Apologetica vegetale

[Sommario: Il mondo vegetale – L’anima tripartita di Aristotele – Critica alla gerarchia dei viventi – L’intelligenza vegetale – Olismo – La filosofia della natura di Hegel – L’organismo vegetale – Poesia ed estetica delle piante – Sostanza spinoziana e soggetto hegeliano – Natura e alterità – La pretesa superiorità dello spirito – L’orizzontalità degli esseri – Immanenza e paesaggio]

Ho sempre avuto una grande predilezione, che rasenta l’adorazione, per il mondo vegetale. Amo il vegetale che c’è fuori di me, in tutte le sue forme, così come amo il vegetale che c’è in me – seguendo la lezione di Aristotele, che tripartisce la nostra natura assegnandone una porzione all’anima vegetativa. Mi discosto però dall’antico maestro, e da tanta parte della tradizione occidentale che a lui fa capo, per quanto concerne la concezione gerarchica degli esseri: minerali, vegetali, animali e umani (e il resto – che è un “residuo” della superbia classificatoria)  essendo semmai tutti sullo stesso piano, enti orizzontali e connessi in un’unica modalità – immanente ed eterna – dell’essere, con nessuno di essi che valga meno o più di ogni altro; le gerarchie essendo frutti (bacati) della nostra mente malata di eccesso di protagonismo; ed essendo infine noi umani semplici coprotagonisti, alla pari di tutte le altre “creature”. Né più né meno.
(Ecco perché, oltretutto, la questione della giustizia e dell’eguaglianza, oltre che essere cocente – e cogente -, ha anche un suo proprio fondamento ontologico).

Fatta questa premessa generale, non mi par vero di leggere che quel che noi consideriamo come esclusivo dell’umano (o, al più, di alcuni primati) è in realtà molto più diffuso e condiviso di quanto normalmente si pensi. E’ questo il caso di alcune scoperte e relative teorie riguardanti l’intelligenza e la memoria delle nostre sorelle piante, soprattutto circa la loro straordinaria plasticità vitale: sono ormai molti i naturalisti a sostenere che alberi, fiori e arbusti possiedono raffinate e “superiori” facoltà, tra cui quelle di attrarre o respingere le altre specie, soprattutto animali, di stringere con esse dei veri e propri patti coevolutivi, di lanciare delle “grida chimiche”, di mentire, comunicare, elaborare raffinati schemi strategici – e di conservare “memoria” di tutto ciò.
Sandro Modeo ne aveva parlato tempo fa sul Corriere della sera, recensendo alcuni testi di botanica e di biologia di recente pubblicazione (in particolare la Storia della vita sulla terra, di Raffaele Sardella, edito dal Mulino, e La botanica del desiderio di Michael Pollan, riproposto dal Saggiatore). Nell’articolo, Modeo faceva poi riferimento a Proust e al suo vivo interesse per la botanica (proprio qualche giorno fa sono incappato nel libro di Jonah Lehrer dal significativo titolo Proust era un neuroscienziato, dedicato al fitto nonché proficuo rapporto tra arte, letteratura e scienze della vita). Tutto, insomma, converge verso una riconsiderazione olistica del rapporto tra i viventi, che riveda soprattutto le vecchie scale gerarchiche e le concezioni essenzialistiche e separatiste che concernono la natura umana.

A proposito di gerarchie ontologiche, il mio pensiero è corso all’altro grande maestro della filosofia occidentale, quell’Hegel ultra-spiritualista (cioè antropocentrico quant’altri mai), che ben poco s’è degnato di considerare gli altri mondi all’altezza di quello umano. Il filosofo tedesco dell’idealismo assoluto, parla sempre con una certa sufficienza di tutte quelle tesi che inneggiano alla perfezione naturale, abbassando al contempo la sfera umana: i fiori di campo o la complessità dell’occhio di una rana non lo commuovono granché, anzi pare esserne annoiato, e nel suo sistema la bilancia tra natura e cultura, o tra natura e spirito,  finisce sempre per pendere vistosamente in favore del secondo braccio: “La natura […] non è da divinizzare; né bisogna considerare e addurre sole, luna, animali, piante, ecc., quali opere di Dio, a preferenza dei fatti e delle cose umane” [Enc. § 248].
A proposito dei vegetali, poi, quel che io ricordavo dei suoi testi era soltanto l’ironica sufficienza secondo cui non può esserci nulla di interessante (né tantomeno di spirituale) in un organismo che si limita a correre come una linea retta verso la luce. Figuriamoci poi la sciocchezza di attribuire cose come la “coscienza” o il “linguaggio” ad una betulla o a un’orchidea. Ho così ripreso in mano le Lezioni di filosofia della natura, e con mia grande sorpresa (forse anche con grande sorpresa dello stesso Hegel, se potesse oggi rileggersi con maggiore attenzione), mi sono dovuto in parte ricredere.
Cioè, l’impianto teorico di fondo è quello consueto: c’è un’evoluzione di tipo organicistico, dal più generico al più individualizzato, dal più astratto al più concreto, che riguarda i vari passaggi geofisici e biologici del processo. Tracce di spiritualità nel mondo vegetale o animale ce ne possono anche essere, ma Hegel non accetterebbe mai di considerarle in termini di vera e propria continuità o contiguità o, peggio, di condivisione essenziale – si tratta al più e semmai di analogie.
Ciononostante, il nostro autore cita spesso e diffusamente, nel corso delle sue lezioni universitarie, biologi e botanici (talvolta colleghi), scendendo volentieri nel dettaglio dell’empiria e abbandonando il piano teoretico – per quanto i dati siano poi sempre al servizio del più generale movimento logico-dialettico. Ma la cosa più interessante è che di fronte ai complessi meccanismi biologici, chiosa ed indugia qua e là in considerazioni ammirate, magari inconsapevoli, fino a sfiorare talvolta il linguaggio poetico. Cito a tal proposito, e in maniera sparsa, alcuni passi:

“Questo sé esterno fisico della pianta è la luce verso la quale essa tende, come l’uomo cerca l’uomo”;
“Alla sera, quando si entra da oriente in un campo […] dal lato dove si trova il sole è tutto un risplendere di fiori”;
la crescita delle piante, seguendo la lezione goethiana, è “un fuggevole alito spirituale di forme”:
“La fruttificazione è lo sviluppo supremo della luce nella pianta”;
“Questo nascondere il seme nella terra è perciò un’azione mistica, magica, che allude al fatto che nel seme vi sono ancora forze segrete che sonnecchiano, che in verità c’è ancora qualcos’altro […] come il bambino […] il seme è la potenza che scongiura la terra a porre la sua forza al suo servizio”;
“La vita universale: è questo il processo della trasformazione soltanto immediata, questo contagio, come potenza infinita della vita”;
“Questo tremolìo della vitalità in se stessa appartiene alla pianta, poiché essa è vivente – è il tempo irrequieto”;
“La pianta […] in sé prende dalla luce lo specifico riscaldamento e vigore, l’aromaticità, la spiritualità dell’odore e del sapore, lo splendore e la profondità del colore, la solidità e la forza della figura”;
“Un’isola di piante aromatiche manda il suo profumo per molte miglia nel mare e dispiega una grande magnificenza di fiori”;
“Il fiore è la vita vegetale che si avvolge in sé, che genera una corona intorno al germe, come prodotto interno, mentre prima andava soltanto verso l’esterno”.

Sono, queste, espressioni di un Hegel piuttosto insospettabile e stranamente apologeta della vivente potenza del vegetale. Anch’egli sembra affascinato dalla bellezza, oltre che dalla dinamicità processuale, del mondo vegetale: la visione di forme e figure, il verde e i colori dei fiori, i loro profumi, il lussureggiare della vegetazione non può certo lasciare indifferente un osservatore – nemmeno il più impersonale ed austero dei pensatori. Hegel, all’epoca, lo ignorava, ma fu proprio grazie all’avvento delle Angiosperme che il paesaggio da grigio e noioso diventò ad un certo punto multicromatico, profumato e ricolmo di frutti e godimento. Dopotutto il paradiso terrestre da cui proveniamo e cui aspiriamo è innanzitutto un giardino – e il circondarci continuamente di piante e fiori non può non rinviare a quella lieta simbologia.

Naturalmente c’è l’altro lato della medaglia, e sarei intellettualmente disonesto se non lo rilevassi: “La pianta – conclude Hegel questa parte della Filosofia della natura – è un organismo di ordine inferiore, destinato a offrirsi all’organismo di ordine superiore per venir consumato da esso”. Una conclusione obbligata, dopo che a far da contrappunto allo stupore estetico suscitato dal vegetale, vi era stata lungo tutta la trattazione una serie parallela di “critiche per difetto”, se così possiamo chiamarle, o di rilevate “insufficienze” organico-concettuali caratteristiche delle piante, ricavate però surrettiziamente per “sottrazione”. Come a dire: il punto di vista dello spirito umano, che è quello compiuto, nel considerare le forme che lo hanno preceduto nota in primo luogo le assenze e le differenze, il loro essere deficitarie. E dunque – nel caso specifico degli organismi vegetali – il loro essere astratti, poco individualizzati, affetti da esteriorità, privi del sentimento di sé, uniformi e meccanici, “intellettuali”, troppo legati al numero e alla quantità, e così via.
Oltretutto, seguendo questa logica si può facilmente intuire dove si andrà a parare alla fine: lo spirito – cioè la produzione antropologica, ideale e reale per eccellenza – non potrà che configurarsi come l’organismo degli organismi, ciò che dopo aver consumato ogni cosa si riconoscerà, entro e oltre questa generale ed integrale consunzione, come l’assoluta autocoscienza. Lo spirito è bulimico per definizione, e dovrà divorare ogni cosa per riconoscersi in quanto spirito.

Salta qui all’occhio la radicale differenza, già evocata più volte, tra questo modo di intendere la sfera umana e il suo rapporto con la natura, e quello spinoziano: in Spinoza la sostanza resta sostanza, non viene mai spiritualizzata o soggettivizzata, laddove per Hegel il punto è proprio e semmai di intendere la Sostanza non più come tale ma come Soggetto (si veda la celebre Prefazione alla Fenomenologia dello spirito). La carta che Hegel oppone a Spinoza (e che è un punto di forza della tradizione idealistica) è proprio quella dell’ineliminabile antropocentrismo di ogni discorso: tutto ciò che entra nell’ambito pratico-conoscitivo e che si fa linguaggio umano non può che essere spirito: banalmente, il nostro osservare i minerali, i vegetali e gli animali, è riconoscere la nostra parte animale, vegetale e animale in altro. Senonché questo altro per Hegel deve ricongiungersi e sciogliersi nella circolarità dello spirito – la sostanza (cioè tutte le cose) deve farsi soggetto.
Rimane però un problema, a mio parere apertissimo, proprio nella concezione hegeliana dell’alterità e della natura in genere: se cioè l’Aufhebung di ciò che definiamo “natura”, il suo toglimento e superamento, risolve davvero interamente e senza residui l’Altro nello Spirito, o se invece non ci sia in realtà un’irriducibilità del reale al razionale – e dunque un’autonomia del primo nei confronti del secondo. Hegel aggira la difficoltà attribuendo alla natura l’elemento dell’accidentalità, oltreché della necessità e, quindi, della totale mancanza di libertà: “Nella natura – scrive nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche – non solo il giuoco delle forme è in preda a un’accidentalità sregolata e sfrenata; ma ogni forma manca per sé del concetto di se stessa”. Da questo punto di vista, non si perita di affermare che l’arbitrio spirituale, anche quando si spinge fino al male, “è qualcosa d’infinitamente più alto che non i moti regolari degli astri e l’innocenza delle piante” – a conferma della tesi consueta, volta a respingere ogni divinizzazione della natura [cfr. Enc., Concetto della natura, § 247-251].

Si tratta infine di capire come debba essere intesa questa relazione dei vari momenti del processo (e più in generale dei viventi tra di loro): se cioè si tratti di tracce spirituali che alludono al compimento (la via percorsa con decisione dal filosofo tedesco), oppure di semplice relatività (e dunque finitezza ed incompletezza) dello sguardo. Modeo concludeva l’articolo che ho citato sopra con una frase che condivido in pieno, e che ci riporta alla sostanza delle relazioni tra gli esseri:

L’impulso adattativo è sempre una forma di conoscenza, dal protendersi delle piante e dei fiori in ogni direzione (verso l’acqua o la luce) alle funzioni più complesse del cervello umano. Nella «scala degli esseri organizzati», ogni gradino ha una propria unica prospettiva sul paesaggio; senza dimenticare che – come tutti gli altri gradini – è parte del paesaggio stesso“.

Noi possiamo anche pensare che il nostro cervello sia il gingillo più evoluto dell’universo, ma è pur sempre il “nostro” cervello a pensarlo – e mai potremo sapere, se non attraverso il meccanismo piuttosto fallace dell’immaginazione, che cosa frulli davvero nella testa di una zecca (la nostra vecchia e cara amica zecca), o di una sequoia (praticamente una dea vegetale), od anche nella più remota, altera ed “insignificante” forma di vita – quantificabile oltretutto in un numero di svariati milioni di specie, che non abbiamo ancora avuto il tempo o la fortuna o il privilegio di classificare.
Il fatto poi che si ricerchino significati, o che si attribuiscano a vanvera insignificanze, non sposta di un millimetro la questione: dalla pelle non si esce – giusto per richiamare la celebre metafora hegeliana – così come non potremo mai guardare davvero il paesaggio, e noi stessi, dall’esterno.

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8 Risposte to “Apologetica vegetale”

  1. luzrapa Says:

    Condivido. Del resto, se ogni ente é (ed é eterno) non si capisce perché certi enti (le piante) sarebbero meno enti degli altri! sembra la frittata rovesciata degli enti privilegiati (tipo Dei) che, chissà perché, sarebbero eterni e immutabili “più” di altri…

  2. lucas Says:

    Quando si parla di Pitagora e le fave, ci mettiamo a ridere, sintomo chiaro dello schiocco.
    La scienza ci ha fatto perdere il rispetto. Noi insieme a un libro, siamo Dio, per poi finire nel nulla.

  3. Francesco Says:

    “Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità. Essi non predicano dottrine o ricette, predicano, incuranti del singolo, la legge primordiale della vita.”

    Hermann Hesse

  4. Andrea Says:

    Caro md, da kantiano incallito mi sento un po’ offeso dal fatto che tu abbia limitato la considerazione relativa al mondo della natura in generale e al vegetale in particolare alla triangolazione Aristotele-Hegel-Spinoza, e soprattutto dal tuo parlare di Hegel come l'”altro” maestro della tradizione occidentale. Diciamo che avresti quantomeno dovuto dire “un” altro maestro (nessuno vuole negarlo, ma così sembra proprio che siano solo lui e Aristotele, ed eventualmente Spinoza). E Kant dove lo mettiamo? Ognuno ha le proprie preferenze, d’accordo, ma forse almeno una menzione en passant, no? Anche perché sul tema in questione, ossia sulla considerazione del naturale e dell’organico, avrebbe qualcosa da dire, e proprio nella direzione della tesi che tu difendi.
    Oltre all’arcinota ammirazione per il cielo stellato (che Hegel considera quasi con fastidio alla stregua un’eruzione cutanea sul corpo organico) c’è tutta la trattazione della Critica del Giudizio, dove, ad esempio, egli dice che il nostro intelletto non potrà mai spiegare con le sue categorie “nemmeno la crescita di un solo filo d’erba”, e non perché insignificante (come per l'”altro maestro”), ma perché un miracolo troppo complesso anche per noi creature “superiori”.
    Con la solita stima.

  5. md Says:

    @Andrea
    giuste osservazioni le tue; naturalmente quando mi riferivo all’ “altro” maestro intendevo uno tra gli altri, senza voler escludere nessuno (del resto avrei dovuto citare anche Giordano Bruno o i pensatori rinascimentali) – ma sicuramente “l” ‘altro per quel che riguarda la concezione rigidamente gerarchica degli esseri, che non condivido per nulla, e mi sembrava che su questo aspetto proprio l’opposizione “di sistema” Hegel/Spinoza fosse esemplare.
    Senza voler togliere nulla a Kant, che non mancherò prima o poi di rileggere con un po’ più di attenzione.

  6. md Says:

    @Andrea, di nuovo
    sono stato prontamente (e casualmente) punito, visto che da un giovane amico siculo che frequenta Architettura e che dovrà dare Estetica in settembre, mi è giunta or ora richiesta di aiuto per la preparazione dell’esame – che guarda caso ha in programma anche alcune parti della Critica del giudizio…
    Così mi toccherà rileggerla a breve, con oltretutto la prospettiva di dare lezioni di filosofia in pieno agosto tra un bagno e l’altro…

  7. Andrea Says:

    Bè sono sicuro che comunque sarà anche piacevole conversare di giudizio riflettente e altro nelle serate siciliane di agosto… anche se credo che, dato l’esame, si tratterà senz’altro più di giudizio estetico che di teleologico (quello che invece ha a che fare con l’apolegetica vegetale).

  8. maria pia lippolis Says:

    salve ragazzi, anche se in ritardo, consiglio, a tal proposito, aanche le splendide letture di Hegel poeta, prima che filosofo.
    bye

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