Catalogo delle passioni – Dell’indignazione e della vergogna

Leggo e sento molto parlare in questi giorni di indignazione.
Indignez-vous è il titolo di un pamphlet scritto da un vecchio partigiano francese, Stéphane Hessel, che in poche settimane è diventato un best-seller.
Notisti, osservatori e sociologi si chiedono come mai il popolo italiano non si indigni di fronte allo squallore e all’indecenza della sua classe politica (anche se alcuni segmenti sociali – dagli studenti ai lavoratori – hanno provato ad alzare la testa).
Indignation è il titolo di uno dei più bei romanzi di Philip Roth (ne avevo parlato qui).
In compenso, senza alcun bisogno di spunti letterari o di guide intellettuali, le masse popolari di molti paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono parecchio indignate.

Qualche giorno fa La Repubblica ha pubblicato un inserto dall’ambizioso titolo Fenomenologia dello sdegno. In un paio di articoli piuttosto interessanti, venivano citate alcune riflessioni di filosofi, scrittori, pensatori che, al di là dei diversi punti di vista, per lo meno su una cosa concordavano: l’indignazione è un buon punto di partenza ma non basta, ed anzi talvolta può essere persino pericolosa. Necessaria ma non sufficiente, insomma. Se Ricoeur, Bobbio, Saviano parlano a diverso titolo del grido che sempre sorge contro l’ingiustizia, Nietzsche ci avverte (lo ricorda Natoli) che dietro lo sdegno sociale può anche nascondersi una sorta di “utopia dell’invidia”. E si sa quanto il distruttore delle vecchie morali detestasse quel sentimento (molto cristiano) chiamato risentimento.
Anche Leopardi e Marx si erano occupati di indignazione, connettendola al sentimento della vergogna: un buon punto di partenza, ma del tutto insufficiente se non segue un moto collettivo più generale: “Non è la vergogna che fa le rivoluzioni – scrive Marx – [ma se] un’intera nazione esperimenta davvero il senso di vergogna, è come un leone accovacciato pronto a balzare”.

Subito dopo aver letto queste pagine, ascolto ad una rassegna stampa alla radio una frase della giornalista Norma Rangeri che dice: “Per indignarsi bisogna conoscere”. Un nesso ovvio, si dirà, che però mi pare importante approfondire. Senza una presa di coscienza più duratura, par di capire, lo sdegno rischia di essere un fenomeno passeggero, qualcosa che monta e cresce per poi magari rifluire e sgonfiarsi senza lasciar traccia (se non un risentimento rancoroso a covare sottopelle). Per indignarsi occorre sapere – considerare la dismisura e l’ingiustizia, guardarsi attorno e fare comparazioni, stabilire relazioni, nessi e cause; per converso, anche l’impulso conoscitivo richiede forse una certa dose di indignazione, quasi una scossa o un impulso ad uscir-da-sé.
Al di là di questo possibile rapporto dialettico, è certo che per poter trasformare le cose che ci indignano, servono ulteriori passi, occorrono progetti, bisogna poter immaginare un altro ordine di cose. E affinché ciò avvenga, prassi e conoscenza, ragione e passione devono allearsi: solo così si apre lo spazio della politica (quella del bene comune, non dell’asfittico e meschino utile privato).

***

Ma, com’è ormai consuetudine, diamo uno sguardo al nostro “catalogatore” preferito delle  passioni. In diversi punti dell’Etica (nella parte III, quella dedicata alla natura degli affetti), Spinoza fa riferimento a tutta una serie di passioni tristi (che simmetricamente alterna a quelle liete): sdegno (dedignatio), disprezzo (contemptus), indignazione (indignatio), costernazione (consternatio), vergogna (pudor) e lo fa come sempre in modo molto puntuale e preciso, senza fronzoli: “L’indignazione è un odio verso chi ha fatto del male a un altro“. Si badi bene, dice a un altro, non a se stessi (per quello c’è l’odio puro e semplice, che è un vero e proprio meccanismo primario autoconservativo).
Ciò vuol dire che si tratta di un sentimento sociale (per lo meno, così diremmo noi oggi), anche se non pare che Spinoza distingua chiaramente tra sentimenti individuali e loro ripercussioni sociali. D’altro canto non è nemmeno chiaro che cosa si debba intendere con altro (l’altro-da-me in generale, il mio prossimo, oppure gli amici, i familiari, la tribù, la nazione, la specie umana?). Ancora meno chiaro è il concetto di male – anche se  potremmo intenderlo, secondo il piano etico ed ontologico generale dell’Etica, come azione volta alla diminuzione della potenza vitale di un individuo o di un vivente in genere.
Ciò che però appare immediatamente chiaro, è che indignarsi è già di per sé una forma di condivisione, un sapere che quel che accade a un altro accade a noi. Spinoza omette di dirci se sia giusto o sbagliato indignarsi, così come non ci fornisce ulteriori indicazioni o analisi di carattere psicologico. Ci si indigna perché è nella nostra natura farlo. Accade, semplicemente. Però potremmo arguire che laddove non ci si indigni compare inevitabilmente la vergogna – che acutamente Spinoza mette in relazione con lo sguardo degli altri su di noi, quasi un occhio interno (“tristezza unita all’idea di qualche azione che immaginiamo che gli altri biasimino”). Ma occorre distinguere il pudore (verecundia) dalla vergogna vera e propria: il primo ha più a che fare con una forma di ritegno interiore, mentre l’altra è essenzialmente sociale.

***

La vergogna è un sentimento piuttosto complesso da analizzare. Primo Levi lo fa, da un punto di vista estremo qual è quello del campo di sterminio, dal quale la natura umana emerge impudicamente in tutta la sua terribile verità. Ne I sommersi e i salvati, uno dei testi antropologici capitali del Novecento, il capitolo dedicato alla vergogna andrebbe riletto e meditato ogni giorno, riga per riga.
Avere annichilito degli esseri umani fino all’impossibilità di indignarsi, e aver inflitto loro il marchio della vergogna per essere sopravvissuti, è l’atto più osceno e “malvagio” dei nazisti. Quel che i liberatori russi provano all’ingresso dei campi è vergogna (“un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche”), ed “era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni […] la vergogna che i tedeschi non conobbero”. Ma il senso di colpa più profondo ha di nuovo a che fare con la natura umana più in generale e con l’immedicabilità estenuata e definitiva di quel che è accaduto: “quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore”.
Levi ci invita a volgere lo sguardo al lato oscuro che è in noi (anch’esso una forma di alterità), e che va saputo e riconosciuto, così da indignarsi e vergognarsi per quel che siamo stati e potremmo essere – e dunque siamo.

***

Noi però sappiamo con Spinoza che le passioni – e su tutte quelle tristi, quelle cioè che diminuiscono la nostra (ed altrui) potenza vitale, di agire e di gioire – possono essere volte a nostro favore (e a favore di tutti). Se l’affectus è un’idea confusa – ciò da cui siamo per l’appunto affetti e che subiamo passivamente – esso cessa di essere tale “non appena ce ne formiamo un’idea chiara e distinta”.
Volgere la passione triste dell’indignazione in passione lieta della trasformazione, è possibile, sembra dirci il filosofo olandese, a patto però, come si accennava sopra, che intervenga la conoscenza – per quanto ci è possibile. Questo inciso non è casuale: Spinoza sa bene come gli umani siano ben al di sotto dell’onnipotenza, nonostante la loro boria; ma essere consapevoli della propria potenza – ciò che è in nostro potere, che cade sotto la sfera della determinabilità e non dell’essere determinati – comporta azioni e conseguenze alla nostra portata. Se indignarsi è possibile (e anzi necessario), impegnarsi a trasformare il mondo lo è ancora di più.

Ora però mi (e vi) chiedo: che forma assume l’indignazione (e la sua auspicata evoluzione progettuale) in epoca globale? Di che cosa ci dobbiamo vergognare oggi?

***

Poscritto. Pubblico questo post oggi, e non il 27 gennaio, non per caso. Voglio con ciò sottrarmi alla retorica celebrativa della giornata della memoria (in Italia, oltretutto, in bocca a personaggi indegni ed istituzioni sempre più squalificate, per i quali provo profonda vergogna, ma forse non sufficiente indignazione).
E poi: ogni giorno è giorno di memoria, ogni giorno è giorno di indignazione, ogni giorno è giorno buono per accendere la miccia della rivolta.

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15 Risposte to “Catalogo delle passioni – Dell’indignazione e della vergogna”

  1. luce Says:

    Post veramente interessante, complimenti.
    Io credo, sommessamete, che manchi l’infignazione perchè manca la giustizia; troppe cose sono passate impunite, e allora si pensa “chi me lo fa fare ad indignarmi se poi non cambia niente e u giusti perdono e gli ingiusti vincono?”
    Manca l’efficacia della “punizoine” davanti a comportamenti anche eticamente scorretti.
    La vergogna poi è , secondo me, relativa credo ai tempi, alle soggettive emozioni e alla fromazione cultural-sociale.
    Comunque mi riprometto di riflettere sulle tue parole che insegnano.
    Cordialmente

  2. gnyenpo Says:

    complimenti per i riferimenti
    la vergogna è il giudizio altrui rivolto a sé da sé stessi, è impossibile se lo si ritiene insufficiente o addirittura inferiore, da non confondere con il timore della reazione altrui
    il senso di colpa non è strettamente congiunto alla vergogna ma piuttosto alla paura della sofferenza altrui, implica perciò una qualche empatia con l’altrui persona

    Ora tutti s’indignano per come B. sputtana i suoi soldi? Indignazione pretestuosa il cui unico scopo è approfittare dell’autogol. Assolutamente ridicola anche l’indignazione del centrodestra e il tentativo di annullarlo. Tutti hanno ragione e tutti hanno torto per questo lo scontro è così acceso ma non sarà una rivoluzione perché nonostante tutto c’è equilibrio. Al più potrà esserci una guerra civile.

  3. luce Says:

    Guerra civile? Impossibile in Italia perchè siamo tutti come i Filistei e se crolla uno crollano tutto e quell’uno non vuole crollare.

    Passerà la nottata, come sempre, spero solo che le nuove generazioni sviluppino il senso dell’indignazione per il fango intorno che può toccartli, forse la paura della sporcizia farà meglio della dignità perduta.
    Cordialmente

  4. gnyenpo Says:

    Si può vincere il populismo con il populismo? Lo ripete anche un Vendola ad ogni pié sospinto che il problema non è Berlusconoi ma il berlusconismo, ovvero il populismo alla Berlusconi (e alla Veltroni)

  5. Fabio S. Says:

    A noi sembrano risibili gli sforzi compiuti dai contemporanei che vivevano ai tempi della decadenza romana.

    Ci sono fenomeni che trascendono i singoli e travolgono le generazioni.

    Non resta che festeggiare la propria stessa decadenza, come Trimalcione.

    Ballare sulle note del Bel Danubio Blu, mentre l’Impero crolla.

    Sorridere e guardare vivere se stessi. Avrebbe detto Gozzano.

    La rivolta scoppia in un Paese giovane, ancora vitale che reclama a se un futuro.

    Qui c’e’ solo stanca decadenza.

  6. md Says:

    @Fabio S.: ci stavo pensando anch’io, comparando l’ancora troppo insufficiente indignazione del nostro belpaese (che pure qua e là serpeggia) con l’imponente vitalismo delle masse arabe: l’elemento demografico (milioni e milioni di giovani) e il profondo senso di ingiustizia evidentemente convergono.
    Mentre qui solo stanchezza e disillusione, e nuove generazioni devastate e precocemente invecchiate dall’iperconsumo…
    Eppure se ne deve uscire. Anche la decadenza e la decomposizione a loro modo sono vie d’uscita. Ma preferirei, se possibile, percorrerne altre.
    Col che si pone una questione cruciale (che è poi “la” questione cruciale della politica): la governabilità dei processi e la coscienza soggettiva dei singoli in relazione a questi processi.

  7. gnyenpo Says:

    Sulla coscienza soggettiva. Ai suoi tempi Giovanni Gentile sosteneva che la coscienza soggettiva di ognuno doveva coincidere con lo Stato e che lo Stato sono gli uomini di stato, a loro volta soggetti ad una cultura di Stato, guidata dai filosofi di Stato, che dovevano rappresentare la coscienza soggettiva autocosciente, ma che a tanto sarebbero giunti se avessero seguito lo stesso Gentile. Era una pia illusione. Lo Stato si può dire è una forza difficilissima da governare soprattutto quando la si governa e incarna l’illusione di chi lo governa di stare governando. In Germania Heidegger si illudeva di poter influire sul nazismo attraverso la cultura ma infine dovendo credere (per continuare a illudersi) in una sorta di provvidenza essenziale scaturente dagli eventi. (Il dio che solo ci può salvare nel frattempo si era fatto crescere i baffetti.)

    Fabio, anche le rivoluzioni giovani, che non elaborano e non reagiscono stancamente agli eventi, influendo su di essi stancamente e determinandoli stancamente, sono comunque fatte da coscienze che elaborano e reagiscono agli eventi in maniera certo meno “autocosciente” ma più o meno allo stesso modo, ragionando con lo stomaco. La minestra (dal punto di vista razionale è la stessa minestra di prima) è sempre la stessa, nuovamente riscaldata. Dopo ogni rivoluzione si elaborano dei concetti per mantenere lo status quo (anche quello paradossale di rivoluzione permanente). Allora gli stessi rivoluzionari passeranno per vecchi e stanchi, mentre altri, che ne elaboreranno di nuovi per abbattere il nuovo status quo, passeranno per giovani e vitali. Ma solo perché il cambio non avviene mai attraverso una discussione che stabilisca chi ha ragione deve governare i processi. Le discussioni avvengono ai margini e non dovrebbero essere minimamente toccate da tali cambi di potere. Se si fanno toccare e illudere vuol dire che anche da quelle parti si è smesso di ragionare.

  8. Fabio S. Says:

    @MD

    In ultima analisi, aveva allora ragione Lenin:

    un popolo che non sa lottare per la propria libertà e’ giusto che rimanga schiavo.

    Per Gnyenpo:

    Non dobbiamo confondere rivolta con rivoluzione.

    Il punto serio della questione araba e’ ora come passare dalla rivolta alla rivoluzione.

    Altrimenti sarà restaurazione.

  9. gnyenpo Says:

    Nebbiosa profezia. Fabio credi nella rivoluzione? Cambio di potere, questo è la rivoluzione. Il comunismo sovietico è stato un esperimento a favore di questa tesi. Cuba, il maoismo. Un individualismo di tutti (ossimoro) sarebbe la rivoluzione ma si può ottenere con la forza? La forza del denaro (Berlusconi, Bossi, Bush) non ha interesse alcuno ad emancipare le folle, ma ad illuderle, quindi niente. Dunque la forza delle folle, che seguono sempre chi soddisfa lo stomaco, interessa a capipopolo più incisivi sulle coscienze, che non mandano veline in televisione, ma la cultura e l’educazione. Lenin; Stalin; Mao, ecc. La novità sono gli Obama, i Bersani, i Vendola, i Grillo, i Dipietro, i Travaglio ecc. Anche questi sono tribuni illiberali, comunisti più o meno consapevoli, ma il loro è ormai un sogno tecnologico di controllo. Il controllo sempre più inquisitore e tecnologico sostituisce nella loro mente il denaro, il capitale, e l’opposizione allo stesso, ecco perché sono i grandi sostenitori delle intercettazioni e comunque della superiorità della legge uguale per tutti sulla politica, che è un elemento di libertà e quindi di arbitrio Le folle non c’entrano. Le folle si accontentano. Quando si ribellano è perché confondono lucciole per lanterne. La stessa Ruby, che si fece convinta che l’Italia fosse il paese delle meraviglie… Sono vittime di un sistema di potere orwelliano che sottrae e ingloba risorse umane da un sistema ormai vetusto come quello dei dittatori politici di stampo fascista. Ma la vera “sottrazione” avverrà all’interno della società occidentale. Comunismo e capitalismo sono ricette di potere con le ore contate che tendono a diventare irrilevanti e perciò a confondersi. Il denaro verrà inglobato, nell’era dell’accesso, dal “comunismo tecnologico” che accontenterà “il popolo viola” come oggi la democrazia (capitalismo o comunismo di transizione) accontenta i tunisini, inglobando i loro sogni repressi La tecnologia, che sembra offrire maggiori speranze di libertà ha giocato un suo ruolo in questi giorni ma è il più formidabile strumento di controllo mai esistito. E continuerà ad esserlo nonostante possa essere ancora utilizzata da pochi in modo molto limitato per scopi pseudosovversivi La forza della ragione è marginale a tutto questo, ma finché c’è un margine c’è speranza.

  10. e.m cioran Says:

    Segni di vita: la crudeltà, il fanatismo, l’intolleran­za; segni di decadenza: l’amabilità, la comprensio­ne, l’indulgenza… Finché un’istituzione si fonda su istinti forti, non ammette nemici né eretici: li massa­cra, li brucia o li rinchiude. Roghi, patiboli, prigio­ni, non è stata la malvagità a inventarli, ma la con­vinzione, qualsiasi convinzione totale. Una fede si instaura? Presto o tardi la polizia ne garantirà la «ve­rità». Se un assoluto si dilegua, un vago lucore di paradiso terrestre balugina… lucore fugace, giacché l’intolle­ranza costituisce la legge delle cose umane. Le col­lettività si consolidano soltanto sotto le tirannidi, e si disgregano in un regime clemente; allora, in un soprassalto di energia, si mettono a soffocare le loro libertà e ad adorare i loro carcerieri plebei o coro­nati.

  11. xavier Says:

    All’inizio pensavo si stesse giocando a chi le spara più grosse. E in effetti alcune le ho trovate persino spassose: tipo l’uso del termine “le folle”, che sinceramente mi ricorda di più il bagnasciuga di ferragosto che le famose “masse” di antica (?) memoria. Poi addirittura domande epocali: “Fabio, credi nella rivoluzione?” Cazzo, Fabio, se sai cos’é fammelo sapere, che finalmente mi adeguo. Perché “cambio di potere” come definizione é proprio un luogo comune da scuola per salumieri (con tutto il rispetto, soprattutto per i salami).Veramente esilarante la bellissima battuta su comunismo e capitalismo, nientemeno che “ricette di potere con le ore contate”! Portentosa: siamo nientemeno che al ricettario, Gualtiero Marchesi é avvisato. Però qui un dubbio mi assale: staranno mica parlando davvero di cucina, e io ho preso (come le famose “folle”) lucciole per lanterne? Certo che sapere che il capitalismo sta per andarsene proprio nel momento in cui sfrutta al massimo le sue potenzialità, non avendo antagonisti di alcun genere, mi consola assai: può voler dire che sta per suicidarsi. Bene! Non sarò certo io a chiamare il 118, o chi per esso. In quanto al comunismo, debbo dire che, per quanti sforzi abbia fatto in tutta la mia vita, non mi é proprio mai, dico mai, capitato di incontrarlo. Un tizio, uno che si diceva l’avesse inventato (ma forse son tutte chiacchiere da bar), parlava del “Sogno di una cosa”, ma chissà poi cosa voleva dire. Certo doveva essere un sogno davvero, perchè nella realtà s’é visto ben altro. D’altra parte, dice uno dei nostri interlocutori “comunismo e capitalismo tendono a diventare irrilevanti e perciò a confondersi” e qui siamo all’Alberto Sordi dell’ “Americano a Roma”, quello che parlava inglese senza neanche sapere cosa stesse dicendo! Ringrazio di cuore per il buonumore che mi é tornato dopo giorni di cielo bigio, tralasciando per pudore (ebbene sì, ci vuole anche quello) altri passaggi su “società, tecnologia e apocalisse” (n.d.r.), che sono davvero una perla dopo l’altra, tutte naturalmente con un tono sentenzioso da far tremare le vene dei polsi. Prima di congedarmi, però, non posso che concludere riprendendo una splendida sintesi che finalmente mi illuminerà nella ricerca dell’uomo, per dirla “alla Diogene”: Obama, Bersani, Vendola, Grillo, Dipietro, Travaglio, ecc. sono, udite udite, “comunisti più o meno inconsapevoli”. Basta, rischio di pisciarmi addosso, e alla mia età non é serio! Grazie ancora, adesso vado in cantina dove, come tutti i vecchi anarchici delle figurine Panini, credo di avere nascosto qualche pezzo pseudo-tecnologico a scopo pseudosovversivo: voglio aiutare la collettività a consolidarsi sotto la tirannide, dopo di che, se ci disgregheremo in un regime clemente, allora cazzi nostri, ci riproveremo ancora. Con o senza Travaglio, Obama, Fabio Fazio, Serena Dandini, Elio e le Storie Tese, i sette nani meno Gongolo che mi é sempre stato sui coglioni, e Capitan Findus. Hasta la victoria!

  12. gnyenpo Says:

    All’anarchico con il pannolino
    Se ti parlassero in linguaggio corrente della teoria delle stringhe senza sapere che dietro c’è una teoria con il senso dell’umorismo che ti ritrovi dovresti subito cambiarti il pannolino. Dietro ogni singola frase che ho scritto c’è almeno almeno un libro letto che potrei citare a soccorso delle tue mutande. Ma questo è il difetto della brevità stringata di un commento che voglia essere al tempo stesso magniloquente e il più possibile semplice e leggero. Per questo ho usato l’aggettivo “nebbiosa”. Sul cambio di potere: politica dell’alternanza ti dice niente? Gli stessi che oggi gridano contro mubarak esaltano facebook e twitter cioè l’america, la patrona di mubarak. I nani di cui parli sono i catalizzatori della nostra società, non so però se tu te ne possa rendere conto.

  13. md Says:

    Non entro nella querelle se non per dire che:
    a) facile che chi legge un commento “profetico-nebbioso” sui massimi sistemi, senza nulla sapere, presumo, dell’interlocutore (né delle sue letture) possa avere una reazione… come definirla… sarcastica?
    b) è il limite della forma-blog, mille volte denunciata anche qui, su cui non serve tornare
    c) per lo meno sulla faccenda capitalismo-comunismo rimango piuttosto perplesso anch’io: se del primo non ci libereremo tanto presto (anche se è certo che prima o poi ce ne libereremo, ma senza alcuna garanzia che il sistema successivo sia migliore), del secondo anch’io non ho finora visto realizzarsi granché – ma si sa che siamo in un’epoca a basso tasso di utopia, e di promessi paradisi in terra ne abbiamo abbastanza
    d) sulla tecnica, propendo per non soggettivizzare ed enfatizzare troppo (alla Heidegger, Spengler, Severino o Galimberti, per intenderci): siamo animali tecnici, ogni cosa è tecnica, ecc.ecc. ma sostenere che siamo superagiti dalla tecnica equivale a dire che siamo superagiti dal linguaggio, dall’essere o dalla necessità – una specie di deificazione che non spiega granché. Sono anche propenso a confidare in un certo margine (non saprei dire quanto ampio) di determinabilità delle cose, e dunque di possibilità (non necessità) di trasformarle;
    e) infine non dirò, come usa in questi giorni da più parti, di “abbassare i toni”, che suona un poco ipocrita… e poi, non son mica il presidente della repubblica!

  14. xavier Says:

    Mi sento tirato in ballo per un’ importante rettifica, obbligatoria, data l’imprecisione in cui il buon gnyempo è, sicuramete per distrazione, incorso. Caro m.d., non ho alcuna intenzione di alzare i toni su nulla: ti pare il caso? A me certamente no, sopprattutto quando gli interlocutori hanno una verve comica da far impallidire Totò (non so se aggiungere Riina, ma non vorrei sembrare troppo sarcastico) e mi rendono la giornata più leggera. Però una cosa devo dirla, ed é appunto quella che mi ha sollecitato questa risposta, e di importanza capitale, almeno per me: quando e se sarà il momento di indossare l’extra strong antiprostatico anche per lui, sappia l’ottimo gnyempo che dovrà dire “pannolone”, e non pannolino, che é quello per i bimbi perbacco! Qui non é mica questione da niente, c’é compreso anche un pizzico di orgoglio mascolino da difendere, accidenti! Mi raccomando, allora: pannolone, intesi, se no poi ti confondi come tra “masse” e “folle”! Vorrei chiudere subito per non sembrare supponente ma (si sa, c’é sempre un ma) ho notato che quando gli argomenti fanno cilecca e le polveri sono assai bagnate, eccoti che, anche su questo bel blog, compare una fatidica dichiarazione, più o meno sempre la stessa: “dietro ogni frase che ho scritto, c’é almeno un libro che ho letto e che potrei citare”, e tutte le varianti che il caso può offrire in materia di medagliette al merito, o biglietti da visita da mostrare. Che dirti, caro figliolo, a me non frega niente di tutto ciò che puoi aver letto, se i risultati sono quelli che ho potuto leggere io di te, compreso il tuo ultimo patetico sforzo di sociologia da mercatino rionale. Non é certo un giudizio sulla persona, il mio, ci mancherebbe altro, non ti conosco, potresti essere il più virtuoso e nobile fra tutti i fruitori di questo blog, e probabilmente lo sei più di me, anzi senz’altro (del resto ci vuole poco). Azzardo solo un’opinione, che come tale vuole essere assai lontana da ogni tipo di consiglio: a volte oltre a un buon bagno di umiltà non sarebbe male aggiungere una bella doccia di umiltà, e poi magari una sauna di umiltà, e se é il caso un bel massaggio di umiltà, per poter leggere meglio dopo. Con molta umiltà, si capisce. Vale anzitutto per me stesso, ma siccome non ho ancora trovato in giro centri benessere di questo genere, non mi sembra il caso di chiederti se puoi saperne qualcosa tu. A m.d. posso solo ruffianissimamente dire: “Caro Presidente (eccome se Lei lo é!), ammiro la Sua equidistanza, e il senso di equilibrio che pervade ogni Sua frase, che sia meditata e intelligente quando tratta di filosofia, o di semplice ed efficace buonsenso quando coglie l’attimo giusto per la risposta giusta: si mantenga così, e se é il caso mi bacchetti pure a piacimento, Le riconosco questa autorità, perchè si sente subito che almeno “Il giornalino di Gianburrasca” o “Il figlio del corsaro nero” o il “cognato di cinisello” Lei deve averli senz’altro letti, anche se non se ne vanta. Devotamente a sua disposizione: Xavier.”

  15. Cl2 Says:

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=5932&ID_sezione=38&sezione=
    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=5871&ID_sezione=&sezione=

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