Introduzione alla filosofia – 2. I “giganti”: Socrate, Platone, Aristotele

Noi siamo come nani sulle spalle di giganti
così che possiamo vedere più cose di loro
e più lontante, non certo per l’altezza del
nostro corpo, ma perché siamo sollevati
e portati in alto dalla statura dei giganti

(Bernardo di Chartres)

Socrate non è una dottrina, è una vita
(A. Banfi)

Mi tremano le vene dei polsi se penso che dovrò parlare, in poco più di un’ora, di Socrate, Platone, Aristotele – cioè delle tre figure più influenti, nel bene e nel male, di tutta la filosofia occidentale.
Comunque ci piazzeremo comodamente come nani sulle spalle dei tre “giganti”: la celebre metafora, che risale al filosofo medioevale Bernardo di Chartres, illustra chiaramente la situazione nella quale ci troviamo quando ci confrontiamo con la tradizione (sia essa quella di artisti o pensatori, così come della specie più in generale). Rispetto, riverenza, imbarazzo, persino impotenza (hanno già detto, fatto e pensato tutto loro!) – ma, anche, la capacità di essere fortunati e di poter guardare più lontano. Oltretutto è un’immagine particolarmente calzante per i tre filosofi di cui parleremo, dato che gran parte delle questioni filosofiche e dei relativi termini, l’idea stessa di discussione filosofica, una certa figura di filosofo, nascono proprio con loro.

Ho pensato ad uno stratagemma per presentare i nostri tre amici: indicherò per ciascuno di loro una figura-chiave che lo identifichi, una specie di bussola ideale che ci faccia entrare (o meglio, affacciare) nei loro sistemi di pensiero.

Ma prima, occorre un breve preambolo. Dovrò accennare ai Sofisti, quei filosofi cioè che nel V secolo a.C. dedicano il loro maggiore interesse alla sfera umana (la società, la cultura, il linguaggio, ecc.), a discapito della natura della quale si erano occupati i primi filosofi. Poiché “l’uomo è misura di tutte le cose” – come sostiene Protagora, ritenuto il fondatore del “relativismo”, o comunque di una visione soggettiva della verità – è necessario che questa “misura” sia meglio conosciuta e studiata.
“Sofista” in origine non aveva affatto il significato negativo che riveste oggi (viene da sofizesthai, “operare o parlare abilmente”; ma “sofista” è anche “il più sapiente”). I Sofisti studiavano in particolare il linguaggio, e furono coloro che per primi si accorsero della sua potenza: convincere qualcuno della verità delle proprie idee o argomenti non è più una questione di sostanza, ma soprattutto di forma. La retorica è l’arma della persuasione, e per poterla esercitare bisogna conoscere i segreti del linguaggio (lessico, sintassi, tono della voce, capacità argomentativa, ecc.). Per i Sofisti diventano così cruciali la vita e le relazioni sociali, essere buoni cittadini della pòlis, saper parlare in pubblico e difendere le proprie opinioni, farle prevalere.

1. In questo ambiente vive Socrate, che potremmo considerare a sua volta un sofista, ma che diversamente da Protagora ricerca una misura oggettiva, universale (e non soggettiva) dei termini della convivenza umana: giustizia, bene, virtù (aretè), scienza, verità, felicità, ecc. Un universale che però non è mai astratto, solo teorico, ma concreto, da utilizzare cioè nella vita pratica.
La figura-chiave che utilizzerò per Socrate è quella della torpedine. Socrate – come certi tipi di razze che vivono nel fondo fangoso del mare –  intorpidisce, narcotizza, tramortisce con il suo argomentare chi discute con lui. Gli confonde le idee. Alla domanda “che cos’è la giustizia”, il suo interlocutore (un qualunque cittadino della pòlis incontrato per strada) risponderà con le banalità del senso comune, oppure dichiarando cos’è giusto per lui, o per qualcuno in particolare – e Socrate gli mostrerà l’unilateralità, il particolarismo dei suoi ragionamenti.
Il metodo socratico è di capitale importanza per la filosofia, e parte dall’ammissione del “sapere di non sapere”, una forma cioè di coscienza preliminare indispensabile alla ricerca del vero. Attraverso il dialogo, la discussione critica, l’analisi delle diverse opzioni, l’ironia, vengono mostrati i limiti, le parzialità e le contraddizioni delle nostre opinioni.
Ma non basta, la verità richiede anche il lavoro dell’interiorità, del partire da sé: “conosci te stesso” è la famosa iscrizione del tempio di Delfi, che orienta la ricerca dall’esteriorità all’interiorità – modalità che viene esercitata attraverso l’arte maieutica (la tecnica della levatrice). Socrate dichiara di avere appreso questa arte dalla madre, che faceva l’ostetrica: il maieuta è colui che sa estrarre dalle anime i pensieri, anzi che insegna a farli uscire da sé autonomamente. Anche questo è un tratto fondamentale della paidèia (educazione) filosofica. Un’interiorità che però non è mai autoreferenziale o isolata, ma sempre sociale, dialogica, condivisa, non separata dalla comunità cui si appartiene.
Tutto questo lavoro critico preliminare dovrebbe condurci al concetto universale, poiché solo dopo avere scovato (e scartato o ritenuto insufficiente) ogni aspetto “particolare” dell’oggetto analizzato potrò infine raggiungerne l’essenza. Non la giustizia particolare (per x o y, nella data epoca, nei singoli casi, ecc.) – ma la “giustizia in sé”, che sia valida per tutti. L’obiettivo di Socrate è quello di fondare una vera e propria “scienza del bene” – qualcosa che per noi è ormai del tutto inconcepibile, dato che le sfere della verità e quelle dell’etica sono oggi del tutto separate, mentre invece per Socrate (e per molti filosofi dell’antichità) esse fanno tutt’uno. La conseguenza che Socrate trae da questa identificazione è che a commettere il male è solo colui che ignora o non possiede il bene: chi lo conosce, ne ha scienza, non può fare il male. Il rapporto tra conoscenza e prassi è quindi strettissimo.
Ma qual è il bene? Socrate non ha scritto alcun trattato su questi temi. Quel che ci rimane sono le testimonianze, specialmente quelle del suo allievo Platone, che vede spesso Socrate protagonista dei suoi dialoghi, e nei quali è dunque difficile distinguere le idee dell’uno da quelle dell’altro. Sappiamo però sicuramente che le idee etiche di Socrate entrarono in rotta di collisione con quelle degli ateniesi (o di una parte di essi), visto che venne mandato a morte. L’accusa fu duplice: introduzione di nuovi dèi e corruzione della gioventù. In verità le tradizioni della pòlis entrarono in conflitto con i nuovi principi di libertà e di autocoscienza introdotti da Socrate: mettere in discussione fin dalle fondamenta le virtù e i valori dei cittadini, affermandone la parzialità (e dunque la falsità) non poteva che condurre ad uno scontro mortale. La tragedia della condanna di Socrate è quella, perenne, dell’individuo che entra in conflitto con le opinioni della società e della maggioranza, che si sentono minacciate da quelle nuove idee. Socrate venne messo a morte, ma le sue idee gli sopravvissero – non così Atene che pochi decenni dopo venne annessa all’impero di Alessando Magno.

2. Per introdurre Platone utilizzerò la celeberrima allegoria della caverna. Platone immagina che la condizione degli umani sia quella di prigionieri costretti a vivere in una caverna, illuminata debolmente da un fuoco artificiale. Essi sono legati fin dalla nascita e posti di fronte ad uno schermo dove vedono passare le ombre degli oggetti che qualcuno muove dietro di loro. Dunque le loro conoscenze sono illusorie. La realtà vera sta dietro le loro spalle, al di fuori della caverna, e dunque solo una “conversione” (periagoghé) dello sguardo può rivelar loro questa verità. Ma uscire dalla caverna può essere pericoloso: la luce esterna può abbagliare fino a far diventare ciechi, e d’altro canto può benissimo esserci chi preferisce starsene buono buono e immobile nel fondo della caverna. La ricerca della verità è un cammino scomodo e faticoso, ma una volta che ci si è girati non si può più far finta di nulla.
Da questa famosa immagine, emergono almeno tre elementi fondamentali della filosofia di Platone, al centro della quale troviamo la superiorità della ragione:

a) la conoscenza si acquisisce secondo una scala di gradi diversi di realtà e di verità: dall’ombra alla luce e dall’opinione (doxa o credenza) alla scienza vera e propria. La linea della conoscenza si snoda lungo 4 segmenti: 1) immaginazione 2) credenza (che insieme costituiscono la sfera dell’opinione), 3) conoscenza dianoetica o matematica e 4) noesis o intellezione (insieme sono la scienza o epistème).

b) se ne ricava una vera e propria antropologia. La natura umana secondo Platone consta di tre parti: la sfera del desiderio e degli istinti vitali primari; la forza e il coraggio; e, infine, la sfera più importante che è quella della ragione. Vengono anche fisicamente collocate: nell’addome, nel petto e nella testa. Se si vorrà uscire dalla caverna, la ragione dovrà comandare sulle passioni e sugli istinti, altrimenti si produrranno degli esseri umani squilibrati e disarmonici. Si inaugura così con Platone una scissione tra la parte razionale (l’anima) e quella irrazionale (il corpo), che riletta e confermata dal cristianesimo condurrà ad una concezione scissa e dualistica della natura umana.

c) ma Platone è soprattutto un pensatore politico. Parallelamente alla sua antropologia, abbiamo anche la costruzione di una teoria dello stato perfetto, quello dove regnano l’armonia e la giustizia (ricerca condotta nella Repubblica, il famoso dialogo dedicato alla ricerca della giustizia). Tre erano le sfere della natura umana e tre sono gli ordini della società perfetta: i lavoratori, i custodi-guerrieri e i custodi-filosofi. Così come nell’uomo è la ragione a comandare, nella città devono regnare i filosofi. Solo chi non ha interessi particolari, chi non ha ambizioni ad accumulare ricchezze può governare nel modo migliore, poiché guidato dal senso comune e dal disinteresse – oltre che, naturalmente, dalla ragione e dalla saggezza. I custodi devono così vivere in comune, allevare in comune i loro figli e non avere nessuna proprietà: Platone teorizza che ai vertici dello stato venga instaurata una vera e propria casta comunista.

In tutti i casi è la ragione – quella che “vede” le cose in sé, le idee (gli universali socratici ora diventati dei principi ideali eterni) – l’elemento che ci deve governare: sia a livello conoscitivo che psicologico che politico. Oltre alla teoria-utopia della Repubblica perfetta, è questa l’altra grande novità del pensiero platonico: avere cioè teorizzato l’esistenza di idee (modelli della realtà) che sono immateriali, eterne, perfette, sempre identiche a se stesse. La realtà sensibile, le cose, le nostre virtù o relazioni sociali si ispirano come copie a quei modelli perfetti. Il triangolo che traccio su un foglio; il gatto che ho in grembo; la bellezza del corpo che amo – sono tutte singolarità, particolarità, “copie”, di quei modelli eterni. Senza le idee, non avremmo le singole cose. Anche qui si afferma (come già in alcuni filosofi presocratici) una realtà a due livelli: una sfera eterna e immutabile, ed una diveniente e sensibile. Di questa noi facciamo esperienza con i sensi, dell’altra con la mente e con il ragionare filosofico.

3. Userò per Aristotele una duplice figura, una in “entrata” e l’altra in “uscita” dal suo sistema: la meraviglia e il motore immobile. La base e la molla dell’intera ricerca filosofica da una parte e il suo fine ed esito ultimo dall’altra. Aristotele ci dice che la filosofia è “figlia della meraviglia”. Una meraviglia che appare duplice: da una parte lo stupore di fronte al mondo, dall’altra la coscienza della nostra ignoranza che causa questo stesso stupore. Si deve così ad un certo punto abbandonare l’iniziale meraviglia, e dedicarsi allo studio del mondo.
Aristotele critica il suo maestro Platone, per avere dato troppo spazio alla realtà ideale, sacrificandole la realtà sensibile e naturale. Egli torna così a volgere la sua attenzione alla natura e alla materia, e sottopone tutti i fenomeni, sia naturali sia umani, ad uno studio sistematico. Aristotele è il primo filosofo enciclopedico: non c’è praticamente nulla della realtà che non venga da lui studiato ed analizzato. Ma quello che potremmo forse ritenere il suo interesse principale, il cuore della sua filosofia,  è lo studio del movimento e delle sue cause. Nella Fisica, ad esempio, egli fa una suddivisione dei principali tipi di movimento (o meglio, di mutamento) e delle loro relative cause: il moto (rettilineo e circolare), la crescita, il fine o scopo, la forma e la materia da cui si è costituiti – con una formidabile sintesi nei concetti di potenza e atto, che sono le categorie-chiave del movimento. Ogni ente può essere ciò che esso diviene (un seme diviene albero, un blocco di marmo statua, ecc.) – è in potenza una certa cosa che sarà poi in atto.
Ma la causalità deve avere o no uno sbocco “assoluto”? Se ogni mutamento ha una causa, ci si dovrà porre il problema della causa prima, del principio (arché) del movimento – a meno che non accettiamo l’ipotesi di una catena infinita di cause, senza mai arrivare ad una causa originaria. Secondo Aristotele questa causa prima esiste ed è identificabile come motore immobile, concetto geniale per dirci che deve esistere un ente in grado di muovere senza però essere mosso da altro. E’ nel sistema astronomico delle sfere (quello che verrà poi denominato “sistema tolemaico”) che Aristotele individua la serie di motori immobili che muovendo i cieli (con moto circolare) originano il moto terrestre (rettilineo). Vi sarà poi un primo motore immobile (per quel che dicevamo poco fa), che dà origine al movimento tutto: possiamo anche chiamarlo Dio, ma certo si tratta di un Dio poco teologico e personale, molto più vicino ad un ente filosofico o cosmologico.
Tant’è che nelle poche pagine della Metafisica dove si parla del motore immobile (o meglio del più alto in grado, quello dell’ultimo cielo) ci viene anche descritto come “pensiero di pensiero” – od anche “pensiero in atto”, cioè totalmente dispiegato, che non ha più niente della possibilità (perché fonte di tutte le possibilità, altrimenti dovrebbe esserci qualcosa che lo muove), e che dunque è anche privo di materia, perché altrimenti sarebbe soggetto a corruzione.
Ma che vuol dire?
La mia tesi è che qui Aristotele ci indichi anche uno scopo per la nostra vita contemplativa. Attenzione: noi siamo “natura” e dunque diveniamo, ci muoviamo, nasciamo, moriamo, siamo finiti, ecc. Eppure c’è una parte di noi – il nous, il pensiero – che è in grado (in potenza) di elevarci oltre questa finitezza e materialità. Il filosofo, l’uomo contemplativo, raggiunge le medesime vette del motore immobile – è egli stesso motore immobile, dato che muove se stesso senza essere mosso, è in grado di autodeterminarsi. Tutto ciò ci viene detto al termine dell’Etica Nicomachea, lo scritto più famoso sui temi dell’agire umano, della morale e dell’etica (l’agire individuale, mentre per l’agire collettivo il testo di riferimento è la Politica).
Concludiamo quindi con la citazione di alcuni passi nel quale Aristotele ci parla di questo “uomo saggio” che persegue la felicità e la perfezione (il massimo della virtù, dell’areté), e che viene descritto addirittura come theoeidés (simile a un dio):

Quest’attività è infatti la più alta; infatti l’intelletto è tra le cose che sono in noi quella superiore, e tra le cose conoscibili le più alte sono quelle cui si riferisce il pensiero. Ed è anche l’attività più continua; noi infatti possiamo contemplare più di continuo di quanto non possiamo fare qualsiasi altra cosa. Pensiamo poi che alla felicità debba essere congiunto il piacere e si conviene che la migliore delle attività conformi a virtù è quella relativa alla sapienza; sembra invero che la filosofia apporti piaceri meravigliosi per la loro purezza e solidità; ed è logico che il corso della vita sia più piacevole per chi conosce che non per chi ancora ricerca il vero. E l’autosufficienza di cui abbiamo parlato si troverà soprattutto nell’attività contemplativa. […] Se dunque tra le azioni conformi alle virtù quelle politiche e quelle di guerra eccellono per bellezza e per grandezza, ma sono disagiate e mirano a un altro fine e non sono scelte per se stesse, se invece l’attività dell’intelletto, essendo contemplativa, sembra eccellere per dignità e non mirare a nessun altro fine all’infuori di se stessa e ad avere un proprio piacere perfetto (che accresce l’attività) ed essere autosufficiente, agevole, ininterrotta per quanto è possibile all’uomo e sembra che in tale attività si trovino tutte le qualità che si attribuiscono all’uomo beato: allora questa sarà la felicità perfetta dell’uomo, se avrà la durata intera della vita. (Libro X, 7)

Annunci

Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , ,

3 Risposte to “Introduzione alla filosofia – 2. I “giganti”: Socrate, Platone, Aristotele”

  1. about us Says:

    i want to get one

  2. Angie Says:

    Salve, innanzitutto complimenti per il post che ho letto con piacere e per il blog davvero interessante.
    Cercavo un blog filosofico pochi giorni fa e ho trovato il tuo. Io adoro la filosofia e volevo chiederti un piccolo favore, è possibile?

  3. md Says:

    Grazie Angie. Se vuoi puoi anche scrivermi a mario.domina62@gmail.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: