B-sides: Melisso

Il divino Parmenide ha occupato tutta la scena, e la poderosa fondazione ontologica di cui si è reso protagonista ha finito per mettere in ombra i suoi epigoni. Non tanto Zenone, che anzi è stato molto studiato e celebrato per i suoi paradossi anche dai logici e dai matematici più schifiltosi nei confronti della filosofia, quanto piuttosto il povero Melisso di Samo, il parmenideo di serie C.
Politico e stratega della città dell’Asia minore che aveva dato i natali a Pitagora, diventato celebre per aver sconfitto la flotta di Pericle nel 442 a.C., quando non era oberato dagli impegni civici o militari si dilettava nel precisare e chiarire, con la prosa del pensiero logico, le incongruenze e gli sbreghi lasciati dal maestro di Elea, che forse si era preso un po’ troppe licenze poetiche nel suo poema sull’essere.
Melisso elenca e dimostra rigorosamente le qualità dell’essere già evocate da Parmenide: uno, tutto, eterno, immobile, omogeneo, inalterabile; diverge però dal maestro su un punto essenziale: l’essere è infinito, poiché se fosse finito, al di là dei suoi confini vi sarebbe il vuoto (cosa che non può essere, poiché il vuoto non è), o in alternativa altro essere – che dunque non avrebbe un termine spaziale. Anche dal punto di vista temporale l’eternità dell’essere viene descritta come “durata illimitata”. Parmenide aveva ritenuto la finitezza dell’essere un elemento della sua perfezione e compiutezza (la sfera: “cuore non tremante della verità“), ma Melisso vi ravvisa una debolezza logica da correggere.
Oltre a queste chiose, sono due gli argomenti di Melisso che trovo parecchio intriganti (metto qui tra parentesi la questione dell’attendibilità di fonti e testimonianze, che pure mi pare concordino per lo meno sui punti-chiave del suo pensiero): un fugace accenno alla questione della teodicea, ma ancora più interessante il concetto di incorporeo.
Riporto per il primo punto la testimonianza di Aristotele: “Tale essendo l’uno, non soffre né dolore né pena ed è sano e privo di mali e non assume un’altra disposizione nelle sue parti“. Va da sé che interpretare tale passo sotto la categoria di “teodicea” è una vera e propria forzatura ermeneutica. Ma d’altro canto il male dal punto di vista dell’assoluto non esiste (è un non-essere), tanto più che lo dovremmo leggere come sofferenza, mancanza, lacerazione di qualcosa che per sua natura è indifferente, pieno, compatto, non può cioè dif-ferire non essendo molteplice.
Veniamo alla tesi dell’essere incorporeo, come testimoniatoci da Simplicio: “Se dunque è, bisogna che esso sia uno: ma se è uno bisogna che esso non abbia corpo; se invece avesse spessore avrebbe parti e non sarebbe più uno“. A parere di Giuseppe Gangi questo incorporeo non va confuso con l’immateriale (concetto piuttosto platonico), “ma nel senso che è privo di qualsiasi figura da cui sono determinati i corpi” – e dunque l’essere non può nemmeno avere la figura della sfera come (poeticamente) aveva sostenuto Parmenide. Cioè (deduco io): l’essere è insieme (paradossalmente) materiale e incorporeo, poiché esso è l’unica realtà eternamente presente, le cui forme determinate e cangianti sono frutto dell’illusione dei nostri sensi e dell’opinione che ne deriva.
Tali punti mi fanno concludere per una straordinaria convergenza con il (di là da venire) concetto spinozista di sostanza: un essere materiale (sive natura, immanente non transeunte) e però incorporeo (le cui figure sono i modi), del tutto lontano dalle attribuzioni immaginifiche, contingenti, spiritualistiche, manichee, superstiziose filate dalla fervida mente umana. La quale, a questo punto, è incorporea o immateriale?

Note:
1. Melisso viene citato da un aristotelicissimo Dante critico, in Paradiso XIII, 124-6:

E di ciò sono al mondo aperte prove
Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
li quali andaro e non sapean dove

– messo nel mazzo degli inconcludenti della ricerca del vero, come il pescatore cui manca l’arte “che ‘ndarno da riva si parte”. Al che mi verrebbe da rispondere al sommo poeta che “non sapean dove” perché un dove non c’è, visto che l’essere è privo di luogo e di tempo.

2. Ad una veloce ricerca non ho trovato raffigurazioni o effigi di Melisso, tranne la miniatura pubblicata di cui però non conosco la fonte né l’attendibilità iconografica.

3. Per approfondimenti:
-G. Gangi, I Presocratici: l’anteprima filosofico, Clandestine 2010
Il Diogene

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6 Risposte to “B-sides: Melisso”

  1. milena Says:

    Bene, allora vuol dire che non c’è nessuna gabbia. Che la gabbia è solo un’illusione della mia mente-corpo che talvolta si sente, o non si sente, in gabbia.
    Però ciò che vale per l’essere, puro essere – che comunque sono sempre io, uomo, a pensarlo – la stessa cosa non vale per la vita umana determinata e finita. Perché è il finito, e nel finito, che noi sperimentiamo le determinazioni, le differenze. Il male e il bene, il freddo e il caldo, il bello e il brutto, la luce e il buio. Se dal punto di vista (?) dell’essere il male, come dici, non esiste, io so che esiste il male dal momento (per esempio) in cui cado per terra ne mi sbuccio un ginocchio. Ah che male! Questo esiste, lo so e ne sono certo. E non osi nessun filosofo a venirmi a dire che il mio male, ciò che sento, non è vero. E dove sta quel male, questo male che sento? Dappertutto! Idem per il suo contrario.
    Che esista l’essere, o la sostanza, o dio, “non credo” possa modificare alcunché la mia/tua/sua/nostra esistenza.
    Esiste “io” di questo sono certo, e sono certo perché sento (ma qualche volta ascolto anche).
    E se l’essere non ha un luogo, l’ “io” ce l’ha eccome. È quel luogo a te più vicino e che più ti preme, il luogo dove più intenso appare il dolore e il piacere. Qualche volta verrebbe voglia di gettare anche quello, soprattutto quando il dolore non svanisce e il piacere non cresce. Ma c’è, e non credo che sia così facile gettarlo via. E perché mai? Quale punto di riferimento avremmo se non avessimo un corpo? Noi siamo il corpo che siamo. E la mente è un tutt’uno col corpo.

  2. md Says:

    Già, probabilmente la “filosofia dell’essere” finisce per rivelarsi una strategia di uscita dal dolore, dalla caducità, dalla morte – tanto per cambiare. Una fuga. Perché è l’io – anzi, sono io, questo corpo, a sentire il dolore, il fuggir via della vita e del tempo, l’angoscia. L’essere se ne sta – lassù o quaggiù, là fuori o qui dentro, senza centro né periferia e soprattutto senza terminazioni nervose – più gelido del motore immobile o degli epicurei dèi degli intermundia.

  3. milena Says:

    Sì, la nascita della filosofia sarebbe stato il tentativo porre rimedio al dolore, dopo che il mito e la poesia si erano rivelati insufficienti allo scopo. Un rimedio che doveva porsi come verità incontrovertibile, e porsi a fondamento della verità. Ma, come già Severino fa notare, in questo modo l’uomo fa un rovesciamento, scambia l’obiettivo della felicità con quello della verità, così che il rimedio si rivela peggiore del male. Una verità che deve essere raggiunta, a cui si deve giungere e che non è aperta già da sempre nel suo essere tale, sarà sempre al di là della porta, altrove. D’altronde non possono esserci rimedi per ciò che non può avere rimedi: bisogna farsene una ragione, o meglio, mettersi il cuore in pace. Accogliere le cose di volta in volta per ciò che sono.
    Comunque, io non ho mai inteso l’essere in quel modo astratto in cui lo intendevano i presocratrici, non sono nemmeno in grado di fare simili astrazioni, e non ci penso proprio. Dev’essere un mio limite, e probabilmente lo è, ma vedo la differenza fra ciò che dicono gli altri, per quanto autorevoli possano essere, e ciò che sento io. Questo non sarà “filosoficamente corretto”, ma non è mio interesse essere filosofa, quanto piuttosto coincidere con me stessa, con tutti i limiti che questo comporta.

    (… e così, l’usignolo, che aveva fatto volare il suo canto per 5000 chilometri, attraversando la Francia, la Spagna e l’Africa del nord, fermandosi poi sotto il cielo della Guinea Bissau, iniziò il viaggio di ritorno in febbraio, per arrivare a casa, non si sa ancora quando, ma sappiamo che presto arriverà con il suo corpicino minuscolo e fortissimo, intonando una delle 260 strofe che gli usignoli apprendono dagli altri uccelli, a meno di 50 metri da dove era partito …)

  4. milena Says:

    Invio questo che ho scritto ieri. Magari a qualcuno può interessare)

    Non intendevo l‘“io” di Freud, che è un’elaborazione di molto successiva alla comparsa di “io”. “I glottologi farebbero derivare la parola “io” da parole (equivalenti in altre lingue) che suppergiù significano “il più vicino”: vale a dire “il più vicino al parlante e per il parlante, ossia ciò che egli crede più vicino”. (tratto da Severino, l’Intima mano)
    Ora sarebbe più corretto parlare di Sé. O meglio, far parlare questo Sé – non l’Io”, non il Super-Io, non l’Es. Il Sé è l’esperienza soggettiva quale viene vissuta e ciò che presuppone quando diciamo sento questo, provo quest’altro. Il Sé è percepito, sentito, attraverso movimenti, azione, ambiente, contatti. Parrebbe che già nell’utero il bambino abbia grandi capacità di ricognizione di se stesso e degli altri, un piccolo mondo suo, appunto un Sé. (liberamente tratto da Daniel Stern)
    E se ci pensiamo bene, se torniamo dentro di noi, alle nostre origini, ognuno alle sue proprie, troviamo ancora la memoria di quando, piccoli bimbi, abbiamo “iniziato” (ma è “iniziato” solo perché ne abbiamo memoria da un certo punto in poi) a percepirci come “questo che io sono”.
    Io, per esempio, ho ricordi nitidi di quando avevo tre anni. Ma tu, o qualcun altro, potrebbe averne un ricordo più antico. In ogni caso, quella “iniziale” percezione di essere me stesso, non differisce essenzialmente dalla percezione che ho continuato e ho di me stesso ora. A cambiare semmai è il “percepito”, ma non la percezione di essere se stessi. E cambia la quantità di memoria accumulata, e cambia anche la modalità di percezione del mondo esterno; cambia il modo, che nel tempo è più raffinato, o più ottuso, o o o , dipende, e cambia il contenuto sensibile di questo spazio, ciò che di volta in volta sento e penso, ma non cambia il sentirsi essere se stessi. Non cambia il luogo, intendo dire. Però cambia l’ampiezza di questo luogo. Perché il “luogo” in cui io percepisco me stesso, non è un luogo chiuso, definito. Non è neppure illimitato, ma può avere dei confini più o meno ampi, e oltretutto mobili. Abbiamo quasi, o almeno, una decina di aperture sul mondo esterno attraverso le quali scambiamo … respiriamo, ci alimentiamo, annusiamo, ascoltiamo ecc.. E gli occhi: accarezziamo con gli occhi, persino schiaffeggiamo con gli occhi o lanciamo sguardi assassini. E possiamo guardare anche molto lontano e abbracciare l’ultimo orizzonte che lo sguardo schiude. So persino che qualcuno ha anche una vista “posteriore”, nel senso che vede alle proprie spalle, o vede anche con gli occhi chiusi, anche se è cieco (non metaforicamente, ma realmente cieco) o anche se non sta guardando. Non è esattamente “vista” ma qualcosa del genere. E comunque tutti noi abbiamo sperimentato, per esempio, lo sguardo di un altro che sta alle nostre spalle, e lo sentiamo come qualcosa, un che di indefinito che ci sfiora. Può darsi che la scienza abbia già indagato il meccanismo di questa circostanza, ma quel che mi preme di dire è che non tutto ciò che è “fisico” è necessariamente o grossolanamente “materiale”. Anche se, beninteso, farei attenzione ad affidarmi a qualsiasi percezione e a “crederla” vera, reale, perché in ogni caso noi siamo pieni anche della conoscenza delle percezioni passate, compreso i sogni, che risuonano in noi come sempre presenti, e possono alterare la percezione del presente tale e quale. Però, anche all’interno di questo “imprecisato”, possiamo talvolta accedere a delle intuizioni che può darsi ci rivelino molto più della somma di quello che la nostra mente razionale possa coscientemente comprendere, raccogliere e trattenere. Ciò che appare nel mondo, e in noi, nella relazione col mondo, lo traduciamo, e decifriamo, con linguaggi che non immaginiamo nemmeno di possedere, e che abbiamo difficoltà a tradurre nel linguaggio parlato cosciente. Non per questo è meno pregnante di significati, anzi, poiché, e finché, non appare al livello della coscienza, molto facilmente ne siamo agiti senza rendercene conto.
    Ma il “luogo”, il luogo dove percepisco il dolore e il piacere, è il luogo più vicino, più vicino a me stesso, e questo luogo non è definitivamente racchiuso dalla membrana epidermica. Infatti è solo una membrana, non è un muro o una cassaforte o una bara.
    Quando i miei bambini erano piccoli, e capitava che per caso uno di loro si facesse male, si sbucciasse un ginocchio, per esempio, io sentivo questo male come se fosse il mio stesso male, non c’era, e non c’è (anche se ora è più un fatto mentale, è una “conoscenza“ che si è fissata) una differenza così netta., perché loro erano parte di me, li sentivo “fisicamente” parte di me; il mio “più vicino” includeva anche loro in modo molto molto fisico. Sentivo accapponarmi la pelle, mi si drizzavano i peli e i capelli. Sentivo il dolore che mi attraversava come una corrente la spina dorsale lungo tutto il corpo, dal centro alla periferia e oltre. Da loro a me, e da me a loro, senza separazione fra loro e me. Senza divisione.
    Però, se vado indietro nel tempo, nella memoria di me stesso quando ero piccola piccola, ho ancora presente che sentivo quello stesso dolore quando “qualunque” essere umano si faceva male, cadeva e si sbucciava un ginocchio, per esempio. Anche allora, mi si accapponava la pelle, e sentivo il dolore attraversarmi la spina dorsale. Quando ero piccola, il mio “più vicino” aveva dei confini più estesi. Qualcuno dirà, è solo empatia. Ma questo “solo” non è propriamente “solo”. La parola è solo una sintesi, con tutti i limiti che il linguaggio sintetico ha. Ma ciò che “io” sento non è “solo”, è molto di più di un’espressione semantica. Può restare, è vero, soltanto una parola, ma non è più soltanto una parola quando io lo sento nel mio corpo, nelle mie vene, nel mio sangue.
    Sono alcuni esempi, ma se ne possono fare molti altri, anche sul fronte opposto, quello del piacere. Quando abbracciamo l’amato o l’amata, quando ci amiamo, siamo un tutt’uno con l’amato o l’amata, i confini non sono così netti, definiti. E io sono del parere che questo stato di unione in qualche modo perdura anche quando, successivamente, i corpi degli amanti si sono allontanati.
    Qualcosa rimane … tra le pagine chiare e le pagine scure …

  5. milena Says:

    “Sul mare tutto dà ali e moto ed ampio respiro al pensiero […] Quando giungerò a distruggere in me tutto ciò che ho studiato e scoprire da me stesso ciò che penso e studio e credo!” (J.G. Herder)

    Voglio dire due parole su quel pensiero di Herder che hai messo in copertina. Temo che sia impossibile, “distruggere in me tutto ciò che ho studiato”, dacché (anche) ciò che ho studiato fa parte del tutto, anche del mio mondo. Invece penso sia una questione di scelta. Ossia la scelta di togliere ciò che non va bene, che non si riconosce e sente come proprio, quello che non ci appartiene. Nessuno qui può vivere “solo” con un nudo se stesso; vivere una vita nuda è illusione quanto stupidità accettare ogni cosa che ci viene offerto.
    Io mi sento una ragazza fortunata. Ho ricevuto molto dalla vita. A volte mi accorgo, e mi sorprendo, di come accada che mi venga incontro ciò di cui ho bisogno (o che accetto come bisogno da superare?). Ma questo è anche il mio modo personale di seguire l’onda, seguire con ostinazione una determinata onda che non credo sia casuale. Perchè scegliamo di leggere e approfondire alcuni libri in-vece di altri? È casuale questo, o seguiamo un nostro bisogno, un nostro desiderio? un istinto?
    Prendo ad esempio Severino: i suoi libri, alcuni suoi libri, quelli che ho letto, sono una tale fiumana di parole nella quale talvolta mi è parso di perdermi, affogare. O una lastra di ghiaccio sulla quale cercavo di arrampicarmi come su degli specchi. Le parole d’altronde hanno questa caratteristica, sono stratificazioni di significati. Ma le parole di Severino, e di tanti altri – ma se prendo Severino a dimostrazione di quanto vado a dire non è un caso – quelle sue parole e il metodo di dispiegarle, mi hanno lavorato in profondità più di quanto potessi immaginare.
    Vero è che mi ci sono incaponita assai, come quando ti trovi in un labirinto e vuoi a tutti i costi trovare una via d’uscita. Perché una cosa è certa, la via d’uscita E.S. non te la dà, non la mostra – allude forse – ma quando credi che te la stia indicando, capisci che quella via d’uscita non è la tua. Sarebbe troppo facile, non sarebbe vero. E nessuno ti può dare il vero così, semplicemente su un bel piatto. Te lo devi guadagnare. Deve diventare tuo fino in fondo, te ne devi impossessare, giorno per giorno, ora per ora.
    Sono stata ladra ed egoista, ho preso tutto il buono, la crema, la panna, tutto ciò che sentivo essere utile ai miei scopi. Senza sapere esattamente dove, e perché stavo muovendomi in quel modo. Perché, per esempio, di tutta la fiumana, e ora non intendo soltanto Severino, sono stata attratta da alcune cose e ho trasvolato su altre.
    Insomma, non c’è voluto molto per capire che non è che dobbiamo berci tutto, non lo possiamo nemmeno fare. E che quello che decido di bermi, è perché quel qualcosa per me è essenziale, riempie un tassello, un vuoto, qualcosa che mi manca per completare il quadro e per metterlo al posto che merita, che gli compete, che è il suo posto, il posto giusto – transitoriamente parlando, ovvio. Ma quel che decido di volta in volta di bermi, non è poi così pacifico, perché, chissà come mai, è proprio ciò che più mi inquieta. E se decido di farmene carico, di prendermi addosso quel problema, ciò significa che non sto fuggendo via dalla mia paura, non lo eludo, non lo escludo, non lo lascio fuori di me, lo assumo. Finora ho parlato di Severino, che è stato il più ingombrante, e tralascio di raccontare il resto … ora basta, non vado oltre, ho già detto troppo assai. D’ora in poi farò un periodo di digiuno e silenzio, vado per qualche giorno nelle Marche.

    Ps: ho citato Daniel Stern che non conoscevo affatto. Era citato in “Cultura e realtà” di Edoardo Saunguineti. Mi sa che anche quest’uomo mi darà un bel daffare. Un grande uomo e un grande intelletto. Ma ovviamente ci sono cose che non condivido.

  6. md Says:

    @milena
    la tua obiezione a Herder è senz’altro condivisibile, ma vorrei chiarire il contesto in cui quella frase nasce (come tutte le frasi estrapolate, si può prestare a fraintendimenti e usi “alieni”).
    Herder è reduce da un viaggio nel mare del Nord, e riporta su un diario pensieri e riflessioni che diventeranno il suo “Journal meiner Reise in Jahre 1769”, quella che viene ritenuta la prima opera della letteratura tedesca in stile “Sturm und Drang”. E’ scontento di quel che aveva finora combinato, si sente un fallito sia come insegnante che come scrittore e cittadino, e questo viaggio a contatto con la natura, una natura talvolta dura ed ostile, costituisce una svolta, una sorta di riscoperta “sentimentale” ed esistenziale della vita e dei sensi, “contro le grammatiche e i grammatici”. Niente di nuovo sotto il sole: c’è sempre un momento in cui ci si deve riappropriare della vita rompendo con tutto ciò che ci appare impedirne il libero sviluppo. Dopo di che Herder mette tutto questo in bella scrittura… ma credo ci sia da fidarsi della tempesta emotiva da lui vissuta.
    (La fonte di tutto ciò è “Nostra signora dialettica” di Luciano Parinetto).

    p.s. buona permanenza nelle bellissime Marche!

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