Adolescenti II – L’era dell’infantilismo

[In questo post – più lungo di quanto avessi preventivato – ragiono sul processo di infantilizzazione nell’epoca dell’iperconsumo, mentre rilevo alcuni paradossali esiti delle categorie e dei movimenti libertari e più in generale dell’agire politico.
Sommario: Il cittadino-cliente – Infantilizzazione e mito dell’adulto – Deificazione del desiderio – Carpe diem! – Paradossi libertari – Fine della politica?]

Nel saggio Consumati: da cittadini a clienti (Einaudi, 2010), il politologo americano Benjamin Barber dedica tutta la prima parte all‘ideologia infantilistica che permea questa fase dello sviluppo capitalistico. L’autore sostiene come proprio l’infantilizzazione sia diventata il motore più importante del modello consumistico impostosi negli ultimi decenni, specie dopo l’abbandono dell’originario spirito dell’etica protestante e il passaggio dalla fase della produzione dei beni a quella dei bisogni.
L’operazione in corso è a tenaglia: da una parte abbassare la soglia dell’età del consumo, dall’altra infantilizzare il mondo adulto. Interessante come l’autore rilevi en passant che per far ciò il Capitale utilizza anche la leva dell’indebolimento delle figure parentali, “guardiani del cancello”, al fine di conquistare menti e anime dei bambini.
Il fulcro del processo non poteva che essere il mondo americano – Nuovo Mondo da sempre per antonomasia. A tal proposito vorrei allargare il campo di osservazione scelto da Barber (al cui testo rinvio per l’analisi), e spostarmi sulle categorie socioantropologiche di lungo periodo sottese e su alcuni paradossali esiti che mi pare di aver ravvisato.

1. Infantilizzazione
Osservo innanzitutto come un meccanismo tipico dei processi colonialistici e migratori, fondamentali per lo sviluppo delle dinamiche mercantili, e cioè l’infantilizzazione dell’altro, sia stato ormai fortemente introiettato dalla società e dal sistema produttivo, che un tempo avevano sistematicamente utilizzato al loro esterno: basti pensare a come i “selvaggi” e le culture extraeuropee in genere venivano visti – culture primitive, arretrate, immature, ecc. (non molto diversamente da come vengono considerati gli immigrati oggi, peraltro).
Mentre per converso l’homo capitalisticus, il borghese che, in procinto di diventare il modello di uomo universale e compiuto, si preparava a dare l’assalto al mondo  (secondo un processo ideologico che, tanto per fare un esempio, aveva i suoi massimi esponenti in pensatori del calibro di Locke, Voltaire, Kant, per non parlare di Hegel) – ebbene, quell’uomo adulto e responsabile dell’epoca matura del capitalismo cede oramai il passo alla sua figura rovesciata. Una sorta di bamboccio capriccioso e volitivo. E’ ora l’infantilizzazione generalizzata il motore più potente della valorizzazione capitalistica, l’ultima frontiera della colonizzazione dei corpi e delle menti: vellicare il narcisismo, il desiderio, la libera volontà. L’io voglio ha sostituito l’antica figura dell’io decido (succedanei del cartesiano e kantiano io penso), accompagnandolo verso una inarrestabile deresponsabilizzazione.
Il messaggio che arriva al soggetto è del seguente tenore: tu limitati a consumare, che al resto ci pensiamo noi (e il problema sta anche in quel “noi”, visto che sembra si tratti sempre più di forze impersonali – quasi un super-io imperscrutabile). Naturalmente l’altro lato – il lato oscuro, il risvolto della medaglia – non deve essere mostrato: (produci) – soprattutto ed imperativamente consuma – (crepa)! Produrre e crepare vengono messi tra parentesi quando non oscurati, il prima e il dopo diventano variabili fluttuanti ed inconsistenti. La causalità e la consequenzialità – tipiche dell’antico processo decisionale – poco importano, e passato e futuro si appiattiscono sull’eterno presente del consumo. Consuma qui e ora, soddisfa qui e ora, tutto quello che desideri. Che è l’esatto corrispettivo del venir meno della presunta epoca responsabile della produzione capitalistica, quella dei beni volti a soddisfare i bisogni (naturalmente semplifico, anche perché resta da dimostrare che il Capitale abbia avuto un corso razionale e responsabile, secondo una catena causale permanentemente sotto controllo – è certo però che il mito dell’uomo adulto e responsabile è una tipica produzione dell’epoca borghese).
Dunque, sembra quasi che la vecchia dinamica del produrre merci per soddisfare bisogni primari sia ormai stata ampiamente surclassata: non che i bisogni siano venuti meno, visto che non si campa d’aria, ma il motore principale del baraccone capitalistico non sta più lì, sta semmai nello sfarzo licitazionistico, nel piacere narcisistico del consumo fine a se stesso, spesso senza capo né coda. Si sarebbe in definitiva passati dal mito dell’adulto al mito infantilista, da una logica dettata da antiche propensioni al risparmio e alla moderazione, a quella della dépense e dello spreco malamente intesi, della compulsività volitiva (e dell’impulsività tipica dell’età dell’infanzia e dell’adolescenza) – cioè da una distorsione all’altra, essendo il primo una costruzione normativa ideologicissima (l’Uomo con la maiuscola, il modello cui aspirare, che però è storicamente determinato, parziale-particolare e corrispondente ad una fase relativa e transeunte dello sviluppo storico – ormai al tramonto), mentre il secondo parrebbe piuttosto un rovesciamento, o una contraffazione, dell’elemento sorgivo e creativo dell’età cosiddetta “infantile” – il Nuovo Mondo delle possibilità.
Infantilizzare l’istanza responsabile, ridicolizzare l’istanza della neotenia – ecco il senso ultimo della manovra a tenaglia di cui parlavo sopra, con il risultato di far valere in ogni caso il peggio dell’umana filogenesi.

2. Licitazionismo
Apro una parentesi, per tornare a citare l’analisi che il filosofo Romano Màdera compie a tal proposito nelle pagine del celebre saggio, scritto con Tarca, La filosofia come stile di vita (B. Mondadori, 2003). Da alcuni decenni – vi si sostiene – la “pedagogia del sacrificio” (altro aspetto dell’etica protestante, se si vuole, ma ancor più di un certo modo millenario di intendere produzione e consumo in regime di scarsità) è in netto declino. La configurazione ascetica della rinuncia o del differimento del godimento, è stata sostituita dal «licitazionismo del capitalismo globale […] una configurazione culturale che deifica il desiderio e lo fa diventare “legge”» (p.46-7). E’ proprio la dinamica infinita del desiderio ad essere il fulcro della nuova legge capitalistica: «soltanto producendo desiderio si può vendere e consumare profittevolmente l’immane oceano di merci sensibili e sovrasensibili che rendono possibile la nostra esistenza storica» (48).
Màdera sembra anche alludere ad uno slittamento progressivo del fulcro della produzione di merci (beni-oggetti volti a soddisfare bisogni) verso una vera e propria patologia del desiderio, confusiva dei suoi rapporti con i limiti e la legge, e pericolosa soprattutto per la formazione del sé in relazione al mondo e agli altri. Il narcisismo del “voglio tutto, tutto è mio” si coniugherebbe così all’essenza desiderante del Capitale, con quel suo tipico “non ce n’è mai abbastanza“.

3. Presente
Altro rovesciamento, che da tempo sto cercando di indagare, è quello legato alla concezione del tempo. Lo abbiamo già rilevato sopra: se passa in secondo piano l’elemento causale, il prima e il dopo della produzione, del consumo e del soddisfacimento del desiderio, ne risulta una deificazione della modalità temporale del presente. Qui e, soprattutto, ora è quel che importa. Il tempo del consumo deve mettere tra parentesi la consecutio temporum, la causalità e, insieme, la consequenzialità etica: poco importano gli effetti del mio agire consumistico. Da questo punto di vista, proprio l’infantilizzazione costituisce un perfetto dispositivo: bambini e adolescenti tendono per loro natura a vivere nel presente, a disinteressarsi del passato (piuttosto nebuloso) ed anche del futuro, che nonostante possa essere inteso come “roba loro”, ritengono in realtà vuoto e poco interessante. Amplificare tale narcisismo e “presenzialismo” – costitutivi della base biologica della specie – è una strategia che il Capitale, e i sistemi sociali connessi, stanno praticando da tempo e con successo.
Anche qui la dinamica della deresponsabilizzazione assume un ruolo centrale: “vivi nel presente“, “cogli l’attimo” – quella che era una filosofia di vita alternativa all’arcigna serietà dell’accumulo e del differimento del godimento – è il testo unico del vangelo consumistico. Un mondo pieno di giocattoli ne è il luccicante corollario empirico.

4. Paradossi
In definitiva, se quel che precede è vero (e mi pare che la mentalità e le dinamiche materiali delle società occidentali – o anche occidentalizzate – stiano chiaramente andando in quella direzione), ci sarebbe da chiedersi com’è che tutte le antiche istanze libertarie si siano piegate alla logica capitalistica che un tempo intendevano contestare.
Le possibilità e l’onnilateralità insite nella neotenia contro il mito dell’adulto; la soddisfazione dei bisogni e la liberazione dei desideri contro le società autoritarie e repressive; la sottolineatura della presente pienezza della vita contro la linea temporale astratta e falsamente progressiva; la dépense contro l’accumulazione; la libido ed il piacere sottratti al controllo delle chiese e dei vari poteri… (e si potrebbe continuare): in sostanza tutte le categorie e parole d’ordine dei movimenti contestatari e libertari (in genere anticapitalistici) sono state riassorbite, volte e stravolte a proprio uso e consumo dal Capitale.
Come mai ciò accade? Dove sta la magia? (Era stato proprio Marx nel Capitale a parlare a più riprese di “magia” e di “arcano” insiti nel mondo del denaro e delle merci). Non è il momento di affrontare sistematicamente tale questione, posso solo suggerire che la spiegazione sta forse in una certa paradossale sapienza politica (ed insieme antipolitica) del sistema capitalistico. Mi spiego: mentre si volgono consumisticamente tutte le istanze libertarie, queste vengono insieme depoliticizzate – laddove restano corposissime (e politicissime) le strutture autoritarie da utilizzare all’occorrenza. Società molto lassiste, benevole e tolleranti con chi consuma e tace (la stragrande maggioranza), ma feroci e repressive con alcune precise categorie (sia esterne che interne): le eterne minoranze, immigrati, vagabondi, oppositori scomodi, donne non allineate, nuove streghe e antichi stregoni… Le paciose e satolle società mercificate non hanno certo deposto campi, recinti, galere, fili spinati e guerre!

5. Privato
Insieme a questo aspetto macroscopico (culturale ed antropologico) dei mutamenti recenti dell’ordine economico, va dunque registrato un conseguente (ed altrettanto preoccupante) mutamento nell’ordine dell’agire politico. L’altra faccia della medaglia, come del resto vado denunciando fin dall’inizio su questo blog, è la privatizzazione integrale di ogni sfera della vita: se tutto è insieme consumabile e desiderabile, tutto deve essere disponibile alla valorizzazione, dunque non può più esserci alcuna sfera pubblica e comune, ogni “sacro recinto” deve essere abbattuto (strutture parentali comprese, come si diceva poco fa, se queste non sono funzionali al profitto), ogni valore d’uso prosciugato.
Ma è soprattutto la nozione di cittadinanza a farne le spese finali. A questo proposito concludo con una provocazione di Barber che applico innanzitutto a me stesso: a che cosa serve modificare le dinamiche del consumo individuale, fare scelte più consapevoli in termini di acquisti (equi, coscienti, con filiere corte, ecc.), adottare stili di vita alternativi, praticare laddove possibile la logica della nicchia (ecologica, economica, etica) – quando in realtà non esiste più uno spazio politico (pubblico, collettivo) della determinazione, della decisione, dell’agire? Se non ci piacciono più le austere figure del militante, dell’ideologo e (tantomeno) dell’eroe disposto al sacrificio, non vedo come le figure alternative del volontario, del lillipuziano, del consumatore informato, possano condurci da qualche parte. Per lo meno non lo vedo ancora.
Fino a che accetteremo di essere, volenti o nolenti, tutti e senza distinzione, dei volitivi eterni infanti consumatori, non ci sarà nulla da scegliere o da decidere, e i giochi  – il grande gioco del consumo – li farà e li deciderà sempre qualcun altro.

(continua)

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16 Risposte to “Adolescenti II – L’era dell’infantilismo”

  1. Adolescenti I – Narcisi omologhi e conformi « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] Botte di Diogene – blog filosofico « La Gazzetta di Diogene – nr. 14 Adolescenti II – L’era dell’infantilismo […]

  2. Vincenzo Cucinotta Says:

    Post estremamente interessante e che mi trova d’accordo con la massima parte delle cose che dici, soprattutto sugli aspetti descrittivi. Avrei invece molto da dire sull’aspetto della spiegazione del modo in cui si è pervenuti a questa situazione. A mio parere, come osservo nella maggior parte di ciò che si va scrivendo per blog, su articoli vari ed anche sui testi, in definitiva la spiegazione manca, è insomma come dire che io osservo dei sintomi, mi rendo conto che esiste una malattia in atto, ma non riesco comunque a definire una diagnosi che risalga alle cause prime di questa situazione. Infatti, è certamente utile riconoscere l’origine comune dei sintomi, i foruncoli sulle braccia hanno la stessa origine del dolore articolare alle ginocchia, ma alla fine la conclusione sembra sia quella di considerare questa malattia, sociale nel nostro caso, fondamentalmente come una disgrazia.
    Nel libro che ho scritto, e questo ritengo sia il contributo originale che esso può fornire, argomento come tutte queste patologie della società contemporanea siano il frutto, tradivo ma inevitabile, dello sviluppo ultimo del pensiero occidentale, e che se vogliamo guarire, dobbiamo necessariamente fare i conti sino in fondo con l’intera storia del pensiero occidentale. Fare i conti col pensiero occidentale, significa in particolare fare i conti con le religioni monoteiste e con l’Illuminismo che, seppure tradizionalmente vengano considerate come in una posizione di opposizione le une rispetto all’altro, a mio parere, ed anche questo aspetto è parte integrante del libro che ho scritto, condividono invece moltissimo, e il vederli in opposizione deriva dal soffermarsi su aspetti marginali su cui differiscono.
    Naturalmente, non posso qui argomentare ciò, cioè non posso ripetere il mio libro in un commento, come credo apparirà ovvio a chi mi leggerà.

  3. md Says:

    @Vincenzo: quella che citi è la parte del tuo libro che a suo tempo avevo letto, e che mi aveva lasciato molto perplesso per il suo eccessivo schematismo. E’ sempre un po’ indigesto per un filosofo vedere “ridotti” in poche pagine discorsi critici su qualche migliaio di anni di pensiero – da Platone, a Cartesio fino all’illuminismo.
    Anche perché da quei pensatori si può benissimo ricavare tanto una “vulgata” ideologica su categorie quali “libertà”, “uguaglianza”, “ragione”, ecc., quanto, a leggerli con più attenzione, insospettabili miniere critiche.
    Dopo di che, non è che restino molti altri strumenti – a parte l’illuministica ragion critica – per disvelare i meccanismi ideologici o indagare sotto le apparenze la vera (e più delle volte) conformistica natura umana…

  4. Vincenzo Cucinotta Says:

    @md
    Scusami la franchezza, ma questo tuo ultimo commento è esso stesso iperideologico. Tu attribuisci all’Illuminismo una sorta di monopolio della ragione critica che non mi pare giustificata. Così, saremmo giunti ad affermare che è solo con l’Illuminismo che l’umanità è pervenuta ad usare non so come definirla, visto che sei tu ad introfurre questa categoria. Vogliamo chiamarla logica, razionalità, cosa?
    Le cose, dal mio punto di vista, stanno in maniera ben differente: l’Illuminismo sicuramente è servito a disvelare preconcetti, credenze ingiustificate prevalenti nelle società esistenti, ma ne ha introdotte alcune sue proprie, perchè non smetterò mai di riaffermarlo, ogni pensiero è “inevitabilmente” ideologico, nel senso che non può non assumere alcune ipotesi come vere perchè evidenti di per sè, cioè ha sempre dei postulati su cui si basa. Così, l’Illuminismo utilizza al meglio la ragione critica per combattere le altrui credenze, ma non può rivolgere questo stesso strumento verso sè stesso. In più, si attribuisce una titolarità esclusiva di tale ragione critica, finendo quindi per diventare più ideologica delle altre, in quanto rivendica una sua superiorità metodologica che a questo punto dovrebbe impedire di metterne in crisi i suoi stessi fondamenti.
    La ragione critica, come tu la definisci, è nata con l’uomo, sin dal primo cacciatore che ha divuto ottimizzare le tecniche di predazione: senza questo patrimonio genetico, mai l’uomo sarebbe potuto pervenire allo stesso pensiero illuminista.

  5. md Says:

    @Vincenzo: non ho attribuito nessun monopolio a nessuno, ho solo rilevato che soltanto attraverso la ragione critica, cioè quella forma di conoscenza che è in grado di ragionare anche su di sé e sui propri limiti, si può procedere nella conoscenza di sé e del mondo. Un procedere che non è necessariamente cumulativo o progressivo o volto deterministicamente verso il bene – che in sé non esiste.
    Oltretutto di “illuminismo” nel senso dell’autodeterminazione kantiana e dell’uscita dalla minorità non è che ne sia rimasto poi molto in circolazione… anche in tal senso il dispositivo infantilista è piuttosto efficace.

  6. Vincenzo cucinotta Says:

    @MD
    Evidentemente ho equivocato il significato della frase “Dopo di che, non è che restino molti altri strumenti – a parte l’illuministica ragion critica – per disvelare i meccanismi ideologici o indagare sotto le apparenze la vera (e più delle volte) conformistica natura umana…”.
    Sul fatto invece che tu sostieni che l’attuale situazione culturale dipenda da un allontanamento dall’illuminismo, continuo a non essere d’accordo, giacchè al contrario ritengo che tra loro ci sia una relazione di causalità.
    Per dirla schematicamente come mi impone la forma commento, potremmo dire che l’Illuminismo sostiene che gli uomini sono individui liberi e razionali, che ciascuno di noi nasce libero e in grado di compiere scelte razionali, e sono le false credenze, la cultura esistente ad impedirgli di esplicare le sue potenzialità. Immagina adesso che nessuna di queste condizioni sia vera, che l’uomo non sia un individuo, che non nasca libero e che non sia la razionalità la sua caratteristica prevalente. Non dovresti convenire con me allora che un potere finanziario e mediatico possa facilmente ottenere un consenso maggioritario, proprio manipolando la società? Gli individui in realtà sono membri di una collettività, che molti di questi non sono affatto liberi perchè la libertà non è una dote naturale ma è invece una conquista personale che molti rischiano di non raggiungere mai, e che l’emozionalità tende quasi sempre a prevalere sulla nostra razionalità. Se noi perdiamo questa relazione di causalità, allora finiamo appunto per giudicare le disgrazie della nostra società come delle calamità, come se si trattasse di un terremoto a cui possiamo solo assistere impotenti.

  7. md Says:

    @Vincenzo:
    “gli illuministi” ti risponderebbero forse così: gli individui potrebbero essere liberi e capaci di autodeterminarsi laddove non ci fossero potenti strutture (naturali, storiche, culturali) a sovradeterminarli; peccato che gli individui sono sempre sovradeterminati da tali strutture, ma non credo proprio che Voltaire, Diderot o Rousseau lo ignorassero (e allora, di quale illuminismo stiamo parlando?);
    io però risponderei, con il post-illuminista Marx, sia a te che a loro, così: tanto gli individui quanto le strutture che li determinano sono costruzioni storiche, in quanto tali trasformabili – che non vuol dire necessariamente “in meglio”; per quanto invece concerne il rapporto tra parte “emozionale” e parte “razionale” rinvio alla mia modesta lettura di Spinoza.
    Nulla di tutto ciò, tuttavia, ci garantisce alcunché: è solo alla prova dei fatti – della loro diveniente, piuttosto casuale e caotica, storicità – che gli umani prendono una direzione anziché un’altra.
    Solo dopo – hegelianamente – ragionano su quel che è accaduto. E non sempre lo fanno, e spesso è troppo tardi. Ciò non toglie che una parte dell’accaduto (difficile dire in che proporzioni e modalità) era e resta comunque in loro potere.

  8. Vincenzo cucinotta Says:

    @MD
    Ma certo che gli illuministi erano consapevoli delle sovrastrutture che ci determinano, anzi, potremmo schematicamente dire che a queste attribuiscono il ruolo della sorgente del “male”. Tra l’altro, l’avevo anche scritto in uno dei commenti. Il punto però non è questo, è se si possa anche solo ipotizzare che queste sovrastrutture spariscano, o che siano come noi le vogliamo. Poichè i problemi connessi al linguaggio non erano a quei tempi state approfondite abbastanza, essi non potevano considerare quanto lo stesso linguaggio sia una sovrastruttura che inevitabilmente ci influenza: forse, dai neo-illuministi avremmo ragione di pretenderlo, no?
    Se l’uomo è sin dalla nascita inserito in un determinato contesto culturale, qualunque esso sia, non ha senso alcuno vedere le cose dal punto di vista del singolo uomo, giacchè intanto egli non è neanche un individuo, e quindi non ha senso credere nel meccanismo del mercato che mi pare abbia qualche relazione con l’illuminismo.

    Mi fermo qui, perchè mi rendo così di rischiare di oscurare il tuo bel post e il centro delle tesi che sostiene.

  9. Paola D. Says:

    @MD
    Questo post e questi commenti che contiene sono di quelli che che mi intrigano assai .
    Stavo per rispondere nel pomeriggio, quando un temporale ha fatto saltare il collegamento. Ora però ho avuto modo di leggere il seguito della discussione.
    Volevo solo dire che per me l’illuminismo non è proprio un’ideologia, come qualcuno sostiene, ma una metodologia.
    Poi credo anche che l’illuminismo non abbia avuto influenza solo sul piano economico, generando il meccanismo del libero mercato che tanto oggi ci fa discutere, ma anche in altri campi, generando quella consapevolezza della pari dignità di tutti gli esseri umani che è alla base della tolleranza e del rispetto dell’altrui diversità.
    Al pari del cristianesimo, è stato un messaggio di speranza in un miglioramento e in un riscatto che è possibile ottenere però in vita, non importa se la nostra o quella dei nostri figli, senza bisogno di aspettare la morte, anzi di invocarla, per avere un premio, una gratificazione.
    E la speranza è l’unico sentimento che ci impedisce di adagiarci in un tran tran che, altrimenti, diventerebbe insopportabile,gettandoci nella noia più deprimente.
    Riguardo all’eccessiva infantilizzazione che tu rilevi nel post, direi che in parte la condivido, ma non dobbiamo dimenticare che il rischio opposto è quello di diventare dentro subito vecchi e, come tali, privi di speranze.

    @Vincenzo:
    Scusa la mia ignoranza, ma continuo a non capire quali sono questi problemi connessi al linguaggio cui tu spesso ti riferisci.

  10. Paola D. Says:

    @Vincenzo:e poi, tu dici: ” l’Illuminismo sostiene che gli uomini sono individui liberi e razionali, che ciascuno di noi nasce libero e in grado di compiere scelte razionali”

    Non credo proprio che gli illuministi sostengano questo, se mai sostengono che gli uomini sono POTENZIALMENTE liberi e razionali.
    Da ciò l’importanza data alla scuola e all’istruzione mentre, al contrario,
    quelli che ci dirigono oggi navigano in senso opposto, perchè ci vogliono ignoranti, e quindi facili da dominare, e quindi per niente razionali, e quindi per niente liberi.
    Quella libertà che è una meta , lungi dall’essere mai pienamente raggiunta,ma sempre perseguita, è diventata una parola che fa sempre più paura a chi si è costruito la sua nicchia di potere.

  11. eugenio m Says:

    noi consumatori e “cosumati”, risultato di un sistema che, inventa bisogni e che si fa consumare, fino alla corrosione, fino all’inevitabile collasso. c’è da aspettare la saturazione di un capitale che sarà probabilmente vittima dei suoi stessi meccanismi. la popolazione si trasforma velocemente in una massa di animali sociali, onnivori, divoratori di qualunque “bene”. fino al caos e alla rinascita, si spera. nel frattempo chi ha “qualcosa da dire”, semi di consapevolezza, riflessione, buon senso, li introduca in mezzo a questa massa impazzita.

  12. md Says:

    eugenio m spera: “semi di consapevolezza” da spargere, auspica;
    anche Paola D. spera: non sperare sarebbe invecchiare dentro, morire anzitempo;
    credo abbiano ragione, contro ogni evidenza…

  13. Vincenzo cucinotta Says:

    Ti dovevo una risposta anche al tuo primo commento sullo schematismo della parte filosofica del mio libro.
    In verità, il mio non è certo un testo di storia della filosofia, e credo sia ovvio che io prenda in esame, di tutto il corpo della filosofia, soltanto gli aspetti che siano funzionali al discorso complessivo che porto avanti.
    Quando tu dici che si può trovare ben altro di ciò su cui mi soffermo, l’accostamento che mi viene in mente è a coloro che, di fronte a una tesi che sinteticamente da’ una sua visione di un determinato argomento, dicono sempre che le cose sono molto più complicate. Ma il fine non dovrebbe essere proprio quello di semplificare, ridurre all’osso potrei dire ciò che appare multiforme, complesso, contradditorio? La mia personale opinione è che si da’ un progresso della conoscenza proprio quando improvvisamente si riesce a vedere l’essenziale, ciò che davvero conta, ma che magari è sommerso da fiumi di parole da tonnellate di libri ed articoli.
    Sarebbe insomma per me più interessante che si entrasse nel merito delle cose che scrivo piuttosto che nel merito di tutto quel 99,999999 % di cose su cui, inevitabilmente direi, taccio.
    Per esempio, io ho molto apprezzato la serie di articoli che hai dedicato a Spinoza. Spinoza è un pensatore che apprezzo tanto, ma nel contesto del mio libro, di Spinoza avrebbe poco senso parlare, perchè Spinoza è un perdente, e a me interessava concentrarmi su quegli aspetti della filosofia che a me sembrano influenzare più profondamente il nostro modo di pensare qui ed oggi.
    Se dovessi giudicare da me quello che ho scritto in particolare di filosofia, criticherei più che le cose di cui taccio, l’eccessiva sinteticità su quegli aspetti che pure ritengo fondamentali: spero avrò tempo ed energia per potermi dilungare di più, anche se ho potuto verificare che certi concetti a certi lettori risultano ostici in ogni caso, tanto che anche dopo averli chiariti con me, ritornano nuovamente su quella stessa questione come se non ne avessimo mai parlato. Si può smepre migliorare la comprensibilità di ciò che si dice, ma di tutte le critiche quella di una comprensibilità insufficiente finora non mi è stata ancora sollevata.

  14. Luciano Says:

    Salve.
    Interessante questo post. Io però non sarei del tutto d’accordo nel vedere il capitalismo come motore dell’infantilizzazione. Credo invece che il mondo del consumo sfrutti questa tendenza in atto già da qualche anno per garantirsi guadagni sempre maggiori. A mio avviso l’attuale tendenza della società italiana vede la sinergia negativa e nefasta di due fenomeni: il primo è certamente l’allungarsi dell’aspettativa di vita, che il consumo ci propaganda come una prolungata gioventù, e il secondo è quello che viene chiamato nel post deresponsabilizzazione, derivante (sempre a mio avviso) da una sempre più ritardata entrata nel mondo del lavoro con il conseguente ritardo nella capacità di assumersi la responsabilità delle scelte personali. L’insidia della macchina del consumo su fasce sempre più giovani poi secondo me è un fenomeno collaterale che rinforza l’avviatarsi della società su sé stessa, facendo leva sul senso di colpa che spinge i genitori a garantire tutta una serie di succedanei alla loro presenza, fisica e morale.

    A presto.

  15. md Says:

    @Luciano:
    credo tu abbia ragione, ci sono diversi elementi concorrenti di cui tener conto e probabilmente concause e azioni reciproche che andrebbero meglio indagate; interessante la tua ultima osservazione sul meccanismo compensativo nelle relazioni genitori-figli
    (io poi tendo sempre a mettere in secondo piano – talvolta sbagliando – la psicologia insita nei processi sociali…)

  16. Il Consumismo Ammala la Psiche (Parte 2) | Luigi D'Elia Says:

    […] presente del consumo. Consuma qui e ora, soddisfa qui e ora, tutto quello che desideri.” (https://mariodomina.wordpress.com/2010/07/01/adolescenti-ii-lera-dellinfantilismo/ […]

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