Geoarabìa

E’ una bambina a lanciare il sasso per prima. Contro un’onda, sulla spiaggia di Agadir.
Ed è il vento dell’Atlantico a catturare il rumore di quel tuffo, insieme alle grida di gioia. La magia dell’oceano.
Il vento riparte svelto verso Est. Lungo la catena innevata dell’Alto Atlante. Poi vira a nord, per sostare fuori delle porte di Meknès, presso le antiche rovine romane. Sorvola Fes, impregnandosi degli odori delle pelli conciate. E punta dritto su Algeri, dove in certi quartieri l’eco della sporca guerra dell’Oas e il conato anticoloniale del Fronte di liberazione sono ancora vivi, e bruciano sulla pelle.
E prosegue spargendo profumo di gelsomini, sopra l’antica Cartagine e poi nei dintorni di Hammamet.
La Tripolitania s’annuncia: quel che nel 1911-12 un irridente Salvemini chiamò lo “scatolone di sabbia”. Il vento solleva turbini da quel deserto. Divelle gli steccati e squarcia le reti dei lager, dove migliaia di africani in attesa stavano reclusi. Si sposta in Cirenaica, verso Bengasi libera, e saluta dall’alto. Poi sul Cairo, moltitudini là sotto, in piazza Tahrir: il nuovo nome di “autodeterminazione”! Non può non dirigere fugace lo sguardo verso la Sfinge, ad interrogare il suo millenario mistero.
Scavalca il monte Sinai, tavole della dura legge dei patriarchi infrante ed emendate dalle formule pietose del Nazareno – ed eccolo nella terra di Palestina. Sangue e lacrime dappertutto, dal Muro del Pianto alla spianata delle moschee. Cadono scrosci di pioggia salata, che tutto lava via. Si scuote la terra, come fu all’ora nona, e trema il muro della vergogna. Ed ora rifate tutto daccapo! – ordina il vento.
Sul mar Morto le colline di Giordania appaiono violacee, l’altra Palestina del settembre nero, arabo fratricidio. La valle dei cedri a nord, terra di grandi promesse e di mescolanza, sempre sull’orlo di deflagrare per poi rinascere, araba fenice, terra dei Fenici.
Soffia il vento sugli ulivi di tutto il Mashrek, che tra poco fioriranno.
E punta su Damasco, la meravigliosa capitale dei califfi Omayyadi, e rimbalza da qui a Baghdad, gemello sfarzo degli Abbasidi. Metropoli e rinascita, lumi e luci per le strade, greco-siriaca cultura restituita da oriente ad occidente. Circolarità dello spirito.
E sui crateri delle strade di Baghdad indugia. Sugli innumerevoli corpi infranti. Sui kurdi gasati nel nord, gli sciiti massacrati nel sud, i soldati bruciati nel ritiro della prima guerra del Golfo.
Laggiù l’Iran, terra non più araba, altra fratellanza islamica tradita. Rivoluzione fallita e finita nelle mani dei rapaci mullah. Un milione di giovani mandati a morte come fiumana impetuosa da sacrificare contro gli invasori irakeni – foraggiati dal fulgido Occidente amico di Saddam. Disamistade islamica. Dividi et impera! Fondamentalismo! Quale, quello delle guerre del petrolio? Geostrategie planetarie e capitale globale.
Il vento soffia ora silenzioso su quei campi di morte. E vola veloce verso la meravigliosa Teheran, promettendo una nuova rivolta, un nuovo inizio.
Poco più in là i lunari monti dell’Afghanistan, terra dura e resistente a tutti gli invasori, comunisti e capitalisti, jihaddisti e democraticisti. E forse tra le caverne lì sotto un segaligno e barbuto guerrigliero, che mandò gli aerei a schiantarsi come burro sulle torri della capitale del mondo. Per una teocrazia subito abortita. E fornir l’effigie di un nemico comodo, fatto su misura. Ora il vento getta due pugni di sabbia: uno negli occhi dei Taliban e l’altro augurale, affinché la terra degli aquiloni trovi finalmente pace.
E con una giravolta siamo sulla penisola arabica, a sud del Tigri e dell’Eufrate, dove tutto ebbe inizio, culla di civiltà, di imperi, di scrittura, di potere, di guerra. Del bene e del male.
Sotto gli immensi deserti, un oceano di petrolio fermentato in milioni d’anni, in silenzio. Ricchezza e dannazione. Fumi tra i quali soffocare il pianeta, prima o poi.
E il vento – quello stesso vento partito dall’oceano e dalla bambina, che ora si sta leccando le labbra di couscous, sotto lo sguardo compiaciuto della madre – spazza via quei fumi, e porta anche qui folate d’aria fresca, profumo di té alla menta e voci di riscossa: nella meravigliosa Sana’a, le mura della città salvate da Pasolini; sui monti di Al-jabal al-akhdar, a Masqat; poi su nel Qatar, in Bahrein, fino a Ryadh, per approdare finalmente a Makkah, la città santa. Di nuovo moltitudini.
Ora il circolo si è richiuso. La patina di sabbia si è depositata ovunque. Una patina d’oro. Su cui il sole del tramonto disegnerà i suoi arabeschi, linee e parole misteriose mai curvate a formare figure.
Magari lungo quelle linee l’indovino saprà scrutare i destini, e vaticinare i giorni a venire.
Noi ci accontenteremo di giocare il gioco delle possibilità. E di attendere. Sorprese dell’ad-ventum.

La notte scende. La bambina dorme già ad Agadir, mentre il sole non è ancora tramontato sulle acque del mare arabico. Il vento tace e ristà.
Quale direzione prenderà al mattino?

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2 Risposte to “Geoarabìa”

  1. Paola D. Says:

    Mio figlio è in Oman. Ho paura per lui, ma sono contenta di quel vento.

  2. xavier Says:

    …Ma il vento in Europa muta in pioggia nera, acqua che sa di paura.

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