Catalogo delle passioni: omeostatica serenità

Spinoza definisce la serenità, nella terza parte dell’Etica, “Letizia accompagnata dall’idea di una causa interiore“. E’ una definizione secca ed essenziale, e insieme molto precisa. C’è però da affrontare preliminarmente un problema linguistico e di traduzione, poiché il termine latino utilizzato è in realtà acquiescentia e non serenitas, reso meglio con “soddisfazione dell’animo” (ho controllato tre edizioni, e solo una, quella di Remo Cantoni, traduce “serenità”). Ma a parte questa faccenda piuttosto tecnica, l’affetto di cui stiamo parlando sparisce dalle “Definizioni” in coda alla terza parte dell’Etica, per riapparire nella quarta parte come Acquiescentia in se ipso (tradotta questa volta da Cantoni con autocompiacimento, con una variazione di tipo “contestuale”)  e alla fine della quinta parte, dove diventa l’attributo specifico del saggio, il quale libero dai turbamenti dell’animo, “sed semper vera animi acquiescentia potitur” – possiede sempre la vera soddisfazione (o serenità o autocompiacimento) dell’animo.
La ricomparsa a conclusione dell’Etica di questa strana “tonalità emotiva”, ci fa pensare che si tratti di uno stato mentale, interiore, “intellettuale” (secondo la definizione spinoziana di intelletto), più che di un vero e proprio affetto o passione. Del resto il termine latino acquiescentia – e il verbo acquiesco su cui è costruito – allude al “trovar quiete e riposo” (anche nella morte), allo “stare al sicuro” e al trarre conforto, compiacimento e soddisfazione. E’ uno stato di quiete, di fermezza, di beata immobilità, più che di desiderio o trasporto verso qualcosa. Non dimentichiamo quel raffinato riferimento di Spinoza alla “causa interiore”, per distinguere l’acquiescentia dalle pulsioni come l’odio e l’amore, che non potrebbero nemmeno sussistere senza un oggetto esterno.

Il pensiero va anche al concetto greco-ellenistico di ataraxia, “la perfetta pace dell’anima che nasce dalla liberazione dalle passioni” – con le diverse sfumature via via succedutesi: dallo “stato armonico” attribuito a Democrito, alla epicurea liberazione dalle paure, fino alla vera e propria apàtheia stoica, l’impassibilità rispetto a tutto ciò che proviene dall’esterno (si vedano Epitteto e Cicerone). Un’ultima sfumatura si trova negli scettici, con un accento positivo, laddove Sesto Empirico parla di “speranza dell’atarassia”. [Per tutti questi riferimenti si veda la voce ataraxia del preziosissimo Vocabolario greco della filosofia di Ivan Gobry, ed. B. Mondadori].

Questa premessa storico-filosofica mi serviva in realtà per ricondurre il concetto di serenità (con i suoi sinonimi) alla conclusione del saggio di Antonio Damasio, Alla ricerca di Spinoza, un testo che da tempo aleggia su questo blog,  durante le frequenti discussioni spinoziste e, più in generale, sulla natura umana. Provo a riassumere in poche righe il “sugo della storia”.

1. Emozioni e sentimenti sono manifestazioni di un unico processo che si dispone su due livelli, uno immediato ed istintivo (visibile e leggibile “ad occhio nudo” nelle reazioni corporee), l’altro più elaborato e razionale (il lato interno, mentale ed “invisibile”): “le emozioni si esibiscono nel teatro del corpo; i sentimenti in quello della mente“, sintetizza Damasio. In tutto ciò risaltano due meccanismi evolutivi straordinari, quello dell’omeostasi (gli automatismi biologici) e la crescente mappatura del corpo da parte del cervello – entrambi cruciali per lo sviluppo biologico e culturale (da intendersi unitariamente) della nostra specie, sia a livello individuale che a livello sociale (si veda tutta la parte simpatetica, i  neuroni specchio, i sentimenti sociali, ecc.).

2. Damasio riconosce a Spinoza di avere capito tutto questo con largo anticipo, e di averne fatto la base strutturale della sua trattazione degli affetti-passioni, in larga parte dell’Etica, ed in particolare di avere delineato come asse portante del nostro funzionamento proprio la relazione corpo-mente: un affectus è un’idea determinata del corpo, e la mente è la costante mappatura di questo intrico emozionale.

3. La soluzione di Spinoza, che “naturalizza” l’elemento umano destrutturandone ogni portata finalistica e ributtandolo nella dura, conflittuale e naturale realtà del conatus, è “semplice” e lapidaria: il prosciugamento delle passioni tristi, di tutto ciò che riconduce al dolore e alla morte, e l’esaltazione delle passioni “vitali” – ma soprattutto l’elemento “stoico” dell’accettazione serena di sé, della propria struttura e del mondo – quell’acquiescentia di cui parlavamo in apertura.

(Ciò non toglie che vi sia uno Spinoza “politico”, lo Spinoza della civitas, della democrazia, dell’antitirannia, della moltitudine, ecc. – che trova oltretutto una base nel concetto di utilità trattato ampiamente nella quarta parte dell’Etica).

4. Damasio ritiene però che ci sia stata una sorta di divaricazione nello sviluppo evolutivo della specie: ad una parte consolidata della biologia delle emozioni, con la sua ben oliata base omeostatica, farebbe da contraltare una parte raffazzonata, confusa  e ancora acerba, quella dei “lavori in corso”, dei tentativi giuridici e sociopolitici di costruire una sorta di omeostasi sociale – alcune centinaia di migliaia di anni contro poche migliaia. E’ vero che lo sviluppo della specie ha comportato due acquisizioni fondamentali come la coscienza e la memoria, che però oltre che generatori di meraviglie sono insieme portatori di profonda angoscia. Laddove poi si è tentato di forzare la natura umana (la parte solida della biologia) attraverso tentativi di ingegneria sociale, si è clamorosamente fallito, generando cinismo e rassegnazione.

5. Damasio e Spinoza converrebbero dunque sul fatto che una conoscenza della natura umana e della sua struttura affettiva ed emozionale, oltre che della funzione della mente, sia imprescindibile per uno sviluppo armonico degli individui (e delle società umane). C’è insomma un dato duro che non può essere aggirato o mutato, e con il quale si devono fare i conti.

6. A Damasio, però, la soluzione spinozista appare un po’ deludente proprio sul fronte dell’attività: Spinoza sarebbe troppo remissivo e stoico, mentre invece il neurobiologo pensa che il fronte delle neuroscienze potrà imprimere una svolta radicale permettendo interventi se non proprio risolutivi certo rilevanti sulla via dell’armonizzazione omeodinamica.

***

Mi pare di poter sintetizzare grosso modo così le conclusioni cui giunge Damasio. Dico subito che mentre ho seguito con grande interesse tutta la parte relativa all’analisi dell’apparato emotivo-sentimentale, ed il dialogo serrato con l’opera di Spinoza, non mi convince affatto la prospettiva “salutista” finale (che oltretutto non sembra disdegnare l’uso di sostanze o della biochimica). Sono forse troppo scettico o prevenuto nei confronti delle ricadute curative delle scienze (specie quando si tratta di cure sociali), anche perché ci vedo sempre il pericolo della mercificazione. Ma ancor più del controllo sociale.

Vorrei invece tornare all’incipit e all’argomento centrale di questo post, che è quello del concetto di serenità, da legare forse all’armonia e al benessere corporeo e mentale ricercati da Damasio e da Spinoza (in compagnia, credo, di tutti gli esseri umani). Mi pare che sfugga qui la “base ontologica” di tale concezione, o meglio, direi che Damasio l’abbia individuata per subito scartarla, laddove bolla l’ascetismo di Spinoza come impraticabile e anacronistico.
Certo, la nostra cultura è così legata agli oggetti, al tecno-interventismo, alla deificazione del desiderio, ed è così lontana dalla frugalità e dallo spirito contemplativo, che la soluzione spinozista ci può far sorridere. D’altro canto essa, ammesso che sia praticabile, potrebbe finire per generare ancora più angoscia, visto che il suo Dio è immanente e nient’affatto personale, la natura è piuttosto indifferente alle nostre sorti, e non è che vi si trovi facilmente un senso compiuto al nostro stare al mondo, al di là della casuale necessità di esserci.
La contemplazione serena di quel Deus sive natura, poi, è una via stretta e solitaria, roba per pochi eletti. Certo, Spinoza ha anche alcune soluzioni per le moltitudini – una possibile convivenza politica e una ricetta da “immunologo della mente” (come con efficacia lo definisce Damasio) per quanto concerne il rovesciamento delle passioni tristi in gioiose – e già non è poco.
Ma lo Spinoza definitivo – quello che campeggia maestoso nella sua sobria stanzetta di Paviljoensgracht, all’Aia – è lo Spinoza dell’amore disinteressato, quello che sa che “là fuori” non c’è nulla che ci ami o che ci possa consolare, se non“qui dentro” – l‘amor Dei intellectualis, l’unico modo mentale ed insieme affettivo di partecipare a ciò che nelle cose è eterno – quel loro stupefacente e misterioso apparire e disparire.
Ad ogni modo, alle sostanze prospettate dalla neurobiologia credo sia preferibile l’unica sostanza di Spinoza – anche se l’omeostatica serenità dell’animo è ben più che ardua, e la salvezza promessa al saggio brilla come tremula luce di stella nella notte nera e silenziosa.

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6 Risposte to “Catalogo delle passioni: omeostatica serenità”

  1. Francesco Says:

    Il problema della serenità, o della acquiescentia, è che non può essere duratura. Almeno, nella mia esperienza, è stato finora sempre così. C’è sempre qualcosa, dall’esterno o dall’interno, che ne turba la stabilità. Ma forse è anche un bene che sia così. Poichè è tutto sommato un segnale che indica la presenza di vita. Mi arrischio allora a vergare un apoftegma: “La vita è movimento, una perpetua ricerca dell’equilibrio (quindi del benessere), dove lo squilibrio è sempre in agguato.” Oppure, come ovvia conseguenza: “Nella vita, equilibrio e squilibrio si alternano senza soluzione di contuinuità, fino alla sua naturale conclusione”.

    Un’ultima annotazione: il prosciugamento delle passioni tristi e l’esaltazione delle passioni “vitali” mi fanno pensare ai principi cui si ispira l’ideologia del pensiero positivo..
    Che Spinoza sia stato tra gli ispiratori di tale movimento???

  2. md Says:

    @Francesco: certo, la serenità prospettata dai grandi pensatori (da Plotino a Spinoza), ma anche dai grandi mistici, è qualcosa che a prima vista appare sovrumano, richiede un lungo e faticoso esercizio (secondo il significato originario di ascesi) e non offre alcuna garanzia di successo.
    Dopo di che, quoto in pieno il tuo apoftegma…

    (mentre nulla sapevo del “pensiero positivo”, apprendo solo adesso della sua esistenza, ma con le poche nozioni che me ne sono fatto leggendone da wikipedia non posso esprimere nessun giudizio…)

  3. Paola D. Says:

    Devo denunciare il furto di una frase che ho copincollato sul mio profilo facebook, cioè questa:
    “La vita è movimento, una perpetua ricerca dell’equilibrio (quindi del benessere), dove lo squilibrio è sempre in agguato”.
    Grazie,Francesco.

  4. Francesco Says:

    @MD:
    La domanda finale del mio commento era un po’ così.. Diciamo.. una battuta semiseria. Però, anche se con tutta probabilità Spinoza non ha avuto alcuna influenza sulla nascita del movimento del pensiero positivo, continuo a pensare che qualche nesso c’è..

    @Paola D:
    Grazie a te Paola.
    E poi un ladro che denuncia il proprio furto, che ladro è???

  5. maria pia lippolis Says:

    Spinoza ha spiegato già tutto alla grande……

  6. maria pia lippolis Says:

    Il problema del controllo sociale c’è, è reale, ma esiste nella misura in cui noi vogliamo dare ad esso l’importanza che ha. Nel senso che più si teme il controllo sociale, fino a percepirlo sulla propria pelle, fin nelle viscere, fino alla somatizzazione dei conati di vomito, più io ne risulterò passivo. Talvolta ne risulterò passivo persino se manifesterò pubblicamente. Dimentichiamo che oltre ai corsi e ricorsi storici manifesti, vi sono anche i corsi e ricorsi storici non manifesti. Penso alle storie non registrate, cancellate, omesse per sempre dai registri. Anche queste storie hanno i loro corsi e ricorsi, anche se non ce ne accorgiamo. Perchè l’uomo, per natura, tende a vedere prima sempre il marcio e il negativo delle cose. E non sempre va dall’altra parte dello specchio. Penso alla pedagogia che poggia le sue basi su una filosofia della resistenza (Raffaele Mantegazza). Penso a Deleuze e Guattari nella loro analisi sul pensiero e quindi sulla politica nomade, nomadologia, scienza nomade. Penso all’ultimo libro di Rifkin La civiltà dell’empatia.

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