Catalogo delle passioni – Necrobiofilia

Deviando dalla lucreziana lezione sulla lontananza contemplativa del dolore altrui (e forse anche dalla precisazione che non per sadismo ma per scampato pericolo tale distanza di sicurezza ci allieta, e dunque per un istinto vitale), vorrei brevemente addentrarmi nelle torbide acque del lato oscuro di certi nostri umanissimi comportamenti, tutt’altro che lontani e ben più che contemplativi, direi anzi al limite del più turpe voyeurismo. Situazione invero paradossale di questa che è la bioepoca per eccellenza, che vede da una parte una grave rimozione della morte, e dall’altra un suo ripresentarsi negli aspetti più morbosi, in forma appunto di necrofilia – tanto che vien da pensare che è proprio lo squilibrio tra bios e thànatos a tener banco.
Pietro Citati dice a proposito di Leopardi, che “pensare – anche le cose più terribili – gli dava gioia”; ora non credo che questa immersione nella mota delle passioni più inconfessabili possa procurare molta letizia in me o in chi leggerà, ma a) è necessario farlo e b) di gioia teoretica semmai si tratta, più mentale che corporea, al limite dell’impalpabilità, e piuttosto illusoria (l’illusione, cioè, di poter controllare proprio la fonte di tutte le passioni, anche di quelle più basse ed istintive). Certo un conto è discettarne, un altro è sentirne direttamente gli effetti – sulle carni o nella psiche – così come altro conto ancora è assistere morbosamente ai loro effetti sugli altri, cosa di cui la cronaca nerissima da cui siamo invasi ci informa (e per lo più deforma) ogni giorno. Lucrezio uscito dalla porta rientra così dalla finestra, puntando il dito proprio sulla spettacolarizzazione macabra del dolore e della morte.
Naturalmente non possiamo che cominciare con il riferirci a Spinoza, com’è ormai tradizione per il nostro compilando catalogo degli affetti umani…

Difficile trovare un affectus assimilabile alla necrofilia nel testo spinozista, così come difficile risulta darne una definizione univoca (giova preliminarmente precisare che il termine va qui inteso in senso lato, come morbosa attrazione nei confronti del fenomeno della morte, e non necessariamente con implicazioni sessuali). Bisognerebbe forse rivolgersi ad altri territori della conoscenza, alla psicologia o alla psicoanalisi, e in particolare al concetto freudiano di “pulsione di morte”; o alle loro declinazioni socioantropologiche; o, non ultimo, al neonato fronte delle neuroscienze. Eppure proprio Freud, che teorizza tale pulsione nell’ultima fase del suo pensiero, a partire dai saggi degli anni ’20 (specialmente in Al di là del principio di piacere), commette una sorta di “peccato metafisico” nel tentare di definirla: la contrapposizione di Eros e Thànatos richiama il dualismo di Empedocle (con i cosmologici principi di Odio e Amore), così come più genericamente il riferimento al “lato oscuro” e primigenio delle pulsioni (di vita e di morte) richiama tutto quel filone di pensiero dionisiaco che vede i principali interpreti filosofici in Schopenhauer e Nietzsche – che certo Freud conosceva bene. Bisognerebbe poi verificare l’impatto del pensiero di Sade in tale percorso.
Rimane tuttavia problematica l’identificazione di quella pulsione che, opposta al vitalismo del principio di piacere (e a tutto ciò che attiene alla sfera della libido, del desiderio, dell’autoaffermazione e dell’espansione narcisistica), ci farebbe precipitare indietro verso l’informe e l’inorganico. Quasi una nostalgia dell’inerzia priva di gioia (ma anche di dolore) del caos originario, un ritorno all’essere indistinto e privo di determinazioni.
L’attenzione di Freud è tuttavia rivolta alla forza distruttrice che tale pulsione comporta, poiché non esiste solo una naturale tendenza alla connessione e alla composizione, ma anche una forza uguale e contraria che spinge verso la dissoluzione e la distruzione. Del resto la violenza, la guerra, l’aggressività umane stanno lì a dircelo a chiarissime lettere.

D’altro canto credo che la teoria spinoziana delle passioni, così come esposta nell’Etica e su cui tanto si è ragionato in questo blog, fornisca anche per quella passione tristissima – che tanto imperversa nelle nostre società dell'(avan)spettacolo, della pornografia-pornolalia-pornocrazia emotive e della fine del pudore – un quadro esplicativo primario per certi aspetti insuperato – senza nulla voler togliere alle teorie psicoanalitiche contemporanee, che pure devono un tributo anche al buon vecchio Baruch.
Lo si può ricavare in primo luogo dalla tesi generale di Spinoza, che ritiene “naturale” (biologicamente determinata) la nostra esposizione alla potenza degli affetti da una parte; e però, d’altro canto, eticamente rilevante (e socialmente necessario, anche se non garantito) il superamento di quella stessa schiavitù attraverso lo strumento della ragione e dell’ascesi conoscitiva. Le passioni non si eliminano né possono estinguersi (è la stessa ontologia dell’essere umano a mostrarsi qui in tutta la sua forza ed evidenza), tuttavia possono essere gestite e indirizzate, soprattutto facendole interagire tra di loro.
In secondo luogo, e giusto per entrare nello specifico, possiamo trovare in varie parti dell’Etica alcune indicazioni utili a farci capire meglio struttura e funzione degli affetti, specie di quelli tristi, tra cui potremmo senz’altro annoverare la suddetta necrofilia o pulsione mortifera – da collocare nel contesto spinozista come il pressoché rimosso discorso sulla morte (su questa “quasi rimozione” tornerò tra poco).
Ho individuato almeno tre punti principali che possono aiutarci a meglio comprendere la dinamica degli affetti tristi:

1. Nocività degli affetti unici (che tradurrei liberamente con il termine morbosità). Scrive Spinoza a tal proposito: “Un affetto è cattivo o dannoso solo nella misura in cui impedisce che la Mente possa pensare; perciò un affetto che determina la Mente a considerare contemporaneamente molti oggetti è meno nocivo di un altro affetto, ugualmente grande, che trattenga la Mente nella sola considerazione di un oggetto unico”. Spinoza sembra qui ritenere salutare per il nostro equilibrio psichico la variabilità, la dinamicità della nostra vita emotiva: evitare le fissazioni e i blocchi, preferire sempre il costante fluire della molteplicità esperienziale. Come se gli uni richiamassero la rigidità della morte, mentre l’altro simbolizzasse l’elasticità e la plasmabilità della vita. Spinoza ricorda inoltre come il sottrarsi ad oggetti monolitici e monotematici favorisca un minor patimento (cioè dipendenza e schiavitù), sia in termini qualitativi che quantitativi (si veda la prop. 9 con relativa dimostrazione della parte V dell’Etica, o anche la prop. 43 della parte IV).

2. Volgere il negativo in positivo (detto così sembra uno di quei motti di certi santoni o psicologi o terapeuti da strapazzo). Ma anche qui occorre riflettere bene sul testo spinozista: “Per far cessare la Paura (Metus) bisogna pensare alla Fermezza (Animositas), bisogna cioè passare in rassegna e immaginare spesso i comuni pericoli della vita e in qual modo si possano evitare e superare con la presenza di spirito e con la Fortezza (Fortitudo). Ma [attenzione a questo passaggio] bisogna notare che nel mettere in ordine i nostri pensieri e le nostre immagini bisogna sempre riferirsi a quello che c’è di buono in ogni cosa, per essere così sempre determinati ad agire da un affetto di Letizia” (sc. prop. 10, parte V, corsivo mio).
E’ questo un punto delicato del pensiero di Spinoza (in particolare della sua concezione della natura): quel “passare in rassegna e immaginare spesso” è un elemento cruciale, poiché implica un’indagine approfondita della natura (la natura interna così come quella esterna), senza nascondersi la verità circa la crudeltà, l’indifferenza o i lati oscuri che in essa inevitabilmente troviamo – per poi “mettere ordine” in quei pensieri e nell’immaginario evocato, così da essere spinti ad una vera e propria purificazione spirituale.
Damasio ci parla a tal proposito di Spinoza come di un “uomo elastico e coraggioso”, che tentava di minimizzare il lato oscuro, e che lottava per essere felice: si tratterebbe di un “proficuo adattamento sotto forma di una vita naturale dello spirito” al fine di ripristinare “l’equilibrio omeodinamico perso a causa dell’angoscia” (Alla ricerca di Spinoza, 333-4). Sembra cioè che Spinoza intendesse volgere la natura (crudele o indifferente) a beneficio di se stessi e, più in generale, dell’umanità.

3. Purificazione e rimozione. Veniamo alla conclusione del nostro piccolo percorso di “purificazione”. Spinoza vorrebbe espungere il pensiero della morte: in che senso? non sembra questa piuttosto una rimozione del tutto inefficace, in linea con quella della nostra epoca? I punti dell’Etica che trattano della morte (e la stessa frequenza con cui il termine “morte” compare) sono davvero pochissimi, due o forse tre, non di più. Nella parte IV, con la frase che diventerà un celebre aforisma: “L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte” (prop. 67); e poi verso la conclusione dell’opera: “Quante più cose la Mente comprende con il secondo e con il terzo genere di conoscenza, tanto meno essa patisce dagli affetti che sono cattivi, e tanto meno teme la morte” (parte V, prop. 38).
Spinoza insiste sulla necessità di liberarsi di un affetto triste e negativo qual è quello della morte, o meglio del terrore che essa suscita, e la via migliore affinché questo processo di purificazione riesca è, naturalmente, la via della conoscenza: conoscenza della natura interna e di quella esterna, ascesi (e ascesa) verso il più alto grado conoscitivo possibile, massima varietà delle esperienze. In sostanza, quel che Spinoza ci raccomanda è di immergerci nel flusso della vita, di sentircene pienamente parte, e di non badare a quell’accidente secondario che è la decomposizione dei corpi – tutto sommato niente più che una disgregazione di parti e di individui, una questione affatto meccanica, che non può certo intaccare la compattezza e la grandezza della vita e della natura.
(Non saprei se, a tal proposito, Baruch converrebbe con Sigmund sulla pulsione verso un ritorno alla dimensione inorganica, quasi uno sciogliersi dell’individualità nella sostanza da cui proviene – polvere alla polvere, come ci ricordano le sacre scritture – e dunque un monito non solo ontologico ma anche etico a non considerarci nulla di speciale, nulla di più degli altri enti; ma, nello stesso momento, nulla di meno: vita che fluisce dalla natura e che alla natura ritorna).
Perseverare nel proprio essere è fondamento e legge ontologica, da cui deriva anche la raccomandazione di “rimuovere la tristezza”. Ma come la mettiamo con la rimozione della morte? Non ha anch’essa una sua realtà ontologica, una sua necessità, un suo essere parte indispensabile del processo vitale? Perché mai dovremmo rimuoverla?
Sembra quasi che Spinoza, che ben conosce la natura umana, preferisca una rimozione in blocco (la morte e la paura che essa suscita), piuttosto che rischiare gli effetti morbosi degli affetti negativi, con la paralisi psichica e mentale che ciò potrebbe comportare. Ma per far ciò occorre aderire alla logica della perenne trasformazione, del mutamento continuo e dell’agire in moltissimi modi (senza patirne uno solo), sottraendoci così alla logica peritura dell’immaginazione (che pure, come ricordato sopra, ci può servire a figurarci i pericoli per evitarli).

Ciò non toglie che il saggio sa bene che sotto la barra della fermezza d’animo e della virtù (conquiste dovute al “rasserenarsi” progressivo indotto dall’ascesi) continuano ad agitarsi le pulsioni più distruttive (ed autodistruttive), le passioni più tristi e più turpi, insieme ad un divorante, bruciante e spesso incontrollabile desiderio. Che però è parte essenziale della vita.

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18 Risposte to “Catalogo delle passioni – Necrobiofilia”

  1. Carla Says:

    i quadri di Duhrer si adattano a qualsiasi interiorità….

  2. Catalogo delle passioni – Necrobiofilia (via La Botte di Diogene – blog filosofico) « radicimolesi Says:

    […] Catalogo delle passioni – Necrobiofilia (via La Botte di Diogene – blog filosofico) In Imola on novembre 9, 2010 at 20:28 Deviando dalla lucreziana lezione sulla lontananza contemplativa del dolore altrui (e forse anche dalla precisazione che non per sadismo ma per scampato pericolo tale distanza di sicurezza ci allieta, e dunque per un istinto vitale), vorrei brevemente addentrarmi nelle torbide acque del lato oscuro di certi nostri umanissimi comportamenti, tutt'altro che lontani e ben più che contemplativi, direi anzi al limite del più turpe voyeurismo. Situazion … Read More […]

  3. Xavier Says:

    Sti’ cazzi, mi verrebbe da dire in sintesi filosofica un po’ stringata! Il punto è, caro m.d., che sulla morte, e quindi sulla vita, non si finisce mai di trastullarci. Le ricette di Spinoza non sono nè meglio nè peggio di altre, fermo restando che i “saggi”, nell’accezione filosoficamente più nobile e quindi anche più umana, mi sono sempre stati pregiudizialmente sui coglioni, anche se, grazie agli dei, non ne ho mai incontrato uno.

  4. milena Says:

    Non sono sicura sia proprio necessario farlo, ma sono lieta che hai ripreso la citazione di Citati, su Leopardi, che sibilava inquietante: “Pensare – anche le cose più terribili – gli dava gioia”, apparsa in cima al blog alcune settimane or sono.
    Leggere il testo di Citati per intero, aiuterebbe a comprendere cosa intendeva dire, a non fraintenderlo.
    Non sono esperta nella materia “Leopardi”come caso letterario e/o umano, per poter ribattere, contestare o acconsentire, però mi sono chiesta, Chissà cosa ne penserebbe Leopardi, di questa gioia che gli viene attribuita, se potesse dircelo, se avrebbe gradito.
    Così, se provassi a mettermi nei suoi panni, ipotizzando che questa frase si riferisca ad un generico “uomo” (io, tu, egli, noi, voi, essi) – visto che ciò che si può dire di un uomo si potrebbe dire per ogni uomo – e ammettendo che possa esistere questo tipo di gioia – dato che i sentimenti più comuni di fronte alle cose terribili sono il raccapriccio, l’orrore e simili -, di quale gioia potrebbe trattarsi?
    La gioia di essere (per ora) scampati al pericolo, sarebbe, sì, una gioia istintiva e vitale, ma nello stesso tempo effimera e di bassa lega; oppure che si riferisca ad una gioia di tipo intellettuale, mentale, teoretica, nondimeno illusoria (come dice Md).
    O ancora – nei panni di Leopardi risponderei così -, il tipo di gioia che, seppur messi di fronte alle cose più terribili, non può smettere di essere gioia, e che non è semplice gioia di vivere, né gioia intellettuale, bensì la Gioia di esistere, comprendente in sé le infinite declinazioni della stessa.
    E ancora – aggiungerebbe Leopardi – ciò non significa che avendo conosciuto tale Gioia si sia immuni dal dolore, dalla paura o dalle passioni, ma forse soltanto che si possa giungere a guardarle con un certo (od incerto) distacco.
    Come dire che sì, tu paura esisti, e tu dolore esisti, e tu passione esisti, ma non siete i dominatori assoluti del mondo.
    E neppure la morte lo è. Ben poca cosa è la morte di fronte all’esistenza.

    Spinoza, poi, molto pragmatico, consiglia di investire i propri pensieri ed energie su più fronti, differenziare gli investimenti; e naturalmente approvo.
    Ma ancora non ho ben capito cosa sia questa “necrobiofilia”: una nuova malattia, o un neologismo all’ennesima potenza per indicare l’attitudine degli umani a frequentare le proprie paure nel tentativo di esorcizzarle? (così come accade che di fronte alla morte c’è chi ha l’abitudine a toccare ferro, o i coglioni) – cosa che d’altronde hanno sempre fatto attraverso miti, favole, racconti e leggende, e che ora spettacolarizzano per mezzo dei più moderni strumenti tecnologici di cui dispongono, anche se molti fattori, quantitativi e qualitativi, rendono lo spettacolo indecente, tanto che, più che altro, sembra uno spettegolare ossessivo.
    E allora, sì, guardiamo altrove. Il mondo è vasto e molteplici gli attributi.
    Un saluto.

  5. md Says:

    @Xavier: ma cosa ti hanno fatto questi poveri “saggi”, tanto più che non ne hai mai incontrato uno?

    @milena: naturalmente “necrobiofilia” è una sorta di iperbole o di ossimoro, ad indicare ad un tempo l’oscillare continuo tra le pulsioni, od anche la possibilità (da Spinoza auspicata) di privilegiare l’una a discapito dell’altra.
    Interessanti le tue osservazioni leopardiane: naturalmente la frase (piuttosto sibillina) che ho estrapolato è un frammento del testo di Citati, a proposito dello Zibaldone e del cantiere sterminato di pensiero che lì viene aperto, e che può condurre nelle più disparate direzioni.

  6. Xavier Says:

    Natutalmente, caro m.d., credo tu abbia ben capito quanto poco sul serio io vada preso. D’altro canto non si può negare che questa settimana ti ci sia proprio messo di buona lena a dispiegar concetti, a sviluppar teorie, ad accennare neologismi di intricata lettura. E allora, caro il mio ragazzo (perdona questa immeritata e finta paternità), a un certo punto non si può non sparar esorcistiche cazzate a mo’ di autodifesa da tanto ragionare! E allora, per finire ingloriosamente, aggiungo un paio di cosette senza pretese. I saggi mi risultano insopportabili unicamente perchè ne sono invidioso, lividamente e sinistramente invidioso senza scampo, perché non lo sono mai stato neanche per un attimo in tutta la mia esistenza, mentre puerilmente mi ripromettevo un giorno sì e l’altro no di riuscire nell’intento. Capisci bene che se avessi anche avuto la sfortuna di incontrare personalmente un saggio, credo che forse non avrei retto, e mi sarei suicidato. Sulla morte invece credo di non poter dire proprio nulla, come tutti noi del resto, ci piaccia o no. Esercitiamoci pure in congetture di ogni genere, teniamone a distanza più o meno di sicurezza le paure, lo smarrimento, l’interpretazione sgomenta e il monito a viver come si dovrebbe (come?) invece di sprecare (?) l’esistenza, resta il fatto che parliamo solo e soltanto di ciò che “arriva” fino alla morte, a tutto ciò che se ne sta al di qua, al “prima” insomma. Ne manca un pezzo….

  7. milena Says:

    Secondo me in ogni uomo ci dev’essere un po’ di saggezza.
    (o quasi in ogni uomo, visto come vanno le cose su questa terra; nel qual caso è soltanto perché se ne è dimenticati).
    Forse non è distribuita equamente tra gli uomini, ma se ognuno di noi non avesse almeno il barlume dell’idea della saggezza, come faremmo a riconoscerla? come potremmo a trovarla?
    Così, se non sapessi cos’è l’oro non potrei trovarlo, anzi, non comincerei neppure a cercarlo. Ed anche se ne avessi a piene mani non saprei che farmene.
    Persino il saggio, non potrebbe dirsi saggio da sé solo.
    Ed allora: chi è più saggio? Il saggio che gli uomini chiamano saggio, o gli uomini che lo riconoscono?
    Che poi, il fulcro non è tanto la persona del saggio, quanto la saggezza che si manifesta attraverso lo stesso, con pensieri, azioni, comportamenti, compresi gli inevitabili limiti e mancanze impliciti nella condizione umana.
    Ma non è saggio un gatto, con la sua saggezza di gatto? O un sasso, con la sua fermezza di sasso? Chi lo smuove da lì, se non un terremoto, una frana o un’alluvione?
    Così penso che bisognerebbe cominciare con l’avere un po’ più di fiducia nelle nostre stesse possibilità, e smetterla di credere che la saggezza possa essere solo fuori di noi e altrove; aliena e sconosciuta.
    Ognuno di noi ha la sua propria saggezza, che va educata, raffinata ed accresciuta, con l’aiuto di chi ha già fatto lo stesso percorso, e ai quali saremo grati.

  8. Xavier Says:

    La saggezza di Milena va “premiata” quanto meno con un grazie di cuore per la fiducia che esprime nelle altrui possibilità, e quindi anche le mie, di cui andrò alla ricerca con qualche speranza in più. Devo altresì sottolineare che essendomi sentito spessissimo uno stronzo, alla fine ho pensato che la stronzaggine fosse un po’ la cifra della mia saggezza. Il che non è di grande consolazione…

  9. Vincenzo Cucinotta Says:

    Posso dire anche andando fuori tema (tanto, c’è chi l’ha già fatto :-D), che la vera necrofilia della nostra società sta nello stesso feticismo delle merci? Andate in un centro commerciale, e ditemi se non ha, estraniendosi da dettagli insignificanti, tutto l’aspetto di un cimitero. Questa adorazione degli oggetti è intrinsecamente necrofila, appunto perchè gli oggetti sono privi di vitalità.
    Del resto, anche i luoghi di divertimento, tipicamente discoteche e roba simile, su cui ammetto senz’altro la mia ignoranza, a me quando li vedo anche “in effigie”, danno un’idea mortuaria. Il fatto cioè di associare il divertimento al suono assordante, alle luci abbaglianti o intermittenti, ad abbigliamenti vistosi, o infine all’uso di alcool e pasticche o polverine varie, da’ l’impressione di morte. Come insomma un moribondo che venga tenuto in vita con farmaci sempre più potenti.
    Non siate troppo severi con me, mi raccomando, sono solo un povero anziano 😀

  10. Xavier Says:

    Ma come, Vincenzo, mi rifai il verso?

  11. Vincenzo Cucinotta Says:

    Xavier, se ti feci il verso, non me ne accorsi. Così, smette di essere verso, ed è semplice coincidenza 🙂
    D’altra parte, se ti riferisci all’ultima frase sull’età, era doveroso, visto che fustigavo il costume imperante nella fascia più giovane della popolazione. Sarà chiaro che è la reazione di una persona antica, che non apprezza la modernità, essendo fermo ai giorni immortali della propria giovinezza, tra l’altro iniziati con il mitico ’68.

  12. Xavier Says:

    Ti facevo più giovane caro Vincenzo, almeno di età. Tra un po’ salta fuori che m.d. ha combattuto con Garibaldi, e gli altri ottimi interlocutori sono tutti bisnonni. Dovevo aspettarmi che tanta saggezza d’intorno arrivasse da anime mature. E io che facevo tanto il saccente pavone spelacchiato dall’alto del mio tempo trascorso. Comunque ti lascio volentieri il compito di fustigatore dei costumi giovanili: io non so se ero tanto meglio di loro, dati i punti di partenza da cui si muovonoi, anzi, a ‘sto punto non so più niente e mi conviene ritirarmi a riflettere…qualcosa troverò.

  13. milena Says:

    Non voglio deluderti, Xavier, ma non è nelle “altrui” possibilità che esprimo la mia fiducia, bensì mi auguro che ognuno riesca ad averla nelle “proprie”, e tutti quanti nelle nostre “stesse”.
    Però a me non dispiace quando sento che le persone che incontro hanno fiducia in se stesse, anzi, se incontro qualcuno calmo e fiducioso in se stesso, m’incoraggia ad esserlo anch’io. E sarebbe bello che fiducia, serenità e saggezza fossero contagiose, anche se so che non è sempre così. Ma se io potessi scegliere preferirei lasciarmi contagiare da quelle piuttosto che dai loro contrari.
    Come dice un proverbio cinese: “se egli trova dei difetti li lascia … le virtù egli le segue”.
    Poi, siccome non ti conosco e non so neppure quanti anni hai, non vorrei dire qualcosa di troppo.
    Un saluto.

  14. Xavier Says:

    Puntualizzo, cara Milena: ho interpretato il senso del tuo discorso anche come un invito a trovare, a educare e ad affinare le proprie possibilità, avendo comunque fiducia, e qui sta il discorso, che ognuno ne possegga. La mia scherzosa replica consisteva nel ringraziarti per riconoscere anche a me come a tutti, questa possibilità. Aggiungo: da quel momento il mio ego si é gonfiato a dismisura e da un paio di giorni sto girando a testa alta come non mi capitava da tempo, fiero di sentirmi un saggio ormai neanche più potenziale, anzi, secondo una classifica da me stesso compilata, di essere tra i primi tre saggi al mondo. Gli altri due non so chi siano. E intanto, naturalmente, non ho smesso di restare lo stronzo che sono. Come si può constatare. Un saluto.

  15. milena Says:

    Oh ma poupée, alors si vous aimez, alors amusez-vous tout seul avec votre ballon. Mais attention, parce que c’est la nature d’un ballon glissé çà et là par les vents, puis se dégonfler.
    Adieu, enfin adieu

  16. Xavier Says:

    Son uomo di mondo, anche se non ho fatto il militare a Cuneo (Totò), e apprezzo le parole dei saggi. Merci, ma cherie.

  17. milena Says:

    Le parole sono solo parole, Xavier, ma forse non sai come mi piacerebbe che l’immagine del palloncino che si sgonfia finisse per calzare a pennello al nostro primo ministro, tanto per cominciare.
    Perché è ovvio che ci sono stronzi, e Stronzi con la S maiuscola. Ed è meglio saper distinguere la stronzaggine privata (che ognuno risolverà, se c’è, nel proprio ambito privato, mi auguro) dalla stronzaggine istituzionale, mediatica, simbolica ecc. che si spande su ogni cosa, che crea le condizioni perché la gente sia sempre più infelice e sottomessa, e stupida, tanto da non saper più scegliere cosa fa bene da cosa fa male, di più, da togliere loro qualsiasi possibilità di scelta, poiché c’è quasi soltanto ciò che viene imposto con la forza dell’abitudine e del bisogno.
    Sì, perché, se c’è una cosa che mi rende triste (quando vado in giro vedo o gente che sta male o molto male, o stronzi e Stronzi, e tutto questo mi fa male), non è tanto il mio privato personale, che sono fatti miei e a questo punto chissenefrega, quanto il problema sociale.
    Anche questa volta non so se mi sono espressa nel migliore dei modi, ma se non si può far leva su quel flebile barlume di saggezza, e di desiderio, che magari è ancora rimasto in ogni singolo uomo, allora dovremmo arrenderci, rassegnarci definitivamente a stare ad aspettare niente altro che la morte, di questa società in decadenza, in agonia. Cosa che peraltro potrebbe essere inevitabilmente vera.
    Scherzandoci un po’ sopra, mi verrebbe da salutare con “Morituri te salutant”.
    Ma ciao.

  18. Xavier Says:

    Cara Milena, finché si riesce (ancora) a non star bene perchè gli altri attorno non stanno bene, e si è tristi per la loro paura e tristezza, forse non é ancora il tempo di rassegnarsi, e mi pare proprio che tu non lo sia. Un errore però, secondo me, é prendere il nostro tempo a misura di tutto, trasferendovi speranze e delusioni che spesso sopravanzeranno di gran lunga il breve segmento della nostra esistenza. Prima di noi altri si sono battuti, dopo di noi spero altri ancora. Adesso é il nostro turno.

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