Der Abschied

Il filosofo della musica Quirino Principe definisce azzurre quelle musiche, cariche di mistero, “che non ci hanno ancora svelato né mai ci sveleranno l’orizzonte ultimo del loro destino né lo spettro imprigionato nel loro cuore”. Musiche quantomai spettrali, dunque. Come Das Lied von der Erde di Gustav Mahler. Una vera e propria sinfonia (anche se spuria rispetto alla lista delle dieci ufficiali), che assegna alla voce e alla poesia – oltre che alle armonie e disarmonie sempre più rarefatte e misteriose dell’ultimo periodo del grande compositore mitteleuropeo – il compito di disegnare i suoni che quell’azzurro siano in grado di rappresentare.
Non posso non notare, da questo punto di vista, come appaia stridente quel titolo – Il canto della terra – nei confronti dell’allusività trasognata all’infinito e al suo colore più tipico. Quasi il segno della necessità di un abbandono e di un tramonto (si veda il lunghissimo Addio, il canto finale che occupa metà della composizione), da parte di quella creatura che nella/alla terra ha fin troppo confidato e affidato i propri desideri. Mentre è preferibile che quei desideri diventino sogni (“Ogni desiderio ora vorrebbe sognare”) e che si tingano d’azzurro.
Non è il caso di ripercorrere qui le varie parti dell’opera, quel che mi preme è richiamare piuttosto la sua tonalità precocemente esistenzialista, e più in generale filosofica (giova tuttavia ricordare che i testi provengono dall’antologia di liriche cinesi Die chinesische Flöte, tradotte dal poeta tedesco Hans Bethge, che a sua volta le aveva liberamente tradotte dal francese,  e riadattate infine dallo stesso Mahler: per una ricostruzione della metamorfosi testuale si veda qui).

Il canto si apre con un “brindisi del dolore della terra” (I): il boccale è ricolmo, ma prima di brindare la musica ricorderà “le putride vanità di questa terra”, ed evocherà l’azzurro ed eterno firmamento. La dialettica tempo/eternità, lo scorrere delle stagioni e l’infinità dell’essere, percorrono tutta la cantica.
L’uomo solitario vaga in un paesaggio autunnale e dormiente (II), mentre indugia nell’attesa di una primavera che tarda ad arrivare. Il suono dell’oboe arricchisce di mistero quest’atmosfera sospesa (lo farà anche in apertura del congedo finale). Solo l’evocazione della giovinezza (III) e della bellezza (IV), che il canto consente, possono lenire il dolore.
Eppure, quando la primavera sopraggiunge (V), sarà l’ebbrezza ad avere il sopravvento, insieme alla consapevolezza che “la vita è soltanto un sogno”: e allora “che me ne faccio della primavera? Lasciatemi ubriacare!”.
Nell’ultima parte – Der Abschied (VI) – ogni cosa si rarefa, diventa sottile e impalpabile, il mondo e la terra si addormentano: di nuovo, tutto si azzurra. L’abbandono (l’heideggeriana Gelassenheit) appare l’unica prospettiva possibile: l’amico con cui si vorrebbe condividere il tramonto (l’Abendland, l’occaso) tarda ad arrivare, e nel momento in cui sopraggiunge è già ora di lasciarlo: “Dove vado? Vado a vagare sui monti. Cerco pace al mio cuore solitario. Vado via, torno in patria, il mio sito”. Straordinaria consonanza con l’apertura dello Zarathustra nietzscheano (rilevata ancora da Principe), che “Giunto a trent’anni… andò sui monti”, ma dopo dieci anni decise che era venuto il momento, al pari del sole, di tramontare, e ridiscendere agli uomini.
Il canto termina ribadendo l’opposizione già rilevata, una visione che contempla insieme la terra (la primavera che sempre torna e riporta ciclicamente il verdeggiare della vita e le copiose fioriture) e il cielo – “dovunque eternamente d’azzurro s’illuminano i lontani orizzonti”. La voce femminile indugia a lungo su quell’ewig finale – eternamente! – che dispare insieme alla musica, in una trasparente azzurrità. Ma tutto ciò sa troppo di eterno riposo, tant’è che il solito Principe pare non avere molti dubbi: il “grande esito d’arte” dovrebbe in realtà “convincere chi ascolta che la disperazione è il nostro ineluttabile approdo. Gli angeli che salgono queste alture sono angeli neri”.

Tutto ciò pare dire che noi umani siamo eternamente affetti da costitutivo strabismo, nonché irrecuperabile scissione (Trennung): sospesi tra terra e cielo, ma né bestie né dèi (come voleva Aristotele). Delle mezze creature (e calzette) infelici e incompiute – capaci però, qualche rara volta, di creare musiche struggenti e canti rarefatti come questi!

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4 Risposte to “Der Abschied”

  1. Carla Says:

    probabilmente l’azzurro è un colore magico….
    (anhe io lo adoro).

  2. silvia Says:

    bello!
    sono felice di aver scoperto questo blog (se puo’ interessare ci son capitata cercando di chiarirmi le idee sul conatus di spinoza e ho trovato soddisfazione)
    azzurro e blu mi intrigano da sempre, novalis e il suo blaue blume, i fiori blu e via cosi’… grazie del post, per me molto interessante e ben scritto

  3. md Says:

    grazie silvia, e benvenuta!

  4. Auferstehung! | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] riascoltare domani), dell’Ottava (evento della stagione musicale milanese), della Nona, del Canto della terra, ma non della Resurrezione. Si tratta di una sinfonia programmatica, che già annuncia […]

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