Adolescenti I – Narcisi omologhi e conformi

Si parla continuamente di adolescenti. A proposito e (più spesso) a sproposito. L’adolescenza età della crisi, dell’incertezza, della scoperta di sé e del mondo. Età balorda. Età meravigliosa. Età passeggera… Ma l’adolescenza è anche (se non soprattutto) una costruzione sociale e culturale. Si può tranquillamente affermare che è stata inventata, e piuttosto di recente. Un tempo si era bambini, e poi di botto, con qualche rito secco di iniziazione, si diventava adulti.
Ora, io non so bene dire se questa “età di mezzo” serva alla specie (che ha allungato oltremisura il periodo dell’apprendimento e della formazione) – ma so per certo che è quantomai funzionale al mercato. Il dispositivo adolescenziale è in realtà una straordinaria mucca da mungere. Una gallina dalle uova d’oro. Un immenso business. Gli adolescenti hanno bisogni e (soprattutto) desideri pressoché illimitati. Ma proprio per questo, perché mai dare a questa età di transizione dei limiti? Perché non adolescentizzare gran parte della vita degli individui? Non a caso alcuni psicologi francesi hanno coniato il termine adulescence (kidults in lingua inglese, adultescenza in lingua italiana).

Tale macro-operazione socioculturale (oserei dire antropologica) ha due aspetti principali, uno evidente, e già emerso da tempo, e cioè la cosiddetta sindrome di Peter Pan, con tutta la costellazione psicosociale annessa e connessa – l’allungamento dell’età giovanile, il sogno dell’eterna giovinezza, il giovanilismo, l’estetismo, il narcisismo, ecc. Laddove l’altro aspetto sta per lo più nell’ombra, anche se risulta piuttosto ovvio (ma forse proprio perché noto non viene ri-conosciuto): i soggetti che costruiscono gli adolescenti sono in ultima analisi gli adulti. Il mondo dell’adolescenza è un prodotto del mondo adulto – che ha bisogno di ri-produrre sé attraverso rispecchiamenti e rotture.
Banalmente: chi veste i corpi e le menti degli adolescenti? Questi si illudono di farlo da sé, di avere i loro spazi, di poter dire la loro, mentre in realtà è già tutto pre-scritto. E sempre più spesso succede che la loro ribellione (quando c’è) è funzionale alla riproduzione del sistema costituito. Basti vedere com’è andata a finire con una certa parte del ’68 e dei movimenti contestatari che ne sono seguiti (e che, oltretutto, sono proprio all’origine della costruzione permanente del mito giovanilista).

Apro dunque, con questo post, una breve trilogia dedicata non tanto al mondo degli adolescenti, quanto alla categoria trasversale di adolescenza, che in ultima analisi prescinde da (o per lo meno non è riducibile ad) una fascia di età precisa. L’adolescenza come “categoria dello spirito” del nostro tempo e, soprattutto, come costruzione culturale. Non si tratta dunque di un attacco ai ragazzi/giovani che attraversano l’età adolescente (me ne guarderei bene, anche perché tendo per mia natura e forma mentale a solidarizzare con loro), quanto di una critica radicale alla categoria socioculturale cui si trovano in qualche modo costretti – maschera e ruolo che vengono appositamente ritagliati per i loro corpi in fase evolutiva – e che mette in primo piano il narcisismo, l’omologazione, il conformismo.
Comincerei proprio da qui la riflessione, privilegiando comunque gli adolescenti-adolescenti come oggetti dell’osservazione, poiché più macroscopica in loro la ricaduta e gli effetti di quelle categorie.

***

Quanto più i giovani (i ragazzi, gli adolescenti) vorrebbero individualizzarsi, tanto più finiscono per omologarsi. Strano paradosso. E’ l’epoca della grande individualizzazione, nella quale attraverso l’estetica dell’apparire e l’ideologia del narcisismo (con i corollari del vestirsi e del marchiarsi, al fine di contraddistinguersi) ci si vorrebbe diversificare; ma è, insieme, l’epoca della grande omologazione, nella quale ciò che costituisce l’elemento della individualizzazione (il linguaggio, il pensiero, l’autoformazione – quella scultura incessante del proprio sé) si riduce all’unicum eterodiretto del (non) pensiero unico.
Il paradosso, poi, si accentua se si pensa che nelle società “ricche” e piene di oggetti, si sono andate configurando delle possibilità inaudite del processo di singolarizzazione. Possibilità e potenzialità che restano sempre più spesso lettera morta. L’età dell’adolescenza in particolare (con la sua universalizzazione adultescente) si va trasformando da fase del ribellismo e della non-accettazione del mondo, a momento di più alto e integrale conformismo – funzionale oltretutto alla riproduzione del capitale e alla sua fossilizzazione ideologica.
L’avere a disposizione uno sterminato mondo di merci, di oggetti, di simboli attraverso i quali rivestirsi (ed illudersi di individualizzarsi) mette seriamente in pericolo le fonti del pensiero e della critica, cioè delle vere forme dell’individualizzazione e della diversificazione. La paideia si identifica oggi principalmente con la gestione e l’acquisizione sistematica di questi oggetti – a senso unico: gli oggetti entrano in me, mentre  pressoché nulla deve uscire da me, nulla mi è davvero richiesto. L’Io narciso si riduce alle cose che lo circondano (e in questo processo di spersonalizzazione rientrano a pieno titolo tutti gli altri individui). Siamo ben oltre la mercificazione integrale prevista da Marx e denunciata nella sua forma estrema di reificazione da Lukacs.

Se dunque il linguaggio, il pensiero e lo stile di vita si riducono alla conformità (il ritornello che quotidianamente ascolto dai ragazzi con cui pervicacemente ed instancabilmente dialogo è del tenore: “l’ha detto la TV”, “l’ho visto su youtube”, “l’ho sentito dire”, “l’ho trovato al centro commerciale”…) – non possiamo che constatare tristemente come la logica dei “polli di allevamento” stia passando senza colpo ferire. Tutto apparentemente serve a far sentire bene, unico e felice il soggetto (specie in fase di crescita e di espansione) – mentre tutto in realtà congiura a determinarlo dall’esterno. E’ questo il vero segreto del narcisismo, che per funzionare al meglio deve espandere indefinitamente tutte le categorie “giovanilistiche” e “licitazionistiche”. L’ideale cui tendere è quello del desiderio infinito di infiniti oggetti per un tempo indefinito. Molto meglio di Dorian Gray – anche perché non c’è nessun ritratto in soffitta ad invecchiare o ad abbrutirsi per noi (fondamentalmente perché non ci sono più soffitte o luoghi remoti e nascosti, ogni pudore essendo caduto).
Le remore morali si dissolvono sulla soglia della nuova “età dell’oro” che ci è stata prospettata: consumare il più possibile consumandosi il meno possibile. Senza dimenticare che la grande promessa (cui gli adolescenti in genere, anche se non sempre, abboccano) è di contare qualcosa, di essere “qualcuno”, di lasciare tracce visibili sul palcoscenico della vita (apparecchiato sempre e comunque da altri) – laddove sarà solo lo 0,1% a contare davvero qualcosa (secondo la perversa logica del contare), mentre il 99,9% non conterà – ahimé – un cazzo!
E  proprio i conti sono destinati a non tornare – tranne, ovviamente, quelli del Capitale…

(continua)

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4 Risposte to “Adolescenti I – Narcisi omologhi e conformi”

  1. Vincenzo cucinotta Says:

    Ci sono aspetti che condivido del tuo post, ed altri su cui dissento. Concordo sull’ipotesi iniziale, e del resto sarebbe davvero difficile non concordare, del fatto cioè che l’adolescenza sia l’età tipica del conformismo: ne abbiamo evidenze quotidiane, e basta non scegliere di chiudere entrambi gli occhi.
    Ciò su cui invece dissento è quando tu affermi che l’adolescenza sia un’invenzione. Potremmo forse esprimerci in inglese dove l’adolescente si dice “teenager”, cioè quella persona che sta sulla decina, letteralmente da dieci a diciannove anni. Sarebbe, e credo che su questo concorderai con me, ben difficile dire che non esistoni individui in questa fascia d’età. Nè mi sembra sostenibile affermare che non ci sia una specificità che giustifichi una caratterizzazione propria di questa età, in cui avvengono tali trasformazioni nell’individuo da farne apparentemente un individuo totalmente differente. Tu dici che in altre civiltà il passaggio dall’infanzia all’età adulta è improvvisa, ma aggiungi correttamente che ciò avviene tramite il rito dell’iniziazione, che in verità coinvolge più i maschi che le femmine. In realtà questo passaggio dall’infanzia all’età adulta è molto più traumatica nel maschio che nella femmina. Dovrei anzi aggiungere che, mentre nelle femmine è pressocchè automatica, nei maschi non solo non lo è, ma addirittura può non avvenire mai, nel senso che ci sono maschi che raggiungono la vecchiaia con un atteggiamento mentale infantile.
    Con queste premesse, arrivo alla conclusione. Per me, questa lunga stagione dell’adolescenza si verifica nelle nostre società non per una invenzione, il che presupporrebbe qualcosa che si fa in positivo, ma al contrario proprio per ciò che si omette di fare, il famoso rito di iniziazione. e qui naturalmente non invoco il trasferire contenuti culturali di altre civiltà, ma rimango dell’opinione che qualche forma di rito di iniziazione rimane un’esigenza da prendere in considerazione.

  2. md Says:

    @Vincenzo
    un chiarimento: quando parlo di “invenzione” parlo naturalmente di costruzione antropologico-culturale, esattamente come costruzioni sono le identità di genere, i riti di iniziazione e tutti i processi formativi, peraltro variabili da cultura a cultura. Quello che noto, e che approfondirò nel prossimo post, è che l’adolescenza è un vero e proprio dispositivo permanente di infantilizzazione.
    Sulla differenziazione maschio/femmina, naturalmente permangono ancora una serie di differenze, ma anche qui noto una crescente omologazione dei linguaggi e dei comportamenti.

  3. Francesco Says:

    Un passaggio mi ha colpito del tuo post, più di altri. Lì dove dici che “il ritornello che ascolti quotidianamente dai ragazzi è: “l’ha detto la TV, “l’ho visto su you tube”, “l’ho sentito dire”, l’ho trovato al centro commerciale”…
    In questo passaggio emerge in modo molto chiaro che i ragazzi, avendo strutturalmente bisogno di modelli che li aiutino a crescere e ad orientarsi nel mondo che li attende, si rifanno a quelli che trovano nelle più immediate vicinanze e che, ai loro occhi, risultano i più attraenti. Dire “l’ha detto la TV” o “l’ho visto su You Tube”, sottolinea il fatto che tali fonti vengono percepite come autorevoli, rivelando, in un certo senso, che il mezzo attraverso il quale vengono veicolati i contenuti è più importante dei contenuti stessi. Tutto ciò tradisce però anche la presenza di un altro bisogno, quello dell’autorità (intesa come modello di riferimento), senza la quale, in una certa fase della crescita non può esserci sviluppo. Il problema (e il pericolo) è che nel momento in cui una certa fonte comincia ad essere percepita come autorevole, tutto ciò che viene veicolato da tale fonte può risultare credibile!
    Se le cose stanno così, l’unica soluzione che riesco ad intravedere risiede nella possibilità che gli adulti con figli facciano i genitori (non rinunciando quindi al loro ruolo), ponendosi in qualità di mediatori tra i ragazzi e la realtà (sia quella dei media che quella esperibile senza mediazioni), per far sì che quest’ultima non eserciti sulle loro menti un fascino tale da inibire qualsiasi forma di riflessione. Per dirla in breve, i ragazzi non vanno lasciati soli. E dal momento che è praticamente impossibile esercitare il benché minimo controllo su quanto viene detto in TV, su ciò che viene veicolato da You Tube, sul sentito dire e su ciò che si trova al centro commerciale, la sola prassi auspicabile non può che essere quella del dialogo e del confronto continuo, allo scopo di favorire una digestione consapevole piuttosto che una assimilazione acritica.

  4. Paola D. Says:

    Anche se le ho lette in ritardo, condivido pienamente le osservazioni di Francesco.

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