Retropensieri

Esiste un nazismo linguistico, prima ancora di una generica violenza verbale, una mentalità cioè ben installata nella testa e nel retropensiero che informa gesti, azioni, parole.
Del discorso lampedusano di Berlusconi di ieri non mi ha colpito il qualunquismo (nel senso del Cetto di Antonio Albanese, per sua stessa ammissione ampiamente superato dalla realtà), ma quel nazismo inconscio e però costitutivo.
Quando ho sentito dire che l’isola di Lampedusa doveva essere “liberata”, “svuotata”, “ripulita”, il mio pensiero è corso inevitabilmente al motto “Pulizia e salute” che stava alle porte di Mauthausen. Non è l’Italietta cialtrona di Cetto Laqualunque, ma quel riferimento igienico-immunitario a mettere davvero i brividi: esso rivela il retropensiero nazista del berlusconismo, con quella sua caduta tipica di ogni diaframma tra linguaggio politico e linguaggio biologico (in verità, con la caduta di ogni diaframma tra ragione e istinto).
Immunitarismo confermato, se anche ce ne fosse bisogno, da quel teatrale “sono anch’io lampedusano” – e gli altri, come icasticamente detto da Bossi,  “föra di ball”: non è un caso che nel nazileghismo Berlusconi abbia trovato il perfetto alleato ideologico, oltre che pratico-politico. Salvo però essere lampedusano e “comunitario” a modo suo: con una casa (magari abusiva) da qualche milione di euro!
E poi, una volta ripulita l’isola, ci si può anche fare un bel campo da golf (e chissà, magari – ma solo in seconda battuta – persino una scuola…).

Cazzo d’Occidente!

Mi si perdoni il turpiloquio, ma talvolta è più efficace di certe ampollose argomentazioni. E allora veniamo subito al fatto. I migranti che provengono dal Maghreb in fiamme stanno approdando a Lampedusa. Non capisco però una cosa: Lampedusa non sta nelle isole Pelagie che stanno in Sicilia che sta in Italia che sta in Europa che sta in Occidente? Dunque: qualche migliaio di disperati (non: maghrebini, tunisini, eritrei, libici…; ma: esseri umani, fino a prova contraria), sta mettendo in crisi l’opulento-supponente Occidente?
Dal disastro di Katrina a quello di Fukushima agli sbarchi nel Mediterraneo: stessa insipienza, paralisi, impotenza del potere, che sembra usare ed abusare delle crisi. Ma com’è che quando c’è da bombardare, questo cazzo d’Occidente si mostra invece efficientissimo?

Ratio

Solo nei videogiochi
si possono distruggere gli armamenti

senza toccare gli esseri umani.
(T. Todorov)

Il Guernica di Picasso denuncia universalmente una ratio – il lume della ragione – spenta per sempre dalla guerra. Anche Goya ci aveva parlato dei mostri che il sonno della ragione genera, e aveva denunciato i disastri della guerra. Eppure se è vera la celebre definizione di Clausewitz che “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi“, pare proprio che la ragione non possa essere espunta dagli scenari bellici, anche perché – prosegue Clausewitz – “la guerra è un atto di violenza il cui scopo è di forzare l’avversario a eseguire la nostra volontà“. A voler poi seguire la lezione hegeliana, lo Stato giunge nella guerra nientemeno che “alla più alta coscienza di se stesso”. Massima ratio, dunque!

Ma la domanda da farsi è se oggi davvero si può pensare che la politica – internazionale o nazionale che sia – abbia davvero una ratio definita e riconoscibile. Certo, le sue azioni e i suoi effetti risultano ancora decodificabili attraverso gli schemi della vecchia logica di potenza (che è poi quella forzosità volitiva di cui parla Clausewitz – a sua volta riducibile all’antica legge di Trasimaco, quella secondo cui forza e legalità si tengono): un dispiegamento di potenza, di violenza, di bios allo stato puro, ma con una sua logica, appunto.

Ora, io faccio fatica ad applicare la categoria di ratio al conflitto in corso in Libia. Continua a leggere “Ratio”

Introduzione alla filosofia – 4. La filosofia moderna

Il nodo principale che affronteremo questa sera, e che attraversa tutta la filosofia moderna, specialmente da Cartesio in poi, riguarda il rapporto tra soggetto e oggetto. La costituzione di questi due termini e la loro cangiante e problematica relazione.

1. Medioevo e modernità
Ma facciamo prima qualche passo indietro.
Ci siamo lasciati alle spalle un intero millennio, quello che è stato definito Medio-evo, età di mezzo. L’età che separa l’antichità (o la classicità) da quella che evidentemente si ritiene una nuova era (guarda caso in concomitanza con la scoperta – o meglio, la conquista – di un Nuovo Mondo).
Possiamo schematizzare questo passaggio con una successione categoriale di ciò che catalizza l’attenzione dei filosofi, e di ciò che finisce per caratterizzare lo spirito delle epoche che si vanno succedendo:

Dio – natura – uomo

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Amletismi – 7

Appoggiare i bombardamenti umanitari in Libia coordinati dal neocolonialista Sarkozy, con il sostegno del governo italiano passato senza soluzione di continuità dal baciamano ad un neointerventismo che ricorda altri tempi?
Certo che no.
Appoggiare gli insorti e il processo rivoluzionario in atto?
Certo che sì. Ma chi va a combattere al loro fianco?
Tertium? Datur: un tempo si sarebbe chiamato appeasement. Acquiescenza – che potrebbe voler dire non scegliere se far massacrare da Gheddafi la popolazione di Bengasi o se far massacrare dal fronte interventista un po’ di civili innocenti dall’altra parte…

Di vita d’amore e di morte (ma anche di scuola e d’economia, e persino del tricolore)

Della patria e dell’Italia non me ne frega niente. Sono cosmopolita per natura: per caso son qui, per caso son cittadino italiano, per caso parlo questa lingua. Sarei potuto benissimo essere un cittadino tunisino o coreano od anche un alieno coplanetario del voltairiano Micromega.
In fatti come questi non c’è alcuna necessità metafisica – come del resto in tutti i fatti: e qui mi scopro profondamente humeano!
Dunque stiano ben lontani da me la retorica nazionalistica, le fanfare, l’amor di patria, i fratelli d’Italia (perché non le sorelle poi?), inni e bandiere.
Ciò non toglie che, contro ogni separatismo neocorporativo, neoetnico o neofeudale, rivendichi l’acquisizione del moderno concetto di cittadinanza come un punto di non ritorno. Una cittadinanza concreta e piena di cose, però, né formale né borghese né liberale. Una cittadinanza che mette al centro ciò che è comune e sociale.
Insomma un giro di parole per dire che oggi festeggerò a modo mio il mio essere un comunista della cittadinanza o un cittadino dell’internazionalismo comunista – anche se in salsa (e in lingua) italiana. E festeggerò incazzandomi un po’ (tanto per cambiare) e criticando l’attuale tentativo in corso di minare e far fuori uno dei documenti basilari di riferimento di questo mio essere cittadino qui e ora: la costituzione (in questo caso italiana) e la nozione di cittadinanza (un bel po’ più ampia e ariosa) che la fonda – motivo per cui lo scorso sabato 12 marzo ero in piazza, in una delle tante piazze italiane (una molto a nord, visto che mi trovavo a Sondrio).

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Atomi pensanti (e possibilmente denuclearizzati)

Atomi tormentati, su questo cumulo di fango,
che la morte inghiotte e con cui la sorte gioca
ma atomi pensanti.
(Voltaire)

Ho già più volte affrontato su questo blog il tema della teodicea (qui in particolare, anche se rovesciato in termini di antropodicea). E’ sempre bene ricordare, con le parole del Dialogo della natura e di un islandese di Leopardi, che la natura è del tutto indifferente alle nostre vicende, e se ne sbatte altamente di noi come di tutte le altre specie o dei singoli viventi. O meglio: ciò che noi chiamiamo “natura” non ha in sé nessun elemento soggettivo, nessuna volontà, nessun piano – così come noi un po’ presuntuosamente intendiamo questi concetti che le vorremmo attribuire, direttamente o indirettamente. Dio non c’è, e se anche ci fosse se ne sbatterebbe pure lui (perché mai dovrebbe appassionarsi ad un così minuscolo ed insignificante angolo, un banale puntino nell’economia dell’universo? – o della pluralità di universi, come vanno sostenendo alcuni cosmologi).
Quel che forse colpisce di più nelle immagini del muro nero d’acqua che ha spazzato via le città giapponesi di Onagawa o di Minamisanriku inghiottendo gran parte dei loro abitanti, delle case, degli oggetti – della medesima natura – è proprio quell’assoluta indifferenza, quel misto di terribile innocenza e cecità, quell’impersonale e necessario incedere degli eventi che non può non lasciare attoniti. E che però è il carattere più profondo – direi ontologico – della natura, del cosmo, dell’essere.
Dice Eraclito:
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Umana compagnia

(con le terribili eppur fraterne, pietose ed universalissime parole di Giacomo…)

Islandese. E mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figlioli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. […]
Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?

Se 500 vi sembran pochi!

L’efficientissima bacheca delle statistiche di WordPress mi comunica in questi giorni (per lo meno mi comunicava fino a un secondo fa), che gli articoli pubblicati sul blog dalle origini ad oggi ammontano al numero di 500. Non so bene se impressionarmi e non ho la più pallida idea del significato di quel numero – sia quantitativamente (forse alcuni tomi, se dovessero essere stampati: ma perché mai farlo?), sia soprattutto qualitativamente, che è quel che m’importa di più. Non ne ho idea, soprattutto se volessi guardare ai 500 in termini complessivi, se non addirittura organici: che creatura ne verrebbe fuori? non sarebbe forse un mostro policefalo? o la figura di un ircocervo? giustapposizione di affastellate scritture compulsive? (‘sti cazzi! che terminologia barocca! ma cu è chistu ca scrivi? mischinu cu leggi…).

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