L’amaro calice

Per oltre dieci anni, quasi ogni sera d’estate, ho visto questi piedi dondolare piano, all’unisono, qui sotto il mio balcone. Talvolta accavallati, talaltra sciolti, quasi sempre silenziosi; ma se ascoltavi con più attenzione, quasi  li potevi sentir sussurrare – un’intera vita l’uno accanto all’altra, migliaia di sere immote e quiete come questa, chissà quante ancora ce ne resteranno… quale piede varcherà prima dell’altro la soglia… forse è meglio non pensarci, meglio godersi questo fresco, qui ed ora, come se fosse l’ultimo alito di vento dell’universo – i piedi di due vecchi, prima che faccia notte.
Quest’estate mi è giunta la risposta, dato che ora vedo oscillare, sempre più raramente, i soli piedi di lui.

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Grrr!

Chiedi il permesso!
Se tocchi cose mie, chiedi il permesso!
Le mie cose sono un regno
Custodito dai miei draghi
Chiuso dentro un duro scrigno
Incantato dai miei maghi
Sprofondato in neri antri
Tu non entri!
Tu sei grande, hai tutto il tempo, hai tutto il mondo
Io ho solo questo
Ma questo è mio
E’ un regno piccolo ma lì ci sono io
E io son piccolo
Ma fa lo stesso
Se tocchi le mie cose
devi chiedere il permesso!

***

Sono una più bella dell’altra queste Rime di rabbia di Bruno Tognolini, degno successore di quel mago delle parole che era stato Gianni Rodari (e di cui quest’anno ricorrono insieme il 30° della morte e il 90° della nascita). La poesia – poco importa che si rivolga ai bambini o agli adulti – ha il dono di dire quel che altri registri linguistici non sanno dire, o non sanno fare altrettanto bene e con profondità.

Esprimere i sentimenti dei bambini – in particolare quella passione oscura che è la rabbia – suggerendone anche una possibile autocomprensione: questo era l’obiettivo alto e, direi, mirabilmente raggiunto dall’autore. Anche perché lo spirito con cui Tognolini lo fa è quello che emana dalla poesia riportata sopra, un profondissimo rispetto per l’autonomia e la dignità dei bambini e dei ragazzi – un piccolo regno inviolabile, uno scrigno i cui tesori devono poter maturare con i loro ritmi, pena il regicidio di pasoliniana memoria e l’annullamento delle possibilità. Ecco perché la rabbia è legittima, laddove questa dignità venisse lesa e infranta, come (ahimé) spesso accade: di orchi non son piene solo le favole!

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25 luglio (a volo d’uccello)

Prologo. Da qualche tempo osservo il volo degli uccelli, come mai mi era capitato prima. C’è sempre un momento in cui il già da sempre noto viene messo sotto attenta osservazione – e allora è come se un nuovo mondo si aprisse di fronte ai nostri occhi. Così mi va capitando con gli amici volatili negli ultimi tempi. Tanto che ieri mi sono trovato a pensare a quella strana parola che è l’auspicio, che in prima battuta significa presagio, pronostico. L’àuspice romano guardava il volo e prediceva, con la variante dell’arùspice che osservava invece le viscere e vaticinava – entrambi comunque si affidavano ad un’attività piuttosto irrazionale e ben poco filosofica.
Il significato corrente (ed ora più usato) della parola non è meno irrazionale: augurio, desiderio, speranza. D’altro canto contiene il verbo latino specio che è “guardare, osservare”, termini resi anche con specto, per non dire speculor… Cioè, va a finire che il pre-dire (un dire a basso tasso di logica ed empiria) rischia di diventare filosofia speculativa! Niente di strano, visto che certi filosofi non si peritano di vestire all’occorrenza i panni sacerdotali…

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Una data come quella del 25 luglio – l’inizio della fine del peggior capitolo della storia italiana – è sempre un’occasione per ragionare sui lati oscuri di quella storia: Continua a leggere “25 luglio (a volo d’uccello)”

Minimissima immoralia

Il male esordisce con un lieve quanto impercettibile sbattere di palpebra.

Il male comincia con lo stronzo che parla al cellulare in auto, calca sull’acceleratore e non mette mai la freccia. Mentre qualcuno, di lato, arranca sui pedali – o sui calzari.

Il male comincia con un certo tono di voce. O con l’urlare più forte.

Il male comincia con lo sgomitare per prendersi il primo posto in fila.

Il male comincia con l’accompagnare i figli in auto a scuola. Sbuffando fumo e rabbia.

Il male si annida nel rubinetto lasciato aperto. Nelle luci che punteggiano le stanze. Nei cadaveri di cui è ricolma la pattumiera di casa.

Il male alligna in certi sguardi torvi. O anche in quelli troppo felici.

Il male compare sempre insieme al mio ritenermi migliore e più bravo degli altri.

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Catalogo delle passioni: omeostatica serenità

Spinoza definisce la serenità, nella terza parte dell’Etica, “Letizia accompagnata dall’idea di una causa interiore“. E’ una definizione secca ed essenziale, e insieme molto precisa. C’è però da affrontare preliminarmente un problema linguistico e di traduzione, poiché il termine latino utilizzato è in realtà acquiescentia e non serenitas, reso meglio con “soddisfazione dell’animo” (ho controllato tre edizioni, e solo una, quella di Remo Cantoni, traduce “serenità”). Ma a parte questa faccenda piuttosto tecnica, l’affetto di cui stiamo parlando sparisce dalle “Definizioni” in coda alla terza parte dell’Etica, per riapparire nella quarta parte come Acquiescentia in se ipso (tradotta questa volta da Cantoni con autocompiacimento, con una variazione di tipo “contestuale”)  e alla fine della quinta parte, dove diventa l’attributo specifico del saggio, il quale libero dai turbamenti dell’animo, “sed semper vera animi acquiescentia potitur” – possiede sempre la vera soddisfazione (o serenità o autocompiacimento) dell’animo.
La ricomparsa a conclusione dell’Etica di questa strana “tonalità emotiva”, ci fa pensare che si tratti di uno stato mentale, interiore, “intellettuale” (secondo la definizione spinoziana di intelletto), più che di un vero e proprio affetto o passione. Del resto il termine latino acquiescentia – e il verbo acquiesco su cui è costruito – allude al “trovar quiete e riposo” (anche nella morte), allo “stare al sicuro” e al trarre conforto, compiacimento e soddisfazione. E’ uno stato di quiete, di fermezza, di beata immobilità, più che di desiderio o trasporto verso qualcosa. Non dimentichiamo quel raffinato riferimento di Spinoza alla “causa interiore”, per distinguere l’acquiescentia dalle pulsioni come l’odio e l’amore, che non potrebbero nemmeno sussistere senza un oggetto esterno.

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Amletismi – 1

E se il fatto di filosofare  – cioè di allargare la sfera critica della mente – altro non fosse che uno dei tanti stratagemmi bioevolutivi, che dunque non fanno uscire la specie nemmeno di un millimetro dalla sua angusta sfera? E se questo filosofare critico, oltretutto, non fosse altro che un sovrappiù di carburante, una sorta di stimolatore ormonale del folle sistema tecno-capitalistico – quello stesso sistema che ha deciso di fagocitare ogni cosa pur di trionfare? Non sarebbe allora meglio desistere?

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Meritarsi le lucciole

Il cielo stellato sopra di me
e la legge morale dentro di me

(I. Kant)

La bellezza fa spesso capolino, ci passa accanto ogni giorno, talvolta ci sguazza attorno e ci sovrasta, e noi manco ce ne accorgiamo.  Forse non ce la meritiamo. Lei si mostra generosa, persino procace, mentre noi rimaniamo inerti e incasellati nelle nostre ore dense di impegni, cose e affanni.
Oppure non è così, e quella che chiamiamo “bellezza” è in realtà un concetto ambiguo, solo una chimera, un abbaglio; o magari la sensazione fugace di una perdita irreparabile. Un nòstos del tutto precluso.
Ma ecco che cosa può succedere in una qualsiasi sera d’estate…

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Mieiku: estate

che ci fa
un lampone a strisce
in cielo

***

uno la ciliegia
due alla pari
pesca e albicocca
tre la rossa fragola

***

pomodori a raspi
lungo i filari assolati
a sera nel piatto
sentore di basilico

***

violacea melainsana
fritta arrostita ripiena sott’olio
gioia in bocca

***

denso cicaleccio
pacato frinire
smeraldo rarefatto
di lucciola

Adolescenti III – Intervista a Laura B.

Amo gli adolescenti perché tutto quello che fanno,
lo fanno per la prima volta

(Jim Morrison)

A sparigliare i giochi sopraggiunge l’inserzione del nuovo, come sempre.
Dopo aver intervistato lo scorso anno MDB (il quale ci aveva fatto dono di una insospettabile saggezza adolescenziale, al contrario dei nazistelli incontrati l’anno prima), è ora la volta finalmente di ascoltare il punto di vista di una ragazza. Sarà casuale, ma anche qui non trapela nulla di quella vulgata che vorrebbe gli adolescenti dei rincoglioniti seriali, servi conformi del sistema dei consumi, a cui sfuggono al massimo con le strategie del bullismo, del teppismo e del nichilismo autolesionistico. Anzi, se alcuni “valori” sporgono sul piattume consumistico generale, questi sono ben netti e definiti, e hanno il nome (magari venerando e con un gusto un po’ retrò)  di rispetto, relazioni, amicizia, dignità, famiglia, responsabilità, regole, giudizio, persino introspezione – o, se si preferisce, il buon vecchio caro (e per alcuni estinto) esame di coscienza
Intendiamoci: nulla lascia presagire una presa di coscienza generazionale volta non dico a scardinare la società o a correggerne i difetti, ma per lo meno ad appropriarsi di qualche rudimentale strumento critico collettivo. E come potrebbe essere altrimenti, dopo quanto schizzato nei due post precedenti? Oltre al grave sospetto che possa trattarsi di un’eccezione (anche se in fondo non lo credo).
Nell’intervista a Laura – 16 anni, un po’ adultescente, nel senso che in questo caso è lei a proiettarsi in là diversamente da quegli adulti che infantilizzano in qua – emergono comunque aspetti piuttosto interessanti ed imprevisti: accanto ai luoghi comuni – e comuni non sta per banali, ma per conformi ad un’epoca, un tempo, una generazione – vi sono alcuni elementi di apertura al futuro. Ma soprattutto la bellezza e la spontaneità della risposta genuina e sincera, senza infingimenti o sovrastrutture.
Certo, l’intervista è una forma comunicativa sibillina e fuorviante, un domandare a senso unico che tende ad incasellare ed ingabbiare le risposte. Un lasciar parlare che rischia di rinchiudere il flusso in un recinto bell’e pronto. Il confine del pre-scritto, pre-determinato, programmato. Necessario ed insieme fastidioso. Vorrei che non fosse così. Ma non tocca più a me dire, fare, proporre in questo campo. Posso solo testimoniare l’assenza di una rottura. E però la sua auspicabilità.
Spero che dalle parole che seguono (insieme alle tante altre di tanti altri giovani) tale rottura emerga da sola e diventi così dirompente da sommergere anche questo mio dire e definire, teorizzare e rinchiudere in uno spazio pre-scritto. Affinché la scorza del mondo vada in pezzi a preludio di un davvero nuovo – tutto loromondo.

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