I peli del bene

Siccome si avvicina Natale, voglio essere cattivo. E così oggi mi dedicherò al dileggio di quello che Zagrebelsky definisce lessico della carità. Voglio, in sostanza, parlar male del bene.
C’è un aggettivo che qualifica alcune parole di questo lessico, proprio per metterne in dubbio e revocarne il disinteresse: peloso. Perché si dice di una carità o di un atto di generosità che sarebbero “pelosi”? Al di là dell’etimologia dubbia dell’espressione (e della pluralità dell’uso figurativo del termine pelo, spesso negativo), la pelosità di un comportamento sembra alludere al contrasto tra ciò che appare e ciò che è, o più precisamente alla presenza di aspetti che rompono il lindore e la purezza di una superficie, e all’imprevisto spuntare di elementi filiformi laddove non ce ne dovrebbero essere – come quando si dice avere il pelo sul cuore o sullo stomaco o, per contrasto, non avere peli sulla lingua.
Vorrei qui avvicinare la peluria del sospetto ad alcuni nomi (prima ancora dei relativi concetti), sovra- (o male-) utilizzati nella nostra epoca. Gustavo Zagrebelsky vi ragiona nel suo recente pamphlet Sulla lingua del tempo presente, con riferimento all’attuale scena politica italiana, dominata com’è noto dall’ideologia berlusconiana: oltre a “scendere in campo”, “contrattare”, “mantenuti”, “fare”, “tasche”, spiccano nell’elenco le parole amore e doni. Aggiungerei gli affini volontariato, bene, carità, buone azioni. Intendiamoci: sono nomi che alludono a idee e concetti con una storia ed uno spessore tali da risultare irriducibili ad una qualche definizione o semplificazione. Di ciascuno bisognerebbe quantomeno tracciare una genealogia. Ma forse il problema sta proprio qui: nello svuotamento di quei termini e nella loro esibizione (e sovraesposizione mediatica, dunque retorica e sofistica) finalizzata a tutt’altri scopi. Quasi una metabasi in altro genere, un uso improprio e fuori contesto.

Intendiamoci (di nuovo): donare, essere generosi, fare del volontariato e del bene sono (appunto) buone azioni, azioni sante (direbbero Leibniz e Kant), vertici dell’eticità – ed è bene che gli individui le compiano con naturalezza, magari senza farsi troppe domande.
Gli individui – non i filosofi, che son sempre lì a rompere le uova nel paniere; o, tanto per richiamare la metafora iniziale, a cercare il pelo nell’uovo (od anche a dividere in quattro il capello). I filosofi – che notoriamente non sono individui tranquilli, quanto piuttosto destrutturatori dell’individualità paciosa e conciliata – non possono non farsi domande sul senso di tutto ciò, su che cosa sia il bene, su quali siano le sue motivazioni e finalità. Non dormono di notte, a causa di queste domande. E dubiteranno sempre delle madri-terese-di-calcutta, dell’anormale “amore di riserva” di cui Gaber parlava nella canzone Io se fossi Dio, a proposito delle “cazzate tipo compassione o fame in India”, e del loro inconseguente (ma mica tanto) esser carogne; o dell’umanitarismo imperiale delle ONG (opportunamente criticato da Michael Hardt e Toni Negri in Impero, laddove si citano le “campagne caritatevoli” e “gli ordini mendicanti” oggettivamente complici delle recenti guerre umanitarie – altra espressione pelosissima!); o del crescente potere dei numerosi eserciti della salvezza, croci e ordini di varie fogge e colori, non ultime le fosforescenti brigate della protezione civile; così come dubiteranno, per tornare al nostro lessico, della logica violenta del dono.
Ci avverte a tal proposito Zagrebelsky, nel testo citato, di diffidare soprattutto dei doni del potere, inevitabilmente squilibrati, ed anzi corrotti da rapporti servili, da una “violenza che si esercita tramite mezzi non maligni” (p.27): se chi dona è libero di donare, mentre chi riceve è necessitato a ricevere – e tutto ciò avviene sistematicamente e strutturalmente – come altrimenti qualificare questo gesto se non come falsamente disinteressato, anzi interessatissimo e peloso?

Dovremmo dunque concludere per una paralisi del fare e dell’azione etica? O per un radicale sovvertimento dei concetti di volontarietà e di generosità? Niente affatto, anzi, come raccomanda il buon Lessing, che mai mi stanco di citare, s’ha da agire semmai in vista del toglimento della necessità delle buone azioni. Solo una società giusta ed eguale, e non strutturalmente squilibrata tra magnanimi feudatari e proni servitori, può restituire a quei nomi la loro propria dignità e, perfino, automatica inutilità.

(ritratto di Dario Agrimi)

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3 Risposte to “I peli del bene”

  1. archer Says:

    suggerisco la lettura di “La buona volontà” di Emanuele Severino.
    Volontà (Buona o Cattiva) = violenza

  2. xavier Says:

    E’ vero che i filosofi sono dei gran spaccamarroni, che non gli va mai bene un cazzo, che han sempre da ridire, che se non se la prendono con qualcuno o per qualcosa non son contenti, etc. etc.?..Sì,non vi é alcun dubbio! Il paradosso sta’ nel fatto che me lo son sentito dire più volte io, che filosofo non sono, e che ragiono più o meno col buon senso di chi è quasi sempre incazzato ma non può sempre comportarsi come tale. Così, a sentire m.d. che non dorme di notte per arrovellarsi sul senso del bene e del male mi fa quasi piacere: e che cazzo, almeno lui é un filosofo, é un compito che gli spetta, dunque si arrovelli pure nella ricerca di peli e contropeli, e dorma di giorno se altrimenti non gli riesce! Fine della carognata pre-
    natalizia e breve commento al resto: come non essere d’accordo con Lessing e quindi con m.d.? Mettiamola però anche così, da facilone e non da filosofo: intanto che si pensa a come togliere di mezzo la necessità delle buone azioni, e tenuto conto che non se ne può più di maratone per questa o quella donazione pelosa a cui dovrebbero provvedere direttamente le comunità-stato-regione-provincia etc. con i soldi puntualmente versati da molti poveracci in forma in vessazioni di ogni genere, c’é anche chi non si fa troppi scrupoli di stare accanto agli altri senza averne niente in cambio, sopprattutto senza pubblicità alcuna, e a rischio di morire. I nomi, le situazioni, i motivi sono spesso ignorati e continueranno ad esserlo. Tanto per suggerire qualche riflessione, suggerisco la visione di un film, cosa che non mi capita quasi mai. Si intitola “Gli uomini di Dio”, un film francese di Xavier Beauvois di quest’anno. Non tragga in inganno il titolo: non vi é traccia alcuna di apologia della religione, nè di retorica o antiretorica sulla fede, i fatti sono veri, il tema ben si innesta sul ragionemento del nostro prezioso suggeritore. P.S.: é vero, il regista si chiama come me, ma giuro che non ci conosciamo…

  3. Il logos razziale « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] altre parole ed altri linguaggi; ma se la solidarietà e la fraternità non vogliono essere forme pelose di un bene padronale e pietistico, devono cambiar pelle e tramutarsi in uguaglianza ed […]

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