In interiore homine

“Se nello scrivere poesie
potessi afferrare il mio petto,
prendere i miei pensieri
e con le mani metterli nelle tue
senza altro ingrediente:
così sarebbe appagata
tutta l’esigenza interiore
della mia anima
di dichiarare la verità”

(H. von Kleist,
Lettera di un poeta a un altro)

[Sommario: Dialogo con adolescente – L’interiorità nell’epoca dell’apparenza –  Visibile/invisibile – Un succedaneo dell’anima – Emozioni e sentimenti – La mente pubblica – Costellazione dell’interiorità – Areté e Sinnlichkeit – Figure retrovolte – Totalità e unità vivente – PaideiaDistogliere lo sguardo]

Sono rimasto sorpreso qualche giorno fa scoprendo che un ragazzo di 16 anni legge il mio blog; subito ho pensato: oddìo, ma cosa ci avrà capito? (tanto più che non fa il classico né filosofia, anzi, che io sappia non è nemmeno tanto studioso); ma soprattutto, interrogato su che cosa avesse letto e perché, mi risponde utilizzando due volte la parola interiorità. Per la precisione: oltre a riconoscersi in una pagina che avevo scritto a proposito della noia esistenziale, mi confessa il suo interesse per le “cose interiori”. Ma come – mi chiedo – proprio questi che sono i ragazzi più esteriori di sempre, parlano di interiorità?
Decido allora di indagare un po’ più a fondo, e di chiarire meglio quel che si nasconde dietro alla supposta importanza data a una parola così sfuggente e però pregnante: che cosa si deve intendere per “interiorità” oggi, nell’epoca kat’exochen dell’apparenza, della superficialità, della fine dell’intimità e della ex-posizione universale di sé al mondo?

Da materialista radicale quale sono, non intendo certo dare alcuna connotazione spiritualistica alla faccenda. Ma vorrei fare un po’ di ordine (per lo meno nella mia testa), e provare ad argomentare procedendo per esclusioni e approssimazioni.

1. Comincio con il supporre che l’interiorità si opponga per sottrazione (o non è forse un’addizione?) all’esteriorità, e che tale coppia dicotomica sia surdeterminata da quella che contrappone il visibile all’invisibile, il corporeo all’incorporeo. Ma: affinché ci sia un invisibile-incorporeo-interiore deve prima esserci un visibile-corporeo-esteriore. Diciamo che dovrebbe trattarsi di qualcosa di non immediato, che si situa al di sotto della superficie, in una zona più riposta, che sfugga alla consuetudine, a ciò che è “normale” e “comune”. (Già dalla terminologia utilizzata si può notare come sia, questo, un terreno scivolosissimo, dove ciò che appare rinvia ad altro, e dove questo “altro” potrebbe essere umbratile ed evanescente).
Ad ogni modo, giusto per dare un taglio secco alla questione: escludo risolutamente che l’interiorità sia l’anima, mortale o immortale poco importa, visto che nessun teologo o filosofo ci ha saputo spiegare in modo convincente che cosa essa sia, dove stia, da dove venga e dove vada – a meno che non si voglia intendere con “spiegazione” la narcisistica autoelezione a “ciliegia sulla torta” della natura e del creato, con conseguenti gerarchie ed esclusioni.

2. Dovrà allora trattarsi di un succedaneo più razionale (ed appetibile al buon senso oltre che al palato dei filosofi) dell’anima, qualcosa che abbia sì a che fare con la costituzione meta-fisica, meta-corporea, non immediatamente percepita, pur essendo un “oggetto” pensabile ed immanente. E dunque, o è qualcosa che attiene alle passioni, o è qualcosa che attiene alla mente – mi pare che tertium non datur.
Il fronte passionale è però eminentemente corporeo, anche se, a tener buona la distinzione di Damasio tra struttura emotiva e sovrastruttura sentimentale, ci potrebbe essere nel sentimento qualcosa che si avvicina a quel che vorremmo intendere con interiorità. Direi di non scartare questa ipotesi.

3. Veniamo ora all’incorporeo per antonomasia, e cioè alla mente (senza per questo dimenticare che nulla di quel che esiste sfugge ad una base materiale: per la mente è il cervello, per la cultura è il lavoro, per lo stato… beh, forse in questo caso è un po’ più complicato, ma certo è dalla terra che sorge e non dal cielo che discende). Non mi addentrerò qui in una disquisizione su che cosa si debba intendere per mentale ed affini: metto però nel mazzo il pensiero, le idee, le opinioni, i ragionamenti, le propensioni, le scelte morali, il linguaggio… la voce? (sulla voce avrei qualche dubbio, visto che mi pare piuttosto corporea anzi che no, anche se si tratta di uno straordinario vettore interno-esterno: la voce proviene dall’interno e fuoriesce, e specularmente ritorna e risuona, voce propria e voce dell’altro – rilevo di sfuggita che si tratta purtroppo di un tema poco indagato in filosofia, cui vorrei dedicare in futuro una riflessione più approfondita).

4. Tutto quanto esposto al punto 3 ha la caratteristica di essere quantomai pubblico, esterno, esteriore – anche se talvolta si parla dei pensieri come di qualcosa di intimo, privato, profondo, recondito (tanto che Shakespeare fa dire a Macbeth: Tuffatevi giù nel fondo dell’anima, pensieri!). Ma forse è proprio per il loro carattere sfuggente, impalpabile e fulmineo che risulta difficile dar loro una collocazione – al di là dell’ovvia base cerebrale. E’ d’altro canto incontestabile che l’elemento mentale è ciò che circola tra gli umani e che consente loro di intendersi: si apprende a pensare, a parlare e ad argomentare, grazie alla sfera pubblica o comunque ad una relazione esterna e agli strumenti della comunicazione. Diversamente, si prova qualcosa (rabbia, odio, desiderio, attrazione) indipendentemente dagli insegnamenti avuti: questi semmai possono servire a gestire le emozioni, a graduarle o a reprimerle.

5. Sembra dunque che ci sia un fronte un po’ più interno-interiore (quello passionale) ed uno più rivolto verso l’esterno (il mentale). E d’altro canto l’intero apparato percettivo su cui l’elemento mentale viene costruito ed organizzato è in gran parte volto all’esterno (basti pensare alla vista). Con i paradossi del caso: l’interno passionale è visibile a occhio nudo (il rossore, sudar freddo, il terrore negli occhi, l’attrazione erotica, ecc.), mentre l’esterno mentale rimane spesso invisibile ed inespresso (si consideri la capacità di mentire: noi siamo gli animali dissimulatori per antonomasia).
Ma non c’è ancora niente che ci dica davvero che cosa si debba intendere per “interiorità” di un individuo – se a questo termine dobbiamo per lo meno dare, come in genere viene inteso, una qual certa accezione di singolarità ed unicità. Tanto la sfera mentale quanto quella passionale sono “materiali” provenienti dalla nostra base bioevolutiva, dalle relazioni tra noi e il nostro corpo, noi e il mondo esterno, noi e la sfera intersoggettiva. E tutto sommato l’elemento della singolarità può essere ritenuto del tutto accidentale e inessenziale, se si guarda a queste sfere e alla loro filogenesi.

6. C’è tuttavia da rilevare – nel linguaggio, nei modi di dire e, si può dedurre, nelle cose – una linea che attribuisce all’interiorità alcuni valori “alti”, che caratterizzerebbero l’essere umano nella sua massima espressione e realizzazione: si parla di “vita interiore”, di “ricchezza interiore”, di “ricerca interiore”, di forza, vuoto, solitudine, pace, equilibrio, armonia… interiori; si tratta insomma di una costellazione di significati piuttosto ricca, anche se vaga, che fa dell’interiorità un concetto di grande spessore, qualcosa che sembrerebbe alludere all’essenzialità, a ciò che è primario e fondamentale, al cuore dell’umano.
In campo filosofico, poi, c’è la tradizione che parte da Socrate e che fa dell’interno (del “demone”) la parte migliore, la virtù, l’areté, ciò attraverso cui si attinge il bene e dunque la verità. Non è un caso che Agostino, rifacendosi a questa tradizione, scriverà: in interiore homine stat veritas. Che è poi la solita linea platonico-cristiana che tanto ha condizionato la civiltà occidentale, che mentre svaluta il corpo rivaluta… ecco, ci risiamo: di nuovo lei, l’anima! Ma perché mai il “meglio” (l’aretéaristos, cioè la forza e il valore individuali, l’eccellenza) si dovrebbero trovare in una non ben definita “spiritualità”, o sostanza incorporea, piuttosto che nell’abilità manuale, nel saper fare, nella sessualità, nella Sinnlichkeit – insomma nella materialità dell’esistenza?

7. Azzardo un’ultima ipotesi, servendomi del concetto di immagine interna (mutuato da Garroni). Così come vi sarebbe una distinzione cruciale (anche se non abissale) tra immagine interna e figura (sua esteriorizzazione nella forma, ad esempio, del disegno o del simbolo) – allo stesso modo potremmo parlare di un fronte esteriore (simbolizzato dal volto, dalla gestualità, dalla costruzione di una figura pubblica) e di uno interiore, più sfuggente e, soprattutto, più in movimento ed instabile. Entrambi raccoglierebbero i vari lati e le molteplici prospettive che continuamente si intersecano e ci assillano (e che piuttosto genialmente sono stati rappresentati da Pirandello): il modo in cui appariamo agli altri e a noi stessi, il modo in cui pensiamo che gli altri ci percepiscano, il modo in cui gli altri mostrano o credono di percepirci, e così via. Ma, di nuovo, quel che si posiziona al centro dell’attenzione è l’apparire – fosse anche l’apparire esterno di qualcosa che è interno, il suo dis-velarsi. Ma quell’interno resta inespresso e muto fino a che non si esprime e disvela – non solo agli occhi degli altri ma anche di noi stessi. Il nostro stesso interno – laddove rimane sepolto – ci resta del tutto ignoto e inconoscibile, inattingibile, ineffabile. (Qui bisognerebbe aprire il capitolo freudiano, od anche junghiano, ma direi di rimandare a un’altra occasione).
D’altro canto, contraddicendo quanto affermato sopra, è proprio questo oscillare della figura, della rappresentazione esterna del sé, a richiedere l’ancoraggio ad una pretesa interiorità stabile – un io che permanga mentre le sue espressioni divengono, mutano, si sfaldano. Sembra che della fantasmatica anima, insomma, non ci si debba mai liberare!

8. In realtà bisognerebbe tranquillamente superare ogni dualismo o dicotomia tra esterno ed interno (corpo e anima, cervello e mente, sesso e amore, conscio e inconscio, ecc.): noi siamo un’unità vivente fatta di materiali diversi, che si costituisce dialetticamente attraverso un continuo mutare di forme. Hegel criticava proprio questa mania divisoria, tipica della propensione analitica dell’intelletto (Verstand), che pur essendo un momento necessario della conoscenza, necessita poi dell’azione riunificatrice della ragione (Vernunft): gli enti (e dunque quell’ente tra gli enti che è l’essere umano) vanno sempre intesi come processi, unità viventi, e mai come oggetti inerti e irrelati. Rimane il paradosso che a compiere l’azione di sintesi è pur sempre uno dei lati (ma non può che essere così, essendo questa un’attività eminentemente soggettiva, o meglio della Sostanza intesa come Soggetto, secondo l’intenzione espressa nella Vorrede alla Fenomenologia dello Spirito).
Tornando piuttosto alla nostra unità vivente – alla totalità non scissa e processuale che siamo (o che dovremmo essere) – è certo che tutto questo incredibile marchingegno mosso da passioni che si intersecano con astrazioni, e agitato da continui rovesciamenti dialettici, dovrà pur essere ri-condotto ad un senso unitario: l’educazione (ma soprattutto l’autoeducazione, la scultura del proprio sé) serve appunto a regolare, diversificare, moltiplicare e gestire lo scambio tra esterno e interno (questa volta da intendere in senso lato), tra l’io e il mondo. Più (anzi, meglio) mi verrà dato, più e meglio io sarò in grado di dare, per lo meno in teoria. L’interiorità, insomma, non è un talento nascosto, un giacimento minerario o una profondità numinosa; è semmai la capacità individuale di stabilire relazioni equilibrate con il mondo – capacità che non sorge come un fungo, ma che è sempre socialmente, storicamente e pedagogicamente determinata.

***

Ma forse quell’interiorità di cui tanto si parla è in realtà una costruzione vuota, un nostro fantasma, pura elucubrazione mentale; oppure, un succedaneo generico (ma altrettanto insidioso) di quel ferrovecchio chiamato “anima” – che messo alla porta, e dopo aver sbarrato anche le finestre, fa capolino da ogni spiffero della casa. E che forse allude alla paura di vederci come in realtà siamo: esseri biologici e viventi sorti dalla materia e ad essa destinati. Sue banali increspature.
Ma potrebbe anche trattarsi dell’abisso dal quale è forse meglio distogliere lo sguardo.

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17 Risposte to “In interiore homine”

  1. carla Says:

    un post molto interessante….ci devo meditare sopra ma a mio parere l’interiorità esiste eccome, ed è un arricchimento averne la percezione.
    si parla anche di mondo interiore….

  2. Carla Says:

    il mondo interiore non è composto solo di organi…è anche trasparenza di arterie, visione di contenuto.

    (mi hai ispirato un post).

  3. Davide Says:

    Ti seguono anche timidi ragazzi di 20 anni da sempre appassionati e studiosi (ma non studenti) di filosofia. Questo post è davvero interessante ed è spunto per una miriade di riflessioni. Effettivamente mi ha sempre colpito la visione esistenzialista e se deciderai (perdonami se ti do del tu) di scrivere un post su questa bellissima corrente filosofica penso sarà illuminante per tutti.

  4. md Says:

    Ho visto Carla!

    @Davide: grazie; qualcosa (ma solo qualche spunto) sull’esistenzialismo lo trovi qui, ma non credo mancherà in futuro l’occasione per ulteriori riflessioni.
    (Certo che puoi darmi del tu, ci mancherebbe!)

  5. elio_c Says:

    Bella riflessione. Convengo che si tratti d’increspature di materia/energia, però tutt’altro che banali (le chiamerei piuttosto sinfonie) perché il loro effetto – confrontando “dentro” e “fuori” – ci appare ancora “magico”, e tale forse ci apparirà per sempre (explanatory gap). Termini come anima (ed interiorità) resteranno quindi sempre utili, anche se non riducibili, o raffinabili, a concetto: “si capisce” bene cosa significano, anche se poi non devono servire a contrabbandare arbitrarietà come l’immortalità ecc.

  6. md Says:

    @elio_c: concordo.
    Stavo pensando poco fa che più che un oggetto, una cosa, una “sostanza”, l’interiorità vada intesa come un’attività, una prassi, un moto continuo anche se sottile ed impercettibile.
    Esempi di questa prassi sono senz’altro quelli della meditazione, del silenzio, dell’autoascolto o dell’autoanalisi. E in tutto questo il corpo svolge una funzione essenziale.

  7. milena Says:

    Così fragile
    così solo
    Se non avessi gli altri
    a cui affidarmi
    in cui confidare
    Un altro che mi prenda
    al volo quando cado
    Oppure un altro che mi lasci cadere
    quando ho bisogno di sentire
    quanto questa terra sia dura
    E quanto fa male
    cadere ed essere solo
    Per non essere solo

  8. Nadia Says:

    Sono di passaggio ma tornerò a leggere con più calma il tuo blog.
    Quello che mi ha colpito di questo post che non ho finito di leggere, è che ti sei meravigliato che un ragazzo di 16 anni possa parlare di interiorità.
    Ho fatto un post dove dico che ormai nel mondo abbiamo perso il valore di tutto e specialmente giovani di oggi si soffermano poco a riflettere, quindi, ben vengano ragazzi come il sedicenne.
    Grazie e buona serata.

  9. milena Says:

    Mi scuso per aver inviato uno scioglilingua la scorsa notte senza aggiungere altro, e dopo tanto tempo in cui non mi facevo viva. Cosa che, ripensandoci potrebbe sembrare un “volgere le spalle in atteggiamento altero e disdegnoso”. Ma sì, anche questo può accadere, come può accadere che i compagni di viaggio più assidui vadano ognuno per la loro strada, su strade separate e distanti tra loro e sulle quali avranno modo di incontrare altri compagni di viaggio, mi auguro.
    Ora rimedio, innanzitutto con un saluto a Mario. Spero che tu stia bene e che tutto proceda per il meglio.
    Questa mattina però stavo pensando che la cosa più difficile al mondo è essere soli. Anzi, che sia praticamente impossibile. Temiamo di essere soli, o desideriamo di essere soli, ma in sostanza la terra è un pianeta molto affollato da esseri umani o viventi, in generale, e da esseri animati o inanimati. Perciò credere di “essere soli” è un’illusione, o un’interpretazione.
    D’altro canto, ognuno di noi ha un rapporto variabile con la solitudine, nel corso del tempo. Talvolta potremmo viverla come una pena. Oppure, altre volte, come un delizioso spazio privato-segreto, indispensabile alla definizione del sé, oltre che fondamentale per l’equilibrio col mondo esterno, e altrui.
    Sì, forse siamo come funambuli, in costante ricerca di un equilibrio fra dentro e fuori, fra ieri e oggi, fra sempre e mai. Ma anche al funambulo più esperto può capitare di perdere l’equilibrio e di atterrare sulla nuda roccia.
    “Talvolta” è una parola che mi piace molto. Talvolta ci riesco. Talvolta no. Il principio dell’incertezza.

    Ricordo che quando ero una bambina molto molto piccola, al risveglio, poco prima di aprire gli occhi al giorno, quando la luce cominciava a filtrare dalle palpebre ancora chiuse, volavo nella stanza in cui dormivo, e forse non andavo oltre soltanto perché le finestre erano serrate.
    Ho serbato il ricordo di questi voli, un ricordo bellissimo. Era un sogno? O avevo realmente la percezione di volare? O volavo davvero?

    Non oso rispondere a queste domande. Però, probabilmente, dopo aver dormito un buon sonno, sprofondata in un materasso di piume, il mio corpicino era talmente leggero da lasciarmi andare, libera di volare per la stanza, per qualche attimo di respiro, senza paura. Senza la paura di poter cadere. E senza preoccuparmi se qualcuno potesse afferrarmi o meno. Poi mi svegliavo del tutto e tornavo la bipede di sempre, con la nostalgia di ritrovarmi ancora, di nuovo, in quello stato.
    Ovviamente ad un certo punto la cosa ha smesso di accadere. Però … chissà se prima o poi non possa ritornare.
    Ad ogni modo, spero sempre che i miei compagni di viaggio occasionalmente possano afferrarmi prima che io cada, così come spero di poterlo fare io per loro. O, se non sarà possibile, che ferite e fratture non siano così gravi da non potersi rimarginare, ricomporre, guarire.

    Per correttezza devo precisare che queste mie considerazioni derivano in parte da fatti recentemente accaduti ai miei figli: Riccardo è scivolato rompendosi una gamba mentre era in viaggio con un suo amico, che peraltro non ha potuto fare assolutamente nulla per evitarlo ma che gli è stato molto vicino nel proseguo della faccenda; mentre mia figlia Maria Sole sta vivendo una storia più o meno sentimentale che la fa molto soffrire per l’indifferenza, la crudeltà e l’incomprensione dell’altro. Parole sue.

    Inoltre, ciliegina sulla torta, un mio cuginetto, felicemente sposato da due anni, si è visto morire la moglie nel giro di poche ore, dalla notte all’alba, per leucemia fulminante.
    Un’estate costellata da fatti più o meno sconvolgenti (“Cose che accadono ai mortali”, direbbe Severino?) e molto spesso non possiamo far molto di più che guardare questo cielo stellato che ci manda il bello e il cattivo tempo.

    In genere temiamo più i fatti delle parole, soprattutto i fatti definitivi, i fatti per i quali non vi è possibilità di replica. Anche le parole, però, possono essere definitive, come sentenze. E il silenzio siderale terrificante.
    C’è da dire che di fronte alla morte tutte le nostre parole ed interpretazioni si squagliano come la neve al sole. Dopo di che, occorre trovare un’interpretazione, o ripristinare un equilibrio interiore, che consenta di continuare a vivere.

    Ancora un saluto, e scusami semi sono dilungata.

  10. md Says:

    che tristezza, cara Milena… – però è bello ritrovare i compagni di viaggio, anche se per strade traverse e labirintiche, è l’unica cosa che non ci fa precipitare o “gesticolare nel vuoto”

  11. pornoborghese Says:

    Non banalizzare così tanto l’adolescenza

  12. md Says:

    @pornoborghese: non l’ho mai fatto, prova ne siano tutti i post precedenti che ho scritto sull’argomento, con le relative interviste fatte agli adolescenti, per quanto possano valere

  13. md Says:

    a proposito, blog interessante

  14. pornoborghese Says:

    Allora me ne dispiace. Mi era sembrato di avvertire clichè tipici su sedicenni mediocri dall’inadeguato intelletto. Leggerò gli altri post sull’argomento.
    Saluti e grazie per l’apprezzamento.

  15. milena Says:

    Grazie, caro Mario. Spero davvero di non averti rattristato. Che la tristezza no … non è un sentimento in cui valga la pena soffermarsi. C’è sempre qualcosa di meglio da fare, da coltivare e contemplare. E difatti le mie giornate sono piene di lavoro.
    Anche nei casi che, come ho raccontato, ultimamente mi hanno coinvolto, anche per ognuno di loro non sarebbe esatto parlare di tristezza. Ho osservato piuttosto la rabbia, la disperazione, l’ossessione e l’attaccamento al dolore. Mentre Riccardo, a parte qualche sfogo di rabbia in cui si diceva “sono stato un cretino”, ha subito cercato un’alternativa. “Poteva andare anche peggio” mi diceva, e ancora, “anche da una brutta esperienza può venire qualcosa di buono”. E probabilmente è riuscito a trovarci anche del buono, e io con lui.
    Certo è che le prove che la vita ci presenta non sono tutte della stessa portata, ed inoltre ognuno di noi reagisce ogni volta in modo differente come di volta in volta diversa è la soglia del dolore sopportabile.
    “Si può impazzire”, mi diceva l’altro giorno mio cugino. Ed è certo che si può impazzire, come d’altronde si può morire. Ma si può anche vivere, finché si può. E appena si può, si può star bene. O meglio.
    Ricordo che per Spinoza la speranza non è un sentimento che valga la pena di nutrire. Mentre secondo me, fra l’una o l’altra, credo sia meglio nutrire la speranza che la disperazione. Certo, non speranza come illusione o aspettative distorte e lontane dalla realtà, ma speranza come un sentimento positivo di accoglienza. Ognuno di noi avrà notato quanto nei momenti più bui la nostra mente sia affollata da pensieri negativi e come traduca in negativo ogni cosa con cui entra in contatto. O viceversa. Per questo credo che sia importante e necessario applicarsi nella pratica di coltivare sentimenti positivi. Cosa non facile, ma possibile.
    Sperando di non averti annoiato, auguro buon lavoro anche a te.

    Ps: ho letto dal post su Mahler dei concerti all’Auditorium. Mi puoi dire se conviene acquistare i biglietti dal sito internet, o se si può farlo agevolmente in loco il giorno stesso?

  16. madpack Says:

    un post interessante, ora vado a leggermi anche il blog. Ho trovato anche alcuni commenti molto ricchi.

    a presto.

  17. Rousseau è su Facebook (e ci guarda)! | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] le radici, mettendo in discussione la sua stessa possibilità ontologica (ne avevo parlato qui e qui). Han cita poi Rousseau (71 e sgg.) che sia nelle Confessioni che nella sua mitologia reazionaria […]

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