IV viaggio in Sicilia

“Il viaggio più difficile è quello che si inoltra fin dentro lo specchio”
(R. Alajmo)

[Sommario: Un viaggio geostorico – Inizio tra le Madonie – Nuddu cu nnenti – I vecchi di Corleone – Le pietre insanguinate di Portella – Semiotica a Cefalà Diana – La memoria del Belìce – Vecchie strade da Sambuca a Sciacca – Caltabellotta: in cima al mondo – Rupi e bellezza – Ellenica sintesi estetica – Attese e ritorni – Autunno sui Nebrodi – Il giusto mezzo di AlajmoDedica finale]

Tralasciando i periodici ritorni e le numerose gite, sparsi lungo quasi (ahimé) mezzo secolo di vita, sono ormai giunto al compimento del mio quarto viaggio intorno (soprattutto interno) all’isola.
Il primo e il secondo, in compagnia rispettivamente di alcuni cari amici e di una cara amica, datano 1994 e 2000. Gli ultimi due, rigorosamente solitari, sono dello scorso e di quest’anno.
Ciò che li ha accomunati è stato il tentativo, via via crescente, di guardare alla Sicilia al di fuori di ogni schema turistico. Troppo brevi, in verità, per essere dei veri e propri viaggi – questi ultimi avendo bisogno per loro natura di tempi e ritmi quantomai ampi – ma certo lontani da ogni frettolosità vacanziera. Ogni viaggio è un viaggio dell’anima (ammesso e non concesso che questa sia qualcosa) all’interno di un mondo enigmatico e misterioso cui ci si dovrebbe concedere senza riserve. Una compenetrazione di soggetto e oggetto e una discesa alle loro comuni radici. Cosa peraltro quasi impossibile. E ogni viaggio in Sicilia è – sempre più me ne convinco – metafora della vita e della sua (altrettanto quasi) impossibilità. Una recita assurda della comprensione dell’incomprensibile.

Non so dire quale dei quattro giri dell’isola sia stato il più bello o intenso o indimenticabile. So per certo che quest’ultimo è stato, per una precisa scelta, quello più ricco di tappe simboliche e (in alcuni casi) dolorose. Un viaggio geostorico – se si vuole – che getta luce anche sulla storia di quell’entità geografica chiamata “Italia” in procinto di celebrare i suoi 150 anni di esistenza, così lontana e così vicina all’isola. La quale, per parte sua, è un’entità altrettanto incerta e irriducibile ad unità.
Ho scelto di non portare con me alcuna macchina fotografica, né tantomeno di fare riprese video, mezzi piuttosto ingombranti e condizionanti del modo di guardare alle cose. Ho solo appuntato brevemente, ad ogni tappa, le impressioni immediate su un taccuino. Mentre parallelamente inviavo un sms ad un cugino e (soprattutto) amico isolano, a mo’ di cartolina.
Quel che segue è una risistemazione (un po’ meno disorganizzata ma pur sempre genuina) di quegli appunti ed impressioni. Non si tratta, ovviamente, di una comprensione sistematica della Sicilia né del mio (peraltro casuale) esser siciliano. Si tratta semmai di pensieri sparsi sul viaggio, sulla bellezza, sul paesaggio, sull’architettura, sul territorio, sull’antropologia, sulle (tante) brutture ed ingiustizie della storia siciliana e, insieme, italiana. Una storia ben lungi dall’essere stata riscattata, e che però è ancora – siddiuvòli –  in divenire.

***

1. Il viaggio comincia alle 8 di mattina del 25 agosto da Castelbuono, città fiorente e vivace all’ingresso del Parco delle Madonie, ad occidente di quello dei Nebrodi. Basti per dimostrarlo il lungo elenco di rassegne musicali di ogni tipo (tra cui una internazionale di jazz) che nel corso dell’estate vi si sono tenute. Spero solo che succeda qualcosa anche nel resto dell’anno, e che tutto non si esaurisca nel portare i Dinosaur Jr. o Fabrizio Bosso qui in luglio o agosto.
Il castello portentoso e la disposizione di strade, piazze e palazzi mi fa pensare all’architettura come a una scena teatrale totale, dove attori e spettatori si muovono vorticosamente scambiandosi di continuo i ruoli. Palcoscenici mobili che danno luogo ad un relativismo percettivo di forme e figure altrettanto vorticoso. Naturalmente ciò risulterebbe più chiaro posizionandosi all’esterno e guardando la scena con occhi di puro spettatore. Ma potrebbe sempre esserci qualcuno che osserva il nostro stesso guardare, e così via all’infinito. Siamo così intrappolati in un teatro infinito.

2. Polizzi Generosa, città medievale che ricorda le Petralie visitate lo scorso anno, è un vero e proprio gioiello. Sparse in tutta la città vi sono insegne con citazioni dello scrittore G.A. Borgese. Al momento mi sfugge chi sia e mi riprometto di verificare in seguito. Non ho invece trovato tracce di Martin Scorsese e del caratterista Vincent Schiavelli, entrambi originari di Polizzi. Ma immagino si sia trattato di una mia disattenzione: impossibile che da qualche parte il sogno americano, specie se in salsa hollywoodiana, non faccia capolino in un modo o nell’altro.

3. Impressioni lungo la strada…
a) Percorrendo la SP 53 dell’Incatena (un nome un programma) da Caltavuturo ad Alìa – dimenticato da dìa! (Ma la rima non può funzionare dato che l’accento sta sulla A di Alia).
b) L’interno della Sicilia è ormai disseminato di impianti eolici, e devo confessare che la cosa non mi disturba più di tanto. Mi fermo ad un certo punto, in cima ad un colle nel mezzo del nulla, ad ascoltare da vicino il rumore di una di queste enormi pale che ruotano nel vento. Il suono è un extraterrestre e ritmico schkhuuu!
c) Dalle parti di Roccapalumba, lungo la SS 121, compaiono all’improvviso, anch’essi emersi dal nulla, alcuni parallelepipedi dal colore e dalla fattura indefinibili, che presumo costituiscano un orrendo agglomerato di case popolari: mai visto nulla di più brutto!

4. A Lercara Friddi vado cercando le zolfatare delle epiche lotte (e brutali sfruttamenti) di un tempo. Incontro in piazza un tizio bollito (credo un operaio del comune) che mi vorrebbe accompagnare laggiù a piedi, ma che mi dice: ma dddà nun c’è nenti! Già, niente di niente. Anche la memoria è bollita. Così come l’acqua nelle cisterne azzurre sui tetti delle case e sotto i quaranta gradi impietosi del sole d’agosto.

5. Ogni volta che entro in una città, rigorosamente a piedi, ho come la sensazione che vi sia un filo da trovare, e che questo filo conduca al suo senso (se non proprio ai suoi segreti). Una volta trovatone il capo, la città ti si squaderna e dispone dinanzi agli occhi lungo il cammino, concedendosi un poco alla volta, secondo prospettive sempre diverse, ma infine, se si ha pazienza, ti si rap-presenta per intero, senza riserve. A Corleone ho la netta sensazione di non aver trovato questo filo, e me ne vado pensando che si tratti di una città senza capo né coda, brutta, sconclusionata, che cade a pezzi, attraversata da un fiume maleodorante (così come denunciato da un cartello scritto a mano da un cittadino). Nemmeno alla loro città le cosche hanno restituito qualcosa delle loro luride ruberie, manco una briciola!
Tuttavia anche il passaggio da questa città-simbolo mi rivela qualcosa. Dapprima intercetto il Museo Antimafia, con un’interessante esposizione fotografica. Mentre poi all’entrata del Parco delle Rimembranze, prima di andarmene dalla città, incappo in due crocchi di vecchi la cui immagine racconta da sola un pezzo di Sicilia: il gruppo alla mia destra è come pietrificato, mentre dalle bocche sigillate del gruppo a sinistra le parole escono a fatica, come da un sepolcro, con suoni decifrabili solo dagli accoliti; all’uscita stessa scena, stessi crocchi, a parti invertite.
La mafia, comunque, come urlava Peppino Impastato, è una montagna di mmmerda!

6. Il Bosco della Ficuzza, l’ultima tappa prima dell’arrivo a Piana degli Albanesi, è una vera e propria oasi verde in mezzo all’inferno estivo dell’interno siculo. Lo incrocerò più volte nei miei prossimi percorsi, accoccolato sotto quel meraviglioso costone di rocce che domina la campagna corleonese, ed ogni volta sarà un refrigerio rifiatare all’ombra dei suoi roveri, pini ed eucalipti.
Un salto al lago – un enorme invaso artificiale che dà acqua alla città di Palermo e alla Conca d’oro: così bello visto dall’alto, ma così desolato sulle sue sponde. Per sovrappiù, mi capita di incontrare proprio sulla riva un gabbiano morente. Ci fissiamo, lui batte ritmicamente le ali e il becco sul pelo dell’acqua, e io non so proprio cosa dirgli. Pura impotenza.
Salgo a Piana, per dimenticare e per carpire tra i suoi vicoli il suono di remote lingue e accenti, insieme al sapore di antiche mescolanze.

7.
U me cori
doppu tantanni
è a Purtedda
è nta petra
è nto sangu
di cumpagni
ammazzati.

Due volte son passato di qui, al tramonto e all’alba, e due volte ho sostato pensoso e commosso di fronte a queste pietre che ricordano le 11 vite spezzate a Portella della Ginestra il primo maggio del 1947, dalla banda di Salvatore Giuliano, il massacratore del popolo al soldo di agrari e mafiosi. Ho cercato di immaginarmi quel giorno, il clima di festa, la vittoria elettorale recente, il movimento che andava crescendo, finalmente un poco di riscatto e di libertà, l’allegria sui volti, e poi quegli spari su uomini, donne, bambini inermi. La loro eco risuona ancora, qui tra queste pietre, così come i nomi dei contadini di Piana, San Cipirello e San Giuseppe, forti e chiari:
Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari, Di Salvo Filippo, Di Maggio Giuseppe, Intravaia Castrense, Grifò Giovanni, La Fata Vincenza.
La strategia della tensione ebbe inizio vent’anni prima di Piazza Fontana. Cominciò qui, a Portella.

8. Ero passato da Monreale durante il primo viaggio, nel 1994. Io e i miei amici non riuscimmo a visitare i mosaici bizantini del Duomo perché chiuso e, dovendo ripartire per Agrigento, non potemmo aspettare la riapertura pomeridiana. Ora quell’imperdonabile lacuna (almeno per me) è stata colmata. Ho oltretutto avuto la fortuna di osservarli molto bene ed a lungo, poiché si stava per celebrare un matrimonio, e la chiesa era ben illuminata. Nonostante ciò mi sono ugualmente chiesto quanti occhi si debbano avere per contemplare davvero quei tesori. Due non bastano di certo.

9. Nel mezzo della riarsa campagna corleonese, sotto un sole che batte implacabile a quaranta e più gradi, vado alla ricerca di una forra nominata Gorgo del Drago dove dovrebbe esserci una pozza d’acqua freschissima nella quale ritemprarmi. Cammino a lungo in mezzo alla sterpaglia ricoperta da innumerevoli grappoli di piccole lumache, e invece del Gorgo trovo un gruppo di ragazzi bolognesi dell’Associazione Libera Terra, venuti qui volontari a smielare o a vendemmiare sulle terre liberate dalla mafia. Chiacchiero un po’ con loro. Il corpo non ne esce granché ristorato, ma la mente sì. Per dio se ne esce rinfrancata!

10. Passando per una piazza di Marineo, paese rigorosamente fuori dalle mete turistiche, che pure ha un bel castello aragonese da visitare, leggo casualmente un’insegna che rinvia ad un’altra delle tante tragedie della storia siciliana. Il 3 gennaio 1894, 17 marinesi vennero trucidati durante la rivolta dei Fasci siciliani. Vi sono i loro nomi e le loro età, e non posso non rimanere turbato dal fatto che 5 di quei cittadini avevano meno di 2 anni. La rivolta sociale dev’essere repressa fin nella culla, evidentemente.

11. A Cefalà Diana vi son 3 cose da vedere, ma riesco a visitarne una soltanto: il Castello normanno in cima a una spettacolare rocca che domina le campagne circostanti. Mentre i Bagni Arabi sono chiusi e della Riserva Naturale Orientata si è persa ogni traccia, nonostante fosse indicata da un segnale, a 0.2 km di distanza con tanto di freccia, impossibile sbagliare. Eppure niente, la Riserva io non l’ho trovata. Cosa che mi fa chiedere: cazzo vorrà mai dire “orientata”?
Dopo di che, strada facendo, mi vien da pensare al concetto di segno, giusto per non perdere l’abitudine riflessiva, e all’ovvia constatazione che se il segno non segnala correttamente (se non orienta), non serve a nulla, anzi conduce semmai al più totale smarrimento.
Cosa peraltro consueta qui in Sicilia, dato che mi capita spesso di fare la non esaltante esperienza di imboccare la strada che porta dritto al nulla – ammesso che una discesa nei campi o un’erta sassosa siano il nulla.
Le parole possono anche funzionare così, mentre i segni no di certo (ecco perché gli animali non umani non sbagliano mai direzione). A meno che la segnaletica stradale siciliana non vada intesa come un intricato misterioso allusivo sistema simbolico. Basta però saperlo in anticipo…

12. Parto dall’Agriturismo Portella della Ginestra gestito dalla cooperativa Placido Rizzotto (a proposito di simboli e allusioni), una masseria settecentesca sequestrata alla famiglia Brusca dove ho pernottato per due giorni, e mi dirigo a sud verso la valle del Belìce (come l’accento corretto prevede, diversamente dalla storpiatura giornalistica successiva al terremoto del 1968).
Mi vien da pensare alla concomitanza temporale: mentre il mondo (e le città italiane) in quell’anno che sarebbe diventato epico si accendevano, qui diversi paesi si sbriciolavano e molte vite si spegnevano in una lugubre notte di gennaio. Il Sessantotto in Sicilia comincia dal terremoto del Belìce.
La prima tappa è Gibellina, paese ricostruito ex-novo a quasi 20 km dal sito originario raso al suolo. Ne ho letto e sentito parlare solo quest’estate, e non ho potuto resistere alla tentazione di venire a vedere questo tentativo di superare il disastro attraverso un ulteriore disastro diluito nel tempo, al di là delle buone intenzioni originarie. La città-simbolo della ricostruzione, con tanto di architetti e artisti di fama internazionale al seguito, sta tutta in quel “Sistema delle piazze” enormi ed inutili, vuote e metafisiche come un quadro di De Chirico. Per sincerarmene chiedo a una rara passante che mi conferma che in quello spazio si trova gente solo quando l’amministrazione comunale organizza un evento – cioè in agosto, poi nulla più per i successivi undici mesi.
E il teatro progettato dall’artista “frontale” Pietro Consagra, chiedo io.
E’ in costruzione da dieci anni, risponde lei.
Giace laggiù, oltre le piazze, con le sue forme plastiche ed arrotondate, come un’enorme nave grigia, abbandonata sulla spiaggia dopo un naufragio.
E poi noi siamo pochi qui a Gibellina, conclude amareggiata la mia interlocutrice.
Già. Altri terremoti e smottamenti sociali si sono succeduti in questi anni. Un’infinita emorragia di giovani, di speranze, di energie, che continua tutt’oggi inarrestabile.

13. Montevago – il paese che ha avuto il maggior numero di vittime, se non erro – è stato ricostruito accanto alle rovine del precedente. Ciò che è rimasto è ancora lì, e ci si può passare attraverso. Lo faccio in automobile, lentamente, quasi con timore. Mi fermo a guardare le case sventrate e, di nuovo, provo ad immaginare. E mi viene in mente che proprio pochi giorni fa ho avuto la mia prima esperienza cosciente di terremoto – alcuni brevi attimi in cui le cose hanno cominciato a tremare. Una scossa che dal fondo del mare di Lipari si era propagata lungo la terra fino a far vibrare il mio corpo altrettanto terreno, tranquillamente seduto e assorto su una sedia, in una stanza, sotto un confortevole tetto. L’illusione di stare al sicuro.
Poca cosa se confrontata con il Belìce (che pure non fu d’intensità catastrofica, visto che la magnitudo era “solo” 6,4). Poca cosa siamo noi di fronte al mondo. Increspature del mondo. Così come i terremoti. E tutto. Comparire e disparire. In un soffio.

13. Al Museo della memoria di Santa Margherita di Belìce, in quella che un tempo era la Chiesa Madre della Donnafugata immaginata da Tomasi di Lampedusa, leggo citazioni dense e di grande effetto:
Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via e improvvisamente rivola indietro, in grembo dell’uomo. Allora l’uomo dice ‘mi ricordo’ ” (Nietzsche).
E’ il momento di cominciare a costruire la storia. Ricostruire sulle pietre della consapevolezza e della ragione, e anche, perché no? sulle pietre della bellezza” (Consolo).
Parole sante, caro Vincenzo Consolo, ma le parole, come i santi, sono spesso di marmo e non sudano…

14. Accade poi di fare un incontro del tutto inaspettato: Sambuca di Sicilia, posta su un colle che si affaccia sul lago Arancio (lago artificiale dal nome meraviglioso), si rivela un vero gioiello. Peccato per quella chiesa Matrice non ancora riparata (come metà delle chiese di Sicilia), che rischia di cadere a pezzi. Mi pare però che almeno qui si stia ristrutturando bene e con un certo garbo, specie nella parte alta del paese, la deliziosa zona degli antichi vicoli arabi.
Mi sto gustando, ridiscendendo nella parte bassa, un eccellente gelato fragola e limone al costo di 1 euro e 20, quando due inequivocabili bauscia milanesi con due altrettanto inequivocabili facce da cazzo, occupano bar e tavolini guastando con la loro boria la pace meridiana sambuchese. Ueh, ma non ci son più brioscccch? Stonano proprio in questo teatro! Dove sono i buttafuori?
Mi rimane il tempo di arrampicarmi fino ad Adranone, 1000 metri di altitudine a pochi chilometri da Sambuca, dove stava una polis greca. Dopo una camminata di mezz’ora, quasi liquefatto arrivo in cima e ammiro il paesaggio accanto alle quattro pietre degli scavi, lungo i crinali tutti bruciacchiati da un recente incendio. E mi chiedo, come sempre, se ne è valsa la pena…

15. “Io pure me ne voglio andare” – è la frase che sento dire da un giovane sciacchitano (mi piace pensare che si dica così, anche se su wikipedia ho trovato un fuorviante “saccense”). La Sciacca da cui vuol fuggire è comunque meravigliosa, densa delle solite sicule “mostruosità”, nel senso etimologico originario: absidi normanne, ridondanze rococò, disegni barocchi intrecciati ad un ricorrente stile rinascimentale, bifore e trifore trecentesche, scorci meravigliosi in una generale trasandatezza. Succede poi di incontrare mostruosità in altro senso, come nella Chiesa del Collegio dove accanto a preziosità barocche (lampadari, pulpito, organo e quant’altro) sono state collocate inopinatamente alcune orripilanti pacchianissime statue di santi, di epoca sicuramente tardonovecentesca. O come la Basilica (splendida peraltro), che però siccome è ex-chiesa matrice ed ex-duomo, per maggior chiarezza qualcuno ha pensato bene di scriverlo a caratteri cubitali sulla facciata il nome “basilica”. Dopo di che è davvero difficile trovare una luce più abbagliante di quella che si può ammirare dal Chianu, l’immensa piazza che dà sul mare.

16. Scelgo sempre le vecchie strade per i miei spostamenti. E’ l’unico modo per gustarsi davvero il paesaggio, poiché quei tracciati sono più aderenti al territorio, dato che un tempo collegavano tutti i paesi tra di loro. Si tratta dunque di strade “belle” e panoramiche per loro natura, la cui scarsa manutenzione (con frane e crateri in molti casi) è però il prezzo da pagare. D’altro canto le più recenti strade a lunga percorrenza (o meglio, a scorrimento veloce) tagliano il paesaggio, lo affettano fino ad annullarlo: sono state costruite per correre veloci e saltare da un luogo all’altro senza capir nulla di quello che ci sta nel mezzo. Di pala in frasca. Non sono fatte per il viaggio, ma per lo spostamento. Quasi si trattasse di teletrasporto. Il viaggio ha bisogno di respirare, di indugiare, di fermare lo sguardo, di fondersi con i luoghi. Non di sfrecciare.
E mentre indugio, nelle campagne della Sicilia occidentale vedo ovunque vendemmiare. Discreti uomini e donne (molte donne), dalla pelle scura, silenziosamente sotto il solleone lavorano e sudano lungo le colline, in mezzo ai filari di vite carichi di grappoli lucenti, e contribuiscono alle nostre, altrettanto occidentali e goderecce, movide cittadine…

17. Caltabellotta è un altro felice incontro. Forse più per la posizione che per la sua architettura (d’altro canto l’architettura è anche, se non soprattutto, posizionamento). Dall’alto dei suoi quasi 1000 metri domina incontrastata i dintorni, dall’interno fino alla costa, con oltre venti città visibili. Si favoleggia che da qui addirittura si riesca a vedere l’Etna (ma non ci credo, a meno che non si tratti di una violenta eruzione). Il nome è inequivocabilmente arabo, e dovrebbe significare “Rocca delle querce”. C’è un castello normanno in cima (tanto per cambiare) e vi ascendo due volte, sia intorno alla mezzanotte che all’alba, per non so quanti gradini, fino a frantumare il respiro – per poi scoprire a posteriori che c’era un temporaneo divieto di accesso per pericolo di crolli. Ma è valsa la pena di correre il rischio, poiché la vista è impagabile (che bello che ci sia qualcosa di ancora non monetizzabile, nonostante le ambiguità linguistiche!) Gironzolo di notte per la città, e l’effetto un po’ fantasmatico viene accresciuto dalla constatazione che metà delle case sono state abbandonate (forse di più e forse questo vale per tutte le città siciliane).
Comunque Caltabellotta era l’antica Triokala, a parere di Diodoro Siculo chiamata così per i suoi tre bei requisiti (abbondanza di acqua, terra fertile, fermezza del sito), o più semplicemente per le tre creste su cui sorgeva. Durante la seconda guerra servile (104-99 a.C.), essa diventò la roccaforte degli schiavi siciliani, insorti contro il colonialismo romano. I capirivolta Trifone, Atenione e Satiro resistettero per anni agli assedi dell’esercito romano, che subì parecchie perdite. Una resistenza che non sarebbe servita granché. Ma resistere si deve a prescindere, o no?

18. A latere.
a) Nella trattoria di Caltebellotta dove sto cenando, mentre mi sto gustando uno strepitoso sorbetto al limone adagiato in un vero limone, fa il suo ingresso una coppia di giovani fidanzati: una scia di profumo, di vitalità e di sensuale bellezza si spande attorno ed inebria il locale, e tutti i presenti, senza eccezione alcuna (e senza però darlo troppo a vedere), si girano verso di loro, lo sguardo attraversato da un lampo d’invidia, magari solo inconscia. E’ come una corrente d’aria fresca in un luogo chiuso ed asfittico.
b) Le rupi sono luoghi evocativi e quantomai filosofici (piacevano non a caso a Nietzsche). Sono salde e scoscese, ripide, isolate, vertiginose; sono pericolose, silenti, irraggiungibili, meditabonde, misteriose; svettano verso il cielo ma restano ben radicate alla terra – proprio come il pensiero. Anche in questo caso si tratta di luoghi ariosi e freschi, lontani dalle paludi della quotidianità.

19. Selinunte: un tempio e mezzo ricostruiti, qualche muro e un po’ di ruderi tratti faticosamente alla luce – due ore buone di cammino sotto il sole già cocente alle dieci di mattino, su e giù per due colline. Ne vale davvero la pena? Assolutamente sì, quantomeno per la sintesi estetica impareggiabile che il cammino consente (vietatissimo prendere quei dannati trenini elettrici!). Tutto vi concorre, sia sul fronte “naturale” che su quello “spirituale”: l’oro delle colonne contro l’azzurro del mare e del cielo, i profumi della macchia mediterranea, i colori, la luce, l’odore lieve della salsedine, il fruscio del vento tra le foglie di mirto e la palma nana, le pietre che punteggiano il paesaggio e che raccontano le loro storie, per chi le vuol sentire. Anche quelle degli schiavi, degli scalpellini e dei cavatori di Cusa, a pochi chilometri da qui. Il lato nascosto, il “culo” di Selinunte.

20. Quella medesima totalità estetica mi si ripresenta a Eraclea Minoa, uno dei luoghi più belli del pianeta. Anche qui si tratta di sintesi estetica, che è dunque eminentemente conoscitiva, a tutto campo, insieme sensibile e intellettuale, percettiva e mnestica, convogliante arte e natura in un unico torrente emotivo. Che abbandono presto, insieme alle solite pietre greche, in seguito ad un effetto di saturazione, per scendere alla spiaggia, oltre la pineta, e gettarmi a capofitto in un bagno estatico.
E ritorno bambino – il bagno più bello e giocoso, nell’acqua più azzurra e nella luce più argentea che io ricordi. E mi vien da pensare “non sono mai stato così felice”. Eppure sono da solo. Irrimediabilmente solo.
Si dà la felicità in perfetta solitudine?

21. Ultime deviazioni, tagli, indecisioni lungo il percorso – e mi tocca di saltare la Scala dei Turchi a Realmonte, Naro all’interno, un tale castello che incrocio lungo la costa; vorrei anche ripassare da Comiso dieci anni dopo la prima visita, con la mia amica per metà originaria di quel paese (Comiso! I missili! Altre battaglie, altre storie, altra memoria sepolta chissà dove).
Eppure ad un certo punto il viaggio deve finire, se non esser troncato di netto. O, per lo meno, prendersi una pausa. Anche perché, magari, c’è qualcuno che da qualche parte ti sta aspettando. E allora ti accorgi che forse, nonostante qualche inatteso attacco di panico, non sei poi così solo…

22. Dopo due giorni di “riposo”, un’altra lunga camminata nella Riserva di Vendìcari, la scoperta del piccolo paese di pescatori di Marzamemi – si riparte alla volta dei Nebrodi, per raggiungere il punto d’inizio che è poi la fine. Il circolo. Mi dirigo, come al solito, verso il cuore dell’isola, e passo dalle splendide e arroccate Leonforte e Agira. Quest’ultima è la città di Diodoro Siculo, che incontro per la seconda volta in questo viaggio (il viaggio ha spesso a che fare con la riconferma e il riconoscimento). M’incazzo leggermente perché sul municipio campeggia la dedica del duce che inneggia alla potenza imperiale e ai grandi siciliani delle antiche epoche – ma è storia anche questa!
Punto a nord, mi perdo dalle parti di Troina, e dopo un passaggio a Cesarò arrivo esausto in cima al Parco dei Nebrodi, a portella Femmina Morta e a Monte Soro, dove incontro le prime nuvole da un mese a questa parte. Mentre m’inoltro sempre più nel fitto della faggeta, freddo, nebbia e pioggia aumentano di intensità, e dal fuoco delle lande interne passo quasi senza soluzione di continuità agli 11° dei boschi settentrionali della Sicilia. Esco dall’auto a godermi il fresco, con un brivido e un sentore autunnale nell’aria. Oggi è il 31 di agosto, sono passati solo sette giorni e sembra un’eternità.
La Sicilia è anche questo saltabeccare da un estremo all’altro. Dalla bellezza alla turpitudine. Dal sublime all’orrore. Dalle cime innevate agli abissi infernali. Dalla grandezza alla nefandezza.
Non a caso Roberto Alajmo nel suo magnifico e amarissimo libro L’arte di annacarsi – obbligatorio per chi vuole capire qualcosa di Sicilia, e che molto ha ispirato questo mio breve ma intenso IV viaggio – invoca per la Sicilia una serie di “onesti compromessi”, “un’aurea mediocrità”, alcune buone vie di mezzo da cui magari poter ricominciare daccapo, senza dover rincorrere sempre il disastro foriero di altri disastri.
E io, che per mia natura sono un estremista, questa volta sono costretto a dargli ragione.

***

Termino con un doveroso ringraziamento al caro amico e futuro ecoarchitetto Michele per l’ispirazione (non so quanto involontaria) circa lo sguardo estetico-architettonico sulle città, gli edifici, il paesaggio incontrati lungo l’itinerario. A lui in particolare dedico questo scritto (con l’auspicio di leggere presto qualcosa di suo); così come lo dedico a tutte le giovani e i giovani siciliani che, prescindendo da ogni appartenenza identitaria, vorranno e (si spera) riusciranno a far uscire dal suo lungo e doloroso torpore la mia bella isola incantata. Serviranno a ciò molto più le loro fresche energie, piuttosto che il mio fantasmatico ed estetizzante mito del ritorno.

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5 Risposte to “IV viaggio in Sicilia”

  1. Paola D. Says:

    Grazie. Non sono mai stata da quelle parti ma, leggendoti, è come se lo avessi fatto anch’io quel giro. Buon rientro, ciao.

  2. Tonino Says:

    Con Nives in braccio leggo il post, e per calmare la sua (grazie-a-dio) selvaggia irrequietezza infantile, butto fuori l’aria dalla bocca facendo vibrare le corde vocali. Gli infanti adorano ascoltare i suoni che noi adulti emettiamo.
    Questo leggere ad alta voce la calma, sembra che con gli occhi segua sullo schermo il ritmo delle mie parole.
    Ora mi rilasso anch’io, e vedo ginepri da per tutto, finocchi di mare e cicorie spinose, poi timi, spinaporci e palme nane, ed ancora spazzaforni, mandragole, iris, lentischi oleastri e mirti. Per non parlare della posidonia oceanica, è depositata lungo tutta la costa. Saraghi, salpe argentate, seppie e polpi, questi non li vedo ma ci sono, sono sotto quel manto blu di mare, di fronte alla costa sulla quale giace rinsecchita la posidonia. Uccelli non ne vedo, e non c’è ne sono.
    Nives ha un sussulto, finisco di leggere il post, lei ora si è stancata. Viene in mio soccorso Piera, la prende in consegna, ho il tempo di scrivere queste righe, ho ancora qualche istante di tempo per pensare alla mia Sicilia. Lo faccio.
    Il mio cervello rilascia endorfine che portate in circolo dal sangue mi estasiano, ammesso che così si dica. Ho deciso: più tardi, quando sarò a letto, ripenserò alla macchia mediterranea, ai pesci e alla posidonia, così quando mi addormenterò sognerò Vendicari. E sono sicuro che questa volta riuscirò a vedere anche gli uccelli che non ci sono.

  3. md Says:

    @Paola D.: grazie a te!

    @Tonino: pensavo proprio oggi pomeriggio che io in tutti quei luoghi ci sono ancora, non me ne sono mai andato.
    Sono ancora in quella piazza col bollito di Lercara, in quella vallata coi meravigliosi volontari di Bologna, a respirare lassù tra i sugheri delle Madonie, a interrogare quella donna di Gibellina, e sto ancora cercando la strada per Troina… e noi due stiamo ancora camminando nel cuore di Vendicari, proprio ora, in questo preciso istante.

  4. Letizia Says:

    Mi ha estasiata l’affresco che hai dato della mia meravigliosa terra.
    Sento la necessità di non staccarmi dalla mia terra (ripensando al sicilianissimo Verga, sono l’ostrica terribilmente attaccata allo scoglio siciliano di cui egli stesso aveva parlato nei Malavoglia) forse con la stessa intensità con cui tu (mi permetto di utilizzare un tono confidenziale, spero di non apparire scortese) senti di doverci ritornare per un altro viaggio. Non sono una di quelle autonomiste convinte che sostengono che l’Italia abbia fatto perdere alla Sicilia la propria identità: dico che l’ha fatto dal punto di vista speculativo, economico… La mia Sicilia sarà ancora qui quando tutto il resto del mondo affonderà. Ti ringrazio ancora per l’itinerario descritto, talmente emozionante da costringermi a ritornare in tutti questi luoghi magici. Adesso.

  5. md Says:

    grazie Letizia, certo che puoi usare un tono confidenziale!

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