La fine

“E lascio la mia vita a te
Tu mi conosci non puoi dubitare
Fra mille affanni non sono andata via
Rimani qui al mio fianco sfiorandomi la mano (…)
Mi manca la presenza della sua figura”
(G. Russo)

“Il modo più importante di ricordare qualcuno
è essere la persona che quel qualcuno ci ha reso”

(M. Rowlands)

Non c’è nessun Dio padre a consolarci. Né un suo presunto figlio. E nemmeno un qualche spirito che aleggi non si sa bene dove. Non c’è nessuna vita dopo la morte. La trascendenza è pura immaginazione. Tutto quello che esiste è qui: la vita, la morte e le figure cangianti dell’essere. So per certo che è così.
I versi e la voce della poesia immaginano altro, immaginano l’impossibilità. Ed è bene che sia così.
Ce lo ricordano la sublime – morta e mai mortaGiuni Russo e il poeta mistico spagnolo Giovanni della Croce. Le figure scomparse e transeunti tornano alla figura che le ha generate – poco importa il nome che le danno gli umani.
Quelle essenze che fluiscono nel nostro ricordo – così come tutte le altre essenze del vivente che fluiscono nell’unica essenza della vita.

In memoria di quella che per me è stata una tra le figure-essenze più care – morta eppure mai morta alla vigilia di natale di due anni fa – pubblico qui sotto, in forma di racconto, la cronaca del nostro ultimo incontro. La fine – l’esito senza ritorno entro cui la mia amica temeva che la sua figura si smarrisse, che non fosse più riconoscibile, deturpata dalla malattia e dall’angoscia. I suoi occhi scintillavano ancora, dietro il velo della morte, nel pormi quella domanda inespressa.
Ma la sua figura è eterna, come tutte le cose.

***

LA FINE

Eccolo, è arrivato puntuale, come al solito. Un orologio svizzero. E’ sempre stato così, fin da ragazzo. Oddìo, da quant’è che lo conosco? Dunque, dunque, vediamo un po’… trent’anni? Forse l’anno prossimo saranno trenta. Avevamo festeggiato il nostro venticinquesimo, l’amicizia d’argento! Ma non ricordo l’anno esatto. Non mi ricordo nemmeno più il dannato anno del mio matrimonio, che comunque è durato meno della metà del nostro sodalizio…
-Ciao, tesoro. Come stai?
-Tu piuttosto – mi bacia e mi sfiora il viso con grande delicatezza, come se fossi un piatto di porcellana. Io da parte mia gli palpo la sciarpa rossa che si sta togliendo, e sfioro alcuni disegni non ben identificati in prossimità di una delle frange. Serve un appiglio per sciogliere l’inevitabile imbarazzo. E’ l’inizio di qualcosa di nuovo, sia per me che per lui.
-Ma sono dei piccoli mici!
-Boh, non so, ce l’ho da anni ma non ho mai guardato bene che disegni ci siano sopra.
-Comunque è elegante – gli dico mentendo. Mi è sempre piaciuto questo gioco sul suo modo di vestire. Certo è molto migliorato, dal giorno in cui mia madre, una vita fa, lo aveva guardato per la prima volta con occhi tanto spalancati da uscire quasi dalle orbite. Che ridere: ricordo sempre la volta che mi disse “Sembri quel tuo amico… come si chiama?”, “Vuoi dire…?”, “Sì quello, il ragazzino” – solo perché mi ero messa un saffi indiano coloratissimo al collo e una borsa di cuoio. Quando l’ho conosciuto lui vestiva così, come un hippy un po’ in ritardo. E del resto eravamo alla fine degli anni settanta: bei tempi, quelli!
-Ma è proprio vero che è un posto bellissimo, questo. Ancor più di come me lo avevi descritto per telefono.
-Vero?
-Sì, oggi poi è una giornata stupenda! E tu da quella finestra hai una vista… e c’è anche un nespolo, qui fuori!
-Incantevole no? Meglio di così…
Lui si fa serio, l’imbarazzo non si è ancora sciolto del tutto.
-Dai togliti il cappotto, che qui abbiamo persino un guardaroba. Poi, quando ti sei spogliato, ho da chiederti un favore.
Gli spiego che qui si può fumare liberamente, anche in camera, ma solo in presenza di un ospite o di un volontario. Una precauzione più che giustificata, non è raro che ci si appisoli, e farlo con la sigaretta in mano non sarebbe il massimo.
Mentre lui va giù alla reception a prelevare il mio prezioso kit per fumatori, squilla il cellulare. In questi giorni, dal numero continuo di chiamate, ho la misura di quanto io sia apprezzata e amata da tutta una serie di persone, anche da alcune che non mi sarei aspettata. E non nego che la cosa mi faccia piacere. Non appena chiudo la conversazione lui è già di ritorno, con un sorriso radioso.
-Ecco, cara. Fatti la tua dose – ride.
-Me la faccio eccome! Tu non hai più ripreso vero?
-No, sono ormai quattro anni e mezzo, e proprio non mi va di riprendere. Ci ho provato qualche volta, ma non c’è verso, non ci riesco.
-Oh bella, parli come uno che sta cercando di smettere. Buon per te. Io col cavolo che ci rinuncio. A queste mai. Pensa che all’ospedale dove sono stata ricoverata prima di essere portata qui, ho messo in campo tutte le armi possibili della seduzione, della concussione e della corruzione per ricavarmi i miei spazi di libero fumo. Alla fine mi piazzavo in terrazza, dove a memoria d’uomo non ci era stato mai nessuno. Uno dei dottori, una volta, era venuto fin lassù ad aggiornare la mia cartella clinica. Con la sigaretta in bocca anche lui. Non gli pareva vero di fumare mentre lavorava!
Ridiamo. Dalla sua espressione capisco che ora si è tranquillizzato e che riconosce in me la stessa di sempre. Ma è ancora presto per chiederglielo esplicitamente. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo e non ci corre dietro nessuno.
-Che stupido, mi stavo dimenticando di questo – da un sacchetto tira fuori un piccolo vaso di ciclamini rosa fucsia con sottili screziature bianche.
-Che belli! Sei gentile come sempre.
-C ‘è anche il sottovaso.
-Grazie, sei proprio un tesoro. Mettilo lì, accanto a tutti i miei talismani. L’ametista di mia figlia, col centrino ottocentesco sotto, l’ultimo romanzo di Camilleri, il mio posacenere preferito… a proposito, me lo potresti passare?
Ora però diventa inevitabile entrare in argomento, per lo meno mi tocca dare i soliti ragguagli sugli ultimi sviluppi clinici. Anche se non c’è molto da dire o da aggiungere. Partirò con la solita tiritera, ricostruirò brevemente gli eventi, lui di tanto in tanto mi chiederà qualche dettaglio in più su questo o quel passaggio. I calvari di certe malattie finiscono per assomigliarsi un po’ tutti. Non è certo così per chi se li vive sulla propria pelle: ognuno ha il suo modo.
-Non hai paura? – mi chiede. E’ la prima domanda diretta che mi fa.
-No, ormai non più – gli rispondo con convinzione. Prendo fiato, è mezz’ora che parlo e la voce ogni tanto si fa flebile, ho bisogno di un respiro più profondo per continuare.
-Prima ne avevo. Un mese fa, quando ancora non era chiaro quel che mi stava succedendo. Quei dolori lancinanti allo stomaco… e il nutrizionista di cui ti ho parlato prima, quel ciarlatano che mi aveva prescritto quegli orrendi beveroni… quell’altra dottoressa che si faceva scrupoli di darmi gli antidolorifici… e io che urlavo “voglio la morfina!”, ormai ero al limite della sopportazione, ondeggiavo tra l’incoscienza e una veglia che assomigliava più all’inizio di un delirio… e poi mia figlia, che mi guardava senza sapere che cosa fare… la paralisi, e la sensazione precisa di stare per morire: io-sto-per-morire, questo sentivo, come un’ondata che mi saliva dallo stomaco, mi invadeva il torace, mi attanagliava la gola… io-sto-per-morire… e davvero sarei morta allora, se non fosse intervenuto l’altro dottore, bisogna ricoverare e fare una tac, e io che in ospedale non ci volevo tornare, mi hanno fatto firmare un modulo, perché in caso di incoscienza… mi passeresti il bicchiere, per cortesia? Sì, versami un po’ d’acqua, ho la gola secca. Grazie. L’ospedale, l’esito dell’esame, il referto nero su bianco, la certezza che… e poi qui, di corsa perché si era liberato un posto… e io che ancora non ci volevo venire, non subito per lo meno, mi sembrava così prematuro, tutto capitava così precipitosamente, una cosa dopo l’altra, con ferrea necessità, come se fosse scritto… Alla fine arrivare qui è stata una benedizione. Qui è il massimo della cura e dell’attenzione che ci può essere per un malato terminale…
Già, “terminale”: non era ancora venuta fuori questa parola, so di averlo turbato, ma ci deve convivere, così come ci convivo io. Il termine è laggiù, ben visibile. E’ una linea che adesso non è più immaginaria.
-E’ andata così. Si vede che doveva andare così. Da qualche parte era scritto.
So che lui su questo punto non è d’accordo, ma evita di sottolinearlo.
-E’ venuta la mia ora. Del resto, o prima o dopo…
Fisso il cielo più azzurro che mai, entro il riquadro della finestra, mentre gli vedo distogliere gli occhi che si fanno lucidi. E’ il pudore reciproco che ci impone queste deviazioni dello sguardo.
-Ora, davvero, non ho più paura. So cosa mi aspetta. Non so ancora quanto ci vorrà: settimane, mesi? Non lo so, nessuno lo sa dire con precisione. Ma il percorso è tracciato, è un binario con la fine corsa segnata. Quello che mi dà sollievo, un sollievo che non puoi nemmeno immaginare, è di non sentire più dolore. Vedi questa piccola borsa, qui?
Si avvicina e lo invito a sollevare la coperta. Tasta la scatola nera e segue con lo sguardo i tubicini che da lì si dipartono e vanno a finire nelle mie vene.
-E’ morfina? – domanda.
-Non solo. Ci sono anche altre sostanze. Tutto è miscelato in maniera tale da accompagnarmi alla fine della corsa col minimo disagio umanamente possibile. Soprattutto, senza dolore, che per me è la cosa più importante.
-Ma il dosaggio verrà aumentato man mano che…?
-Sì, gradualmente, con il procedere della malattia e il diffondersi delle metastasi… finché alla fine ci sarà la perdita totale di coscienza. A quel punto…
Distoglie ancora lo sguardo. E’ così turbato che questa volta non può rimanere seduto, deve alzarsi e affacciarsi alla finestra. Le foglie degli alberi autunnali, le cascate di dobloni delle betulle, la corteccia dei platani, tutto si è fatto ancora più brillante. Sento arrivarmi sul volto la brezza fresca, ma non voglio che venga chiusa la finestra. Non so se e quando mi ricapiterà una giornata così.
Si gira verso di me e un silenzio affollato di cose non dette e di emozioni ci separa – o forse dovrei dire ci unisce?
Bussano alla porta, e il carrello che si affaccia ci annuncia l’imminenza del pranzo.
-Va bene la pizza? – mi chiede l’inserviente. Non lo dice con il tono un po’ meccanico e svogliato delle corsie. Del resto questo non è un ospedale. Sembra più un residence.
-Certo, ho una fame da lupi!
-Aspetta, ti aiuto – mi fa lui, e muove gli oggetti dal tavolino semovente per far posto al vassoio e alle portate che tra poco arriveranno.
Dopo mesi di inappetenza e di depressione organica mi è tornata la fame. Una fame lancinante, come un’affermazione vitale inaspettata. Non so se c’entrino i farmaci, o la degenza qui, o se sia qualcosa di normale in prognosi di questo tipo. So solo che mi è tornato l’appetito, e che sto mangiando con gusto, come non mi capitava da lungo tempo.
-Da come ti vedo divorare quel trancio di pizza direi che è proprio buona!
-Sì, è dannatamente buona. Qui non è la mensa ospedaliera, abbiamo una vera cucina, con tanto di menu da cui scegliere – come l’ultimo pasto del condannato a morte, sto per aggiungere, ma non lo faccio, sarebbe troppo crudele. E poi si è stabilita una tale armonia, si sta così bene; è proprio buona, e brindo con un bel bicchiere di Chianti, alla faccia di quelli che sulla pizza ci bevono la birra.
-Ma c’è anche una piccola crostata…
-Mmm mmm, ne vuoi un pezzo?
-No, figurati! Comunque dall’ultima volta che ti ho vista hai ripreso colore, e anche peso mi pare, sembrava stessi scomparendo, mentre ora ti trovo… sei proprio…
Ora glielo chiedo. Ma devo trovare le parole giuste, il modo giusto. Non voglio rovinare la magia di questo attimo, la perfezione dell’intesa che si è stabilita tra noi.
-Stavi per dire che sono proprio io? Mi riconosci? Sono la stessa di sempre, oppure sono cambiata? Dimmelo, per favore – avrei voluto essere meno diretta, ma certe domande non le si può aggirare. Devono essere formulate solo in un certo modo. Lo guardo dritto negli occhi, so di avere biascicato un po’ le parole e di avere uno sguardo meno vivace, un po’ appannato, me ne sono resa conto anche senza guardarmi allo specchio.
-Sì – mi dice con un filo di voce dopo una pausa che mi è sembrata lunghissima – sei la stessa di sempre, sei la mia amica. Sei tu, ti riconosco. La voce, il modo di ragionare, le tue battute, tutto è come prima, non è cambiato nulla.
Era quello che volevo sentirmi dire, e so che è sincero, non sta fingendo. Lo so bene.
-Per me, dopo quel che ti ho detto prima sul dolore, è l’altra cosa più importante. Sapere di essere ancora quella persona che sono sempre stata, e non un’altra. Ancora, fino alla fine. Non ha importanza quanto manchi, non è una questione di tempo. Davvero. Voglio essere io. Io, non un involucro, non un corpo attaccato alle macchine. Io. Almeno finché avrò coscienza. Poi accada quel che deve accadere. Senti, mi verseresti un altro goccio di vino? E poi magari…
-Sì, ho capito, aspetta che cerco l’accendino.
-Sei un tesoro.
-Anche tu.

***

Non ho paura? Non ho paura un accidenti! Altro che. Ieri è stato devastante. Ho cominciato col sentire uno smottamento, qui sotto lo sterno, e poi più in basso, nel ventre, dove stavano succedendo cose che… non avevo mai avvertito prima, le mie viscere, i miei organi, i miei tessuti erano come sotto attacco, l’assalto finale da parte di quell’orribile grumo di cellule impazzite, quella massa informe che ha deciso la mia condanna a morte, e si è diffusa e ha preso possesso di me; e io che credevo di avere metabolizzato la paura, di averla sottomessa all’ultimo barlume di lucidità che mi era rimasto, di avere accettato il mio destino con la tranquillità cosciente di chi sa di trovarsi a un passo dalla fine, e crede che… io non mi aspettavo tutto questo, l’abisso che si sta spalancando dentro di me, il terror panico che prende il mio corpo, quel tremore, le allucinazioni, talvolta persino il delirio… però c’è sempre una mano che stringe le mie dita avvizzite, di tanto in tanto avverto alcune parole, sommesse, delicate, come lievi farfalle che volano nella stanza; sento un medico che dice qualcosa a proposito di un certo cocktail di sostanze (“cocktail”? ma dove siamo, in un night club? non possono dire “miscela” o “mistura” o “miscuglio”? ecco, ti pareva, riesco a fare la prof anche in questo frangente, perfino al capolinea…); insomma quell’intruglio che mi farà star bene, me ne avevano parlato quando ero arrivata qui, mi avevano spiegato che non sarebbe bastata la morfina, ci sarebbero voluti anche degli ansiolitici, qualcosa che mi sprofondasse nel torpore semincosciente in cui ora mi trovo, e poi in un sonno che non è un coma, ma qualcosa che assomiglia molto al sonno della morte, una pozione magica che ti faccia scivolare nel gorgo muto senza alcun dolore né alcuna coscienza, che faccia finire quella sensazione terrificante, quell’attorcigliarsi delle viscere, quel terremoto interiore che solo una volta – solo un’unica volta – capita nella vita, e che è l’annuncio dell’ineluttabile, dell’irrevocabile, della cruda necessità… il senso compiuto della parola fine…
Ora tutto è tornato a tacere fuori e dentro di me, tutto sembra calmo, o per lo meno le mie capacità percettive si vanno affievolendo, solo questo filo di ragionamento che sembra volermi accompagnare fino all’ultimo secondo, alla soglia da cui non si torna più indietro. Come però questo filo sia ancora dipanato non so spiegarmi, forse è una sorta di sdoppiamento, certo non è coscienza, altrimenti dovrei anche provare dolore o forse… forse non è così, il dolore fisico se n’è andato grazie alle sostanze, e la mente, senza essere più avvinghiata ai suoi sensori e percettori, è ora libera di finire il suo corso, senza zavorre, senza affanni, ora forse davvero sono libera dalla paura, e posso lasciare questo involucro avvizzito che un tempo era il mio corpo, lasciarlo per sempre, mi pare di vederlo laggiù, respirare lievemente, la bocca spalancata, i capelli legati in una strana coda, come mai mi sarei sognata di fare in vita mia, le guance esangui, gli occhi semichiusi e senza le consuete linee del trucco, le gambe e le braccia esili sotto la coltre di coperte e lenzuola, bucate in più punti dagli aghi e dai fili collegati alle macchine che mi hanno evitato le pene dell’inferno, ecco di tanto in tanto vedo entrare qualcuno dalla porta – lo vedo con la mente, non lo avverto più con i sensi – si avvicina, mi guarda con un’espressione di tristezza scelta tra la gamma di espressioni possibili, qualcun altro prende coraggio e mi fa una lieve carezza, anche se si vede che teme di svegliarmi dal mio profondo e irreversibile torpore, lui o lei non sanno che io sono ancora qui presente, e che c’è ancora questo filo che mi tiene attaccata alla vita, alla realtà, un filo esilissimo che tra poco si staccherà, e allora non saprò più davvero che cosa sarà di me, se non che il mio involucro laggiù verrà presto bruciato, e le sue ceneri saranno disperse sul mare, così come ho chiesto, e poi anche questo filo si interromperà per sempre, e resterà solo la magra e inutile consolazione che farà sì che tutte le persone che vanno e vengono da questa stanza, a più riprese, e che sono affrante, dispiaciute, sbigottite o angosciate, avvolgeranno un po’ del loro filo all’ombra del mio, per un altro lasso di tempo, finché tutte le trame verranno sfilacciate e i filamenti anche più robusti verranno rotti, uno dopo l’altro, in una successione casuale ma ferrea, e se ne perderà per sempre ogni traccia. Se ne smarrirà ogni senso. E tutto ripiomberà nel nulla da cui, per caso, eravamo venuti fuori. Finirà come è cominciato.

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2 Risposte to “La fine”

  1. xavier Says:

    Caro m.d., sei veramente una carogna. Mi hai mandato all’aria il pomeriggio, che doveva essere tranquillo e riposante, così,come niente fosse; come se, dopo una lettura del genere, ora potessi incontrare gli amici com’era previsto dal copione di questo malinconico pomeriggio pre festivo. Son quasi vecchio, e avvezzo a capire in anticipo i trabocchetti che spesso il cinema (sopprattutto), ma anche la letteratura posticcia appiccicano alle loro trame per ricattare i sentimenti di chi guarda o di chi legge. Poi, inaspettato, capita qualcosa che rovescia i termini della questione: sei tu a volte che, per difenderti meglio dal mondo, lo stesso che hai comunque contribuito a fare e di cui sei per la tua parte responsabile, rischi di smarrire quel poco di umanità che ti é rimasta, ed ecco che qualcuno ti invita a ricordarlo, a riappropriarti di qualcosa che sei e di cui non puoi fare a meno, pena la morte in vita, che forse é un po’ peggiore. Grazie a te, dolcissimo rompicoglioni.

  2. nic Says:

    Grazie anche da parte mia!

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