Immagine linguaggio figura

E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…

Ho letto con molto interesse il libro di Emilio Garroni – filosofo innovativo del campo estetico in Italia,  nonché scrittore e pittore – intitolato Immagine Linguaggio Figura, edito da Laterza nel 2005, poco prima della sua morte: un piccolo saggio suddiviso in brevi capitoli che, a dispetto dell’apparenza, è in realtà denso di questioni di grande rilievo, sia sul fronte conoscitivo, che su quello propriamente estetico; ed infine, anche se lasciate un po’ sullo sfondo, di ordine etico-politico. In verità, a partire dalla domanda cruciale a proposito dello statuto della percezione e di quel suo prodotto tipico che è l’immagine interna, la ricerca ha come orizzonte ben più ampio quello riguardante il nostro stesso statuto antropologico, la nostra modalità di stare al mondo e di costruirci un’idea totale del mondo.
Si potrebbe tranquillamente dire che il tentativo non dichiarato dell’autore sia quello di promuovere una vera e propria metafisica della percezione (nonostante l’espressione suoni quasi come un ossimoro), cioè una riconduzione della nostra facoltà linguistica (e dunque teoretica, astratta, metaoperativa, metaoggettuale, e quant’altro) alla sua ineludibile base percettiva. Senza per questo cedere a ingenui riduzionismi o a facili schemi causali – alternative estreme tra soggettivismo e oggettivismo, nominalismo e realismo, o antiche scissioni tra anima e corpo, spirito e materia, mente e cervello, e così via.
Certo, il terreno su cui Garroni si muove – l’orizzonte trascendentale, per così dire – è quello dello schematismo kantiano e della sua concezione relazionale della conoscenza, cioè del rapporto di reciprocità tra sensibilità e sua organizzazione spaziotemporale. Ed è un terreno propriamente filosofico, non perché i filosofi vogliano o debbano stare alla larga dalle neuroscienze o dalla psicologia cognitiva, ma per una legittima rivendicazione di autonomia del discorso filosofico, gnoseologico e, soprattutto, estetico.
Quel che si fa strada è una concezione complessa e originale del fenomeno della percezione e, correlativamente, del mondo delle immagini da essa prodotto. La percezione non è da intendersi come  mera sensibilità, o come un fermare le cose, ossificarle e fissarle in un aggregato di oggetti, una somma di materiali che poi, in un secondo momento, verrà consegnata a più alte facoltà organizzative (linguaggio, intelletto, ragione, ecc.). Nient’affatto: già nella percezione sono all’opera funzioni e modalità pre-pensanti, linguistiche, selettive, schematizzanti e quant’altro, che costruiscono già in questa fase sorgiva una certa immagine delle cose e del mondo, la quale finirà per condizionarne gli esiti successivi.
In particolare, quel che Garroni mette in evidenza è la dialettica tra determinato ed indeterminato che opera già a livello percettivo: quando noi cogliamo con i sensi (non solo visivi) un oggetto, non siamo mai in grado di restituirlo integralmente in tutta la somma dei suoi dettagli, nella sua completezza – se così fosse rimarremmo in esso impigliati, e non procederemmo granché lungo la via conoscitiva. C’è sempre un certo livello di indeterminatezza e di oscillazione, sia nell’oggetto, sia nella percezione dello sfondo di cui esso fa parte e su cui si staglia o nel quale si confonde, così come nel nostro stesso apparato sensitivo (basti pensare al movimento della pupilla) – ed è proprio tale indeterminatezza a permetterci di girare lo sguardo sul mondo, di stabilire inedite relazioni, di variare i significati ed infine di costruire un’idea totale di mondo. La percezione, cioè, è in sé mobile e dinamica, e proprio questo suo carattere ci differenzia da una certa fissità che sembra contraddistinguere gli ambienti animali, legati alla logica segnaletica più che a quella linguistica. L’animale umano, a differenza degli animali non umani, percepisce in maniera più “imprecisa”, ma questa imprecisione ed indeterminatezza gli consente di far girare lo sguardo in modo più libero e complesso, anche se, ovviamente, più incerto e pericoloso. Si apre, insomma, il mondo della possibilità, proprio a partire da una certa fluttuazione della capacità percettiva ed immaginifica.
L’accesso alla totalità avviene proprio grazie a questo modo allusivo ed elusivo di funzionare del nostro apparato percettivo. Totalità che non va mai intesa come esperienza mistica o irrazionale, tutt’altro: anzi, proprio la base percettiva cui viene ancorata ne fa un elemento non campato in aria, ma che è basilare per la nostra capacità adattativa.

E proprio l’elemento della totalità ci riconnette al discorso più propriamente estetico: Garroni lega strettamente arte e facoltà di immagine proprio per il loro statuto e modo di funzionare, a partire da una forma determinata ma non chiusa che apre al di là di sé, verso l’indeterminato e la totalità. L’esperienza artistica, a differenza di quella percettiva, lavora in maniera “artefatta”, intenzionale, “ci fa accorgere” di quel che accade, laddove la percezione è “naturale” ed inintenzionale. E mentre questa lavora su immagini interne (i “fantasmi” aristotelici o gli schemi kantiani, anche se per Kant lo schema è in verità un terzo elemento che congiunge sensibilità e categorie dell’intelletto), l’arte lavora su “figure”, forme esteriorizzate delle immagini interne. Ma affinché queste siano davvero efficaci da un punto di vista della fruizione estetica, esse non devono essere imbalsamate nello stile, nella completezza o nella perfezione – devono semmai stagliare le proprie forme in vista e sullo sfondo indeterminato del non-detto, del non-dipinto, del non-rappresentato o del non-espresso. Garroni esemplifica questa tesi attraverso il rinvio, molto interessante, a due modalità particolari di produzione di forme, non a caso non visive ma non per questo meno “figurali”, e cioè la musica (in particolare nella sua modalità contrappuntistica e polifonica) e la tecnica narrativa. Sul fronte figurativo, invece, un esempio calzante per rappresentare l’analogo percettivo potrebbe essere il cubismo.
Ma la vera cifra del modo di funzionare dell’opera d’arte viene esemplificata da Garroni nella figura della “siepe leopardiana”, al punto che potremmo aforisticamente dire che “ogni opera d’arte riuscita è una siepe leopardiana“: noi vediamo l’infinito, ce lo raffiguriamo proprio guardando la figura della siepe (iconica ed insieme evocata attraverso il suono della parola).
Mi verrebbe da aggiungere: è questa esperienza sommamente estetica (proprio perché innanzitutto percettiva), della chiusura ed insieme del dischiudersi “di là da quella”, che fa dire a Leopardi “Io nel pensier mi fingo“, un verso straordinario che allude alla capacità non solo immaginifica ma anche creativa del pensiero. Oltretutto l’esperienza è qui plurisensoriale: non è solo la vista, ma anche l’udire il vento stormire tra i rami, il suono delle foglie (e potremmo anche immaginare di avvertire i profumi trasportati dal vento, o il suo sfiorarci la pelle, e così via).
Ma Leopardi ci avverte: questa esperienza dell’indeterminato, dell’infinito (poco importa qui che siano concetti a rigore diversi tra di loro), ci espone anche a pericoli, tanto che “per poco il cor non si spaura“. Se non siamo inchiodati alle cose, ai segnali, all’ambiente strettamente biologico, questo ergersi al di là di esso non ci garantisce per nulla dal rischio che l’esplorazione e la costruzione di nuovi mondi inevitabilmente comporta.

Da ultimo, per tornare a Garroni (del cui discorso sto qui fornendo solo alcuni tra gli innumerevoli spunti di riflessione), mi preme ricordare la chiusa del saggio,  quelle “Osservazioni finali sull’oggi” da leggersi a piacere come “apologo politico”, critica alla “civiltà dell’immagine” (o, per meglio dire, della figura), oppure alla dilagante produzione di banalità che rinviano all’indeterminato in tutt’altro senso, quello dell’orrore e del vuoto che pervadono ampi strati sociali, od anche il mondo della cultura e dell’arte (o pseudo-tali). La vera preoccupazione dell’autore non è allora più estetica, ma etico-politica, e riguarda, piuttosto che il futuro dell’arte, quello dei cittadini e della loro “salute mentale”, il loro essere o meno coscienti e vigili su quel che accade nelle e sulle loro teste.
Ma la base, di nuovo, è quella percettiva, il materiale oggettivo e immaginifico su cui si lavora per edificare linguaggi, società, culture, teorie, metafisiche, ideologie. La capacità di costruire immagini complessive (e aperte e divenienti e dunque suscettibili di trasformazione) del mondo, non garantisce affatto sul buon esito della produzione finale. Garroni si riferisce qui a quella “totalità fraintesa” edificata su un particolare insignificante che venga poi assolutizzato, e che attrae lo spettatore (suggerisco non a caso questo termine) fino al punto da fargli credere che è quello l’infinito leopardiano, ed è come se lo fosse, poiché in realtà si tratta, direbbe Hegel, di “cattivo infinito”.
Il sospetto (ne avevo già parlato qui prima di incontrare questo saggio) è che, al di là dello statuto della figura e dei meccanismi percettivi ed immaginifici che la determinano, comuni al bello e al brutto, all’essenziale e all’inessenziale, al significativo e all’insignificante – siano quel segno meno del pensiero, quella sottrazione conoscitiva, quell’insipienza nel riconoscimento dei processi a fare la differenza. Una differenza che forse è sempre esistita, ma che nell’epoca vorticosa della circolazione delle in-formazioni (a loro volta forme e figure) e delle immagini da esse veicolate (o quelle veicolanti), non può non generare un sovrappiù di preoccupazioni e di timori.
Senza mai nominarlo, si può facilmente capire di quale esemplare figura (an)estetica e di quale maschera si stia qui parlando…

Annunci

Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , ,

5 Risposte to “Immagine linguaggio figura”

  1. giuseppe scano Says:

    Articolo intresante
    posso riportarlo ovviamente citando il tuo nome . nel nostro blog ( meto nostro perchè ci sono compagni di strada \ di viaggio non iscritti a splindr ) cdv.splinder.com .

  2. md Says:

    certamente Giuseppe, con molto piacere!

  3. Vincenzo cucinotta Says:

    Beh, stavolta confesso che il tuo post mi ha un po’ messo alle corde, ed ho dovuto rifletterci a lungo per venirne fuori con una mia opinione sulle cose di cui scrivi.
    In sostanza, mi sembra di poter dire che Garrone o opera un’innovazione linguistica o sbaglia. O cioè usa il termine percezione in maniera differente da come viene generalmente inteso, oppure non posso proprio concordare con lui. A mio parere, le percezioni, che intendo come atti sensoriali, non sono per niente di natura complessa. i colori sono quelli che sono, così pure i suoni caratterizzati da una precisa funzione ondulatoria. Secondo me, le percezioni che noi possiamo sperimentare sono in numero molto limitato, in quanto legate ai nostri apparati sensoriali, su cui sappiamo abbastanza, e sarebbe pressoché impossibile negarne i limiti ben definiti.
    Il fatto che forse il Garroni non vede, è che l’immagine si costruisce non nell’atto della percezione ma nella mente, dove questa percezione non trova uno spazio vuoto, ma trova il sedimentato dell’esperienza vitale dell’individuo. Che da un insieme limitato di possibili percezioni, venga fuori una conoscenza di variabilità praticamente infinita, ed anche l’immagine interna è conoscenza, si può spiegare, come faccio anche nel mio libro, conb l’esempio del mosaico: pur utilizzando un numero limitato di differenti tipi di tessere, è possibile costruire i mosaici più differenti mediante una personale ed innovativa loro combinazione.
    Per questo, non credo che noi abbiamo una percezione imprecisa a confronto con una percezione esatta degli altri animali: le percezioni sono le stesse, a meno di specifici dettagli, ma è l’organizzazione delle percezioni che nell’uomo è differente. E’ importante sottolineare quest’aspetto, perchè, invece di concludere che l’aspetto creativo stia nell’atto della percezione, bisognerebbe piuttosto concludere che l’atto creativo sta nell’organizzazione. Come ulteriore conseguenza, non è il singolo individuo che ha uno sguardo differente sul mondo, ma è la cultura che, influenzando l’organizzazione delle percezioni, determina la specifica immagine interna. Naturalmente, nella cultura c’è un elemento collettivo (sociale) , ma anche uno strettamente individuale. Ciò ovviamente non esclude che differenze interindividuali a livello cerebrale, determinino anche capacità immaginative differenti.
    infine, la citazione della sublime poesia di leopardi è certo suggestivo, ma sarebbe forse utile non dimenticare che possiamo pensare l’infinito perchè ne abbiamo appreso il termine e il concetto correlato (ben prima di osservare la siepe…).

  4. md Says:

    @Vincenzo: sì, credo proprio che quel che Garrone intende con “percezione” sia del tutto differente dal modo corrente di intenderla. O meglio: il modo corrente intende in realtà quel che anche tu descrivi e che corrisponde al fenomeno della “sensazione” – il precedente di un’immagine; che va invece distinto dalla “produzione” vera e propria dell’immagine (percezione) e dalla sua riproduzione-rielaborazione (immaginazione). Ad ulteriore precisazione, quel che nel libro di Garrone (e nel mio post) viene indicato genericamente come “percezione” andrebbe più correttamente definito come “facoltà dell’immagine”, la quale ricomprende i tre momenti di cui sopra che comunque sono strettamente connessi e difficilmente distinguibili (così nella prima pagina del saggio), e che dunque costituiscono un unico processo.
    Quel che tu imputi alla “mente” Garrone lo attribuisce alla facoltà di linguaggio, che per quanto distinguibile (a rigore e in teoria) dalla facoltà dell’immagine non opera mai disgiunta dall’altra. Che è come dire, appunto, che la percezione è già “pre-pensante”, parla già un suo linguaggio, ordina già in una certa direzione il mondo intercettato dai sensi. Ma il fulcro di tutto ciò è proprio l’immagine interna. Tutto il saggio di Garroni può essere letto e inteso come un’indagine su che cosa si debba intendere per “immagine interna”, e quale sia la sua funzione entro il processo conoscitivo, in vista soprattutto dell’idea di “totalità” e di “mondo”.

  5. md Says:

    Debbo ulteriormente chiarire che per percezione “imprecisa” non intendevo “confusa”, quanto piuttosto “ambigua” (non a caso ho messo il termine tra virgolette) – a voler rimarcare la dialettica determinato/indeterminato, che a mio parere è uno degli elementi più interessanti della tesi di Garroni, soprattutto in vista dell’attribuzione di significato agli oggetti percepiti: la medesima pietra, proprio perché determinata/indeterminata non è solo un oggetto che ha una certa forma peso colore, ma anche una figura (per lo scultore), oppure un gioco (per un bambino), o un feticcio, o un’arma, ecc.ecc. La stessa cosa vale per gli oggetti artificiali.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: