Aforisma 33

Partire sempre dal presupposto che l’altro (chiunque o qualunque cosa sia) ha sempre più paura o, al limite, la stessa paura che provo io. E dunque, perché mai averne paura?

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13 Risposte to “Aforisma 33”

  1. francesca Says:

    a causa della saggia sfiducia nel genere umano

  2. milena Says:

    Non so, md, ma l’aforisma 33 non mi convince: più che un aforisma sembra un trabocchetto. Perché la cosa che più di ogni altra sarebbe da temere, sia in noi che fuori di noi, è proprio la paura.
    Brutta bestia la paura. La paura causa aggressività, che se trattenuta provoca rabbia, che ancora si trasforma in violenza – verso se stessi o verso gli altri. .
    Gli animali sentono persino l’odore della paura nell’altro, e reagiscono alla paura con la paura, e quindi attaccano quando si sentono in pericolo, ovvero quando hanno paura. E dubito che i meccanismi umani siano dissimili, se non in peggio, visto che gli umani sono capaci di dissimulare, e riescono ad esprimere una volontà malvagia che sembra essersi svincolata dalla semplice e naturale istintività animale. E di fatto il problema umano è un tantino più complesso.
    Quindi, tutto sommato bisognerebbe partire dal presupposto che non si sa mai cosa ci si debba aspettare – soprattutto finché non si è vinta la paura: impresa piuttosto improbabile, e difficilmente compiuta una volta per tutte. Ciao

  3. md Says:

    @francesca: saggia sfiducia o folle fiducia…

    @milena: in effetti ogni aforisma è un trabocchetto.
    Ma trovarsi in un bosco improvvisamente l’altro di fronte, imperscrutabile nelle sue intenzioni, è un’esperienza troppo significativa per far finta di nulla.
    E quel che io ne ricavo è una sorta di insegnamento – un “partire dal presupposto che”, cioè un auspicio.
    D’altro canto temere (e dunque aver paura) della paura è qualcosa che si avvolge su se stesso, e però, insieme, inevitabile.

  4. Vincenzo Cucinotta Says:

    Strana coincidenza che in questi stessi giorni anch’io abbia postato sulla paura. Però, secondo me, l’approccio che tu proponi non è il migliore, perchè dalla paura non può che nascere paura. Contesto cioè che per vincere la propria paura sia efficace confrontarla con quella dell’interlocutore. La paura va vinta in sè, e cioè con l’accettare la dimensione del tutto umana del rischio, della precarietà inevitabile della nostra esistenza. Visto che nessuno e nessuna condotta di vita può assicurarci alcunchè, allora bisogna affrontare le situazioni col giusto senso del timore, ma non della paura.

  5. md Says:

    @Vincenzo: un aforisma si limita a registrare seccamente un punto di vista o a far emergere un lato strano ed inespresso della realtà, oppure a lanciare un auspicio – a stimolare ragionamenti successivi, non a svolgerli.
    Tant’è che concludo con “perché mai averne paura”, negando paradossalmente la posizione iniziale – cosa che mi pare non sia stata notata.

  6. Carla Says:

    non sempre “l’altro” è qualcosa che si conosce.
    la paura nasce prima di tutto da una condizione…
    se siamo predisposti alla paura, qualsiasi cosa ci si pari davanti, noi la sfuggiremo.
    (la paura è la bestia dentro di noi che va vinta!:-)

  7. milena Says:

    È indiscutibile: bisogna riconoscerti il merito di lanciare aforismi (e non solo aforismi) aperti alla discussione! che sennò, a che scopo parlarne? e poi cos’altro ci sarebbe da dire?
    In quanto al “bosco” – che dire? – di mio cerco di stare alla larga dai boschi, nel senso che, se posso, cerco di evitare brutti incontri – che alle pecorelle come me si addicono più i pascoli soleggiati che non i boschi oscuri. E c’è già abbastanza dolore anche nella vita semplice (basta aspettare e prima o poi arriva) senza doverne andare a cercare i sovrappiù per spirito di avventura o sconsiderata curiosità. Il pericolo però si può annidare anche dove non te lo aspetti (nei verdi pascoli) o in chi non te l’aspetti. Le intenzioni di un “altro” possono essere imperscrutabili, fors’anche perché guardiamo le intenzioni altrui con la misura delle nostre stesse intenzioni, dimenticandoci che l’unità di misura potrebbe essere differente. Nello stesso tempo abbiamo bisogno di poterci fidare, che in mancanza anche di una sola briciola di fiducia non ci risolveremmo a metter neppure una zampetta fuori dall’ovile, o dalla caverna. Che l’ovile, o la caverna, non possono bastare: c’è bisogno d’erba nuova, per crescere.
    Perciò, come dice anche Vincenzo, qualsiasi cosa si faccia il rischio è inevitabile. Ma penso sia un errore molto comune intraprendere una qualsiasi cosa senza prevedere la possibilità che le cose non vadano nel modo sperato, auspicato o desiderato. Tant’è che sembra che la misura delle proprie aspettative sia direttamente proporzionale alla misura delle proprie delusioni.
    Perciò la sorta d’insegnamento che io ne ricavo è l’auspicio “di partire dal presupposto” di aspettarsi la minor misura possibile. Perché la paura sorge soprattutto dall’incongruenza fra aspettative e realtà. Mentre, tanto meno ci si aspetta che la realtà cor-risponda ad uno schema prestabilito, meno pre-giudizi se ne avranno, e tanto meno se ne avrà il timore.
    Ma poi, quale sciocco andrebbe a cavallo senza prevedere di poter cadere? Se qualcuno va a cavallo soltanto perché “crede” di non poter cadere, quello non è coraggio ma stupidità – e forse allora sarebbe meglio andare a piedi, prudentemente passo a passo

  8. md Says:

    Saggia e acuta come sempre, Milena.
    Proverò a cambiare ancora prospettiva (in attesa di una riflessione più sistematica sul fenomeno della paura), riportando un brano di un Hume disperato per aver messo in discussione la struttura identitaria dell’io (a suo parere costruzione fittizia, frutto di immaginazione, per quanto non se ne possa fare a meno) – ciò che in qualche modo viene fondato dalla paura al fine di tenerla lontano:

    “Ciò che mi impaurisce e mi confonde è, prima di tutto, la solitudine desolata in cui la mia filosofia mi ha confinato, e mi immagino come un mostro bizzarro e strano che, incapace di mescolarsi e integrarsi in società, sia stato espulso da ogni scambio umano, e abbandonato del tutto privo di conforto. Sarei ben felice di correre nella folla in cerca di riparo e di conforto; ma non riesco a risolvermi per mescolarmi a tale deformità. Mi appello agli altri perché mi accompagnino, così da formare una compagni a parte; ma nessuno mi presta attenzione. Tutti si tengono a distanza, impauriti dalla tempesta che mi scuote da ogni lato”.

  9. milena Says:

    Grazie, Md. Qualche volta preferirei essere un po’ più ottusa, ma che ci voi fare. A dire il vero mi aspettavo che qualcuno mi chiedesse, per esempio: “Ma di quale erba parli, o ti sei fatta?”. Dopodichè avrei potuto rispondere “No, guarda che sei fuori strada, perché prendo giusto un bicchiere di vino, o al massimo due, dopo cena, Dolcetto d’Alba se va bene.” Come al solito, difficilmente le proprie aspettative si avverano, ma non mi lamento.

    Però, tenerissimo questo Hume, come si presenta in questo suo sfogo personale. Tutto sommato è un peccato non averlo potuto conoscere di persona.
    Forse un po’ piagnucoloso, ma chi non lo è di quando in quando nel suo privato? Questo lo rende più simile ai suoi simili, che forse non lo hanno abbastanza amato. Però non si capisce se Hume ha amato loro – gli altri, intendo dire. Cercava conforto e consolazione, e va bene, ma questo è amore? Che non riesca a risolversi a “mescolarsi a tale deformità” è un modo di dire piuttosto raggelante. Forse credeva di essere superiore agli altri? Magari per certi versi lo era anche, superiore, per altri versi era però uguale a chiunque altro. E se è vero, come dici, che proprio lui aveva messo in discussione la struttura identitaria dell’io, questo è ancora più strano.
    D’altronde è chiaro che una cosa sono le teorie, altra cosa la pratica. E l’occidente è tristemente famoso per l’elaborazione di fantastiche teorie che poi non è disposto a mettere in pratica, o che sono praticamente irrealizzabili, o fonte di frustrazioni senza fine.

  10. milena Says:

    Riguardo alla “paura”, ripensandoci fra ieri e oggi – mentre sono quasi immobilizzata da un improvvido colpo della strega procuratami da un giretto sul terrazzo a nord della casa mentre tirava un vento gelido – la paura, dicevo, ecco, non sono certa sia necessario vincere la paura. Nel senso che non è che uno debba a tutti i costi mettersi di buzzo buono a vincere le proprie paure come fosse la battaglia contro i mulini a vento. Secondo me con le paure ci si deve convivere, come con il dolore. Qualche volta le tieni lontane, se puoi, qualche volta le aggiri o fai finta di niente. E vai avanti, anche tremando e gemendo. Ma chi l’ha detto che si debba essere tutti coraggiosi e forti come quelli che sono morti proprio perché erano così coraggiosi e forti? Così che oggi, 13 dicembre 2010, rivendico il diritto ad avere tutte le paure e i desideri di cui ho bisogno per vivere! E sì, vivrò insieme a loro, paure e desideri, dolori e piaceri. Ho spazio sufficiente per ognuno di loro. Voglio siano miei alleati, non nemici da combattere.
    Mi ritorna in mente, mentre ho già versato il terzo bicchiere di vino questa sera, e si sente, una frase , non ricordo dove l’ho letta, che diceva “non dovete opporvi al male”. E proprio fra ieri e oggi, mentre ad ogni più piccolo movimento sento questo dolore lancinante che mi toglie il respiro, mi accorgo che anche questo dolore è un amico che mi sta segnalando come e perché qualcosa non va. Il sovraccarico di una parte rispetto alle altre porta inevitabilmente alla disarmonia. Ma appena la parte sovraccaricata segnala con il sintomo il peso che non può più reggere da sola, ecco che le altre parti si mettono in moto e ridistribuiscono il carico tra loro, e via, l’armonia è ristabilita. Sono sorpresa, piacevolmente sorpresa, di scoprire quanta intelligenza ci sia in un corpo, fra fasci muscolari, nervi, tendini e quant’altro che neppure riesco ad immaginare, ma ai quali ho intenzione di abbandonarmi e lasciar fare loro quello che la mia coscienza non saprebbe da dove cominciare. Lasciar fare, ecco, farsi da parte, non opporsi e lasciar fare. Lasciare che sia.
    Qui mi fermo perché è già fatto tardi. Rimango però in attesa di una più sistematica riflessione sul fenomeno della paura. Cercherò di partecipare. Ciao

  11. xavier Says:

    Personalmente non ho paura di nulla, ma ho certamente terrore di alcune cose. E’ un distinguo per me non da poco, poichè nel primo caso si tratta di un concetto generale, e certo anche un po’ generico, nel secondo, invece, di ciò che implica la sua applicazione pratica, le sue conseguenze materiali. Infatti per me la paura non é affatto fisica, mentre il terrore lo é sempre. Per esser più chiari, io non ho affatto paura dell’acqua ma, non sapendo nuotare, ho il terrore di annegare. Naturalmente é facile, in tutto questo, scivolare verso ambiguità e semplificazioni, gli esempi potrebbero contraddirsi e il rischio della marmellata è sempre a portata di mano. Vuol essere solo il contributo per una eventuale riflessione allargata, qualora potesse interessare.

  12. md Says:

    @xavier: la stessa distinzione, all’incirca, fatta da Heidegger che però distinque tra paura (determinata) e angoscia (indeterminata), con uno slittamento semantico rispetto a quanto da te sottolineato – dovuto probabilmente a differenze di uso nelle rispettive lingue.

  13. milena Says:

    Sì, è interessante la differenza fra paura (determinata) e angoscia (indeterminata). Non vorrei essere precipitosa, ma mi sembra che la differenza stia nel fatto che una paura determinata è in qualche modo conosciuta quindi in parte controllabile o prevedibile, mentre l’angoscia è provocata dal non sapere donde provenga il pericolo, per cui qualsiasi cosa potrebbe rappresentare un rischio. O ancora (forse): la paura determinata è un problema oggettivo; viceversa l’angoscia è uno stato d’animo soggettivo indifferenziato che potrebbe “spalmarsi” su qualsiasi aspetto della vita di un individuo.

    L’esempio di Xavier, dell’acqua. È vero, un bicchiere d’acqua non fa paura a nessuno (anche se c’è chi preferisce il vino). Mentre un torrente in piena giustamente dovrebbe far paura a chiunque, anche a chi sa nuotare benissimo.
    E il fuoco? In sé è una cosa meravigliosa e utilissima, ma chi non ha paura del fuoco? O anche, chi non sa che il fuoco è un pericolo oggettivo? Ricordo che quando per riscaldarsi c’erano le stufe o i camini, le nostre nonne scottavano a bella posta un ditino ai bambini appena iniziavano a gattonare in giro, in modo che imparassero subito quale potesse essere il pericolo, per evitare che si facessero male da soli, prima di saperlo. E’ chiaro che se sai che una cosa può far male la eviti, o impari a trattarla con le dovute precauzioni. Ti proteggi. Ma se non lo sai, se non la conosci, o non hai alcuno strumento per prevenirla o per proteggerti, allora sei maggiormente esposto al rischio, e al caso. Ed ecco che (forse) la paura (determinata) si trasforma in angoscia.

    (Le marmellate però a me piacciono, di albicocche, mirtilli e lamponi. Certo, forse nessuno si metterebbe a nuotare nelle marmellate, ma spalmate su una fetta di pane io le trovo deliziose)

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