L’inizio

(Sono stato quasi partorito dalla morte – ed è forse per questo che amo ancor più la vita.
Tre fratelli morti – due gemelli di pochi giorni, una sorella a due anni – ti fanno sentire una specie di sopravvissuto ad una strage…)

Il 14 dicembre di mezzo secolo fa, per una casuale combinazione di fattori, nasceva mia sorella, Giuseppina Lucia detta Pinuccia. Sarebbe morta, tragicamente e altrettanto casualmente, meno di due anni dopo, annegando in una vasca del bucato colma d’acqua. Le nostre vite si sono casualmente sovrapposte per soli due mesi – io non ne serbo alcun ricordo diretto, mentre la sua esperienza percettiva di me (se così posso definirla) è andata per sempre distrutta – o per lo meno non si sa dove sia finita, se non nel pallido riflesso dei rimandi psichici dei sopravvissuti.
Certo, l’influsso che su di me quella morte ha avuto non è stato casuale – credo anzi che sarei affatto diverso senza quella morte e senza la narrazione oleografica e il culto della memoria (specie da parte di mia madre) che ne sono seguiti – tutte cose cucitemi addosso fin dalla culla; ma ancor più grande quell’influenza sarebbe stata se lei mi avesse accompagnato da viva in tutti questi anni. Sarei potuto essere – relativamente a lei – tre persone diverse: io con la sua morte (che è quel che sono), io con la sua vita (che è quel che avrei preferito essere), io senza né la sua vita né la sua morte. Sono invece vissuto, nel bene e nel male, entro il cono d’ombra della sua assenza.
Il gioco del come sarebbe stato se invece lei fosse vissuta (e convissuta con me) copre uno spettro di possibilità così ampio ed evanescente da rasentare di volta in volta il mistero, la curiosità, l’angoscia, il caso (di nuovo), la follia – ma soprattutto l’inanità e l’assurdità. Mi sottraggo a quel gioco (e giogo), così come al libero flusso dell’emotività (che preferisco tenere soltanto per me), e mi limito a celebrare la vita anziché la morte, pubblicando un piccolo racconto sul tema della nascita banalmente intitolato L’inizio.
Con questo mi piace pensare che lo spettro delle possibilità di Giuseppina Lucia detta Pinuccia – che oggi compirebbe 50 anni -, è ancora lì, sospeso e congelato da qualche parte. E vorrei che fosse l’unico spettro ad aleggiare su di me.

***

L’INIZIO

Credo di essere sveglia. Con i miei sensori non ancora compiuti, ma sufficientemente funzionanti, sono ormai in grado di avvertire se il sole è già sorto e persino se la giornata si annuncia calda e radiosa. Che bello! Non vedo l’ora di potermi rotolare in mezzo ai raggi, di farmi scorte abbondanti di vitamina D per poi sorbirmi la solita sgridata per l’eccesso di rossore al mio rientro in casa.
-Sei stata una bambina cattiva! – così mi sentirò dire. Per “cattiva” si dovrà intendere “imprudente”, e quindi non mi preoccuperò più di tanto – so già con largo anticipo che spesso le parole verranno gonfiate o camuffate, basterà stare attenti ai toni, ai modi in cui saranno pronunciate, ai “contesti” nei quali le sentirò risuonare. Tutte cose che imparerò, a suo tempo. Del resto le mie proprietà di linguaggio sono ancora… come potrei dire? un po’ rigide, scoordinate, poco fluenti – o meglio dire fluide? E come potrebbe essere altrimenti, visto il luogo in cui mi trovo?
-Posso avere lo stesso il gelato? – così implorerò quasi sempre.
-No, non te lo meriti. – così sentirò rispondere di solito.
-Dai, ti prego mamma!
-Per questa volta… anche se meriteresti un castigo, altro che il gelato. – Lei si girerà lentamente verso il congelatore, nell’angolo della cucina. A volte lo sento ronzare, specie di notte quando nelle stanze dell’appartamento domina il silenzio.
-Sììììì! Me lo dai al cioccolato?
Pregusto questi momenti, ma dovrò avere pazienza e saper aspettare.
Il compagno della mamma se n’è già andato da un pezzo – era ancora buio quando si è svegliato, e come al solito lui esce di casa prima ancora che il sole si levi. Io non ho ancora capito bene che lavoro faccia, so solo che se ne va all’alba, quatto quatto, con lo zaino in spalla – o almeno così me lo immagino. Veramente non ho capito nemmeno se sia lui il mio papà… Però, prima di infilarsi lo zaino e di uscire, lo sento avvicinarsi al letto di mamma e sussurrarle qualcosa. Piano, così piano che non riesco a distinguere le parole.
-Psss, psss.
Questo suo atteggiamento mi fa un po’ venire il nervoso. Non so bene se sia quella cosa – quel sentimento – che chiamano “gelosia”. Forse è un po’ prematuro che io me ne occupi. Come per assaporare il mio gelato al cioccolato, anche per chiarirmi le idee su questa cosa dovrò pazientare. Comunque credo che preferirò il fondente: sì, sarà certo meglio di quello al latte.
Stamattina, però, è tornato indietro, si è tolto lo zaino e – psss psss – ha sussurrato qualcosa anche a me. La mamma ha riso e allora lui mi ha accarezzato. L’ho capito perché la mano era più grossa e più ruvida. Anche se le sue parole erano più vicine alle mie orecchie, non sono riuscita a distinguerle lo stesso. E quindi non so se siano quelle che di solito dice a lei. Credo che un altro sentimento si sia presentato davanti alla mia bocca. Ora è qui, rotondo e luccicante, sembra una caramella alla frutta, e non so se devo mangiarlo o afferrarlo con una mano oppure appoggiarmelo alla testa. Non credo mi dia la stessa vitamina del sole, però il calore sì, quello l’ho sentito ben bene diffondersi nel petto e salire fino in gola. Devo anche aver gorgogliato qualcosa. Poi ho sentito sbattere la porta, chiamare forte un nome – …’rio, ‘rio, sono riuscita a carpirne solo il secondo pezzo, mi pare si dica suffisso – e la mamma che diceva:
-Hai dimenticato il tuo zaino. Come avresti fatto oggi col pranzo?

Ma ora tocca a noi due uscire. Finalmente. Il sole è già alto e farà piuttosto caldo. Però so già che non saremo sole. L’ho capito dal campanello della porta che è suonato a più riprese – due o tre volte – con il solito breve intervallo, che significa che con noi ci sarà anche la nonna. Quindi saremo in tre – visto come sono brava? So già contare! Ma non mi sono ancora spinta più in là del tre. Andare oltre mi sembra un’impresa troppo difficile. Come se là ci fosse il buio, o un precipizio o… insomma, qualcosa che fa paura.
-Come hai dormito stanotte, cara?
-Bene, mamma. Mi sono svegliata solo una volta, ma perché avevo sete.
-Ti converrà uscire leggera, Lucrezia, fa già un caldo…
-Non dirmelo, sono in un bagno di sudore e non sono ancora le nove!
-Senti, ieri sera ha chiamato tuo fratello.
-Ah sì? Come sta?
Lucrezia è il nome della mia mamma. Io, il mio nome, non l’ho ancora imparato bene. E nemmeno quello del fratello di mamma. Però so già che lo zio – così lo dovrò chiamare – mi vorrà bene, e vorrà portarmi in groppa alla sua bicicletta. Lui è un patito della bici. E’ un tipo sportivo, non sta mai fermo un attimo. Almeno, così ho sentito dire.
Ascolto svogliatamente la conversazione tra la mamma e la nonna, e intanto ne approfitto per sonnecchiare un po’. Tanto lo so già cosa si diranno, le solite cose – quelle che probabilmente anch’io e mia madre ci diremo un giorno. Bla bla bla. Chiacchiere. Quelle chiacchiere inutili che però fanno star bene gli umani, perché intrecciano le loro vite, creano intimità, sono come dei filamenti che escono dalle bocche e che si appiccicano sulla pelle, invischiandola tutta di… affetto? Consuetudine? Calore umano? Sì, penso si possa dire così. Ma anche queste cose le dovrò imparare bene, per ora sono soltanto parole, concetti astratti.
-Usciamo con la mia o con la tua?
-Con la mia, però guidi tu.
-Beh, questo era sottinteso, non vorrai mica guidare in quelle condizioni? – la nonna fa la voce un po’ chioccia certe volte, e mi fa ridere. Infatti mi sveglio e comincio a rotolarmi dal ridere, un po’ come col sole, ma non avrò nessun beneficio vitaminico in questo caso. Solo le contrazioni tipiche del riso – e anzi dovrò star bene attenta a non soffocare, specie se starò mangiando contemporaneamente il gelato al cioccolato. Fondente, non al latte.

L’auto sta viaggiando a una velocità moderata – immagino che la nonna lo faccia per me. L’altra volta, due o tre mesi fa, doveva essere maggio, il compagno di mamma non aveva avuto questa andatura tranquilla quando ci aveva portate di corsa al pronto soccorso. Ad un certo punto ha cominciato a suonare forte il clacson e la mamma si è spaventata un po’. Io però ero tranquilla e me la godevo, acquattata al mio solito posto.
-Non credo sia necessario, amore. Mi sembra che stia passando. Ora penso vada meglio. Anzi, magari…
-No, no. Ormai siamo quasi arrivati, e comunque un controllo in più non fa mai male.
-D’accordo, come vuoi.
Non era tanto bello il posto dove siamo entrati dopo aver parcheggiato. C’erano quelle luci fredde, quei ronzii e quei rumori ovattati, le ambulanze e i medici col camice bianco che andavano e venivano su e giù per i corridoi. Quasi quasi mi è venuto il mal di testa. Però si sentiva anche un odore di gelsomino, che proveniva dal porticato dove c’era un certo trambusto. Era così forte che l’ho sentito anch’io, e mi è piaciuto, ma dopo un po’ ho avuto un filo di nausea. Ho sentito dire alla dottoressa – una tizia cicciona, con gli occhiali e la faccia simpatica – che era tutto a posto e che potevamo andare a casa. Al ritorno il compagno di mamma è andato pianissimo, e io mi sono addormentata.
Adesso però sono sveglia e arzilla, pronta a partire. La nonna ha chiuso bene le portiere – l’ho capito dal clac – e ha avviato il motore. Brum, brum! Ora mi è venuta voglia di rotolarmi. Però manca lo spazio, io e la mamma siamo rinchiuse qui, in questa piccola scatola meccanica un po’ puzzolente, che però mi ricorda lo stesso il profumo del gelsomino – ho imparato a far viaggiare i miei piccoli neuroni alla velocità della luce, e so che questa cosa si chiama “libera associazione”.
Sono tutta presa dalla consueta seduta mattutina di autoanalisi – anche noi bambini lo facciamo fin da piccolissimi – quando, dopo una leggera curva, sento all’improvviso un urto violento qui dietro, alle mie spalle, e subito la nonna che urla, pianta di colpo una frenata, e poi comincia a imprecare contro qualcuno. Non ho percepito con precisione se questa sia stata la successione esatta degli eventi, so solo che dopo un po’ la nonna ha accostato e ha ripreso a urlare e a imprecare. Diceva anche delle parolacce (io già ne so qualcuna, ma è un segreto), e la mamma dal finestrino la implorava di stare tranquilla, che stavamo bene tutte e due. Io a dire il vero ho sbattuto contro le pareti (ma non tanto forte, le pareti non sono dure), e ho percepito una vibrazione strana dentro le orecchie. Una cosa nuova che non mi era mai successa prima.
-Lei è un imbecille! Chi le ha dato la patente? Non vede in che condizioni si trova mia figlia?
-E’, è… – un uomo sui quarant’anni, totalmente rasato e con gli occhiali da sole scintillanti si avvicina alla nostra auto. Balbetta qualcosa, poi si toglie gli occhiali e mostra un volto che sembra bianco come un cencio (cos’è un cencio? L’ho sentito dire, ma non so bene cosa significhi…).
-Sì, signor coglione. E’ incinta e lei ci è venuto addosso. Si rende conto?
-Io, io…
Il signor balbuzie resta imbambolato davanti alla nostra auto e non sa bene che fare, mentre la nonna si affaccia al finestrino e accarezza la mamma e le dice di stare calma, che ora andiamo subito al pronto soccorso.
Che bello! Il posto dei gelsomini!
-Ma no – dice la mamma – non ce n’è bisogno. Davvero, non mi sono mossa dal mio posto, la bambina sta bene, sento che si muove normalmente.
“La bambina” sarei poi io, che sto cercando di fare una capriola mentre sento la mano di mamma che si accarezza la pancia e che mi sfiora.
-Cosa c’entra, Lucrezia? Lo spavento che hai preso, e poi… – si gira di scatto verso l’uomo che sembra aver preso coscienza della situazione e che propone di chiamare un’ambulanza.
-Ma che ambulanza d’Egitto! La porto io in ospedale, siamo qui a due passi. Lei piuttosto mi lasci i suoi dati.
-Sì, certo, subito – e sbianca di nuovo. Gli cadono gli occhiali da sole ma non sta nemmeno a raccoglierli. Lo so, perché ho avvertito distintamente il tac delle stanghette sul marciapiede, e nessuno strofinìo successivo di stoffe che si piegano o si strusciano contro le ginocchia nel calarsi.
Poi sento che la nonna e il tizio discutono un po’, dicono qualcosa a proposito della manovra e della rotatoria dove si trovavano a procedere le due auto, una dietro l’altra. Lui guarda i fanali della sua automobile e la nonna i paraurti della sua, ma lo fanno frettolosamente, adesso l’emergenza è un’altra. Sì: sono io al centro dell’attenzione, e anche se sono blindata qui in questo pancione, è di me che si preoccupano tutti. In effetti il rumore nell’orecchio non mi è ancora passato. Bzzzzzzz, più o meno fa così.
-Vi accompagno in ospedale – dice l’uomo quarantino, mentre torna ad inforcarsi gli occhiali (evidentemente, a parte me, anche queste lenti scure si trovano al centro della scena, forse le danno un che di misterioso e carismatico – queste parole, veramente, mi pare di averle ascoltate alla radio, forse stavano in una canzone; a proposito, a me la musica piace tantissimo, almeno quanto il cioccolato e il profumo di gelsomino… non vedo l’ora di sentirla dal vivo… cioè, intendo dire, fuori dalla matassa liquida dove ora sto; non che non mi trovi bene qui dentro, è tutto così morbido e soffice, così intimo e protetto, però… è anche un po’ buio e lugubre, e i suoni sono così ovattati…).
-Non ce n’è bisogno – dice la nonna, che adesso è più calma, soprattutto dopo aver visto la reazione tranquilla e il sorriso di mamma Lucrezia. – Ad ogni modo adesso abbiamo i suoi dati e il suo numero di telefono. Nel caso la chiamiamo.
-Va bene. Io… mi dispiace… se posso fare qualcosa.
-Lasci stare. Arrivederci, e stia più attento la prossima volta.
La nonna sale in auto e mette in moto.
-Ma guarda questo coglione! – dice mentre riparte a tutta velocità.
-Mamma, non correre. Per fortuna non è successo niente, però non vorrei che la tua agitazione finisca col farlo succedere davvero un qualche brutto incidente.
-Stai buona, non ti preoccupare. Adesso in due minuti siamo al pronto soccorso.
Le mani di mamma sono ancora su di me, e vi restano per tutto il tempo del viaggio. Però quando arriviamo non sento né l’odore del gelsomino né la voce simpatica della dottoressa cicciona. Speriamo non sia un cattivo presagio.

Oh mioddio, diodiodio, che cosa mi doveva succedere, proprio a me, che sono sempre così prudente, che rispetto i limiti di velocità, non bevo mai un goccio di alcol quando devo guidare, e poi… andavo pianissimo, è bastato che con la coda dell’occhio guardassi di lato, una maledettissima frazione di secondo di distrazione per non farmi accorgere che l’auto davanti a me aveva rallentato… e adesso cosa faccio, mi sembra di impazzire, e se fosse successo davvero qualcosa, se lei ha sbattuto con… eppure diceva di star bene, anche se non aveva la cintura, com’è ovvio che sia, le donne in gravidanza avanzata non la mettono la cintura… lei diceva di non essersi nemmeno mossa, e poi è stato talmente lieve il tamponamento che… però la vecchia aveva le orbite fuori dagli occhi, sembrava volesse azzannarmi, se avesse avuto una pistola mi avrebbe sparato, ne sono certo… ora loro hanno il mio numero di telefono, e io sono qui da ore a guardare il display, a curare che non si illumini o che non cominci a vibrare, e soprattutto che non compaia un numero sconosciuto… a proposito, che imbecille che sono, non ho chiesto il loro numero, le avrei chiamate se lo avessi avuto… potrei sempre provare con il pronto soccorso, già, ma con chi parlo e cosa dico, avranno centinaia di visite al giorno, certo che una tizia incinta all’ultimo mese se la ricorderebbero, ma se poi c’è stato il cambio turno… ultimo mese, era all’ultimo mese, questo vuol dire che c’è la possibilità che abbia anche già partorito o che sia lì lì per farlo, si sa, in questi casi uno spavento, un’agitazione improvvisa… diodiodio, oh mioddio, e se poi il bambino… la bambina, ha detto “la mia bambina”, ma non so se parlava della figlia o della nipote, certo che la vecchia era proprio arrabbiata, sì insomma, e se poi la bambina nasce con qualche trauma, qualche malformazione… ora controllo su internet, vedo se c’è qualcosa su casi del genere… chi è che sta chiamando, ‘fanculo, il solito rompiscatole, no, non ho voglia di rispondere, stasera non rispondo a nessuno, né stasera né… domani, già ma quanto mancherà al parto, io starò in paranoia fino a quel momento, ma mancheranno giorni o settimane, magari era solo all’inizio del nono mese, e allora ci vorrebbe ancora tutto un mese… un intero lunghissimo mese di paranoia, ma no, le farebbero dei controlli prima, anzi se ne sarebbero già accorti, e nel caso mi avrebbero già chiamato… potessi farlo io, accidenti a me, e invece non ho nessun numero da chiamare, io impazzisco tutto questo tempo, io… cosa faccio, chi chiamo, a chi lo dico… e ora chi riesce più a dormire…

Tranquillo, quarantino occhialuto e in paranoia. Eccomi qua, sono nata da un’ora e mi sembra di sentire del profumo di gelsomino qui intorno. Avverto anche alcune voci, e le note di una musica zuccherosa che arriva dall’altra stanza. Però, almeno per ora, niente cioccolato. Quindi direi che sto bene, i miei sensori, il mio cervello, tutto sembra funzionare a meraviglia. Qualcuno sta pronunciando il mio nome. Credo sia la voce della nonna. Ora non è chioccia.
-Beatrice! – sta esclamando, mentre si terge gli occhi e si avvicina a me e a mamma Lucrezia. Si vede che fuori sta piovendo e prima di entrare nel reparto di maternità si è bagnata la faccia. Forse la nonna non è un tipo che usa l’ombrello. C’è anche il compagno di mamma, ma senza lo zaino. Mi sa che stamattina non è andato al lavoro. Mi guarda anche lui con tanto d’occhi!
“Beatrice”: mi piace, direi che suona bene. Che ne dite? Ora non mi resta che impararlo a memoria.
Bene, eccomi qua, adesso tutto può incominciare.

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Una Risposta to “L’inizio”

  1. milena Says:

    Bello, md.
    Par di sentirla Beatrice, le vogliamo già bene. Continua

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