Estì (esistenze semantiche)

L’espressione “è” costituisce la presupposizione indimostrabile, e però irrefutabile, di ogni discorso o pensabilità. L’esistenza è l’orizzonte inaggirabile e al contempo tautologico: è=è. Questo mio dire o chiedermi dell’essere (che ne è dell’essere, che ne è dell’è che ho già da sempre evocato) – ebbene, è già pre-definito: è un circolo vizioso, una petitio principii. Non potrei dire nulla (il mio dire non sarebbe), se non ci fossero l’essere, l’ente, le cose, l’esistenza (la mia esistenza) – qualcosa-che-è.

A questo punto ciò che mi fa muovere dall’impasse parmenidea (cos’altro dire dell’essere se non che è e che è tutto quello che è senz’altra specificazione o determinazione?), è l’idea che ciò che esiste si trova in relazione con altro: è il categorizzare aristotelico o la fattualità wittgensteiniana. Ciò che è, è in relazione ad altro, ogni fatto è ciò che è poiché relativo ad un altro fatto (sua causa e suo effetto). Ma altro non è forse autocontraddittorio, poiché indica altro dall’essere, dunque ciò che non può nemmeno essere nominato?

Si deve necessariamente forzare la monoliticità logica dell’essere, per poter dire qualcosa. E’ quel che fa Platone nel Sofista, quando passa a determinare i generi della predicazione – moto, quiete, identità, diversità – e si appresta dunque a commettere un vero e proprio delitto logico ed ontologico, nonché il celebre parricidio: “Noi abbiamo abbandonato Parmenide […] e non solo abbiamo dimostrato che sono le cose che non sono, ma siamo giunti persino a scoprire quel genere che è proprio di ciò che non è. Dimostrando infatti che la natura del diverso è ed è distribuita a tutte quelle cose che sono e che hanno rapporti reciproci” [258, cde]. Ogni cosa è se stessa e non un’altra cosa, e viceversa. Ogni cosa è affetta da diversità. L’unità dell’essere viene franta nella molteplicità del diverso. La via certa della verità diventa via dialettica ed incerta alla verità.

La soluzione proposta da alcuni filosofi del linguaggio, a metà tra l’eleganza e la sufficienza, di distinguere esistenza reale da esistenza semantica, non risolve la questione. Vero è che posso ragionevolmente ammettere una serie di livelli di esistenza (fisica, psichica, concettuale, astratta, semantica, nominale) – che finiscono per ridursi a due: l’esistenza di cose esterne, sensibili e tangibili; l’esistenza di idee, o meglio, di significati nella mia mente. Essere (ma anche nulla) farebbe parte di questo secondo ordine di esistenza. L’essere non si vede, non si tocca, non si esperisce (come l’idea platonica) – si può solo pensare in termini semantici. I significati sono prodotti umani, mentre le cose ci sono a prescindere dalla specie umana. Ciò però non toglie che tutto quanto – oggetti, significati, nomi – sia, esista: ognuna di queste cose è. Compresa la parola niente – essa pure è.
Ma che cos’è l’essere? La domanda continua a risuonare da oltre due millenni e pare non avere avuto ancora una risposta soddisfacente. Forse perché l’essere non ammette domande o dubbi, né discorsi o parole che possano designarlo: e del resto il che cosa del suo essere è già da sempre pre-scritto e pre-determinato, chiuso ad ogni fessura che intenda spezzarne l’unità necessaria, indagarne il fondamento o ricercarne il significato (dunque un riflesso, un doppio, un altro-da-sé). Estì è il fondamento, niente altro (e tanto niente quanto altro sono parole che gesticolano nel vuoto, poiché pensate al di fuori di quel pieno ab-solutus, privo di soluzioni di continuità).
Estì estì estì: l’essere parla, la sua eco risponde.

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3 Risposte to “Estì (esistenze semantiche)”

  1. md Says:

    questo il commento dell’amico Tindaro Starvaggi, pubblicato su facebook:

    Ma cos’è l’esistenza? Io esisto in quanto sono, se dubito della mia esistenza non posso pensare a null’altro (Cartesio). Ma il tema è l’esistenza. Che sia terrena, fetale, ultra-terrena, è il tema che (pre)occupa da secoli la filosofia, le …scienze umane e non. Forse c’è una chiave di lettura diversa? Forse è la nostra “deformazione umana” a spingerci in questo labirinto semantico e ontologico? Convengo sul fatto che “i significati sono prodotti umani, mentre le cose ci sono a prescindere dalla specie umana”, vivono kantianamente ossia soggetti a quelle operazioni sintetiche coordinate dall’io penso. Ma tutto esiste. Esistiamo perché ci accorgiamo di essere, di occupare una casella nelle quattro dimensioni dello spazio-tempo. Noi concepiamo la nostra esistenza ovvero ci accorgiamo di esistere. Questo è il frutto della “deformazione umana”: un abile e giocherellone Dio-creatore o il dispiegarsi di un’ignota evoluzione creatrice o l’evoluzione biogenetica ci permette di vivere (così chiamiamo il nostro sostare nel cerchio dell’apparire) e di pensare alla nostra esistenza, di chiederci: che cos’è l’essere? Esisterebbe questo dubbio millenario senza il nostro umano sostare? Quali altri esseri viventi sviluppano il tema della loro esistenza? Sarebbe possibile spiegare l’esistenza dopo la morte dell’ultimo essere umano? Morire è un esistere diversamente? Quante forme di “esistenza esistono”? Quante volte ho usato e usiamo la radice esist- da ex sistere? Viviamo nel dubbio, ma dubitiamo e ricerchiamo delle spiegazioni perché siamo essere umani. Ciò che chiamiamo esistenza e che ognuno potrebbe definire, con un contributo sociologico e antropologico assai variegato, potrebbe essere limitato. Altre forme di vita potrebbero “esistere”, ma non ci accorgeremmo di loro perché esistiamo solo noi, almeno così abbiamo imparato a cogitare (vivere est cogitare).

  2. xavier Says:

    Apprezzo molto l’argomento, dal quale, data la sua dimensione, mi sento sovrastato, come penso per la maggior parte di chi si avventura in questioni all’apparenza inestricabili . Qui più che altrove, credo, ci si sente costretti un po’ tutti a restare nell’ambito delle domande, tante da riempire il cielo, e delle congetture, assai fragili e vaghe. Un senso di inadeguatezza dunque, ma con la volontà irrinunciabile di riuscire a trovare le domande giuste che aprano le porte a quelle successive. Ma se il concetto stesso di esistenza sfugge a un codice preciso, e se, come pare evidente, le sue interpretazioni, da millenni a oggi, sono comunque un rovello che lievita di misura e di forma, ma del quale non si conosce la consistenza, é lecito affermare che, almeno qui, il mistero debba restare irrisolto?

  3. La schizofrenia ontologica – Oltrepassare Severino 2 « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] le mie perplessità su questa che considero una contraddizione di ogni discorso ontologico (qui e qui). Ma l’occasione di questo scritto di Severino ha rinfocolato il dubbio, che vorrei qui […]

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