Raggelanti destini

Ho radunato intorno al suono raggelante di una chiusura sinfonica di Ciaikovskij, alcune sollecitazioni estetiche relative a quello strano fenomeno, cosa o sensazione che definiamo destino. Tre per la precisione, due tratte dalla letteratura (Roth e Dagerman), una dalla biografia di un artista (Schiele). Ne parlo brevemente, per poi concludere con le note agghiaccianti del musicista russo ed alcune sommarie considerazioni circa l’ambiguità di quel concetto.

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Uccidere un bambino. Stig Dagerman, grande promessa letteraria della Svezia degli anni ’50, morì suicida a 31 anni. C’è un suo racconto terribile che ci consegna una visione angosciosa e quasi intollerabile della vita e del destino dei viventi – le parole da lui usate parlano di “vita spietatamente congegnata”.
“Uccidere un bambino”, racconto di poche pagine scritto nel 1948, si apre con una scena felice, un mattino di sole di una domenica mite e rilassata, durante la quale adulti e bambini si preparano al giorno di festa, ad uscire in barca o a passeggiare beatamente. Ma l’ombra cala subito sulla scena poiché veniamo avvertiti che l’automobilista, che con la sua fidanzata sta partendo dal primo villaggio, di lì a otto minuti ucciderà il bambino che abita nel terzo villaggio, mandato dalla madre presso i vicini a prendere delle zollette di zucchero. Siamo noi a saperlo in anticipo, e veniamo indotti a contemplare con occhi atterriti, dall’alto, quel che fatalmente deve accadere, e non possiamo impedire. Vorremmo urlare, bloccare quell’automobilista,  fargli ritardare di qualche secondo la partenza, far sì che la madre del bambino decida di metter su il caffé più tardi, distrarre il figlio con un gioco o con il fischio di un amico… Ma non c’è nulla da fare: Dagerman ci racconta l’azione come se fosse un copione già scritto, indugiando sulla inevitabilità dell’accadere, parte di un congegno predeterminato, le cui leve non sono sotto il nostro controllo.
La terribile simultaneità della narrazione, insieme alla placida routine domenicale, amplifica ancor più questo senso di angosciosa impotenza: la coppia in auto crede di andare verso una felice giornata di sole e di mare, il bambino torna correndo, allegro al pensiero della gita in barca promessagli dal padre – ma tutti verranno ingoiati di lì a poco dalla bocca spalancata e spietata del destino. E “dopo è troppo tardi per qualsiasi cosa”.

Il destino di Marcus. Il protagonista di uno degli ultimi romanzi di Philip Roth (Indignazione, Einaudi 2009), ci racconta in prima persona i suoi anni al College durante l’epoca della Guerra di Corea. Pochi anni in verità, visto che già a pagina 36 ci avverte che di lì a un anno morirà. E’ questo un vero colpo da maestro dello scrittore americano, che subito dopo la scena di un “pompino” attorno a cui ruota buona parte del romanzo, fa pronunciare al suo protagonista – che evidentemente sta raccontando dal non-luogo della morte – la parola fatidica.
L’impressione è che a partire da questo momento il lettore non si sentirà più molto libero di immaginare o di anticipare granché (anche se la sua curiosità potrà essere stata allertata da quello stratagemma: voglio proprio vedere come andrà a finire! Sappiamo che morirà di sicuro, ma il come – anche se la guerra incombe – non è dato ancora di saperlo). Insomma, si ha come la sensazione di una pre-scrittura del destino di Marcus, anticipata peraltro dalle angosce paterne, che costituiscono paradossalmente l’innesco che porterà al compimento l’intera vicenda.  Il padre infatti, un macellaio kosher di Newark, è attanagliato dal terrore che al figlio possa accadere qualcosa di terribile, paranoia che finirà per provocare una grave crisi familiare, costringendo Marcus alla fuga e facendogli imboccare l’inesorabile binario che lo porterà al capolinea…
Ma non aggiungo altro: raccomando solo di leggere questo splendido romanzo (spero di non averne rovinato troppo la sorpresa), anche perché ci dà in poche pagine un magnifico ritratto dell’America degli anni ’50.

Il destino di Schiele. Nel 1918, nonostante la fine dell’Impero e di un’intera epoca, la guerra ancora in corso e la recente scomparsa del caro amico Klimt,  il pittore viennese Egon Schiele ha la netta sensazione di avere l’arte e la vita totalmente nelle proprie mani. La morte di Klimt, un fatto di per sé doloroso, è però anche il segno dell’avvento di una nuova era tutta segnata dal suo nuovo stile. Proprio in quell’anno, infatti, Schiele partecipa con successo alla 49^ mostra della Secessione viennese, espone in diverse città europee ed è ormai considerato il più grande pittore austriaco vivente. Ma il destino è in agguato. In Europa arriva la terribile epidemia influenzale nota come Spagnola, che stroncherà prima la moglie incinta di sei mesi – della cui agonia abbiamo anche dei ritratti –  e dopo soli tre giorni lo stesso Schiele. Insieme ad altri 50 milioni di uomini, donne e bambini – cinque volte i morti provocati dalla prima guerra mondiale appena conclusa, un numero pari a quello che avrebbe provocato la seconda guerra mondiale.

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Il fato di Ciaikovskij. Le ultime tre sinfonie di Ciaikovskij – la quarta, la quinta e la sesta – sono ormai considerate dagli esperti una sorta di ciclo sul fato, che pare fosse una vera e propria ossessione del musicista russo, il quale si sentiva predestinato all’infelicità, e da ultimo ad una morte precoce.
Ricordo di avere ascoltato dal vivo qualche anno fa la Quarta, e lo squillo allusivo delle trombe e dei fiati in apertura e in chiusura mette davvero i brividi (così come succederà in alcuni momenti della produzione mahleriana); ma è la chiusa della Sesta (la “Patetica” – pateticesky, termine da tradurre più correttamente con l’espressione “pieno di emozione appassionata”), a rappresentare uno dei momenti più intensi e terribili che mi sia capitato di vivere dal punto di vista musicale ed emotivo. Ciaikovskij definì questa sinfonia “misteriosa”, ed anche un “requiem per me stesso”. La diresse per la prima volta il 28 ottobre 1893 e morì (quasi sicuramente suicida) nove giorni dopo. L’ho ascoltata dal vivo due volte, ed in entrambe le occasioni una parte del pubblico è scoppiata incautamente ad applaudire alla fine del terzo movimento, causando la giusta riprovazione dei “rigoristi”: ma non c’è nulla da fare, molti vorrebbero che la sinfonia finisse lì, con quell’incedere entusiasta e fastoso del ritmo di danza e di marcia dell’Allegro molto vivace – che però nasconde tutt’altro. L’Adagio lamentoso con cui si conclude la sinfonia ce lo rivela bene, con quei suoni raggelanti degli archi, quell’insistere muto sui bassi dei fiati (mi pare soprattutto del fagotto), quel ghiaccio che si diffonde ovunque e che ti penetra le ossa, fino ad annientarle, il battere funebre ed insistito l’annuncio dell’ora fatale, lo spegnersi dell’ultima nota bassa nel silenzio totale, quasi un abissale gorgo muto nel quale ogni cosa sprofonda – beh, tutto ciò risulta ai più indigesto e quasi inaccettabile. E di fatti dopo la prima esecuzione, nonostante l’accoglienza calorosa, vi fu anche molto sconcerto nel pubblico e nella critica. Ma Ciaikovskij non aveva dubbi: non si sfugge alle tetre fauci del fato.

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Pur tuttavia il concetto di destino è poco chiaro, confuso, e credo vada confinato al solo ambito estetico ed immaginativo. Non ha cioè alcuna “ragione” d’essere, se non limitatamente alla nostra posizione fragile (e al contempo presuntuosa) in quel contesto che definiamo “mondo”.
Vi è, di fondo, un’ambivalenza che colpisce ogni qual volta si parla di destino, fato, sorte e simili: trovarsi sull’orlo dell’accadere e dei suoi bivii indeterminati dà una certa impressione di vertigine; trovarsi subito dopo nella botte di ferro del già accaduto dà l’impressione di essere costretti in una camicia di forza (il verbo de-stinare rinvia a statuo e a stare, essere in posizione rigida, ferma). Prima non sapevo (quasi) nulla, e subito dopo ho saputo anche troppo – ma, soprattutto, non posso far nulla per tornare indietro, per rimediare, per far andare le cose diversamente.
Il discrimine sta nelle nostre anguste capacità conoscitive – limitate, appunto, ma al contempo destinate alla Begierde, all’eccessiva brama di sapere. Ma siccome questa ambivalente ed anfibolica (!) sensazione vale sia per le cose terribili (il bambino che potrei uccidere in automobile canticchiando allegramente) che per quelle liete (la persona della quale mi potrei innamorare nei prossimi trenta secondi), non vale la pena di continuare ad angosciarsi. Anche perché: la tragedia potrebbe avvenire nonostante tutte le cautele, le precauzioni e l’agire prudenziale che dispiegherò o sarò in grado di mettere in atto; la piacevole sorpresa dell’incontro potrebbe accadere anche qualora mi bardassi o mi chiudessi dietro una robusta porta a quattro mandate. In ogni caso c’è la massima parte della mia vita che dipende da altro (“fato”, dal latino fatum e fari, ovvero ciò che non sono io a pronunziare), e la minima che dipende da me.
Non mi resta che scandire al meglio queste ultime brevi sillabe…

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Una Risposta to “Raggelanti destini”

  1. Catalogo delle passioni – Dell’indignazione e della vergogna « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] la testa). Indignation è il titolo di uno dei più bei romanzi di Philip Roth (ne avevo parlato qui). In compenso, senza alcun bisogno di spunti letterari o di guide intellettuali, le masse popolari […]

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