I lager della ragione

Qualche giorno fa mi sono imbattuto nella parola totalitarismo per almeno 3 volte nel giro di 24 ore. Certo, a un filosofo della politica o a uno storico capiterà anche più spesso di incappare in un’espressione così novecentesca (e così abusata), e però così profondamente reale nel descrivere quei fenomeni di statolatria che hanno avvelenato la nostra storia recente. Ma veniamo alle 3 occasioni:

-leggo un amico virtuale in rete lamentarsi della rete e dire che la rete è totalitaria (faccio notare che si tratta di un iperconnesso compulsivo come me – io però lo faccio per lavoro e, molto più piacevolmente, a causa di questo blog; mi concedo poi qualche sollazzo da perditempo su facebook, che è un po’ come giocare a carte, e dunque, a prendere per buona la tesi di Schopenhauer a proposito del gioco delle carte, per proprietà transitiva prova fondata dell’umana condizione di noia; mentre di quel mio amico, che è però un amico virtuale, e dunque l’abuso stesso della parola amico, francamente non saprei dire);

-il buon Franzini, docente di Estetica alla Statale di Milano, conclude una conferenza su Bergson proponendoci il gioco del filosofo ascrivibile o meno al pensiero totalitario (o meglio: utilizzabile o no da un regime totalitario) – e il filosofo francese dell’evoluzione creatrice, a suo parere, sarebbe sicuramente fuori dalla lista (magari un giorno rilancio il gioco anch’io sul blog);

-infine, discutendo con un amico (questa volta reale) di percezione, esperienza, ideologie, burocrazia, comunicazione – di quelle strutture che in quanto già date ci imbalsamano (tesi di Mario Perniola, di cui nulla so, mentre l’amico sì), mi si affaccia la suddetta parolina magica, di nuovo: totalitarismo, nel senso di potenze che ci sovrastano, ci possiedono e ci manipolano come burattini, illusi di agire in autonomia, mentre invece veniamo superagiti.

Ora, so bene che tra il regime nazista, quello stalinista e quello fascista (che pure è stato il grande ispiratore) ci sono delle differenze; e, a maggior ragione, tra quei regimi totalitari e la rete o l’iperconsumo o la tecnica o il linguaggio burocratizzato – sedicenti totalitari. Così come tra i concetti di totalitarismo, totalità e tutto. E del resto uno dei mali della nostra epoca è proprio quello di abusare delle parole, di usarle a sproposito, di non distinguere i piani, di operare delle vere e proprie metabasi in altro genere (basti pensare ai termini – che scelgo a caso – di: genocidio, terrorismo, regime). E’ vero però che i regimi si servono anche di questa confusione per affermarsi, e a maggior ragione hanno bisogno delle potenti strutture della totalità per  tiranneggiare le menti e i corpi – e, nella nostra epoca, per dominare la vita stessa fin nelle sue fondamenta. Ora, il regime perfetto è quello che non si vede: senz’anima e senza volto, in grado di divorare tutte le anime e tutti i volti.

Ma il dubbio che mi assale è il seguente: sarà mica colpa del pensiero filosofico, ab origine, con la sua mania totalizzante? Dopotutto, non è una categoria della ragione quella del “tutto”? Voler pensare tutto, dar ragione di tutto, controllare tutto. Razionalizzare il reale nella sua interezza (Hegel docet!). E del resto l’utopia platonica non era forse una forma di fondamentalismo (altra parola abusatissima) della ragione? A comandare in modo assoluto devono essere i filosofi nella città, la ragione nell’individuo – o meglio su di loro.
Mi si obietterà: ma che dici, c’è una differenza abissale tra totalità e totalitarismo, il tutto concettuale e il regime che omologa e manipola tutti gli aspetti della vita individuale. Però, però, se penso foucaultianamente a: ospedali, manicomi, scuole, carceri, fabbriche, uffici… ed aggiungo alla lista gli ultimi arrivati lager per immigrati; e poi persino palestre, piscine, centri commerciali, discoteche, villaggi turistici (con le dovute differenze di piacevolezza e costrizione, naturalmente) – l’espressione istituzione totale, ormai desueta e forse anch’essa abusata, mi torna in mente, e da lì non se ne va. Siamo necessitati a fare ed a subire tutte quelle cose, siamo totalmente implicati in esse, superagiti dal linguaggio, dai segni, dalla vita sociale e dai suoi luoghi costrittivi. Che poi la fortuna e il caso ci balestrino in un campo Rom, in un campo militare o in un campo sportivo (a parte l’eventuale preferibilità dell’una piuttosto che dell’altra condizione), la sostanza non cambia: è la totalità ad ingoiarci, senza alcuna possibilità di scampo.

Insomma: dove cavolo è finito il margine di libertà dei singoli, ammesso che ci sia mai stato davvero e che non sia un mito della modernità? Non è che il klinàmen epicureo – quella lieve deviazione dalla necessità del movimento atomico – sia una favola che ci raccontiamo la sera, per consolarci delle catene (più o meno dorate) dei nostri ripetitivi e meccanicistici giorni? E che, come pensavano gli stoici, la libertà stia solo nella lunghezza della catena che ci lega al carro che siamo obbligati a seguire? (O magari pensiamo che la differenza stia tutta in quell’essere obbligati, anziché costretti come cani?)

***

Poi, alla fine, salta fuori anche questa faccenda della proprietà e dell’appartenenza – sempre in seguito ad una fugace discussione nella totalitaria e fagocitante rete: di chi è l’individuo? a chi appartiene? Al che io rispondo contestando proprio il concetto che fonda la stessa possibilità di appartenere a qualcuno o a qualcosa – sia esso Dio, il Kapitale (l’attuale vero Dio), la natura, la biologia, la famiglia, la società od anche, sull’altro fronte, un presunto quanto inafferrabile io. La rivendicazione apparentemente libertaria “io sono mio/mia” è risibile, se si pensa che quell’io-mio sono anch’essi strutture totalizzanti entro cui normare ed inquadrare corpi in perenne evoluzione.
E così torniamo daccapo: anche senza scomodare i francofortesi sociologi della negativa dialettica dell’illuminismo, ci troviamo di fronte a costruzioni totalitarie della ragione, che fanno capo all’identità, all’identificazione certa di un campo (di un asfittico lager!), di una rete, di una carta geografica cui nulla deve sfuggire. E ciò che sfugge, ciò che sulla mappa non è segnato, risulta inconsistente: poiché si sa, alla fin fine, che ciò che non è razionale non è reale.

La conclusione, però, è una sola: che si sia parmenidei, aristotelici o cartesiani – o nessuna di queste cose – una volta che si è scelto il terreno della razionalità non se ne può più uscire. Perché a parlarne male, a criticare e a contraddire, a mostrare limiti e parzialità, a lamentare quanto possa essere cattiva e perversa è pur sempre lei – nostra signora ragione!
Ci piaccia o no, l’ha sempre vinta lei. E se lei perde chi vince? Le passioni? E chi lo dice?

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11 Risposte to “I lager della ragione”

  1. carla Says:

    interessante articolo Mario, e come al solito, scegli sempre immagini splendide che ben si accostano al pensiero.

    è brutto ragionare per totalismi, il ragionamento ha tutta una sua scala, sottile e metodica, ampia….però non sempre – la mente razionale – riesce ad essere obiettiva e imparziale…può darsi benissimo che venga dominata da una piccola componente istintiva, talmente forte da sgominarla.

    ciao 🙂

  2. Vincenzo Cucinotta Says:

    Epperò, da ragione non discende solo razionale ma anche ragionevole, e così io salverei ragione e ragionevolezza, non credendo all’univocità del termine razionale. Del resto, lo sviluppo del pensiero ha attraversato troope razionalità tra loro alternative se noin apertamente contradditorie.
    Insomma, mi sembra di averti convinto in fondo… 😀

  3. milena Says:

    “la passione mia sono le rose” … ma non soltanto le rose rosse …

    … anche primule, tulipani, crocus, genziane, fiordalisi, papaveri, viole, iris, ginestre, pervinche, gerani, narcisi, astri, ninfee, peonie, achillee, bucanevi, azalee, campanule, orchidee, clematidi, dalie, fresie, ellebori, deutzie, gigli, emerocallidi, lillà, euforbie, glicini, delfinium, garofani, margherite, gysophile, malopie, nemesie, digitali, petunie, phlox, girasoli, tageti, malve, pratoline, violacciocche, phalenopsis, gladioli, buganvillee, gelsomini, oleandri, forsizie, ortensie, viburni, ciclamini, crisantemi, gerbere, calle, begonie, magnolie, camelie, mimose, mughetti, pervinche, giunchiglie, passiflore, myosotis, nasturzi, anemoni, zinnie …
    … alcuni li ho conosciuti di persona e li rivedo abitualmente, ma di altri ho appena un vago ricordo della loro forma colore profumo; di altri ancora conosco o ricordo soltanto il nome. Non per questo perdo la speranza che da qualche parte ognuno di loro stia sbocciando o dormendo ancora un po’ prima di tornare a germogliare in primavera.

    (… ho cercato di fare un elenco ma vedo che è ancora scarso, misero, modesto. Se qualcuno conosce qualche altro fiore, gentilmente lo dica … e grazie fin da ora )

  4. md Says:

    @Carla: grazie!

    @Vincenzo: sì certo, sarebbe più corretto parlare di una pluralità di ragioni e di forme della razionalità. Ci sono poi dei momenti “topici” (o meglio, distopici) della storia e del pensiero in cui una forma vuole far piazza pulita delle altre – in nome di una presunta superiorità: ragion di stato, ragione scientifica, bene dell’umanità, ecc. ecc.
    Leggo oggi su un quotidiano che entro una certa data (mi pare il 2045) si prevede che l’intelligenza artificiale avrà raggiunto uno di questi momenti (dis)topici, ci sarà cioè un solo calcolatore che sarà in grado di essere più potente di tutte le intelligenze umane messe insieme (se non ho capito male). Tecnoincubi o mirabilia innanzi a noi?

    @milena: bello questo élenchos, e pensare che in greco vuol dire confutazione…
    Tra l’altro trovo che elenchi e catalogazioni siano una delle manie davvero prodigiose di “nostra signora ragione”.

  5. Carla Says:

    Mario, ma davvero hai letto una cosa così spaventosa….?
    dimmi che è stato solo un incubo….(voglio tornare negli anni 70!:-))

  6. md Says:

    @Carla
    sull’inserto R2 della Repubblica di oggi, si tratta di “Singularity”, il progetto scientifico del prf. Raymond Kurzweil:
    http://en.wikipedia.org/wiki/Technological_singularity

  7. Carla Says:

    ma è scritto tutto in inglese….

  8. md Says:

    Ho trovato l’articolo su Repubblica on-line:

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/02/14/intelligenza-del-super-uomo.html

  9. Carla Says:

    Grazie Mario, oggi lo leggo….

  10. milena Says:

    “Nostra signora ragione” qualche volta è davvero dispotica, sono d’accordo. Ma anche qui, è sempre la ragione a riconoscerlo e a dirselo. Se la suona e se la canta in tutti i toni, fino all’ammutinamento della ragione contro se stessa, quando verrebbe voglia di buttarla a mare. Però, finché credo di poter lottare con lei, o contro di lei, la battaglia ha luogo. Mentre quando sento la mia debolezza, non c’è più un luogo dove mente e ragione possono lottare tirandomi di qua e di là per i capelli.
    Se crediamo di poter uscire dal labirinto della mente con la ragione che lotta contro se stessa, non ne usciremo più. La ragione ci terrà perennemente nella sua gabbia più o meno dorata. L’usignolo però forse ancora non sa che la porta non è chiusa a chiave, è solo accostata – vai piccolo usignolo, vola – dall’esperienza estetica a quella estatica il passo è lieve …

  11. milena Says:

    “ (… ) infilandoci – come una pennetta di memoria – direttamente in un pc.” Così conclude l’articolo segnalato da Mario.
    Non è molto diverso da quello come lo raccontava qualche settimana fa Scurati (mi sembra, che spesso dimentico “chi” ha detto questo o quello): “in fondo, di tutti i progressi della scienza e della tecnica, negli ultimi decenni quello che noi uomini abbiamo ottenuto, le innovazioni emergenti, le cose davvero nuove e importanti che hanno cambiato la nostra realtà , sono l’I- Pod, e Facebook. Facebook – come i cani da slitta del nord, lì ci scaviamo una tana per cercare di proteggerci dal gelo”.
    Ma io la metterei anche in un altro modo: siccome nel genere umano c’è un surplus di intelligenza, ecco che la tecnica ha creato un sistema dove le intelligenze in esubero possono essere parcheggiate, tenute buone, con l’illusione di fare qualcosa di utile, bello o necessario. O per lo meno, ha creato un sistema in cui le intelligenze in esubero si sono di loro sponte convogliate. Cosa non molto diversa di quando negli stadi si concentrano violenza rabbia e aggressività, in modo tale da risultare punti di sfogo, quindi tenute a bada e più facilmente controllabili.

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