Deposito culturale unico

“…guardava al di là di uno stretto specchio d’acqua verso un’altura a terrazze sull’altra sponda. Era bruno-rossastra, appiattita in cima, monumentale, illuminata in vetta dalla fiammata del tramonto, e Brian pensò che fosse l’allucinazione di uno di quei cucuzzoli isolati dell’Arizona. Invece era reale, ed era creata dall’uomo, spazzata dal volo roteante dei gabbiani, e Brian capì che poteva essere solo una cosa – la discarica di Fresh Kills a Staten Island. […] C’erano migliaia di acri di spazzatura ammonticchiata, terrazzata e segnata dai percorsi dei macchinari, e bulldozer che spingevano ondate di rifiuti sopra il versante in uso. […] Era fantascienza e preistoria, spazzatura che arrivava ventiquattr’ore al giorno, centinaia di operai, veicoli con rulli compressori per compattare i rifiuti, trivellatrici che scavavano pozzi per il gas metano, gabbiani che scendevano a picco stridendo, una fila di camion dal muso lungo che risucchiavano i rifiuti sparsi. […] Tutta questa industriosa fatica, questo sforzo delicato per far entrare il massimo dei rifiuti in uno spazio sempre minore. Le torri del World Trade Center erano visibili in lontananza e Brian percepì un equilibrio poetico tra quell’idea e questa. Ponti, gallerie, chiatte, rimorchiatori, bacini di carenaggio, navi di container, tutte le grandi opere di trasporto, commercio e collegamento, alla fine erano dirette al culmine di questa struttura. Ed era una cosa organica, perennemente in crescita […] In capo a qualche anno sarebbe stata la montagna più alta della costa atlantica tra Boston e Miami […] un deposito culturale unico”.

(D. Delillo, Underworld)

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2 Risposte to “Deposito culturale unico”

  1. milena Says:

    Ecco una cosa che (mi) rattrista molto. Uno spettacolo triste e preoccupante, oltre che una conseguenza inevitabile della società cosiddetta del benessere, declassata in società dei consumi e infine in società spazzatura. Ogni organismo vivente produce scorie, ma certo la società dei consumi ne produce una tale immensità poiché produce spazzatura dall’origine, dal momento in cui lo scopo prioritario è stato produrre cose tali da poterne produrre ancora e ancora, all’infinito, in un processo che pare inarrestabile.
    Ma anche qui, la tristezza non serve a niente. Meglio essere consapevoli e, se non altro, partire in primo luogo dalle proprie azioni, anche se è probabile che non si possa fare molto di più che limitare i danni, illudersi di aver fatto del proprio meglio, soltanto per non sentirsi troppo in colpa.
    Per questo trovo giusto che appaiano queste montagne di spazzatura, perché la spazzatura non può essere continuamente nascosta agli occhi e ai nasi degli amanti del decoro, dell’ordine e della pulizia.
    Queste montagne dicono esattamente la verità sul modo in cui viviamo.
    E per smetterla di essere ipocriti – di non vedere, di non sentire, di non voler capire – sì, dovremmo camminare-passeggiare consapevolmente ogni giorno nella spazzatura che produciamo

  2. md Says:

    E’ a un di presso quel che succede con il dolore e con la morte. Viviamo in società anestetizzate e prive del principio di causalità.

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