Le ceneri di Bologna

Non avevo ancora compiuto diciott’anni il 2 agosto 1980.
Sto faticosamente cercando in questi giorni di rivivere il clima di quel periodo della mia vita. Da quel che posso ricordare, oltre al dolore e allo sconcerto nell’immediato, si trattò in ultima analisi di una sorta di iniziazione traumatica alla storia: ecco, forse la strage di Bologna (e più in generale i fatti di quei mesi) significarono per me il definitivo abbandono dell’epoca d’oro dell’infanzia e l’ingresso nell’età adulta.
La memoria è un meccanismo complicato, ben lontano dall’essere stato indagato a fondo: ci sono scomparti vivi e altri impolverati, alcuni rimossi e altri ancora vuoti o che non sono nemmeno stati registrati. E però nemmeno questo modo di intenderla funziona: essa è, per certi aspetti, un organismo vivente che concresce con la nostra biografia, e, come ogni bios, è selettiva, assorbe alcune cose, altre le scarta, ma soprattutto le stratifica e rimescola e confonde di continuo. Fino a  diventare un mostro deforme.
Se dunque tale deformità (che è sempre una difformità dall’esperire originale – che pure era già un  interpretare – e dunque una sua continua reinterpretazione) non ha ancora stravolto quella zona del ricordo, il 2 agosto di trent’anni fa, quando dalla radio appresi che “una caldaia era esplosa nella stazione di Bologna”, il mio pensiero corse ai miei genitori e a mio fratello partiti il giorno prima per la Sicilia, con uno di quei treni estivi stipati di migranti di ritorno, bambini e valigie, in una babele di voci, accenti e dialetti. Proletari inurbati di recente che tornavano al paese.

Da bravo proletario anch’io, quell’estate lavoravo in fabbrica, e per la prima volta decisi di tradire la Sicilia, optando per una vacanza in montagna con gli amici, lontano dalla famiglia e dalle tradizioni. L’accesso all’informazione aveva tempi del tutto diversi rispetto ad oggi, così come lo svolgersi e concatenarsi dei fatti. Ci misi un po’ a realizzare che loro erano passati da Bologna la sera prima, e che mentre la stazione saltava per aria stavano approdando a Messina. Tirai un sospiro di sollievo – atroce di fronte a quella carneficina. E a quel punto il pensiero corse ad un mio cugino (anch’egli migrante) che lavorava alla Polfer di Bologna, e che – seppi poi – scampò miracolosamente alla strage.
Viaggiavo già da anni con l’incubo dei pacchi-bomba e delle valigie abbandonate sui portabagagli degli scompartimenti: la strage dell’Italicus per mano di Ordine nero risaliva al 1974, quando avevo 11 anni. Dopo Bologna avrei viaggiato ancora con quella paura (di nuovo San Benedetto Val di Sambro, strage di Natale, 1984), attenuatasi col tempo e stemperatasi nella coscienza della quotidiana tirannia del caso. E pure oggi che dal treno son passato all’aereo, non posso non ricordare ogni volta che atterro a Palermo, a distanza di trent’anni, l’abbattimento del DC9 I-Tigi sui cieli di Ustica.

Ma Bologna fu una svolta. Perché a diciassette anni ci si rende conto che quel che accade comincia a riguardarti, a toccarti da vicino. Non sei più un ragazzino, non puoi più nasconderti dietro l’innocenza o l’irresponsabilità. E se scopri che là fuori c’è una società di merda, che ci sono le bombe fasciste, che c’è un oceano di ingiustizie, un mondo scisso e solcato da muri e cortine, la guerra nucleare che incombe, beh non puoi certo più far finta di niente.
Su quel treno ci sarei potuto essere io, per un pelo la mia famiglia: ma questo, a pensarci bene, era secondario, perché cominciò a diventare chiaro alla mia mente che dietro quell’io c’è sempre un noi, e che non ci poteva essere disgiunzione tra i due lati.
Bologna fu il primo passo, l’inizio della grande presa di coscienza: ad agosto, proprio dal Gran Paradiso, avrei seguito trepidando con un’amica, giorno per giorno, quel che andava succedendo in Polonia, con Solidarnosc e l’inizio di quel processo che sarebbe culminato con il crollo del blocco sovietico. Ricordo anzi che risale ad allora l’abitudine quotidiana alla lettura dei giornali.
Alla ripresa della scuola (l’ultimo anno, quello della “maturità”), non ancora depositata la polvere della stazione, sarebbe cominciata l’estenuante lotta degli operai della Fiat contro i licenziamenti di massa e la prima grande ristrutturazione neoliberista, una battaglia che si sarebbe conclusa con la più bruciante sconfitta del movimento operaio italiano, un altro inizio della fine: basti pensare alla sequela di colpi che da allora giunge fino agli attuali tentativi di far fuori una volta per tutte contratti e sindacati. Ma per me cominciò l’impegno attivo: il collettivo studentesco di cui facevo parte organizzò una raccolta di fondi (peraltro miserrimi) da inviare agli operai in lotta. Ricordo ancora in ottobre il titolo di apertura, insieme beffardo e amaro, del quotidiano Lotta continua dopo la marcia dei 40000 a Torino: “Piccolo uomo oggi è la tua festa”. Mi spiace non averne conservata una copia. Ma a quel tempo ero proteso a vivere, non certo a conservare.
Molto doveva ancora succedere in quell’anno, dall’inizio della terrificante guerra Iran-Irak (la prima di un ciclo non ancora concluso) all’elezione del guerrafondaio Ronald Reagan, fino all’immensa tragedia del terremoto dell’Irpinia – un’altra grave cesura, un altro colpo al cuore. Non possedevo ancora strumenti intellettuali adeguati per decodificare tutto quel che andava accadendo fuori di me (ed anche in me), per scoprire o stabilire nessi, conferire significati, ordinare fatti e cause. A guardare oggi tutto ciò, sembra quasi che dietro ci fosse un disegno, e per certi aspetti c’era davvero (del resto la P2 e il “piano di rinascita democratica” non eran mica bubbole…).
Ma di sicuro, al di là della mia insufficiente capacità analitica tipica di un novellino, tutto era già successo nella mia testa. In maniera ormai irreversibile. Avevo scelto la mia parte della Linea Gotica.
So anche che in quell’anno terribile, dalle ceneri di Bologna sorse (almeno per me) la passione politica, quella passione a tutto campo che mi avrebbe accompagnato negli anni a venire. Così come un decennio prima era avvenuto, per altri, con Piazza Fontana. La catena della storia si infittiva di anelli, e la presa di coscienza di un singolo (che scopre di essere parte di un collettivo) è anche il suo inserirsi in questa catena, allargandone e arricchendone gli snodi e le concatenazioni.
E oggi? Mi guardo indietro e mi chiedo: che cosa è rimasto di quella scoperta? Di quella rottura e di quella catena? Di quell’alternarsi di traumi e sconfitte e però, insieme, di passione e rabbiosa gioia di esserci, esistere, vivere, lottare? Che cosa?

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4 Risposte to “Le ceneri di Bologna”

  1. Xavier Says:

    Caro m.d., che cosa é rimasto o che cosa TI é rimasto? Naturalmente in questi casi ognuno risponde per sé, e tuttavia per quanto mi riguarda la domanda non si pone. O meglio, credo che non sia la domanda giusta. La scelta “da che parte stare” risponde già a tutte le domande successive, poiché in essa é il dato di partenza: sto con chi perde, e so che perderò. Tuttavia non sarà mai una resa incondizionata, e vorrei che sulle mie le piccolissime tracce altri lasciassero impronte più profonde, e altri ancor più dopo di loro. Non saprei, nè assolutamente voglio, prefigurarmi un mondo migliore., operazione irta di pericolose derive assolutistiche, ma a partire dal meraviglioso cielo di utopia continuo a pensare che anche lì, in quell’altra splendida e irrelizzabile realtà, sarei…all’opposizione.

  2. md Says:

    @Xavier:
    già, la vecchia signorina Utopia ci ha combinato un bel po’ di guai, e sono ormai pochi quelli che oggi la invocano.
    Un mio vecchio amico “antagonista” dichiarava alcuni anni fa che di fronte alla prospettiva che certi “naturali” rappresentanti dei perdenti andassero al potere, sarebbe stato di gran lunga preferibile rimanere all’opposizione per altri venti o trent’anni – io opterei, tranquillamente e in ogni caso, “per sempre”…

  3. maria pia lippolis Says:

    Utopia……..mi viene in mente che i migliori anarchici, compresi imusicisti
    fantastici da gino paoli……che ci posso fare se …. son nato in mediterraneo…..a de Andrè…….e non solo…..i primi teorici come Bakunin….. credevano enormemente nel collettivo ed ergo nelle capacità umane di autoregolarsi da sè…. e non esser un homo homini lupus, come al contrario avrebbe teorizzato Hobbes, poichè l’io deve morire a se stesso e il NOI deve trionfare

  4. maria pia lippolis Says:

    per sempre ? sempre e per sempre….come in una fantastica canzone di De Grgori. Baci

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