Sinistro immaterialismo

Per quanto il simbolico vada sempre ricondotto al materiale, fatico non poco a ragionare in termini politici “classici”, in un’epoca in cui la sostanza delle cose è ridotta ad apparenza, a fatue e cangianti superfici, mentre regna sovrano il marasma del tanto peggio tanto meglio. Con oltretutto il desolante ed incontenibile spettacolo di una deriva cialtronesca e parolaia (quando non spudoratamente criminale) della classe dominante, mai stata dirigente quanto piuttosto digerente (e defecante) in questo povero paese. Anzi, pare proprio che al peggio non ci sia limite.
L’indecoroso spettacolo attraversa tutti gli schieramenti e (quasi) tutte le (de)formazioni politiche: naturalmente lo stile fascistoide, machista e volgare della destra italiana è diventato egemone e detta l’agenda politica, mentre la “sinistra” (o quel che ne rimane) balbetta ed esprime, al più, la questione della leadership per le prossime elezioni, ponendosi di nuovo (ed anzi, definitivamente) sul medesimo terreno dell’avversario.
D’altro canto anche questa mia premessa è conseguenza e frutto di quella riduzione epocale: le mie stesse parole arrancano intorno al nulla (o all’alienazione, si sarebbe detto un tempo) che il discorso politico produce, in qualche modo alimentandolo e auto-contraddicendosi: di che parlo, se parlo delle parole e delle categorie che il linguaggio politico utilizza per coprire ideologicamente la sostanza delle cose? L’imbarazzo è evidente, tanto che verrebbe quasi da pensare che non sia poi così sbagliata quell’antica istanza popolare, qualunquista e tutta italiota,  che assegna al politico la caratteristica peculiare della verbosità e dell’inconcludenza – solo promesse, solo parole, niente fatti; cosa su cui, peraltro, l’attuale capo del governo ha fondato la sua furbetta ideologia del fare, che però è ampiamente contraddetta dall’evidenza (a parte l’acribia un po’ speciosa nei comizi tecnici a braccetto con il suo tecnico dei disastri su macerie, monnezza, e dintorni, con magari un casco in testa, prima di correre ad un qualche festino con giovani donnine).

Fatta questa verbosissima premessa, ho trovato molto utile per ragionare – da un punto di vista teoretico – sui suddetti temi, uno scritto di Rocco Ronchi comparso in rete lo scorso mese di aprile sul blog collettivo Nazione Indiana, che mette il dito sulla piaga della sinistra italiana, e lo fa proprio imputandole un deficit di materialismo (e di analisi materiale) e un eccesso di opinionismo (inconcludente). “Nessuna scienza – scrive Ronchi – la sorregge e la giustifica, dal momento che il materialismo come scienza della prassi è stato liquidato dalla stessa sinistra come inutilizzabile ferrovecchio marxista”.
Tre sono i principali aspetti della regressione – che è quasi un’autoliquidazione – della sinistra postsocialista e postmarxista:
a) l’opinionismo delle buone intenzioni, sorretto da un autoconvincimento pressoché tautologico: la mia opinione è vera perché è disinteressata, la tua è falsa perché è interessata;
b) il ritorno prepolitico ed impolitico di categorie morali quali il ribrezzo, la ripugnanza estetica, lo scandalo, e simili;
c) e tutto ciò accade oltretutto nell’epoca in cui appare evidente come l’habermasiana sfera dell’opinione pubblica (Öffentlichkeit) sia venuta meno, e risulti piuttosto una costruzione posticcia, un artificio dei media.
La sinistra, insomma, starebbe gesticolando nel vuoto: rescisse le proprie basi materiali e ideologiche, priva di una qualunque idea rigorosa (o, se si vuole, scientifica) di prassi, smarrite le proprie ragioni fondative, ha finito per approdare (ed arrancare) su un terreno non suo, squagliandosi come neve al sole. La terapia suggerita da Ronchi – e che condivido in gran parte – prevede un necessario ritorno al materialismo, da intendersi però come “prassi in atto”, “totalità aperta e in divenire che ci avviluppa” – secondo l’espressione di Sartre (che andrebbe a tal proposito riletto), sulle tracce di un neospinozismo e di una nuova concezione immanentistica del nostro rapporto con le cose e la natura (naturalmente sto semplificando).

Mi verrebbe solo da obiettare, o per meglio dire da buttar lì qualche auspicio, a mo’ di istruzioni per l’uso, circa un paio di faccende a proposito di tale invocato ritorno al materialismo (ovviamente non si sta parlando qui del Diamat e delle sue ridicole applicazioni sovietiche):
a) occorrerebbe un deciso ritorno ad un materialismo qualitativo, direi quasi rinascimentale, che non riduca il mondo a materiali inerti, quantificabili e sfruttabili indefinitamente;
b) una più attenta ponderazione nei confronti del concetto di prassi, tenendo conto che probabilmente sia più vitale oggi (per lo meno in alcuni ambiti della sfera sociale e naturale) astenersi dal fare piuttosto che continuare a fare (e a disfare). Non si tratta certo di una ritirata, ma di un uso accorto e onnilaterale della ragione e della potenza tecnica dispiegata.
Dopo di che sorge un problema proprio sull’uso della ragione cosiddetta strumentale, che pare avvitarsi su se stesso: cos’altro può controllare infatti la ragione se non, daccapo, la ragione? E qui, almeno per ora, mi fermo.

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11 Risposte to “Sinistro immaterialismo”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Nel mio percorso più recente, ho abbandonato il marxismo e con esso la pretesa dell’esistenza di un piano materiale definito strutturale, e la riduzione del pensiero a sovrastruttura, anche se via via emeriti marxisti si sono affrettati a rivalutare l’importanza dell’aspetto simbolico della nostra esistenza. Questa discussione struttura – sovrastruttura nel corso del tempo è andata perdendo significato, a causa della sempre maggiore vaghezza nella definizione di tali termini. E’ chiaro che potrò sempre rivendicare una priorità della struttura anche di fronte a riscontri sperimentali opposti, attraverso un’abile ridefinizione di cosa sia questa struttura. Ronchi ripropone una definizione di Sartre che mi pare abbastanza fumosa da non soddisfare il principio di falsificabilità di Popper, cioè da non poter essere smentita da nessuna verifica sui fatti e gli accadimenti storici.
    Il mio punto di vista è del tutto opposto, noi nuotiamo nella prassi, è la riflessione a tutto tondo che manca. Viviamo in un’epoca conformista come non lo è mai stata in una società che rivendica schizofrenicamente il proprio pluralismo. C’è bisogno di un bagno ideologico, che dal mio punto di vista significa superare le ideologie attuali, sia quella liberale che quella marxista, che condividono più cose di quanto siamo portati a ritenere. L’aspetto frustrante dell’approccio alla politica sta proprio nel fatto di rimanere inevitabilmente all’interno dell’ideologia dominante, perchè le ideologie hanno questo di peculiare, che per uscirne necessitano di una scelta consapevole e puntiforme. Non si sposa un’ideologia gradualmente. Il processo di maturazione può essere lento e laborioso, ma alla fine l’adesione avviene improvvisamente, e ci permette di colpo di vedere le cose sotto una nuova luce. Io ritengo di avere dato un mio contributo sul piano teorico col mio libro, ma so e sperimento quali ostacoli si frappongono anche alla sola possibilità di propagare le proprie idee, quando queste confliggono così esplicitamente col pensiero dominante. Io comunque non desisto…

  2. md Says:

    @Vincenzo: e fai bene a non desistere…
    Però non ho capito in che cosa “il tuo punto di vista è del tutto opposto”.
    Anche Marx e Sartre (e Ronchi), mi pare ritengano che “noi nuotiamo nella prassi” e che la riflessione debba essere del tutto materiale e quantomai “dialettica”.
    Su Marx sai bene che la penso in modo molto diverso da te, soprattutto perché ritengo che si sia affermata (e poi sia stata criticata, smentita o quant’altro) una vulgata del suo pensiero, che ha ben poco a che fare con quel che i suoi testi e il suo pensiero dicono ab origine. Di pensieri marxisti ce n’è stati in abbondanza, di pensiero marxiano decisamente meno.
    Di struttura e sovrastruttura ad esempio Marx quasi non parla nei suoi testi. E’ stata la lettura engelsiana a sottolineare tali termini.
    Per quanto concerne le “attuali ideologie” vedo ben poco liberalismo e pressoché nessun marxismo in giro. C’è semmai un impasto apparentemente deideologizzato (in realtà ideologicissimo) che non si perita di usare qualsiasi cosa (anything goes) per affermare la preminenza assoluta del capitalismo dell’iperconsumo e della tecnicizzazione integrale del pianeta.

  3. Fabio S. Says:

    La decadenza è ovunque: nella musica, nelle arti in genere e nella politica. Ogni forza progressiva e propulsiva si e’ definitivamente arrestata.

    In un certo senso, la crisi e’ strutturale in quanto indotta dalla definitiva crisi del capitalismo.

    Un civilità (quella occidentale) e’ al tramonto.

    E non resta che credere, come Adorno, nelle forze della decadenza.

  4. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Su marxisti e marxiani, come forse già dissi in una precedente occasione, ripeto che ormai Marx è molto meno rilevante rispetto al marxismo che si è storicamente sviluppato. Marx è così importante ed attuale perchè esiste il marxismo, mentre per altri aspetti è un pensatore come tanti altri, che si può più o meno apprezzare ma politicamente pressochè irrilevante.

    La questione più interessante mi pare tuttavia quella che riguarda il liberalismo. Tu dici che non vedi tanto liberalismo in giro. Davvero pensi così? Strano perchè mai i concetti di libertà ed uguaglianza (dell’uguale libertà) hanno goduto di un consenso così incondizionato. Ma forse non ne vedi la realizzazione, e non certo perchè questa ideologia non abbia permeato la società, le menti delle persone attorno a noi. Non sarà allora che il difetto sta nello stesso liberalismo, che in base a questi principi oggi così condivisi non si giunga ai risultati agognati? Che i principi liberali ci parlano di persone del tutto fittizie, che pecchino di presupposti antropologici sballati?
    Il liberalismo ha trionfato, e i risultati sono davanti ai nostri occhi, le società occidentali contemporanee. Dire che il liberalismo, quello vero, diciamo DOC, non c’è, mi sembra davvero una sua difesa iperideologica.

  5. md Says:

    @Vincenzo: non è il liberalismo che ha trionfato, ma il capitalismo dell’iperconsumo, che certo ha avuto bisogno in una certa fase dell’ideologia liberale per affermarsi (è stato Marx ad averlo compreso molto bene), ma che all’occorrenza si serve indifferentemente del liberalismo così come della tirannia (perfino del nazismo) per autoconservarsi – ed aggiungerei: così come si è servito di certi pseudomarxismi (Cina docet).
    Ad ogni modo troverei piuttosto sciocco buttar via quel che di buono c’è nel liberalismo o nelle ideologie libertarie ed individualiste, che sostanziano anche questo nostro magari inutile disquisire.
    Sul fatto che Marx sia politicamente irrilevante avrei una miriade di obiezioni da opporre, ma non comincio nemmeno. D’altro canto ne ho scritto (anche se brevemente) nei miei post dedicati al suo pensiero, che oltretutto è attualissimo proprio circa i “presupposti antropologici sballati”.

    Tuttavia il senso del mio post non intendeva affatto dare questa piega alla discussione (un bilancio del marxismo, o simili), quanto semmai porre l’attenzione sui (non) presupposti materiali e programmatici, sul vuoto di analisi e di progettualità di quelle forze che ancora si denominano “di sinistra”.

  6. Xavier Says:

    Cari amici, spero ardentemente che di marxismo non si parli più, e che invece del pensiero di Marx si ri-cominci a studiare e a cercare di capirne meglio e più di quanto fatto fino ad oggi. Non ho mai pensato a lui come ad una bussola nella galassia delle ideologie (non ce lo avrei comunque trovato), ma certo definirlo “politicamente irrilevante” mi pare una battuta, come definire Dante “un buon poeta del medioevo italiano”. Ciò premesso, concordo in pieno (come non si potrebbe?) sulla mancanza di idee a sinistra, di sinistra. Non manca solo l’analisi, mancano tesi, manca il desiderio di “superarsi” a sinistra e da sinistra. C’é il liberismo che impazza, cioè la forma più violenta del liberalismo, e su quello si continua a pensare di poter misurare i propri passi alla rincorsa del consenso. Amen.

  7. Luciano Says:

    Salve.

    Credo che Xavier abbia con una espressione sintetizzato la storia della politica di questi ultimi (si fa per dire) anni: rincorsa del consenso. Quello che purtroppo penso sia successo è l’asservimento delle idee che poi si devono tradurre in atti legislativi al marketing puro. In questo l’entrata di Berlusconi in politica ha segnato veramente un’epoca. Non so se ciò sia l’effetto oppure la causa. Sono convinto, però, che mai come in questi ultimi sedici anni, il contenuto politico del Parlamento Italiano sia naufragato in un mare di immagine pura, di “venghino siori, venghino”. La cosa che mi ha lasciato amareggiato (e anche deluso, sebbene io non sia di sinistra) è vedere come anche gli eredi del PCI si siano accodati a questo modo di fare politica, rimanendo però arroccati in un atteggiamento di pretesa “superiorità” morale. L’ho notato anche ieri sera a Ballarò quando il consigliere della regione Lombardia coinvolta nell’affaire Ruby (stiamo veramente messi male se invece di parlare dei veri problemi del paese ci perdiamo dietro a queste cose, che comunque vanno stigmatizzate e non trascurate) è stata pervicacemente tirata in ballo come “l’igienista dentale” a rimarcare un disprezzo che secondo me ci si poteva risparmiare.

    A presto.

  8. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Xavier
    In verità, io non credo affatto che Marx sia politicamente irrilevante ma, se qualcuno mi dice che il marxismo così come si è espresso nella storia del pensiero e nella storia politica non ha nulla a che vedere con Marx, allora, per evitare un’impossibile analisi esegetica delle intere opere di Marx, tra l’altro abbastanza voluminose, non mi rimane che usare quell’espressione. Il suo senso reale era l’invito a parlare del pensiero che ha mosso centinaia di milioni di uomini, quello che conosciamo, piuttosto che parlare di un Marx tradito. Perchè, se Marx davvero è stato così clamorosamente tradito, allora va considerato semplicemente come un geniale pensatore, ma, come quasi tutti gli altri geniali pensatori, del tutto inascoltato e ininfluente nella praitca politica, nella politica vissuta.
    Diciamo che io trovo sfuggente l’atteggiamento di chi vuole distinguere il pensiero genuino di un certo uomo e il modo in cui è stato storicamente percepito. Potrei dire lo stesso di coloro che continuano a difendere il Vangelo, ma poi devono ammettere che le chiese che si basano su quel testo hanno fatto tutt’altro. Lo trovo sfuggente perchè mi pare di svolgere il ruolo del compianto Walter Chiari nel famosissimo sketch del sarchiapone, che spero conosciate tutti, quando critico qualcosa del marxismo, e mi si dice che però quello non è Marx. Se il marxismo davvero non ha nulla da spartire con Marx, allora mi pare ben più rilevante dal punto di vista politico parlare del marxismo piuttosto di un Marx ignoto perfino a coloro che hanno operato in suo nome.

    Non posso neanche convenire con te che il problema sia il liberismo piuttosto che il liberalismo. Magari, al liberismo si oppone un certo fronte, seppure minoritario, ma questo stesso fronte è pervicacemente a difesa del liberalismo, non vedo nessuno che si opponga al principio dell’uguale libertà, vera enunciazione del liberalismo. Che poi, come giustamente riconosce Mario, non vi sia abbastanza libertà e soprattutto non ci sia uguale libertà, ciò non implica automaticamente un difetto di liberalismo, significa fallimento del liberalismo: a me pare una conclusione logica, anche se qui non posso argomentarla.

  9. md Says:

    @Vincenzo: la difficoltà sta proprio nel fatto che tanto affermare che il marxismo non abbia nulla a che fare con Marx, quanto che il pensiero di Marx sia stato ininfluente sul corso storico del movimento socialista internazionale sono entrambe due tesi errate. Ciò a cui in realtà non si può sfuggire è proprio la problematicità di questo rapporto – che dunque richiede, a chi se ne voglia occupare, un’attenta esegesi dei testi. Roba da filosofi, si dirà: certo, è quel che i filosofi si divertono a fare da sempre!
    Con la non piccola differenza che Marx è stato il primo pensatore a porsi proprio questo problema, ed a porselo in maniera seria e radicale: quello cioè del rapporto dialettico tra teoria e prassi, ed è questo – al di là del vortice ermeneutico magari inconcludente – ciò che ritengo debba essere ri-messo all’ordine del giorno di una sinistra che appare oggi non avere idee chiare né sull’una né sull’altra.

  10. Xavier Says:

    Cari interlocutori, mi convinco sempre più che questo blog mi piace, di ciò devo naturalmente ringraziare tutti per il vostro contributo alla causa della ragione, e anche per la pazienza nell’ascoltarmi. Ciò premesso, vorrei subito chiarire a Vincenzo di non aver mai pensato ad un Marx tradito. Semmai ad un Marx di cui ogni marxismo aveva in tasca la ricetta giusta mentre gli altri erano dei deviazionisti al gioco della reazione. Se per età ti fossi trovato a vivere i miei vent’anni, ti saresti fatto un bel po’ di risate (dopo però) a sentire come e quanto ogni gruppo affermasse il proprio marxismo come il migliore e il più giusto, quasi mai, nella maggior parte, avendo studiato il filosofo Marx, preferendo immaginarselo sbrigativamente come il raddrizzatorti dei derelitti. In una battuta “La sinistra, tre teste e sette opinioni diverse sulla stessa cosa” o anche, cone riferivi tu a proposito di religioni: il mio Vangelo è migliore del tuo, la mia chiesa è la vera verità di dio. Naturalmente mi riferisco ad un percorso storico strettamente italiano, circoscritto ad una breve fase di forte impulso ideale, senza voler tirare addosso la croce a nessuno: oggi come oggi sarebbe davvero una vigliaccata. Se poi andassimo a cercare Marx o il suo simulacro nella storia del mondo dal novecento ad oggi, non so più di quante appropriazioni indebite si dovrebbe tener conto. Come giustamente precisava m.d. la questione riguarda il rapporto dialettico fra teoria e prassi posto da Marx, i cui epigoni in nome di questa prassi hanno fatto un po’ di tutto. Per quanto riguarda il nesso tra liberismo e liberalismo sono perfettamente d’accordo con te. Aggiungo solo che il liberismo è la continuazione del liberalismo con altri mezzi, tanto per citare…

  11. mariangela Says:

    vorrei ricordare che “tutto scorre” e marxianamente che la stiria non è immobile.Occorre invece a mio parere ripensare in modo diverso l’appartenenza alla sinistra e che cosa essa significhi oggi.
    infine occorre agire per il futuro

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