste, che vedevano se stessi.”

E di fatti, almeno quella volta, vinsero!

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4 Risposte to “Controstoria a Lercara Friddi”

  1. anna maria fundarò Says:

    mi piace molto il tuo commento alle parole sono pietre, libro che anche se datato racconta in modo autentico l’ingiustizia che ,con facce magari nuove o “più moderne”, sempre corrode le relazioni umane.

  2. md Says:

    grazie anna maria!
    E’ vero, la cifra di quel libro, e di quel modo di narrare, è proprio l’autenticità.

  3. IV viaggio in Sicilia « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] A Lercara Friddi vado cercando le zolfatare delle epiche lotte (e brutali sfruttamenti) di un tempo. Incontro in piazza un tizio bollito (credo un operaio del […]

  4. max Says:

    Paese di buffoncelli e alcolisti per la poca cultura studiata nelle scuole.

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