Straniamento

Ma ciò di cui il filosofo si meraviglia
non è lo straordinario, bensì l’abituale
.
(R. Ferber)

Periodicamente occorre tornare alle radici della filosofia. Per lo meno, io sento questa esigenza. Ma credo si tratti di una necessità teoretica, più che di un vezzo soggettivo. A rigore, bisognerebbe farlo ogni volta che si filosofa, ma anche filosofare segue un suo trantran (parola detestabile, che però rende bene l’idea), e pure l’attività noetica più rarefatta può precipitare nella piatta routine della quotidianità e delle sue abitudinarie ricorrenze. E in effetti non è che tutte le volte che si apre un testo, o si scrive o pensa qualcosa, oppure si critica, si discute, si fa lezione e quant’altro, ci si può permettere il lusso di fermarsi, quasi bloccarsi di colpo e chiedersi – ma perché lo sto facendo? che cosa sta alla base di questa mia attività?  Sarebbe un po’ come voler arrestare la vita che fluisce chiedendosi di continuo che cosa essa sia e perché fluisca: che vita sarebbe in tal caso?
Eppure la filosofia, sempre a rigore, funziona esattamente così e, contrariamente alla vita, si arresta e chiede conto di ciò che essa è. Il problema, non piccolo, è che l’interlocutore a cui chieder conto non sta da nessuna parte, o meglio, non può essere altri che se stessa: insomma è il medesimo soggetto che fa le domande e che si dà le risposte, voce nella notte cui solo la sua eco può rispondere. Se lo si potesse chiedere a qualcun altro, questo dovrebbe mettersi a filosofare, e chiedersi perché lo fa, e così via all’infinito.

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Mieiku: tra

tra eucalipti rossoverdi
e fiori di finocchio selvatico
la bellezza dell’andare

***

rosa capo calavà
viola capo d’orlando
bracciate nel mezzo
laminate di sole

***

tra le fauci serrate
esangue ghigno di volpe
ultimo rantolo
che m’agghiaccia

***

trafilati da umani condotti
e scie rosate d’aerei
cieli e lune e crepuscoli
al calar della bruma

***

vai tra stai tra
stoica
tranquillità

Immagine linguaggio figura

E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…

Ho letto con molto interesse il libro di Emilio Garroni – filosofo innovativo del campo estetico in Italia,  nonché scrittore e pittore – intitolato Immagine Linguaggio Figura, edito da Laterza nel 2005, poco prima della sua morte: un piccolo saggio suddiviso in brevi capitoli che, a dispetto dell’apparenza, è in realtà denso di questioni di grande rilievo, sia sul fronte conoscitivo, che su quello propriamente estetico; ed infine, anche se lasciate un po’ sullo sfondo, di ordine etico-politico. In verità, a partire dalla domanda cruciale a proposito dello statuto della percezione e di quel suo prodotto tipico che è l’immagine interna, la ricerca ha come orizzonte ben più ampio quello riguardante il nostro stesso statuto antropologico, la nostra modalità di stare al mondo e di costruirci un’idea totale del mondo.
Si potrebbe tranquillamente dire che il tentativo non dichiarato dell’autore sia quello di promuovere una vera e propria metafisica della percezione (nonostante l’espressione suoni quasi come un ossimoro), cioè una riconduzione della nostra facoltà linguistica (e dunque teoretica, astratta, metaoperativa, metaoggettuale, e quant’altro) alla sua ineludibile base percettiva. Senza per questo cedere a ingenui riduzionismi o a facili schemi causali – alternative estreme tra soggettivismo e oggettivismo, nominalismo e realismo, o antiche scissioni tra anima e corpo, spirito e materia, mente e cervello, e così via.
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Quarantotto!

Non vorrei che passasse per un’autocelebrazione. Vi prego di credermi: non lo è. Anche perché non c’è proprio nulla da celebrare, né in pubblico né tantomeno in privato. Se proprio si vuole attribuire un senso alla cosa, diciamo che si tratta di un velato auspicio, di una timida allusione. Del resto non potevo nemmeno passare sotto silenzio una ricorrenza numerica così ghiotta. I numeri, si sa, sono oggetti potenti, dal grande impatto simbolico (proprio ieri, guarda caso, un’amica insegnante mi ha invitato in una sua classe a parlare di numeri e di Pitagora…).
Questo qui, poi, è bello tondo e rimbalza mentre lo si scandisce, quasi volesse tornare indietro o incastrarsi tra denti e palato. Se si prescinde poi dalla fonazione e si guarda solo al lato astratto-seriale, si può notare come sia preceduto e seguito da due numeri primi, che ora poi vanno molto di moda (nulla di strano si dirà, visto che succede anche al 18, o al 42 o al… no, al 52 non succede) – e comunque si tratta di due numeri un po’ insipidi, inodori e incolori. Il primo è già passato (per fortuna), ma l’altro addavenì (se verrà).
E comunque, tanto per continuare a dar numeri: 17 era troppo presto, a 68 manca un bel po’, 89 sarà troppo tardi, mentre lui – 48 – è qui e ora, è la summa dei miei anni, e devo dire che mi piace. Quarantotto è rivolta, confusione, subbuglio, baccano, caciara, bordello, casino – curiose associazioni – mettere a soqquadro e sottosopra. E poi mica tutti i  numeri hanno una voce nei dizionari (gli insipidi 47 e 49 di solito non ce l’hanno).
Certo, si tratta di numeri scorticati, quasi sradicati dai loro secoli: si dice, appunto, 48, non 1848, 17 non 1917, 68 non 1968, 89 non 1789. Questo stratagemma un po’ ce li avvicina, anni e numeri per antonomasia – come a dire che se per caso nel 2017 dovesse scoppiare una qualche rivoluzione, beh allora sì che sarebbe un bel problema. Non potremmo più dire il 17. E succederebbe un altro 48.

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Amletismi – 2/bis

(Trascrivo, in un linguaggio meno esistenziale e più teoretico, anche se altrettanto sibillino e anfibolico, il precedente amletismo).

Come si concilia l’ontologico diritto ad esistere di ogni ente con il pòlemos originario? L’identità con la negatività, l’assertività ontica con la contraddittorietà? Perché il mondo è fatto così e non altrimenti? Non è che, ben diversamente da quel che pensava Leibniz, questo è in realtà il peggiore dei mondi possibili? Heideggerianamente: perché esso è anziché no? Dobbiamo forse concludere – antihegelianamente – per l’irrazionalità del reale?
Domande la cui china scivolosa pare condurci verso un oceano di stoltezze e di insensatezze (le kantiane fole metafisiche) cui, forse, sarebbe meglio contrapporre un poco di sana e perfida ironia…

Amletismi – 2

Talvolta mi vien da pensare che non voglio vivere a costo di altre vite. Perché mai dovrei accettare la dannata logica mors tua vita mea? (e per tua intendo qualunque: un umano, un bue, una foglia d’insalata, un gatto sotto le ruote della mia auto, un moscerino sul parabrezza…). Io preferirei non starci. Chiamarmi fuori. Oltretutto potrei anche farlo. Ma sarebbe giusto o legittimo farlo? Del resto la legittimità di una domanda sta già tutta nel porla. E comunque a me fa schifo l’idea di vivere dovendo distruggere altre vite. E non mi consolano per nulla quegli ipocriti palliativi che chiamiamo coscienza o responsabilità o consapevolezza o etica o pietà. Si tratta comunque di una strage intollerabile. La vita è bella? Fanculo la vita.

IV viaggio in Sicilia

“Il viaggio più difficile è quello che si inoltra fin dentro lo specchio”
(R. Alajmo)

[Sommario: Un viaggio geostorico – Inizio tra le Madonie – Nuddu cu nnenti – I vecchi di Corleone – Le pietre insanguinate di Portella – Semiotica a Cefalà Diana – La memoria del Belìce – Vecchie strade da Sambuca a Sciacca – Caltabellotta: in cima al mondo – Rupi e bellezza – Ellenica sintesi estetica – Attese e ritorni – Autunno sui Nebrodi – Il giusto mezzo di AlajmoDedica finale]

Tralasciando i periodici ritorni e le numerose gite, sparsi lungo quasi (ahimé) mezzo secolo di vita, sono ormai giunto al compimento del mio quarto viaggio intorno (soprattutto interno) all’isola.
Il primo e il secondo, in compagnia rispettivamente di alcuni cari amici e di una cara amica, datano 1994 e 2000. Gli ultimi due, rigorosamente solitari, sono dello scorso e di quest’anno.
Ciò che li ha accomunati è stato il tentativo, via via crescente, di guardare alla Sicilia al di fuori di ogni schema turistico. Troppo brevi, in verità, per essere dei veri e propri viaggi – questi ultimi avendo bisogno per loro natura di tempi e ritmi quantomai ampi – ma certo lontani da ogni frettolosità vacanziera. Ogni viaggio è un viaggio dell’anima (ammesso e non concesso che questa sia qualcosa) all’interno di un mondo enigmatico e misterioso cui ci si dovrebbe concedere senza riserve. Una compenetrazione di soggetto e oggetto e una discesa alle loro comuni radici. Cosa peraltro quasi impossibile. E ogni viaggio in Sicilia è – sempre più me ne convinco – metafora della vita e della sua (altrettanto quasi) impossibilità. Una recita assurda della comprensione dell’incomprensibile.

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