Dall’Appennino alle Alpi – tra linee gotiche, cammini e sorgiva bellezza

“Niente è più bello che passeggiare
contemplando gli alberi o guardando lievemente,
senza preoccupazioni, dentro se stessi”.

(Pietro Citati)

Prologo. “Il concetto di sintesi in Kant e in Hegel” – questo era il titolo del capitolo con cui Cassirer apriva la parte della sua celebre Storia della filosofia moderna dedicata a Hegel, e che tanto aveva colpito un mio compagno di università, tale Paolo Spada, il quale aveva occhi nordici e glaciali, di rara e però cupa intelligenza. Ma non intendo ora parlare di lui, né tantomeno di Kant o di Hegel. La sintesi di cui qui mi servirò è quanto di più lontano dall’organicità dell’io penso o dello spirito si possa immaginare. E’ semmai syn-thesis biografica, connessione ultrasoggettiva di membra sparse dell’esperire singolare (dell’io-io, non dell’io-noi) con cui tendiamo in genere a conferire senso a relazioni che di per sé non ne hanno. Ma basta con il cappello, passiamo ora all’oggetto.

***

Mi son trovato nell’arco di una settimana a passeggiare lungo l’Appennino emiliano prima, tra incantevoli paesaggi alpini subito dopo. La bellezza e il cammino – prima relazione. Pensare e camminare – la seconda.
Tempo fa Pietro Citati sul quotidiano La Repubblica lamentava come negli ultimi anni sia calata del 50-60% l’abitudine degli italiani (in buona compagnia di europei e americani) alla passeggiata quotidiana, o al passeggiare comunque. Poiché tendo ad associare il camminare con l’attitudine al pensare/rimuginare – o meglio: all’atto di liberare il pensiero, per poi distenderlo, rilassarlo ed amplificarlo (in relazione al paesaggio e al ritmo visivo) – spero ardentemente di non doverne dedurre che l’attività riflessiva sia calata della medesima percentuale (naturalmente tutto ciò non ha alcuna base logica, visto che resta comunque da dimostrare che il passeggiare abbia sempre a che fare con il pensiero). D’altra parte non si può nemmeno pretendere che nell’animo di chi abita in una città puzzolente e caotica sorga spontaneo il desiderio di uscir di casa a passeggiare allegramente nel traffico (io lo facevo comunque, quando abitavo a Milano).
In Appennino, però, è tutt’altra cosa. Facevo oltretutto visita ad una mia cara amica filosofa, che non vedevo da troppo tempo, la quale si è trasferita sui colli abbandonando proprio l’asfissiante-asfittica metropoli. Nel nostro girovagare lei mi indica ad un certo punto il tracciato della Linea gotica. Mi sovviene quella canzone di Giovanni Lindo Ferretti (al tempo dei CSI) che dice “Occorre essere attenti e scegliersi la parte dietro la Linea gotica“.
L’alternativa in casi come questi è secca. La filosofia tende ad arzigogolare, a fare la sofistica, a far notare i grigi e le sfumature più che il bianco e il nero. La vita – il bios immerso nella storia e nei conflitti – spesso non concede questi lussi, e allora tocca scegliere con nettezza da che parte stare della linea. La Linea gotica della guerra partigiana. La Linea verde del conflitto israeliano-palestinese (siamo scesi dall’Appennino per manifestare a Bologna, il giorno dopo il feroce e terroristico attacco israeliano contro la nave umanitaria diretta a Gaza). La Linea rossa di Genova. Le tante linee di confine delle supposte “patrie”. Le atroci linee che recludono le nude vite dentro i CIE (i nuovi lager). E la mia amica che sta sull’Appennino non si è certo “ritirata in campagna”: sta con Joy che sente al telefono più volte al giorno e che va a trovare a Modena ogni settimana. Lei ha scelto da che parte stare della Linea gotica.

***

Dall’Appennino alle Alpi. Alpe Devero, nell’Ossola. Ulteriori connessioni e biosintesi. Di nuovo la Resistenza e i quaranta eroici giorni della Repubblica partigiana dell’Ossola. Una scritta sbiadita ce lo ricorda, su un sasso di fronte al rifugio dove sono approdato con la classe di bambini con cui ho fatto filosofia quest’anno. E’ ormai una persecuzione, li devo seguire ovunque, anche quassù nel Paradiso terrestre. A camminare, a pensare e a contemplare la bellezza insieme a loro – bellezza che è anche in loro.
La primavera è cominciata tardi, dunque abbiamo la fortuna di trovare ancora le lingue di neve che si stanno sciogliendo mentre la vegetazione si risveglia, punteggiando i prati e le vallate di crochi, genziane, soldanelle. I larici che stanno più in alto iniziano a germogliare solo ora. Curiosa questa conifera (l’unica che d’inverno si spogli) che vive fin oltre i 2300 metri, abbarbicandosi alle rocce, quasi fosse alla ricerca delle situazioni ambientali più estreme ed impervie. In fuga dal mondo, al di là della linea del vivente (un’altra linea!), a colonizzare nuovi territori: ho di fatti scoperto che si tratta di una specie pioniera e colonizzatrice.
(Ma al mondo vegetale dedicherò tra breve un apposito post…)
Camminare quassù mi fa venire in mente un’altra canzone di Lindo Ferretti (questa volta in salsa PGR) che dice: “Me ne voglio andare / per monti a camminare / essere migliore / studiare lavorare”; per poi concludere: “Voglio respirare, al galoppo urlare / farmi bene farmi male”. E poi Nietzsche, che invita ad elevarsi fino alle vette innevate del pensiero.
Mi fermo spesso ad ammirare i ruscelli e i rivoli di acqua gelida che sbucano un po’ dappertutto e solcano la terra rinata. Sul ponticello di legno invito alcune ragazzine a dirmi che cosa suggerisce loro quel continuo e incessante scorrere di acque. “E’ come il tempo” – dicono le neoeraclitee – “passa e non si ferma mai”. Già! penso immaginandole tra una manciata di anni, e a stento nascondo la commozione.
C’è poi la faccenda del silenzio, per loro pressoché inconcepibile. Li invito ripetutamente a tacere un momento, affinché il suono della natura possa riprendersi il suo spazio. Ma non ci riescono. Più tardi però Maria, discosta dai compagni, mi raggiunge raggiante e mi dice “avevi ragione, ho fatto silenzio e ho sentito”.
Arrancano, si vede che non sono abituati a camminare (a tal proposito faccio una modesta proposta didattica: inserire nel programma delle lezioni scolastiche un’ora al giorno di cammino, con qualsiasi condizione atmosferica, un’ora di marcia sotto la pioggia battente o il sole a picco, sulla neve o in mezzo al vento e alla bufera – così da infinocchiare tra l’altro i genitori che si ostinano a portarli a scuola in automobile).
Però sono belli. Anche loro sorgivi, come la natura qui attorno che si è risvegliata da poco. Il lungo gelo dello spirito, il disgelo delle possibilità.
L’ultima casuale connessione che mi concedo. Almeno per oggi.

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5 Risposte to “Dall’Appennino alle Alpi – tra linee gotiche, cammini e sorgiva bellezza”

  1. Francesco Says:

    Condivido il lamento di Piero Citati.
    E temo purtroppo che questo sia uno dei tanti segni che caratterizzano questo periodo storico, affetto dalla fretta, che non consente più a chi lo vive di godere dei frutti della calma e della riflessione.
    Lavoro a Roma, ma ho la fortuna di abitare in un piccolo paese della provincia, dove non è difficile passeggiare all’aria aperta, tra gli alberi, raggiunti dal suono delle acque del vicino fiume e dal cinguettio degli uccelli.
    Quando ho voglia di rilassarmi, o pensare, scendo giù dal paese (che si trova su una collinetta) e raggiungo il fondovalle, per passeggiare su una stradina che costeggia il corso d’acqua. Durante la passeggiata di solito mi accade questo: o non penso affatto, assorbito completamente dall’ambiente in cui mi muovo, o penso. E se penso, o parto da qualcosa che ho visto, o penso a cose che nulla hanno a che vedere con quello che mi circonda. Certo, in quest’ultimo caso assegno alla natura un ruolo di mera cornice, ma sia in qualità di suggeritrice che in quella di muto testimone, la physis contribuisce sempre in qualche modo alla mia crescita..

  2. maria pia lippolis Says:

    ……poichè essa è lo stato originario dell’uomo, quel luoglo che da sempre resta immutato in attesa di essere riabitato, non soltanto dagli spiriti della natura ma dai loro corpi. Sarà di nuovo così se l’uomo, attraverso il suo meraviglioso viaggio di avventura della nostra storia, saprà diventare eroe, giorno per giorno…..fino a diventare se stesso, conservando il fanciullo che è dentro di sè nonchè i “poteri magici” racchiusi nella propria natura… che è poi la stessa natura nella quale abita, cammina, respira. Respirare l’aria che è in me e fuori di me mentre la natura fuori si respira attraverso me e respira me, la mia magia, la mia energia………….Allungo le antenne, il rituale mi avvolge ed esce naturalmente da me, si libra, quasi fossi i miei antenati…..Talvolta mi capita di sognarli….si mettono in contatto con me ….mi dicono che i fili della storia sono lunghi e caotici talvolta, ma non sarà impossibile sbrogliarli….basta non perder mai di vista la meta……Il cuore dentro di me…..e il cuore nella mia mente……mai disgiunti………come un’altalena di ricordi, frammenti, memoria…..la mia memoria storica appartiene alla memoria della natura…….abitandola, la vivo, la capto, la respiro, la sogno……Siamo noi quel grande sogno….basta non smettere mai di crederci.

  3. Gigaro Says:

    Mi viene da sorridere al pensiero che questa tua identità tra passeggiare e pensare è quasi un’antitesi a chiasmo della critica di Hobbes a Cartesio.
    E’ interessante, tuttavia, a mio avviso considerare questa identità che hai portato alla luce. La gente non passeggia più, ergo non pensa.
    Al di là delle interpretazioni radicali di questo asserto, oserei dire che il problema della passeggiata è un problema culturale.
    Il passeggiare, di fatti, da soli, in un parco magari, è il “sugo” di tutto il pensiero. E non me ne voglia Manzoni.
    L’intuizione sensibile pura, cosa ben diversa dalla percezione, in effetti può avvenire nella sua completezza sono il una completa sinestesia.
    I Greci chiamavano sinestesia quel rapporto contemporaneo interdipendente dei sensi che confluiva in un unicum.
    Individualità e universalità nel loro rapporto più intimo.
    Privi della nostra passeggiata, del nostro silenzio, la percezione simultanea non può avvenire. La sinestesia si stempera in vaghe e sporadiche rappresentazioni. Particolarismi.
    Cui il nostro intelletto si avvezza, diviene assuefatto alla semplice particolarità, al punto tale che non riesce più a carpire il senso della comunione, del matrimonio ancestrale tra singolarità e totalità.
    Un aspetto che si riflette in modo inequivocabile nella vita pratica di ogni giorno, nella quale sembra di incontrare unicamente esperti maniscalchi del particolare. La stessa società si è frammentata in un particolarismo spietato. Esperti di tutto inesperti del tutto. E, di fatti, quale particolarsimo può giovare ad alcunchè di non immediatamente utile, se non riesce a riconiugare quel divorzio tra il particolare e l’universale, quella cooperazione e collaborazione indispensabile per non perdere l’ultima fortezza che ci salva dalla disintegrazione. L’Organicità.
    Meglio passeggiare, allora. Tra il silenzio di un panorama extra-ordinario, per riscoprire quella gioco tra immaginazione e intelletto che costituisce la Bellezza kantiana, o quel drammatico sublime che non lascia in pace il nostro animo, ma ne rinvigorisce la spiritualità.

    Un saluto 🙂

  4. maria pia lippolis Says:

    il cielo stellato sopra di me……..
    e questa parte di universo……specchiata in esso

  5. maria pia lippolis Says:

    E risottolineo parola chiave esperti di tutto, inesperti del tutto, ragazzi lavoriamo per il collettivo non per l’individuale; per la comunità…….lavoriamo per la libertà di pensiero.

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